venerdì, novembre 25, 2005

Scioperi utili

Pare ci sia un po' di bagarre nel mondo politico italiano, in proposito allo sciopero di oggi.
Eppure il capo del governo, dicendo che si è trattato di uno sciopero "assolutamente inutile", aveva in mente qualcosa di realistico.
Mi ci vorranno un po' di parole, ma posso dimostrare che quest'ennesima palata di fango ha delle basi.

Sono ormai anni, fin dall'insediamento di quel governo, che ad ogni occasione c'è chi si spreca in anticipazioni della sua ormai prossima caduta.
Che non avviene mai, per un motivo ben preciso: siamo in Italia.

Siamo nel paese dove ogni fenomeno che altrove sarebbe ripugnante, offensivo per i cittadini, diventa accettato.
Le proteste, che la gente potrebbe attuare nelle giuste sedi (come in quella elettorale), si annacquano, si stemperano, si confondono.
Tutto finisce nel dimenticatoio dell'italianità, la tanto vantata arte dell'arrangiarsi. Quella per cui non si cerca di cambiare un fenomeno orrido e dilagante, ma se si protrae a lungo ci si arrangia nell'adattarsi.
Se nasce ad esempio una legge che inasprisce (o impone) delle sanzioni inique, sanno già tutti che non serve cancellarla, abolirla. Basta adattarsi, aspettare che cada nel dimenticatoio, perché è così che va la legislatura italiana. Molte leggi finiscono per essere pian piano dimenticate, usate sempre meno, per cui chiunque contravvenga sa che il rischio è solo una flebile statistica.
Gl'italiani sanno che c'è sempre una scappatoia all'onestà.

Lo sciopero era inutile perché non avrebbe fermato l'iter di chi impersona il menefreghismo più puro.
Colui che sa come riprendere voti alle prossime elezioni, raccontando un paio di barzellette o di storie turpi sugli avversari.
Perché sa che anche le tante brutte leggi che ha favorito servono saltuariamente, non sempre.
Così vale per quest'ultima, in materia di finanza statale: ci sarà tempo per dimenticarla.

Anche un perfetto incompetente, che abbia la possibilità di governare un paese come questo, non può che accorgersi come la base più solida della nazione è una massa d'idioti. Difficile non avere la tentazione di sfruttarla a proprio piacimento.

Ma allora perché si sciopera?
La domanda mi sembra lecita. E sicuramente la prima risposta non è così spesso "per lamentarsi verso chi comanda", data la premessa di prima, sul totale disinteresse di chi comanda.
La prima risposta non può che essere "per svegliare dal torpore gli altri, succubi".
Ma anche questo è impegnativo. La propaganda vuole dimostrare che ogni sciopero si divide in due categorie. La prima è quella degli scioperi non seguiti, a cui partecipano in pochi.
La seconda è quella degli scioperi inutili -- a cui ci fanno sapere appartenga l'ultimo.

Chissà se nessuno ne avrà memoria, fra qualche mese, una volta disinnescati gli articoli di giornale, bombe (di) carta dell'informazione. Non nel senso esplosivo, ma che al solito producono al massimo il botto di un sacchetto di carta, gonfiato soffiandoci dentro.

Amore e sofferenza

Ogni tanto inseguo i collegamenti in rete che si rincorrono, e quando non lo fanno da soli ne invento io le connessioni.
Da una frase in guisa di aforisma, ricercando il personaggio, che conoscevo di nome da tempo sono giunto a un paio di frasi interessanti. La prima era questa:
"People have a hard time letting go of their suffering. Out of a fear of the unknown, they prefer suffering that is familiar.", Thich Nhat Hanh

Mi permetto una traduzione in "La gente ha difficoltà a lasciare le loro sofferenze. Prima della paura dello sconosciuto preferiscono soffrire qualcosa che è familiare".
Thich Nhat Hanh cita Antoine de St. Exupéry, seppure racconti anche come sia facilmente interpretabile in modo meno nobile:
"To love each other is not just to sit there looking at each other but to look together in the same direction."
Che suona più o meno come "Amarsi l'un l'altro non è soltanto sedere a guardarsi, ma guardare insieme nella stessa direzione".


martedì, novembre 22, 2005

Biechi ecologismi

Quello dell'ecologismo nominato invano è un tema che sicuramente citerò con ricorrenza su queste pagine, o così mi suggeriscono gli eccessi distorti che leggo spesso.

Il primo fatto innegabile per chiunque viva, e veda il mondo intorno a sé, è che di quasi tutti i dati oggettivi (riguardo qualsiasi argomento) se ne vedono sempre rappresentazioni che cercano di distorcerli.
Ci sono però oggettività che sorprendono per l'ipocrisia con cui viene tentata la distorsione.
Non so è solo una mia impressione, ma ne ho la forte sensazione leggendo un test compilato dal WWF francese sulle automobili più ecologiche.
Scorro la classifica delle compatte e scopro che Mercedes A160 è al secondo posto, con un punteggio migliore rispetto al terzo posto della Ford Focus. Quali vantaggi avrà? Me lo chiedo con curiosità, scorro i dati e scopro che il modello Mercedes consuma l'8% in più di gasolio, ha emissioni di CO2 superiori dell'8%, costa 250 euro in più (e tralascerò che ha una motorizzazione meno potente, in fondo non è un parametro ecologico).
Ah ecco, il modello Ford genera un rumore di 72 dB, ben 2 dB in più -- da notare che la capacità uditiva umana è piuttosto non lineare, ma normalmente impedisce di percepire differenze sotto i 3 dB.

Quindi mi viene solo da pensare che Mercedes offra al WWF francese sostegni economici migliori, evidentemente anche di molto, per riuscire a far classificare meglio un'automobile che inquina di più, consuma di più, costa di più ed ha come pregio di essere meno rumorosa di una quantità impercettibile.
O forse qualcuno vorrà spiegarmi cortesemente il perché, visto che dalla scienza dei numeri non lo capisco.
Beninteso: non ho favoritismi o acidità verso nessuna delle due case automobilistiche, ho solo letto dei numeri. Anzi, potrei avere più antipatia proprio per il gruppo Ford/GM, visto come hanno condizionato il mondo -- vi siete mai chiesti come mai in un paese grande come gli USA ci siano enormemente meno treni che bus?

Torno a raccontare di Firenze, per non perdere un'abitudine.
La città risulta tragicamente nelle ultime posizioni della classifica italiana sulla respirabilità dell'aria -- lo leggo oggi da un quotidiano.
Per non dire poi che l'azienda dei trasporti pubblici (leggi autobus) è vicina alla bancarotta, con una perdita di 27mila euro al giorno.
Cos'è che porta un 4% dei cittadini a lasciare nell'ultimo anno l'autobus per l'auto privata?

La domanda me la pongo da profano, non essendo né un guru dell'ecologia, né un esperto di trasporti.
Tristemente, pare che neppure quelle due categorie di persone se la pongano.
La proposta di Legambiente è penalizzare il traffico delle auto private. Non so come lo leggiate voi, ma io lo traduco come "tasse" e "imposte".
E come vorrei sbagliare, ma faccio un'ipotesi: e se nessuno migliora i trasporti (oppure fa solo un'operazione di facciata) e la gente non si disabitua dall'uso dell'auto propria (per il traffico cittadino) che succede?
Fatemi indovinare: il Comune recupera i soldi che lo stato non gli sovvenziona più? Bingo.
Non sarei sorpreso se Legambiente litigasse ogni mattina con l'assessore al traffico, per poi cenarci insieme a salumi e formaggi alla sera.
Ma i sostenitori dell'uno o dell'altro, che ne pensano? E i cittadini?

venerdì, novembre 18, 2005

Free as in freedom

Con queste parole esordisce un motto di Richard M. Stallman, acclamato sostenitore del software libero, come lo definiscono lui e i suoi proseliti.
Per chi abbia mai letto le licenze che applica a quel che definisce libero, o peggio letto interviste fatte a lui di persona, non può apparire molto diverso da tanti altri predicatori televisivi americani.
Sì, quelli che ti dicono di essere libero grazie a qualche dio, che quindi devi adorare in ringraziamento, per averti reso libero -- di essere suo schiavo.

Così si sviluppa la licenza di usare il software libero.
Sì, libero, ma solo di fare quello che c'è scritto. Pare un rigurgito nel ventunesimo secolo degli hippies anni '60, liberi di essere schiavi degli allucinogeni.

Prima dimostrazione dell'incongruenza: la licenza GPL, di cui tanti si vantano sostenitori, ha dovuto in primis permettere l'esistenza di una licenza LGPL. Insomma la prima viene decretata per "software libero", ma sfortunatamente è solo una proposizione fittizia.
Quella che definirei più propriamente demagogia.
In fondo la gente non ha bisogno di libertà, ha bisogno di sentirsi dire che è libera. Questo ripaga più del peso di qualsiasi libertà.

Non avrai altro licenza oltre me stessa, questo propone, senza mezzi termini, la GPL.
Ricalca fedelmente l'arroganza religiosa di una nota divinità, osannata qui in Italia, ma mai idolatrata quanto nel paese dell'estremismo religioso. Che non a caso genera fenomenologie non assoggettabili ad esegesi, quale il software di Stallman.
O quello di Larry Wall, altro apostata del software, che descrive il suo software (ormai d'uso mondiale) in dei manualetti che nominano i capitoli come scritti biblici.
Dietro al nuovo, c'è molto vecchio. Pare la storia infinita di una nazione nata nel terrore e nell'odio, da esuli eretici, che per consolidare la propria posizione di prediletti da dio hanno prima sterminato gli indigeni, e poi alzato il dito al cielo. "Lui, con noi".

Pare un salto grande, un'iperbole inutile. Ma basta fermarsi a vedere quali sono le "ragioni" che adduce alle proprie scelte.
Le rappresentazioni iconoclaste del software commerciale, appaiate alle santificazioni dei nuovi profeti. Piccoli personaggi come Linus Torvalds, democraticamente eletto dittatore benevolo del mondo nuovo.
Senza che siano diversi dal classico William Gates, se si tralasciano i soldi. Certo i soldi sono tanti, ma del resto c'è sempre chi vuole raccontarci che siano insignificanti.
Così, ironicamente, i due personaggi non sono troppo dissimili. Dittatori di due mondi diversi, visionari completamente sconnessi dal mondo reale -- basta leggersi una qualsiasi intervista a Gates di qualche anno fa, oppure le direttive di Torvalds su come si scrive il software, dove bolla come "eretici" coloro che non seguono il suo metodo.

False as in freedom. Mi sembra più adeguato.

Perché non adottare una licenza come quella BSD, per il software libero?
Forse perché la libertà sarebbe stata vera. E come in ogni epoca, la libertà deve essere concessa solo come speranza, oppure come promessa. Basta vedere quel che è successo di tutti i paesi dichiaratisi socialisti o comunisti: perlomeno le nazioni di stampo fascista hanno sempre mantenuto i loro principi in modo coerente, basandosi su repressione e violenza, puntualmente attuate.

Una delle fortune di essere ateo è di non doversi schierare né con dio né col diavolo.
E distinguerli, nel mondo del software, è sempre un sottile filosofeggiare, come in ogni religione che si dica tale.

giovedì, novembre 17, 2005

Libera chiesa in misero stato

Non mi sorprende l'interpretazione in sede di applicazione del nuovo decreto sulla riforma scolastica.
Del resto era un'altra notizia recente che fossero stati assunti 15mila insegnanti di religione dal ministero della pubblica istruzione, col solito metodo incongruo, per cui vengono assunti (seppure non potrebbero esserlo) e poi siccome non potevano esserlo non sono più licenziabili (e quindi gli unici insegnanti assunti solo come non-precari).

La scuola italiana riprende quindi il suo corso più rigidamente catechizzato, con la religione fra le materie obbligatorie.
La geografia invece viene abolita ufficialmente in molti licei.
L'ingresso alle università diviene infine libero solo a chi ha frequentato licei classici (neppure i licei scientifici si salvano).

Pare che il prototipo dell'universitario del futuro venga costruito con la sicurezza degli insegnamenti a cui dovrà essere educato, religione cattolica (perché a quanto mi risulta rimane l'unico insegnamento religioso, in pratica), con meno conoscenze possibile sul resto del mondo, d'istruzione classica (evitando qualsiasi riferimento al mondo moderno?).

Come dicevo dall'inizio, non mi sorprende questa restaurazione, così come non sorprenderebbe il reinstaurarsi dei tribunali dell'inquisizione -- e le nuove modifiche alla Costituzione sembrano appunto indirizzarsi in questo senso.
Del resto, in un paese democratico, dove il popolo non partecipa, mi appare naturale il ritorno all'oligarchia.
Come dire: se gl'italiani non pensano, se sono esserini completamente insignificanti, è un peccato, ma tant'è.

Mi chiedo piuttosto un'altra cosa.
Supponiamo che alle prossime elezioni il paese cambi rotta. Molti lo danno per scontato, visti i disagi in cui versa la nazione, ma io non ne sono così convinto: il livello di anestesia è tale per cui la gente si sveglia a malapena con le bombe.
Dicevo, supponiamo che la corrente opposizione diventi predominante nel paese.
Siamo così sicuri che cambieranno quel che di peggio è stato fatto negli ultimi anni?
Ne avranno capacità e desiderio?
Annotatevi bene quello che succede di disastroso nel paese, vediamo come va con la prossima legislatura, il percorso è sicuramente lungo -- un altro motivo per cui non cambiare quello che fa fare fatica ed ormai è già obliato.

martedì, novembre 15, 2005

Potenza di una pillola

Con l'adozione della pillola abortiva Ru486 in sempre più regioni d'Italia, s'è scatenata la (vecchia) polemica sul significato dell'aborto ed altri fatti collaterali.
Politici e religiosi, contrari alla scelta sull'aborto, partono periodicamente all'attacco di questo diritto, sancito con tanto di referendum popolare.
Non si capisce mai bene se sperano in una dimenticanza di questo significato: del fatto che la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza è stata scelta dalla maggioranza della popolazione, con un singolo e chiaro quesito.

L'intervento che mi ha fatto sorridere, letto nel virgolettato di un quotidiano, è quello di un cardinale, che sembra aver detto "non possiamo pensare di buttare via la vita umana con una pasticca".
Il sorriso mi viene sempre spontaneo, quando l'ipocrisia cade nel ridicolo.
Forse pensava che servisse almeno una pallottola. Magari consacrata dal sempre più abusato "Dio è con noi".
Che nessuno gli tolga la possibilità di esprimere un'opinione. Ma perché questo signore, come altri suoi confratelli, non leva mai la voce così forte per condannare chi invece si fa scudo della sua fede per scatenare guerre?
Se proprio non può farlo per tutte le guerre, che nel mondo son tante, potrebbe almeno farlo quando sono perpetrate in modo recidivo.
Per una guerra invece si legge al massimo "disapprovazione" e "sdegno", con un paio di parole la polemica si acquieta.
Perché le guerre sono sempre in mano ai poteri forti, meglio non competere con loro.

Quello che questo signore invece sa bene, è che il suo carisma è legato ad alcune ritualità, erose dai tempi moderni.
La rivoluzione sessuale, descritta e attuata negli anni '60 e '70, ha ad esempio consumato l'immagine della famiglia dentro i rigidi schemi cattolici. E' ormai immagine di cartolina sbiadita, quella della procreazione sotto lo stretto controllo della chiesa.

Di tutti i misteri, un paio sono sempre stati il piatto forte di tutte le religioni: quello della vita e quello della morte.
Dare la vita, senza prima chiedere l'intercessione divina, fa crollare un pilastro del potere ecumenico. Figurarsi il darla e toglierla prima ancora che questa esista.
Come dire: stavolta la scienza ha fornito un pretesto alla religione. Se la cultura scientifica fosse rimasta come se l'immaginava chi ha scritto i precetti cristiani, non avrebbero neppure saputo come nasce una vita. Ora che lo sanno cercano di mettere la bandierina di possesso.

D'altra parte, è stato ben chiaro fin dall'antichità che togliere la vita è assai più rapido, per cui la posizione di vantaggio era di regolare il come.
Meglio avere un assassino come alleato, che come nemico. Almeno può togliere la vita con l'unica concessione in regola, quella che viene da chi si occupa di vita e di morte.
E in fondo, i morti passano, ma la brutta figura di non avere più potere sulla vita o sulla morte rimane: meglio evitarsela.

Potere in pillole: che brutto rischio, se per decidere di non dare alla luce una vita non serve più un rappresentante del potere, quel potere che finora ha influenzato sempre l'idea di vita e di morte.

Ma saltiamo ad un altro argomento.
Nelle parole dei porporati non c'è alcun interesse per la donna che abortisce. Non ha alcuna importanza religiosa o politica (se ancora ci fosse differenza) la scelta più o meno difficile di questa donna.
Il terrore è una società che possa rendersi conto di non aver bisogno di loro.
E per il potere, per non perderlo, si fa del tutto. Forse la frase, pensata e non detta, era un po' diversa: "Non possiamo pensare di buttare via un potere secolare per una pasticca!".

domenica, novembre 13, 2005

Selezione naturale

Leggendo del tragico epilogo di una corsa clandestina, con un giovane morto ed uno gravemente ferito, mi viene conforto dal vedere che ogni tanto funziona ancora la selezione naturale.
Sfortunatamente non capita così spesso, abbiamo sviluppato troppi antidoti alla vita, che passano dalle droghe, agli antidepressivi o perfino giù fino ai banali antidolorifici.
Ovvio che io mi riferisca agli abusi: l'antidolorifico saltuario, per chi ha un malessere realmente fisico, assume un significato diverso rispetto a chi cerca di confortare un disagio psichico. Che sicuramente può essere curato a sua volta, ma sotto l'occhio di un buon medico o terapeuta.

L'unica cura che potrebbe curare senza danni nel "fai da te" è forse l'omeopatia, che non curando niente a livello fisico, si può interpretare come un costoso placebo: se funziona tanto meglio, se non funziona è già ben conosciuto il perché.
Non si libera però del tutto dalla pericolosità dei farmaci, perché così come scientificamente non cura alcunché a livello fisico, potrebbe però indurre psicosi da farmaco -- penso ad un paziente che si convinca non solo di essere curato, ma di diventarne dipendente.

Gli stupefacenti hanno invece effetti di ogni sorta, tranne quello di rimuovere la spinta prima che porta ad assumerli.
Magari vengono presi per ansia, depressione, miste a una serie di scompensi in ambito sociale (voglia di estraniarsi, così come desiderii di essere accettati in un gruppo o da singole persone).
Finiscono poi per avere effetti collaterali forti e meno controllati, rispetto ad un farmaco. Dipendenza, assuefazione, sono i primi a cui si pensa. Poi seguono quelli della tossicità degli agenti primari, seguita da quella non indifferente di agenti secondari, dovuti alla rozzezza della lavorazione che li produce.
Non sorprende che chi ne fa uso cerchi poi di giustificare la propria scelta. La prima motivazione è forse fra il "volersi assicurare divertimento" e il "ribellarsi al sistema (che li vieta)".

Il divertimento ad ogni costo è la misura di quanta percezione sia stata persa, nel tempo.
Si assottiglia sempre più la quantità di persone capace di gustare il proprio vivere, come una giornata di sole, un buon cibo, o anche una buona lettura.
Ormai nel distacco dalle sensazioni ogni cosa dev'essere estrema, per fornire un piacere minimo. La giornata di sole deve diventare al minimo un'abbronzatura ustionante. Il buon cibo deve essere un'indigestione. La buona lettura sparisce, in quanto il suo eccesso non riesce più a stimolare.

La ribellione al sistema diventa essa stessa un nuovo sistema, che non oppone cambiamenti costruttivi. Anzi, non cambia proprio niente. Diventando troppo spesso solo l'esternazione di un disagio, con manifesta incapacità di offrire cambiamenti utili.
Fortuna che qualche volta (seppure poche volte, rispetto a cosa combinerebbe la natura con altre specie animali) c'è la selezione naturale.
Ma forse sono completamente sulla strada sbagliata: quello che la specie umana riesce a fare è anche di rendere desiderabili d'imitazione i gesti più stupidi.

Splendori e miserie

Fra i vari manifesti pubblicitari, sparsi per le città, mi sono ritrovato a pensare ad una frase, apparsa come slogan. Una proposizione che propone un partito politico, come entità di grande rilevanza, per quello che viene definito "un grande paese" (l'Italia, nello specifico del messaggio).

In verità non mi ha colpito per l'origine del messaggio, né per il vago richiamo ad un "credere obbedire combattere" di nuova concezione -- già il primo verbo sarebbe scomodo, oggigiorno.

Pensavo piuttosto alla concezione di "grande paese", e a cosa possa veramente riferirsi, nei fatti.
Certo non alla geografia. Anche se la recente riforma scolastica ha confermato che non si debba più insegnare in molti licei, non credo che sia un'affermazione fondata sulla superficie in chilometri quadrati.
Sicuramente aiuta, con maggiore ignoranza sul resto mondo sarà sempre più facile convincere gl'italiani di essere in una grande nazione.
Visto che la geografia tratta anche temi come l'economia, lo sviluppo industriale, la qualità della vita, è ovvio che nascondere questi temi, in Italia, faccia fare una miglior figura.

Un dato di fatto mi sembra pervenire dall'aver avuto grandi donne e uomini, nella storia della nazione. Dal punto di vista artistico, letterario, scientifico, e perché no, magari anche politico.
Sicuramente è successo, nei tempi passati, se non nei tempi antichi.
Ma di tutta quella cultura di un tempo, che ha fatto diventare ciò che erano Da Vinci, Brunelleschi, Alighieri, Petrarca, e tanti altri, di quelle capacità cos'è rimasto oggi?
Non mi pare sia rimasto granché. O meglio, chiunque faccia appello a quella cultura antica per parlare di un grande paese (per pura demagogia) è invero meschino. Cerca di appianare il nulla culturale a cui si è pervenuti, citando una fantomatica, quanto falsa, grande nazione.

Cosa dite? Che in Italia in fondo c'è ancora chi fa cultura?
Vero, verissimo. E magari sono in tanti. Solo che in perfetta antitesi con i tempi antichi, in cui un artista veniva foraggiato da uomini potenti, che speravano nell'immagine riflessa, oggi va esattamente al contrario.
La cultura viene in primis censurata, cancellata, ostacolata. Ne sono una dimostrazione lampante la recente riforma scolastica, o la riduzione delle sovvenzioni statali a cultura e spettacolo.

Appare quindi evidente che quel grande paese citato non è neppure nella cultura.
Ma allora, cosa rimane?

La grandezza di cui parla quella frase in realtà non esiste. Ma non perché non possa esistere: non esiste perché non deve esistere.
Se esistesse poi sarebbe necessario sostenere i suoi alti e bassi. Spiegarla alla gente, giustificarla. Troppo daffare, per chi si occupa solo di politica, ed ha ben capito che ruota tutto solo intorno alla pastorizia. Il cittadino? E' parte di un gregge da accudire, instradare, mungere e tosare. Basta.
Non gli si dica poi che l'unica cosa grande che ha è il gregge in cui si trova.

venerdì, novembre 11, 2005

Come s'illumina il nostro mondo

Un cambiamento a cui penso spesso, che deve aver sconvolto non solo le culture, ma anche la nostra biologia, è la luce elettrica.
Più si va indietro nel tempo, più i nostri antenati erano legati a ritmi di vita estremamente ridotti in inverno (perlomeno ad una certa distanza dall'equatore). Svanita la luce solare c'era ben poco da fare per l'uomo della pietra.
Anche i vari metodi per illuminare, partendo dal fuoco, non erano poi di grande efficienza. Consumare olio, cera o altri combustibili naturali, era magari anche poco economico, se proprio non c'era un motivo specifico per far luce.

Adesso invece abbiamo la comodità di un bene invisibile come l'elettricità, che materializziamo premendo un interruttore, senza neppure pensare più a tutto quello che c'è dietro la sua produzione.
E' assodato che esista, che sia lì.

Forse non ha cambiato tantissimo il mondo neppure l'illuminazione a gas, di alcune grandi città, nei secoli scorsi.
Sì, magari ha migliorato lo stile di vita delle città, ma non credo che sia entrato così tanto nelle case, nelle fabbriche, negli uffici.

E sia la luce: il nostro ritmo circadiano è diventato improvvisamente inadeguato. Ci siamo accorti che si poteva lavorare in piena notte, meglio che nell'ottocento.
La quantità di luce di una notte, grazie all'elettricità, diventa in qualche luogo anche più generosa che di giorno, in un grigio inverno.
Ma che è successo dell'umanità strapazzata da questo nuovo e facile modo di non avere più la notte?

Frasi d'effetto

Giorni fa dissertavo sul termine democrazia ed oggi, visitando un sito web che non posso citare (perché cambia continuamente la pagina principale), ho trovato questa perla
La democrazia è un mezzo che assicura di non essere governati meglio di quanto meritiamo - G. B. Shaw
Condensa benissimo, no?

lunedì, novembre 07, 2005

Quanto costa educare

Sul numero 920 de Il Venerdì, la rivista allegata settimanalmente al quotidiano La Repubblica, ho trovato un articoletto perlopiù fotografico, sui gesti poco consoni da parte di personaggi politici.
Soprattutto corna, con indice e mignolo alzati, scaramantiche o denigratorie -- non riesco a vederle scherzose, da parte di chi dovrebbe mantenere un certo decoro, come figura istituzionale.

L'immagine a mio parere più indecorosa, fra quelle ritratte, è della deputata Daniela Santanché, che alle manifestazioni di studenti e ricercatori universitari, davanti a Montecitorio, ha risposto con un sorriso beffardo e il dito medio alzato.

Va riconosciuto che non tutti si possono permettere, culturalmente, di comunicare con gestualità meno rozza.
Cerco sempre di avere molta comprensione per chi è stato limitato dalle possibilità educative, da un ambiente che non forniva possibilità di crescita. Per quanto alcune persone ci si presentino in modo offensivo, si deve sempre cercare di comprendere quali sono i loro limiti.
E se non c'è compassione, perlomeno non ti curar di loro ma guarda e passa.

Ora la faccenda è decisamente diversa per chi copre cariche pubbliche, chi rappresenta qualcosa di più della propria ignoranza.
Chissà, forse gli elettori della signora Santanchè amano quel tipo d'interazione, e lei s'è sentita amichevolmente vicina alla folla, suggerendo come potevano usare quel dito. Oppure voleva dirci che quando lei sente il bisogno di protestare usa quello, come ansiolitico.
Spero soprattutto che la fotografia non sia sfuggita alla maggioranza dei suoi elettori, gli altri si sa, potrebbero semplicemente strumentalizzarla. Suppongo che possa dare interessanti spunti di riflessione, a chi l'ha proposta per la carica che ricopre.

Ho pensato anche ai paesi stranieri in cui un politico non si sognerebbe mai di sbilanciarsi in cotanta arroganza. Non solo paesi politicamente più civili, ma anche quelli repressivi, sotto aspetti fisici o morali, penso ad un paio di nazioni controllate dall'estremismo religioso, come l'Iran o gli USA.

domenica, novembre 06, 2005

Viabilità cittadina

Visto che avevo espresso un'opinione, non sia mai che mi perda l'occasione di dirne un'altra, pure conflittuale con la prima -- è la fortuna di non scrivere per nessuna testata nazionale.

Se i SUV sono ingombranti, i fuoristrada d'aspetto pericoloso in città, viene da chiedersi per cosa li usino, i loro proprietari.
Ma è ovvio: per affrontare i percorsi più accidentati, sconnessi, pericolosi sotto la pioggia e la neve. In poche parole per il centro cittadino.
Perché nelle città di antiche origini sono ancora presenti pavimentazioni medievali, vuoi per lasciare il fascino di un tempo, vuoi per tagliare le spese sulla manutenzione stradale.
Fate un giro per Firenze, in una serata buia e piovosa magari, dove una selva di cartelli stradali rende il percorso ancor più emozionante del fuoristrada -- non mi sorprendo più di pannelli integrativi che arrivano quasi fino a terra, comunicando in fasi successive che: il traffico è vietato / permesso dalle 19,30 alle 7,30 / solo per gli automezzi con massa a vuoto X / solo se non è una domenica dispari di un mese pari con congiunzione astrale sfavorevole ai tassisti ma solo se non coincide con il mercatino dell'antiquariato ...

Altro che SUV, viene da chiedersi se non comprare un carro armato. Non lo fa nessuno solo perché ci vuol coraggio -- nel saper precorrere i tempi.

Il requisito per il giornalismo

Devo spesso constatare che la professione giornalistica crea spazi d'opinione dove non c'è materia prima, ovvero capacità d'opinione.
Capita ad esempio questo articolo, in relazione all'uso dei pannelli solari, come energia alternativa.
Il titolo riporta "Meno sole c'è più si sfrutta. Paradosso italiano sulle rinnovabili", che non può far pensare di essere derisi dal cretino di turno, che riporta bovinamente un comunicato fornitogli come biada da Legambiente.

Ci racconta che Bolzano e Trento sono all'avanguardia per l'energia solare. Non approfondirà poi sul come e quanto influiscano i contributi provinciali e regionali, per chi s'appresta a questa scelta.
Non ci illumina sul rendimento ridicolo dell'energia solare (anche a latitudini più basse), per cui si può impegnare nel solare solo il Beppe Grillo di turno, col suo cospicuo conto in banca, oppure chi è veramente sicuro di essere aiutato economicamente. Perché la storiella dell'energia solare che puoi rivendere anche all'ENEL è bella, ma i numeri reali sono più difficili da gestire, a sud di Trento.
Giusto gli edifici pubblici possono mettere in mostra applicazioni del genere, visto che se anche non dovessero funzionare c'è garanzia di qualcuno che paga -- probabilmente l'impianto solare, in un appalto pubblico, incide meno della metà delle bustarelle, per cui è accettabile.

Non vi sentite un po' presi in giro dai falsi ambientalismi?
Come le "domeniche ecologiche", in cui si bandisce il traffico da un centro cittadino. Così che gli abitanti del centro possano circolare per una giornata in bici, rilasciando entusiastiche interviste ai media.
Mentre nel frattempo, intorno alla suddetta città, si crea un anello di traffico con livelli d'inquinamento doppi del solito, a causa del blocco.
E non solo. L'amministrazione cittadina si compiace in diretta televisiva dell'aria della propria città -- e ancor più delle proprie casse, in cui piovono soldi governativi, ormai alle strette.
Tutto è idilliaco, lasciando fuori le cose brutte, come le opinioni di qualche esperto, che sa bene come la chiusura del traffico per un giorno o due non cambi assolutamente niente a livello ambientale.
Ma è l'immagine dei nuovi ambientalisti, creare questi finti teatrini per raccogliere consensi, in uno slancio demagogico degno di un proclama di mr. B, quel signore americano che non saprebbe ammettere che il suo paese inquini. Neppure dopo un alfabeto intero di uragani che lo devasta -- visto che annualmente vengono denominati con un'iniziale dall'alfabeto latino, e nel 2005 per la prima volta nella storia son dovuti ricorrere alle lettere dell'alfabeto greco.
Speriamo che il pianeta cambi rotta, fuori dalle bocche piene di parole dei politici dell'ambiente. Prima di arrivare a mr. Z: perché per i dati oggettivi, per la salute globale, non c'è un alfabeto greco a cui ricorrere.

Consigli musicali domenicali

Sto ascoltando il nuovo album di Kate Bush, Aerial, e finora mi pare un ottimo acquisto (è un doppio album).
Kate riesce a mettere in poesia ogni cosa, ed in musica ogni poesia, come in PI dedicata nientemeno che al numero pi-greco, oppure in Mrs. Bartolozzi, che trasmuta in liriche le pulizie di casa, per finire a osservare la lavatrice che fa girare le camicie, come una finestra sui ricordi.
Atmosfera sognante, la voce di Kate risuona angelica, mentre la sua musica esplora ritmi diversi.
Ogni canzone da ascoltarsi col suo testo e le foto del libretto davanti, parte integrante del processo creativo di Kate, artista sonora, canora, visuale.

Dedicato a chi, ascoltando la canzone A Coral Room, alle parole finali "What do you feel?" ha una risposta da dare. Anche senza parole.

venerdì, novembre 04, 2005

Viabilità straordinaria

In un intervento televisivo ho sentito che grandi città come Roma e Milano stanno pensando di dotarsi di restrizione al traffico per i SUV, gli sport utility vehicle che tanto vanno di moda ultimamente.
Quello che mi ha fatto sorridere non è il provvedimento, che sicuramente ha dei suoi perché, ma il paragone di "restrizioni al traffico come a Firenze, dove in certi orari i SUV non possono transitare".

Giro per Firenze da molti anni, sia in auto, come a piedi e con i mezzi pubblici, almeno un paio di giorni alla settimana, per cui ho una conoscenza minima della città, anche se non vi abito.
L'intervento che destò tanto clamore in realtà era ben diverso dai toni televisivi con cui è stato raccontato.
Anzitutto si applica ai permessi per la zona a traffico limitato, quindi al centro cittadino, limitatamente a chi vi abita -- immagino che non vengano regalati facilmente permessi ad altri.
Da una certa data non sarebbero più stato rinnovati i permessi quindi, fra chi ha possibilità di accesso diurno alla ZTL.
Non vedo così tragico un invito del tipo "se hai un veicolo dal costo di 50 o 60mila euro, che neppure riesce a curvare per le strette vie del centro, senza portarsi dietro pietrisco e arredi urbani, sarebbe il caso ti dotassi di una city car".

Non ho invece mai sentito lamentele per altre norme decisamente più inique -- potrebbe in fondo essere per mia ignoranza.
Un esempio lampante è la zona a traffico limitato, notturna, in estate. O meglio le modalità con cui si applica.
Nella trascorsa estate 2005 la situazione, a mio parere, è caduta dal ridicolo al paradossale.
Anzitutto la zona è stata estesa come area: in alcune aree della città include adesso gli accessi a tutti i parcheggi limitrofi, impedendo quindi di poter entrare per parcheggiare l'automobile.
Se pensate che siano stati potenziati i mezzi pubblici, beh, state peccando d'ingenuità.
La zona è stata estesa pure nella notte, per cui si estende ormai oltre due-tre ore dalla fine delle corse degli autobus.
Ma in fondo, chi vuole andare in giro per Firenze, in estate, non può che essere un nuovo ricco: prenderà un taxi, no? Anche qui c'è una piccola sorpresa, che racconto con un aneddoto.

In una calda nottata d'agosto mi trovo in un bar del centro. E' circa l'una e mezza di notte, e noto una coppia di turisti anglofoni che sta cercando disperatamente di avere un taxi, facendo telefonare dalla cameriera del bar da mezz'ora: non ci sono taxi.
Vorrei quasi dir loro che li accompagno io, ma ricontrollo l'orologio: la mia auto è parcheggiata fuori dalla ZTL, fin dopo le due non posso entrare neppure io.
Li guardo sconsolati avviarsi a piedi, magari devono andare dall'altro lato del centro, attraversando qualche quartiere che durante la notte si riscalda per le polverine che passano sotto al naso, e le coltellate fugaci.
E' una calda nottata d'agosto, ed il provvedimento di blocco notturno del traffico riesce a bloccare solo i pochi turisti che cercano di godere della città, perché tutti gli altri abitanti sono al mare.
E' una calda notte d'agosto, e la città è deserta, fatti salvi gl'immigrati poveri e gli spacciatori.
Ah e non dimentichiamo i vigili urbani, con facce tristissime pure loro, a guardia del traffico inesistente.

Sembra essere un inevitabile destino di ogni città d'arte italiana, rendere ogni cosa difficile per chi la vuol visitare.

Ah, e i taxi? Non c'erano perché sono la lobby più potente della città, decidono in quanti lavorare e quando, perché tanto la richiesta rimane alta anche se non lavorano.
Basta contare che una licenza da tassista costa poche decine di euro, di soldi puliti. Ma il Comune ha bloccato il rilascio di nuove licenze, così per averne una si può solo comprare in nero, a cifre che anni fa erano superiori al costo di un appartamento di 4 vani.
Lo sanno tutti, certi annunci si vedevano pure sui settimanali di annunci economici.

Due o tre anni fa, non ricordo esattamente, un imprenditore aveva anche iniziato ad organizzare un'attività di ciclo-risciò.
Fece tutto quello che si doveva, richiese i permessi, assunse personale. Il Comune negò il permesso all'attività: che avrebbe detto altrimenti la potente corporazione dei conducenti di taxi?
Si arrivò addirittura a dire che una persona che pedala, per altre che siedono dietro, dà un senso di "schiavismo". Anche se la persona che pedala ha scelto il proprio lavoro, ne è felice, ed è ben retribuita. Pure se i passeggeri pagano.
Ed è stato quest'anno che ho letto un articolo sul successo dei ciclo-risciò nelle grandi capitali d'Europa, come mezzo ecologico.

Firenze non è una città enorme, però racchiude un'enormità di tesori d'arte e cultura.
Direi pure che la quantità di tesori è spropositata, rispetto alle capacità percettive della sua popolazione, che ormai crede di aver ereditato qualcosa del Brunelleschi, o di Giotto, per il solo fatto di vivere a Firenze.
Basta vedere quel che viene combinato col traffico, per capire che qualcuno crede davvero d'acquisire cultura per osmosi, vista la grettezza.
Buon per l'Alighieri, che è stato cacciato ed è morto, prima di vedere un peggior scempio di quelli descritti nell'inferno della sua commedia.

Non ci si può pentire della politica

Fare politica è una cosa a cui nessuno di noi può sottrarsi, fin dal mattino quando sceglie con cosa fare colazione o che abiti indossare -- non tanto per il gesto in sé, di tipo privato, ma per le implicazioni sociali che ne seguono, come la preferenza di un marchio o l'immagine che si propone di sé agli altri.
E' evidente che ci sono obbiettivi molto diversi, nel praticare tipi diversi di politica.

Di tanto in tanto sento (o leggo) di un politico italiano, dei tempi recenti, richiamato per nuove polemiche, nonostante sia morto da alcuni anni.
Quello che ricollego sempre è un aneddoto, indimenticabile, avvenuto mentre quest'uomo era sempre in vita.
Era il periodo fra il 1997-98, nei telegiornali appariva spesso l'immagine di Bettino Craxi in Tunisia. In particolare ricordo un giorno, in viaggio di lavoro, a pranzo con dei colleghi, in una trattoria molto popolare, che teneva il televisore acceso sulle ultime notizie.
Alle parole dei cronisti su Craxi, uno dei colleghi, un ex-militare, con altissimo senso dello stato e rigore morale, fece un commento che mi sorprese, per la chiarezza.
Disse più o meno "Io non capisco perché sia necessario parlarne tanto, ha avuto un processo, è stato giudicato colpevole, ha ammesso di essere colpevole: che torni in Italia, sconti la sua pena, se è malato la sconterà in un ospedale".
Un discorso senza una piega. Non so se fu per quello che gli altri commensali non replicarono neppure, o se erano rimasti colpiti come me dalla sintesi.

Le tesi di chi richiama quel personaggio dall'oltretomba sono solitamente a carico di un paio di fattori. Da un lato quello umano, il tentativo di appellarsi alla malattia del condannato -- che di per sé non cambia il giudizio appunto.
Dall'altro quello sul modo tutto italiano di fare politica, la scusante che tutti i politici sono in qualche misura dei lestofanti, e Craxi in questo aveva anche confessato di esserlo -- che in un'utopica società civile si chiama onestà, dovrebbe essere usata da tutti, e in ultima battuta può permettere di confessare una precedente disonestà, per accettarne i carichi.
Quel che di certo è inaccettabile, offensivo per tutti gl'italiani, è che quell'uomo, come presidente del Consiglio, aveva anche giurato fedeltà ad un ordinamento che poi ha violato e cercato di ridicolizzare.

Il simbolo proposto dai suoi sostenitori, quello della vittima con di fronte dei carnefici, è palesemente ridicolo.
Non viene più proposto con convinzione neppure nel populismo giornalistico sui ladri di galline, visti in chiave di "poveri in cerca di sostegno vitale per la propria famiglia". Non è più credibile probabilmente perché ormai la maggior parte della nazione è composta da poveri.

Una distinzione interessante è che sembra essere richiamato come esempio da tutti quelli che con lui han fatto affari sporchi.
Come se stessero cercando di rivalutare l'immagine del proprio passato, trasformandosi da complici (o artefici) della truffa in paladini dell'onestà ultima. Una sorta di assoluzione da tutti i peccati, per la quale non si rivolgono neppure ad un'entità suprema, perché non ne riconoscono alcuna, sopra se stessi.
Eppure neanche questo mi sembra il finale.

Quando si parla di organizzazioni criminali, a larga copertura e impatto su ogni aspetto della società, non si possono dimenticare i fenomeni mafiosi.
Come in ogni organizzazione criminale duratura nel tempo, si creano dei legami fra i suoi componenti, a suo modo un'etica dell'appartenere all'organizzazione stessa. Chi rompe le regole ovviamente viene non solo deprecato, ma condannato fisicamente.
I "pentiti" di mafia, o di altre grandi organizzazioni criminali, finiscono certamente per inimicarsi chi era con loro nel passato, con diretto rischio della propria vita e dei familiari. Insomma, qualunque siano le ragioni, onesti alla fine oppure no, rimane il fatto che da condannati scelgono anche il rischio della vita.

Com'è che la classe politica, di cui tutti riconoscono l'inclinazione alla disonestà (fosse anche solo per le truffe in denaro), non si pente?
Insomma, Craxi è stato l'unico grande pentito di quel meccanismo?
Questo sembra riconoscere alla politica, in quei casi, la capacità di essere più prevaricante, più forte dei criminali che si macchiano di ammazzamenti.
Chissà se un Craxi ancora in vita, potenziale denunciatore di tutti quelli che con lui hanno avuto le mani in pasta, sarebbe stato idolatrato tanto. Probabilmente quelli a cui fa veramente comodo da morto sono proprio loro, i suoi vecchi compagni di merende.

martedì, novembre 01, 2005

Globale

Per quanto io stesso abbia tendenze estremiste (non necessariamente cattive, semplicemente estremiste) sono decisamente contrario agli estremismi.
Quando mi dico estremista intendo anche in quelle espressioni che magari estremizzano il babbo natale che c'è in noi, o anche l'ottimista.
Ogni espressione estrema, secondo il mio pensare, ha un potenziale pericoloso. Chi valuta la pericolosità e chi ne soffre, possono poi essere persone diverse.
S'immagini ad esempio un Buddha che predica felicità, decine milioni di persone che ci credono e la realizzano, con il pericolo di crollo di tutti i governi coinvolti. Migliaia di politici che non riescono più ad essere falsi e credibili allo stesso tempo. Se sono stati tolti di mezzo Martin Luther King e Gandhi, figuriamoci chi ottenesse di più.

Il primo punto, di qualsiasi cambiamento, è la gradualità.
Nella gradualità si vedono accettate anche cose ignobili, non solo quelle nobili, ma del resto le rivoluzioni hanno solo portato impulsi di cambiamento: non mi risulta che nessuna rivoluzione abba portato, da sola, un cambiamento sostenuto nel tempo.
C'è un tempo per la gradualità.
Perché ne abbiamo bisogno, per umanizzare il cambiamento, per comprenderlo.

Sono finito lontanissimo dal titolo, ma cerco di riprenderlo.

La globalizzazione è un cambiamento buono o cattivo?
Ora qui sorgono alcune considerazioni linguistiche, semiotiche, che già da sole mi sembrano enormi.
Nel termine, leggo dal Garzanti che si tratta di un fenomeno d'interdipendenza economica a livello globale. Da Wikipedia apprendo che sembra essere nato tutto negli anni '70, nel senso poi accettato come "distruttivo", del termine.

Le nazioni colonialiste di tre o quattrocento anni fa (ma anche di più), non dipendevano già da alcuni beni, ottenuti come sfruttamento delle loro colonie?
Mi sembra che ci si soffermi solo su quello che la nostra memoria storica riesce a percepire, ovvero tornando indietro al massimo di una quarantina d'anni.
Come se l'Europa, avesse scoperto solo dal 1970 che caffè e tabacco provenivano da paesi poveri.

I due estremismi che vedo in guerra, sono invece ben più recenti.
Da un lato quello delle multinazionali, forma moderna ed accresciuta delle compagnie coloniali.
Dall'altro quello dei no-global, una forma riveduta e corretta di hippies armati.
Messa in questi termini è evidente che non ci sarà mai una vittoria definitiva contro lo sfruttamento dei paesi poveri, visto che chi rappresenta le loro difese nei paesi ricchi si presenta come disadattato, inviso al sistema e allo stato sociale imperante -- non ha nessuna importanza l'equità dello stato sociale, la sua giustizia o altro, sono fenomeni puramente collaterali.

Fra due estremismi, in guerra, continua sempre a vincere quello con le armi più forti, con gli amici più potenti -- penso ad esempio ai casi di guerra letterale, come fra israeliani e palestinesi.
Per il potente di turno, i no-qualcosa, gli anti-qualcosaltro possono anche essere un'ottima arma di propaganda.
E' così facile affermare che "loro usano la violenza".
Soggetti come Jose Bové sono ottime armi in mano ai detentori del potere economico, il perfetto esempio di "come sono cattivi i nostri nemici". Così un contadino idiota, diventa rappresentativo di una nazione che è comunque contraria al resto del mondo, per il solo fatto che esiste e che non è più una loro colonia. Scommetto che avrebbe incendiato i TIR italiani che portano vino italiano in Francia, ma stavolta TIRava di più McDonald.
E di cose contro le multinazionali come McD o la CocaCola se ne possono sicuramente dire tantissime. Casualmente Bové è partito dalle multinazionali americane, non dalle molte francesi, magari nel settore petrolifero.

Sono ignorante, lo ammetto, non ho "studiato la lezione" né dei contrari alla globalizzazione, né quella delle multinazionali.
Sicuramente le due sono ricche di quello che in inglese si chiama spin-doctoring, capovolgimenti di fatti in modo che appaiano tutti veritieri e assoluti.

Non avevo bisogno di leggermi la versione delle multinazionali, perché vedo da tutta la vita gli effetti che hanno localmente e globalmente: difficili da spacciare come solamente positivi -- non citerò d'esempio Bhopal, ma fate conto che abbia citato un'altro dei mille casi simili.

Che dire poi dei movimenti contrari all'economia globale, spesso infarciti di leggende metropolitane prima che di fatti. Incapaci di fare informazione, sempre più spesso si vantano di fare disinformazione o distruzione, come segno di protesta.

Note dal mondo
Ma se io volessi mangiare un frutto cubano, vestire con abiti di cotone indiano, bere caffè sudamericano, sedermi su una sedia di legno africano... divento un globalizzatore pericoloso e distruttivo?
In ogni caso?

L'interdipendenza del pianeta è a mio parere imprescindibile. Economicamente, ecologicamente, culturalmente.
Non esiste più il piccolo mondo antico dove cacao e caffè erano roba da ricchi, per cui neppure degni di economia globale.
La globalizzazione, per il significato della parola da vocabolario, trovo quindi che sia non solo inevitabile, ma da accettare come progresso. Fermi un momento però: questo non giustifica i modi con cui viene applicata oggi.
Quello che voglio dire è che la demonizzazione, la rappresentazione in forma di peccato mor(t)ale, sono completamente sbagliate nei metodi e nell'applicazione.
Ad un'aberrazione sociale, come ad un tumore, si applica la scienza, non la catechesi.

lunedì, ottobre 31, 2005

Ho una cucina!

Amo pubblicare messaggi conditi di perifrasi e metafore, ma stavolta è del tutto semplice: finalmente ho una cucina nella mia nuova casa!
Il che implica mobilia et electrodomestici, finalmente a prendere posto utile, e rendere meno vuote le mie piccole stanze.

Com'è misera la vita negli abusi di potere

Così cantava Battiato.
Ed è sicuramente una frase fondata, oltreché d'effetto. Mi è tornata alla mente leggendo un aggiornamento sul terremoto in Pakistan di questo ottobre. Avevo citato infatti il numero delle vittime qualche settimana fa.

Forse però vale solo per gli abusi di potere che non esportano democrazia.
Sì, dev'essere così.

sabato, ottobre 29, 2005

Ricordate il divieto di fumo nei luoghi pubblici?

Chissà quanti lo ricordano ancora.
Devo ammettere di aver esagerato, nel valutare la normativa. Avevo infatti commisurato i tempi a quelli classici delle leggi italiane, ovvero da una settimana a un mese perché fosse applicata, due-tre mesi di applicazione rigida, poi un progressivo dimenticarsela a seguire, tendente all'infinito.

Invece mi sono accorto solo questa sera, dopo quindi una decina di mesi di applicazione pressoché costante, che ormai non importa più a nessuno -- ero stato decisamente pessimista.
Mi trovavo in un locale affollato, osservando che molti clienti entravano con la sigaretta accesa, oppure l'accendevano direttamente all'interno del locale. Così ho detto al direttore del locale (che stava fumando la sua all'esterno) "sembra che tu sia rimasto l'unico a fumare fuori". La sua risposta, laconica, senza alcuna enfasi, è stata "Sì."

Magari nei piccoli bar, con meno clienti alle due di notte, vale ancora l'invito ad uscire.
Ma per chi fa grossi introiti, è più conveniente non cacciare fumatori, ubriachi e tossicodipendenti, ma di una certa classe -- in ogni combinazione si vogliano considerare.
E poi il rigido Sirchia non è più ministro. Starà rigirandosi nelle acrobazie per dimostrare che prendere tangenti non è malsano, dopo le rivelazioni sgradevoli su alcuni macchinari ospedalieri, che lo colsero proprio sull'ultima capriola governativa.

La questione che mi pongo, è in fondo un'altra.
Disdegno il fumo, ne sono infastidito, ma è niente in confronto al quadro più ampio.

Come può un popolo incapace di seguire una legge così banale, chiedere che i propri governi, le proprie leggi, siano migliori?
Con arroganza e superficialità, mi verrebbe da dire. Poi mi guardo meglio intorno e non mi resta che desumere "con caparbia idiozia".
Perché se è relativamente facile far capire ad un bambino, che per avere i giocattoli degli altri deve offrire anche i propri, è indubbiamente molto difficile far capire la cosa al bambino italiano dai 10 ai 99 anni d'età.
Vuole tutto, lo vuole subito, non riesce a credere che ci sia un mondo fuori dal proprio. Non è sciovinista, primo perché la parola è troppo francese per appartenergli, secondo perché è troppo ignorante per capirla. E quando la capisce, perché l'ha sentita al liceo, è passato troppo tempo dai giorni della scuola: non vuole che qualcuno gl'insegni che esiste un mondo di altra gente, che merita rispetto.
Per cui la legge non ha un valore, così come non l'hanno gli altri.

giovedì, ottobre 27, 2005

Persone preziose

Cosa siamo di fronte al resto del mondo?
La domanda è impegnativa quanto la risposta, il solo porre la questione va fatto in modo delicato e ragionato. Anche per evitare che nell'imbarazzo, chi ascolta, ci risponda una qualsiasi sciocchezza.

Un attento analizzatore di scene digitali (o perlomeno così le definisce lui), ci racconta del compleanno di un signore americano, molto ricco.
Nei dettagli, Vittorio Zambardino racconta di come vede lui Bill Gates.

In soldoni ci spiega che lui vorrebbe tenere le distanze da mr. Gates, ma non può esimersi dall'ammirarlo, perché nel suo luci e ombre vede le luci splendere più di altre.
Più di quelle di Steve Jobs, co-fondatore di Apple e detentore di un'immagine carismatica.
Zambardino vuole mostrarci come l'innovatore Gates lavori nell'ombra, anziché nell'immagine della sua azienda, ovvero producendo molto di più di quanto si veda.

Nella sua versione moderna del cinque maggio, dedicata a questo nuovo imperatore, il buon Zambardino si sporge su un abisso pericoloso.
Non si trattiene dal raccontare dei successi nel mondo informatico, ma anche di quelli nel campo della medicina, in cui mr. Gates sarebbe incorso.
Quel che Zambardino ignora sono forse alcuni scomodi dettagli, come quelli pubblicati in un articolo de il Venerdì de la Repubblica, alcuni mesi orsono -- quindi dello stesso gruppo editoriale che foraggia pure lui.

Nel settimanale allegato al quotidiano la Repubblica, uscì qualche mese fa un articolo piuttosto scioccante, relativamente all'infezione da HIV e l'emergenza AIDS in Africa.
La parte che ho trovato scioccante non è quella che ci propone la televisione deficiente a cui siamo abituati, non si trattava delle solite decine di migliaia di morti, che ormai non c'interessano più -- anche se per Natale cercano di farcelo ricordare.

L'articolo dettagliava piuttosto delle ricerche in corso per un vaccino contro l'HIV, con i suoi test sulla popolazione.
Sì, test sulle persone, quelli che qui non sarebbero possibili (e immagino neppure negli USA).
Non su soggetti HIV positivi, quelli magari riuscirebbero a farli anche negli USA, convincendo un po' di malati. I test vengono fatti su persone sane, per verificare una vaccinazione preventiva.
Sfortuna vuole che si tratti di test, per cui magari il soggetto sano si ammala pure. Di una malattia difficilmente curabile, mi dicono.

La benefica fondazione di William e Melissa Gates, offre generosamente denaro per questa infausta ricerca.
Una ricerca che arruola giovani prostitute analfabete per dei test, in cui firmeranno con una croce un dossier di fogli, che in mezzo alla lingua legalese (incomprensibile anche per chi è mediamente alfabetizzato) dichiarano che in caso di contrazione d'infezione da HIV, la compagnia farmaceutica risolverà il contratto. Senza nessuna assistenza sanitaria.

Se per una guerra si arruola carne da cannone (e gli USA hanno già sparato tonnellate di carne della stessa nazione, in Iraq), per l'industria del farmaco il signor Gates ha ben pensato di sparare carne meno costosa.

L'articolo de il Venerdì mi sorprese poi per il modo diretto in cui tutto era documentato.
Evidentemente non sorprese solo me.
Nel giro di un altro paio di settimane apparse un secondo articolo, con altri redattori, che partiva da ben altri proponimenti. Più vicini a quelli di Zambardino, anzi, più entusiasti. Le cavie umane, ignoranti e malate, erano sparite, per la buona immagine del signor Gates e signora.

Viene da chiedersi: Zambardino ha creato un'immagine perché è anche lui un servetto?
Non lo credo, sono piuttosto dell'avviso che sia finito nella banale trappola, nel meccanismo che Gates è riuscito perfettamente a mettere assieme.

mercoledì, ottobre 26, 2005

Il vero significato della democrazia

Giorni fa mi preoccupavo dello stato sociale, quasi fossi premonitore di quello che è cominciato ad accadere nei giorni scorsi, negli scontri di piazza, con epicentro la legge di riforma scolastica.
Aggiungo poi un richiamo ad un precedente post, sull'argomento democrazia.

Questa sera, vedendo pochi brani dal telegiornale de La7 ho ricombinato ancora queste due cose.
Nonostante la mia intolleranza verso i predicatori, soprattutto quelli televisivi, qualunque sia la religione che propinano, mi sono sforzato di ascoltare alcune parole dell'on. Carlucci, che a questo punto devo ringraziare.
Di fronte ad una protesta sociale così rilevante, ha infatti osservato che veniva contestata una legge di un parlamento democraticamente eletto. La sua conclusione era quindi che la protesta fosse aberrante.

Il teorema di Arrow dimostra matematicamente, senza scampo, che la democrazia non esiste. Sì, nel senso della logica matematica è una forma di governo irrealizzabile.
L'intervento televisivo dell'on. Carlucci ci ha ricordato la cosa chiaramente. Un parlamento, democraticamente eletto, promuove leggi democratiche, ma allo stesso tempo queste sono un nonsenso.
Va ricordato poi che anche Adolf Hitler fu democraticamente eletto in un parlamento.
Quindi, in una conclusione che le capacità cerebrali dell'on. Carlucci definirebbero "logica", chiunque era contrario al potere in mano a questo signore, si opponeva allo stato democratico.

Attenti a dissentire, quando lo stato è democratico.

lunedì, ottobre 24, 2005

Il mito della democrazia

Qualche anno fa lessi un bel libro (che adesso non citerò né per autore né per titolo) in proposito ai paradossi, quelli dei sensi, come quelli insiti nelle attività umane.
C'era in particolare un paradosso che ritenni tanto significativo quanto inquietante.

Nel 1951, un economista americano (in seguito premio Nobel, nel 1972) enunciò un infallibile quanto impietoso teorema matematico.
Kenneth Arrow dimostrò infatti l'impossibilità dell'esistenza della democrazia, in termini matematicamente esatti.
Dev'essere stato un vero schianto nella società americana, impegnata nella guerra fredda, per dimostrare la superiorità della propria democrazia, di fronte al nemico sovietico.
La reazione in un paese totalitario di stampo classico sarebbe stata quella che sappiamo, accuse di falsità, di minacce alla sicurezza statale, oppure direttamente screditamento e condanna all'oblìo. Fin qui niente di nuovo, tolgo anzi il congiuntivo: Arrow non poteva che finire dimenticato e messo da parte, come fu fatto.
Certo ho omesso che in America c'è anche modernità, motivo per cui non fu necessario sopprimere fisicamente Arrow, come sarebbe potuto accadere in altri stati totalitari, come in sud america, o nel sud est asiatico.
Resta il fatto del suo scomodo teorema.

Mi chiedo oggi, ogni volta che sento le parole "democratico, democrazia", se chi le pronuncia ne abbia qualche coscienza.
Risuonano un po' come le cure del medico settecentesco, che per alleviare un mal di testa perforava il cranio del paziente, per ridurne la pressione cranica. Quel che mi provoca irritazione è il sapere già per certo che il richiamo alla democrazia è un tentativo di trapanare la testa a qualcuno, per infilarci dentro un concetto utopico, spacciandolo come possibile.

- continua -

Quale film anticipa i tempi futuri?

Di storie fantascientifiche trite e ritrite ne abbiam viste a sufficienza, con previsioni più o meno azzeccate del futuro -- viste adesso, dal loro futuro.

Ho trovato oggi, segnalato fra le proposte di Feltrinelli, nel negozio di Firenze, un film decisamente cult. Lo vidi una sola volta, in televisione alcuni fa, ma non lo dimenticai.
Parlo di Brazil, di Terry Gilliam. Non ho riferimenti ad una sua pagina ufficiale, ma posso indirizzare a un venditore di DVD on-line, ed una recensione che riporta qualche immagine.

Estremizzato, una fiera dell'assurdo, sarcastico. Quanto diverso dalla realtà che viviamo?
Non viviamo forse già qualcuno degli sconvolgimenti di Brazil, seppure in forma più sofisticata, meno diretta?
Devo prenderlo e rivedermelo, chissà se sarà ancora come nel ricordo.

domenica, ottobre 23, 2005

Consigli di lettura: la matematica dove meno te l'aspetti

Ho acquistato oggi un paio di libri, uno suggeritomi da Penelope (che non credo proprio legga questi appunti), il secondo invece mi ha strizzato l'occhio dallo scaffale, in mezzo ad altre novità.

Esercizi di stile, di Raymond Queneau, è una curiosa raccolta, che non può evitare di suscitare interesse per chi ama lo scrivere e il leggere, come cultura e ricercatezza -- ma anche per il puro divertimento.

La logica matematica di Piergiorgio Odifreddi, ne Il matematico impertinente, è poi senza scampo. Sotto l'occhio attento dell'analista, meticoloso come Odifreddi, la storia del nostro presente non riesce a sfuggire tramite le solite acrobazie. A nulla servono le dichiarazioni politiche e religiose contro la logica.
Unico requisito: saper usare il metodo scientifico nelle proprie valutazioni. Un libro decisamente inadatto all'italiano medio, ormai assuefatto al metodo televisivo -- quello in cui si accende il televisore e si sceglie come propria opinione quella di qualcuno degli oratori, senza neppure considerare che possano essere una manica d'idioti.

Ovviamente devo ancora leggerli, ne ho avuto solo un assaggio delle prefazioni e prime pagine, ma li annoto in quanto finora ne ho ricevuto solo ottime impressioni.
Curiosa la vena matematica che li accomuna.
Mentre conoscevo già Odifreddi, non sapevo granché di Queneau, per scoprire che oltre ad essere un esperto letterario era anche un matematico di talento.
Mi ero mosso in verità per acquistare il libro di Queneau ed un altro libro a sfondo ancora più matematico, L'equazione impossibile di Mario Livio, che ho rimandato solo per il prezzo di copertina -- lo cercherò al supermarket, con il benefico sconto del 15%.

sabato, ottobre 22, 2005

Evoluzione sociale

Sull'editoriale odierno di TGMOnline, redatto da Claudio Todeschini, leggo una riflessione sul legame fra abitudini di vita e tecnologia, un argomento spesso sollevato da tanti.

Pur occupandomi di nuove tecnologie, in prima persona, da oltre una quindicina d'anni, osservo spesso con sospetto tutto quello che viene spacciato per novità irrinunciabile.
Preferisco pensare che sia appunto un approccio scientifico, nel quale ogni cosa nuova necessita di essere prima analizzata, per potersi dire realmente nuova.

Tantissimi anni fa (relativamente al mio vivere) riflettevo già su quella che sarebbe potuta essere l'evoluzione sociale, grazie alle nuove tecnologie.
Se per migliaia di anni si sono succedute guerre e rivoluzioni per arrivare a poter vivere meglio (certo anche guerre per poter continuare a vivere sopra la media), la tecnologia, che rende più facile il vivere, sembrava la soluzione.
L'introduzione dei robot, ad esempio, nei vari settori dell'industria, non doveva portare una redistribuzione del benessere, abbassando i costi di produzione?
Era ovviamente un pensiero utopico, nella reale società umana.

Già mentre ero ancora uno studente, delle nuove tecnologie, avevo formulato il chiaro pensiero che un rischio della tecnologia fosse la velocità a cui si propagava. Nell'ultimo secolo la tecnologia è cresciuta ad un ritmo troppo rapido perché potesse essere compresa, acquisita, dalla gente.
Non è quanto in là siamo arrivati ad avere il peso maggiore, ma in che tempi. La cultura tecnologica media rimane molto bassa, per cui l'assorbimento avviene in modo sempre meno consapevole.
La definirei addirittura violenza tecnologica.

Todeschini si chiede quanto le tecnologie senza fili, wireless, ci liberino dai cavi, ma ironicamente ci leghino sempre più ai computer.
E' a mio avviso uno di quei sintomi della tecnologia che passa dal proporsi come utilità allo imporsi come unica via possibile verso il futuro.
E succede in modo sempre più subdolo, tanto che molti cominciano a considerare di aver fatto scelte, dove invece si nascondevano imposizioni, secondo le cieche regole della moda, prima che dell'innovazione.
Ma non si ferma qui la faccenda. E' la promessa di flessibilità del lavoro, che non offre meno lavoro e più benessere, ma semplicemente un modo diverso di lavorare.
E non finisce qui la mia riflessione.

martedì, ottobre 18, 2005

Meraviglie tecnologiche (o economiche?)

Sfortuna che nessuno legga i miei post, o che perlomeno nessuno li commenti.
Sarei infatti curioso di sapere cosa ne pensa un po' di gente, diversa da me, dellevento SMAU, la mostra che ogni anno si tiene a Milano.
Non saprei come definirla, loro titolano l'evento come "La città dell'innovazione", e suppongo che la sigla originale stia per qualcosa tipo salone macchine automazione d'ufficio.

Negli anni che ci sono stato d'innovazione ho visto ben poco. Le aziende che contano, quando presentano le novità (come loro prodotti, usare la parola innovazione è esagerato) lo fanno in altre sedi, come le mostre americane, o al massimo al CeBit di Hannover.

L'ultima volta che ci son passato c'era un enorme stand di Symantec, a cui ho chiesto informazioni sui prodotti: sfortuna, la bellissima ragazza "in mostra" non ne capiva niente, era solo una comparsa.
Di fronte si consumava uno degli show più comuni, dove su un palco delle bellissime ballerine seminude danzavano con una musica assordante, davanti ad un'orda di giovani (e meno giovani) che sbavano per loro o per farsi lanciare un portachiavi griffato dalla marca nello stand.
Dopo qualche ora di girovagare per stand di pura immagine, show musicali e bancarelle di hot-dog (unica cosa utile), me ne sono andato, annoiato.

Questo è il senso italiano dell'innovazione?
Se volevo vedermi uno show di belle ragazze al ritmo di danza potevo spendere assai meno ed andare in un locale alla mano.
Se volevo vedere gli ultimi prodotti informatici potevo consultare internet, qualche rivista, o fare un giro dal rivenditore di zona.
Se volevo solo un hot-dog, beh, vi lascio immaginare.

sabato, ottobre 15, 2005

Rumori dalla natura

Fa più rumore un uragano o un terremoto?
Probabilmente un uragano, visto che mediamente rimarrà in vita per più tempo, con il suo percorso di giorni e settimane, mentre i terremoti sono limitati a secondi e minuti.

Dev'essere lo stesso motivo che ha decretato il maggior successo giornalistico dell'uragano Katrina, rispetto al terremoto in Pakistan.
E' stato un pensiero sul conteggio dei morti letto oggi, che pare siano 38mila in Pakistan, contro i circa 1200 negli USA.
Apprendo dal CIA - The World Factbook che in Pakistan il prodotto interno lordo pro capite è di 2200 USD, mentre quello degli USA è 40100 USD, quindi un americano del nord vale circa 18,2 pakistani. Anche economicamente, con 1200 statunitensi, siamo a poco più di 21mila pakistani equivalenti, per cui non può essere la matematica a spiegarlo.

Quello che invece è innegabile è che il controllo del mondo sia per buona parte in mano alle nazioni più ricche, con un curioso risvolto.
Un solo cadavere di nazionalità eccellente è un monito, un simbolo di terrore che pervade gli altri paesi altrettanto facoltosi. Scuote i cittadini seduti su comode poltrone, davanti al televisore, nel salotto buono, con l'avviso "poteva capitare a te, è uno come te".
Mentre per i morti nei paesi poveri la tranquillità è che succeda tanto lontano, non solo geograficamente.

Così l'Italia ricorda che c'è stata una vittima di nazionalità italiana in Pakistan, se non erro, un diplomatico. Al che tutti si dicono "se fossi stato in Pakistan, avrei potuto essere quel preciso italiano, morto sotto le macerie della sua casa: che cosa terribile".
Sanno bene però di non poter essere in alcun modo fra i 38mila pakistani, ed è un sollievo.

Sicuramente in questo caso, il vero fattore di decisione, sulla rilevanza di una notizia, non è 18,2 a uno, come nel ridicolo calcolo economico che ho fatto sopra.
Però potrebbe anche finire per essere di 38mila a uno.

In natura ogni morte è dignitosa, in modo del tutto indipendente da luogo o nazionalità. Gli uomini invece finiscono sempre per fare molto più baccano di qualsiasi evento naturale, credendo così di aver vinto una gara di chiassosità.

giovedì, ottobre 13, 2005

Stato sociale

Leggendo i quotidiani, osservando il quotidiano intorno a me, mi appare evidente l'impoverimento economico e culturale.
Queste due perdite, di denaro e cultura, si combinano in modi sempre più vari. Tutto questo mi rattrista enormemente, perché mi pare chiaro che possa portare ad un sempre crescente disagio, in tutta la società.
Questo per la parte facile da scrivere.

C'è un altro aspetto che trovo inquietante.
Quello che mi viene da domandarmi è se non sono proprie queste condizioni di povertà crescente, lavoro a basso costo, scuole e università penalizzate, a far crescere in un paese non solo il disagio, ma la violenza.
Quello che mi domando è se non siano queste le condizioni che hanno fatto nascere e proliferare il terrorismo interno, negli anni di piombo. Questa considerazione non può che generare forti preoccupazioni per il futuro.
Forse però, chi manovra la politica è sicuro dei tempi diversi. Ormai siamo tutti anestetizzati.
Forse c'è la prospettiva che nella povertà e ignoranza possa solo crescere il crimine usuale, che ha anche lo scopo di giustificare chi amministra un paese con metodi spicci e repressivi, ma anche con palese incompetenza.

Soldi, bugie e videoplayer

Raccontavo in un post precedente la mia allergia alle affermazioni snob sulle nuove tecnologie, pensando fra l'altro a un caso specifico, di un noto produttore di audio players.
Non che siano i soli a fare annunci d'innovazioni inesistenti, c'è sul mercato un'altra azienda ancora più brava, nell'affermare falsità rilevanti per le proprie azioni in borsa, com'è ben descritto da David A. Wheeler.
La discussione di Wheeler sulle vere innovazioni nel software è particolarmente interessante, e mostra con criteri ben chiari che né l'azienda di Gates, né quella di Jobs, possono aver innovato in alcun modo.

L'unica cosa che invece mr. Jobs è riuscito a realizzare meglio, è la diversione da prodotti tecnologici verso prodotti nel mondo della moda.
E' riuscito in effetti a fabbricare un riproduttore di musica digitale, quando ne esistevano già decine, promuovendolo come innovativo, mentre la vera idea era renderlo trendy. E questo gli va riconosciuto: ha saputo sfruttare magnificamente l'aura di moda intorno alla sua azienda.
Tecnicamente però non ha inventato niente che non esistesse.

Ora se ne esce con un riproduttore audio/video, di nuovo in ritardo di uno-due anni rispetto al resto del mercato.
Ma nessuno può parlare di successi incerti, sicuramente ne avrà, come nuovo fashion design, un po' come l'abito di pronta moda, nella giusta stagione.

Qual è il motivo della mia irritazione?
Semplice: l'intolleranza verso le prese in giro. Soprattutto quelle che generano accolitismi, cieca fede che cerca anche di dimostrare se stessa.
Se l'innovazione è nel moltiplicare il valore delle azioni allo stock market, non posso che vederci la stessa capacità di innovazione del mercato immobiliare.

martedì, ottobre 11, 2005

Musica celestiale

Quando voglio trovare relax, ispirazione o anche energia, ascolto qualche tipo di musica che mi aiuti. Come dire in breve "mi piace la musica".
Chissà se esiste qualcuno completamente intollerante verso qualsiasi tipo di musica.

Le note ispiratrici, in questo momento, erano quelle di What the world needs now is love di Burt Bacharach, nella splendida interpretazione di Stacey Kent dal suo bellissimo In love again, che non smetterei mai di ascoltare, come l'altro suo The boy next door.

Rimanendo sui toni soft, per quanto diversi, un altro mio preferito è If I could only remember my name di David Crosby -- non metto un link al sito di Crosby, che mi pare un pasticcio, come la sua vita erosa dall'LSD.

Terzo, ma solo come ordine di citazione, s'infila un CD quasi introvabile, Dreams of Flying di Astral Jazz -- jazz prodotto in Nuova Zelanda, scoperto su una raccolta new age, l'ho dovuto ordinare in inghilterra da Discord, grazie a Lù che lo trovò per me, spulciando Google.

lunedì, ottobre 10, 2005

Immagini dal (nostro) mondo

Consultando le immagini sul sito di World Press Photo, raccolta di foto dal mondo del giornalismo, ho avuto nuovamente una sensazione sgradevole, simile a quella che descrivevo qui.
Ci sono tante foto, tanti eventi, ma quelle che più risaltano, molte delle più premiate (sicuramente per i meriti di qualità, reportage, e tanto altro) sono quelle più tristi.

E' possibile che di questo mondo, l'immagine più persistente sia sempre di dolore e disgrazia?
C'è un ramo del giornalismo, che senza ridicole finzioni, ci racconti qualcosa del lato buono del mondo?
Certo non i pettegolezzi sui vip, i calendari di formose ragazze seminude, le immagini del successo ostentato compulsivamente.
Non che io sia il virtuoso, che non amerebbe avere successo dalla proprie scelte di vita, o che non apprezzi le bellezze al femminile, ma se voglio un'icona di bellezza femminile preferisco vederne una dal vero (e fra le immagini meglio Domai, con dei naturali difetti). La bellezza del vivere, creata con troppe correzioni alla naturalezza del vivere, lo rende altrimenti ridicolo.

Dove sono coloro che cercano di raccontarci questo reale piacere del vivere?
Perché io sono assolutamente convisto che esista. Perché nella peggiore delle mie giornate ho sempre chiaro che esiste sicuramente, da qualche parte, un modo migliore di vivere.
Cosa me lo fa affermare? Perlomeno la consapevolezza di non annotarsi solo gli avvenimenti brutti di una giornata, riconoscere che ci sono piaceri e soddisfazioni nel mio vivere.
Ah volete sapere come mai non li racconto qui? Perché non seguono una regola, perché esistono anche quando non li scrivo!
Lontanissimo da "E' bello tutto quello che riesco a dimostrare bello".
E' bello anche quello che non si racconta.

Chissà, forse è per quello che non vedo sufficienti immagini, dagli altri, su quel che di bello c'è nel nostro mondo: piccoli segreti di un grande piacere.
E magari anche no: strada sbagliata. Riprendo una nuova strada, e riparto.

domenica, ottobre 09, 2005

Sono di qualche fastidio?

Cito a memoria una scenetta vista dal vivo, non priva d'ironia -- e come di consueto (per me) di spunti riflessivi.

La solita Firenze, in una serata del fine settimana. Passeggio per una piazza, luogo usuale di parcheggio selvaggio. L'auto dei vigili urbani sta lì ferma come un monolite di 2001 odissea nello spazio, o più propriamente come deterrente.
Poco più avanti una ragazza, accortasi della presenza di questo simbolo(?) si avvicina alla propria auto. Si guarda intorno, con l'espressione smarrita di E.T. che cerca di capire quale sia il pianeta, e prorompe verso il vigile urbano con la domanda: "Se la lascio qui dà noia?".
Chissà se la risposta del pubblico ufficiale è stata dettata dal fatto che l'auto in questione era in seconda fila. Oppure dal fatto che per metà bloccava anche i cassonetti della spazzatura. Già che ci siamo soprassediamo anche al fatto che era in direzione opposta al senso unico.
Penso che l'uomo in uniforme si sia trovato sorpreso delle proprie parole, quando ha semplicemente risposto "Secondo lei?".
Io ho semplicemente sorriso, nessuno mi ha notato, ma tant'è che non ero di alcun fastidio (credo).

Non è poi un racconto estremo, in quella zona vedo piéces teatrali del genere ogni volta che passo. E anzi, quelle più in voga sono col guidatore accompagnato da amici, che dopo aver litigato per una decina di minuti con gli uomini col cappello, prosegue in privato la conversazione, additando come "bastardi" quelli che gli han sollevato una multa. Era in doppia fila, davanti ad un passo carrabile, bloccava una strada a senso unico: ma con che coraggio lo multano?
Che mondo insensibile.

Cosa lamentiamo?

Ho l'impressione (possibilmente infondata) che i weblog soddisfino una necessità di sfogo, come certe lettere minatorie.
Insomma che il pretesto dello scrivere, del raccontare, sia tutto un pretesto piagnucoloso, per cui "il mondo non va come dovrebbe".

Ecco che mi piacerebbe essere indirizzato a qualche scritto, diario, aggiornato quotidianamente con visioni positive, notizie piacevoli.
Avete un esempio di qualcuno che per oltre il 50% del proprio disquisire vede positività? Ottimo, vorrei leggerlo, ne sarei più che felice. Ma non solo io, anche parecchi altri, ne sono sicuro.

Purtroppo, nel mio raccontare non sono altrettanto bravo, perlomeno non qui in rete, per cui mi annoto solo lamentele, riflessioni cervellotiche, "seghe mentali": per chi cerca di sdoganare piccole espressioni volgari come "frasi giovanili", di sicuro impatto. Riesco a lamentarmi anche delle lamentele, favoloso.

Snobismi ed altri equilibrismi

E' un dato di fatto: non sopporto gli snobismi, di qualsiasi genere.
Ironicamente mi vedo quindi raggruppato fra gli snob allergici a qualche fenomeno sociale. Questo rende ovviamente acrobatico qualsiasi mio ragionamento.
Un po' come nelle parole di Raymond Smullyan, quando dice "una cosa che ancora non riesco a tollerare è l'intolleranza".

Gli snobismi recenti, quelli delle nuove tecnologie, sono coloro che meno tollero.
Probabilmente ho avuto più tempo per assorbire le vecchie divisioni, come quella tipica fra ricchezza e povertà. Quel che però insegnano, ricchezza e povertà, è che non c'è mai espressione di superiorità, arroganza, in un solo senso. Si è invece modellata una risposta, una reazione uguale e contraria, di una stolidità disarmante.
Ad un'affermazione del tipo "io ho, tu non hai", anziché contrapporsi una valutazione dell'importanza dell'avere (sull'essere, cfr. l'approccio psicanalitico di Fromm o quello filosofico Zen), si è rapidamente imposta un infuocata simbologia dell'essere migliori quando non si ha; soprattutto supportata da "chiunque ha è peggiore" -- seguito dalle note del Carmina Burana di Carl Orff, con Fortuna imperatrix mundi, "egestatem, potestatem, dissolvit ut glaciem".

Torno a terra.
Vestirsi con abiti stracciati è povero? Soluzione: rendiamolo un simbolo di stato sociale diverso, superiore.

La tecnologia ha (spesso) delle unità di misura, per cui diventa necessario renderla opinionismo, prima che possa decadere nello snobismo.
Ci sono comunque dei solidi precedenti, per far cadere le scelte tecnologiche fuori dagli ambiti pragmatici. Il frigorifero/lavatrice/cacciavite/automobile (e aggiungete quel che volete) di venti, trent'anni fa, "ah, non ne fanno più così bene!".
Davanti ad una simile affermazione è difficile replicare. In primis perché cominci ad avere il dubbio che un ragionamento coerente, obbiettivo, sia fuori dalla portata di chi l'ha enunciata.
Poi ti viene il dubbio: è rimpianto dei "vecchi tempi"? E' pura incapacità di analisi? E'... snobismo?
Nell'ultimo caso si rischia di tornare a combatterlo con la solita vecchia arma, la reazione uguale, ma solo in direzione contraria.

In principio era la relatività

Ho appena letto un weblog che mi ha fatto riflettere... ah che sciocco: era appunto il weblog che stavo scrivendo giusto prima di questo.

Uno dei fatti curiosi del pianeta è sempre l'ansia dell'organismo dominante.
Il fatto di avere qualcosa in più nelle capacità, rispetto alle altre specie animali, qualcosa che ci distingue, ci pone sempre nella frenesia di doverci svincolare in ogni modo dalle regole a cui sottostanno tutti gli altri viventi.

Cercando di vedere le cose un po' dall'esterno - e non può che essermi difficilissimo - saltano subito all'occhio delle evidenti incoerenze, alcune decisamente ridicole.
La prima è giusto in proposito alla prima caratteristica che ci siamo riconosciuti, molto più sviluppata rispetto ad altre specie. Ora, non è tanto il fatto di averla chiamata intelligenza (in fondo potevamo chiamarla anche in un altro modo) a renderla ridicola, ma quello che ci riponiamo -- la conoscenza, come se fosse una dote che rende automaticamente migliore (oppure superiore?) qualsiasi homo sapiens.

La meditazione non è finita (anche se l'ho già rieditata a distanza di dieci ore), ci tornerò.

Soldi per fare soldi

Osservo con un certo ribrezzo il proliferare delle società finanziarie.
Intendo quelle che hanno fatto una fortuna nel rateizzare gli acquisti dell'utente finale, di qualsiasi prodotto, dal mobilio al televisore, al telefono cellulare.
Se torno coi ricordi agli anni '70, mi si prospettano immagini assai diverse -- e non mi dite che è passato del tempo, me ne sono accorto pur io.

In un paese dove la parola "economia" fa pensare ad un ben altro ordine rispetto alle definizioni da vocabolario, il termine "finanziamento" mi appare altrettanto fuori posto.
La prima allegoria che mi è ruotata intorno alla parola è stata quella di un organismo saprofita, all'estremità inferiore del processo organico. Ma del resto, nutrirsi di secrezioni ed escrezioni, non implica niente di così deprecabile.
Forse è più realistica l'immagine della zanzara portatrice di malaria, che infesta l'Africa, portando morte dove già la vita stessa non è facile.
Ripensandoci però, neppure questa rappresentazione rende bene. In fondo anche il peggior parassita del mondo animale, vegetale o fungo che sia, non ha coscienza di distruzione, il suo vivere è altrettanto dignitoso del nostro.
E' piuttosto ridicola la visione umana del mondo, in cui dividiamo fra morti giuste e ingiuste.

Ormai divago, vediamo se riesco a concludere almeno un titolo.

A quale costo i soldi riescono a far soldi, dove di soldi ormai non ce ne sono più?
E dove finiscono i soldi, quando non ci sono più?
La materia non si crea o si distrugge, tutto si trasforma: pare la dimostrazione che il denaro è in fondo del tutto immateriale, per quanto cerchiamo di dargli una forma fisica.

L'eternità, sulle sue labbra

Quel che Wolf riesce a sintetizzare è alle volte una di quelle frasi che ti colgono di sorpresa, tanto che dici "No, aspetta, ripetila", perché è troppo veloce e incisiva, per crederci.
L'idea di base era qualcosa del tipo "Certe donne hanno un sorriso in cui lo sguardo ti si perde, e sai già che perderci una vita intera non ti basterebbe".
Ora l'alternativa, dico io, è fuggirle?
Wolf non ha neppure le parole per rispondermi, l'idea stavolta era che se avesse avuto un martello me l'avrebbe tirato in testa.

La frase del titolo è un vero furto, ai danni di sir William -- "Eternity was in our eyes and lips", Antony and Cleopatra, W. Shakespeare.

venerdì, ottobre 07, 2005

Meditazione in corso

Ho fatto un sogno, di cui meriterebbe scrivere.
O meglio, sicuramente ne ho fatto anche più d'uno: solo che non ho idea di quando sia successo, e neppure di cosa abbia sognato. Quale pregio è più indiscutibile di quelli sconosciuti sia a chi li ha, che a chi li valuta?

Per certo so che in questi giorni i miei pensieri sono presi da una moltitudine di questioni, per cui il weblog è in modalità stand-by.
In ogni caso si approssima il weekend, per cui sto scaldando il motore del generatore di opinioni, aiutato dal supporto del fido Wolf.

martedì, ottobre 04, 2005

Genialità mimetica

E' indiscutibile che ogni nostro pensiero sia (fortemente) condizionato da tanti fattori esterni.
Basta pensare a qualche rumore che al mattino ci svegli di soprassalto, insinuandosi per un attimo nei nostri sogni, come parte della vicenda.

Quand'è che si crea veramente?
Certo, vedere qualcosa che ispira un'idea non significa aver copiato l'idea. C'è una differenza ben visibile, fra un architetto che immagina un palazzo vedendo una disposizione di sassolini in riva a un fiume, e chi indeciso sui gusti di gelato che vuole, finisce per scegliere quelli visti ad un altro cliente del gelataio.

Anche nei pensieri, nelle opinioni - e in queste note scritte - c'è qualcosa di nuovo che inevitabilmente si inframmezza a molte cose vecchie.
C'è una vera regola che descrive come qualcosa sia univocamente nuovo?

lunedì, ottobre 03, 2005

Modern language, antiquati errori

Piero Ottone, in un articolo su un settimanale, si ferma a riflettere sulla larga diffusione della lingua straniera nell'italiano, nella forma di singole parole ormai d'uso comune.

Sfortunatamente per lui, si lancia anche in una cieca interpretazione del fenomeno.
Cosa determina - per lui - il ricorso sempre più frequente all'inglese? Semplice, il potere economico e - dice lui - politico, culturale.

Mentre è facilmente immaginabile il punto sull'economia, resta confuso quello politico, che Ottone non ci spiega. E buon per lui che non cerca neppure di spiegare dove sia la maggior "importanza culturale" (sì, dice proprio così, lui).
Però fa delle belle acrobazie, sul do ut des dell'accrescimento linguistico: loro ci han donato l'invenzione del computer e noi quella della pizza.
Il signor Ottone ha perso un'altra occasione d'oro per non esprimere opinioni nazionali.

Quel che si è perso è realtà popolare, di più basse giustificazioni dell'economia, di più semplice e rasoterra politica, di latitante identità culturale.
Cultura? Quella degli spot pubblicitari, dove anche quarant'anni fa i detersivi avevano il nome in inglese, ma storpiato all'italiana.

Vince davvero l'inglese o semplicemente la pigrizia?
In un SMS dallo slang moderno c'è più Inglese o Ignoranza?
Chi usa una voce come "slang" della riga sopra, lo fa per impatto visivo come nel mio caso, o solo perché è così ignorante da non sapere che in italiano si dice "dialetto"?

Non vedo che tristezza, in chi usa termini come "performante", inventandosi dall'inglese un italiano che esisterebbe già: basta conoscerlo.
Altro che scambio culturale interlingua.
Speriamo che la prossima volta, il signor Piero, guardi meglio gl'italiani, prima di scriverne -- altrimenti avrò altro di cui rattristarmi, leggendolo.

Bloggalismo

Leggo spesso le notizie on-line, quelle dei quotidiani, delle riviste che vendono anche su carta. Ogni tanto li compro su carta, perché sono lontano dal PC, dalla rete, ma anche perché le versioni gratuite hanno comunque qualche limitazione, con articoli più sintetici.

Cosa rende diverso il mio commento su un weblog rispetto ad un articolo di quotidiano?
Beh, è semplice e veloce rispondere che in fondo le mie notizie non hanno pretesa di veridicità, non sono avallate come cronaca ufficiale da una testata giornalistica. Potrei insomma raccontare un sacco di balle, senza essere (troppo) sgridato, nella libertà di fingersi anche idiota, come diceva Woody Allen -- contrapposta allo svantaggio dell'idiota puro, che non può fingersi intelligente.

Ma quanti di noi vanno veramente a fondo negli articoli (in quelli seri), tanto da sapere che non sono mistificazioni, sensazionalismi infondati?

Ah, i weblog come segno del nostro tempo: come per internet in generale, ci sarà sicuramente una pletora di articoli, saggi, tesi universitarie, volantini pubblicitari.
Devo proprio dire che più ne vedo e meno ne sono interessato.
I weblog altrui non li leggo, mi annoiano. Anzi, sarò più gentile: invidio che possano aver scritto qualcosa d'intelligente. Prendete quella delle due affermazioni che desiderate, neppure si escludono.
E gli articoli di giornale?
Qualche volta pure quelli hanno lo stesso potere soporifero.
Per non parlare di quando il giornalista di turno si è studiato la parte, ma nella recita s'impappina, e finisce che al posto di un "precipizio" ci mette un "prepuzio". Con una sola parola o frase, riesce a capitombolare giù per il dirupo letterario non trovato, su una figura retorica ormai di uso comune.
Diffidate dei giornalisti che si occupano di scienza e tecnologia.

Il senso del pulito

Noi diciamo semplicemente neve, mentre la Smilla del libro di Hoeg ne riconosce ben nove tipi, ciascuno col suo nome.

Si deve fare un lavoro complesso, perché ci avvolga, ci prenda i pensieri?
A me capita continuamente che un qualsiasi lavoro "semplice", meccanico se si vuole, apra lo spazio ai pensieri, liberi di non seguire l'attività in corso. Un po' come se fosse vero che mentre quel dieci per cento del cervello seguisse le mani, ed il novanta vagasse libero, in pieno relax.
Assodato che l'uso del dieci per cento del cervello sia una favola, è però bello scoprirsi più capaci, proprio mentre ci si rilassa.

Pulire i pavimenti, pulire i vetri, mi liberava felicemente dai pensieri, questo pomeriggio.
Quelli nuovi (di pensieri), ispirativi, rincorrevano una linea: qual è la misura del pulito?
E' evidentemente una misura impossibilmente oggettiva, con una soggettività culturale, anzi delle subculture, anzi... dei singoli, all'interno di qualsiasi subcultura.

I miei vetri sono puliti? Sono... puliti secondo il mio senso, più puliti rispetto a quelli del mio vicino? ("Io so renderli puliti", appagamento, affermazione del sé)
Sono meno puliti di quelli della mia amica che tiene la casa perfettina? ("Io non so... essere bravo come lei...", senso d'incapacità, inadeguatezza)
Quale trasparenza cerchiamo?

Lou and the city

Se Carrie Bradshaw può raccontarci la sua visione della città, come non potrebbe LouCypher?
Ora il punto è "quale aspetto" possa raccontare Lou, ma anche "di quale città"?

domenica, ottobre 02, 2005

Palazzo d'ingiustizia

Quant'è bella Firenze. Oppure anche no, ma l'apprezzare qualcosa di un luogo, lo rende parte dei propri ricordi piacevoli (quelli spiacevoli per oggi li rimandiamo).

Farsi un un giro notturno, intorno al nuovo quartiere universitario, con tanto di nuovo palazzo di giustizia in costruzione, ci ricorda invece quelle cose sgradevoli di una città che vorremmo dimenticare.
Un tempo ti fermavi ai semafori, giusto a due passi dall'autostrada Firenze nord, e la visione notturna nella zona del mercato ortofrutticolo era duplice. Da un lato sulle luci del mercato, che mi han sempre fatto pensare a scaricatori assonnati, impegnati di notte a costruire la mattina successiva -- quella dei grossisti che comprano le zucchine al ribasso e le rivendono quadruplicando i prezzi.
Dal lato opposto della strada vedevi sempre qualche tossico arrancare.

Ora ci sono nuove visioni d'insieme.
Cinquecento metri prima, l'area ex FIAT, sbrilluccica di luci dei nuovi e colorati palazzi universitari. Le aule sempre ben illuminate, anche in piena notte del weekend, che tanto l'ENEL lamenta scarsi consumi notturni, per cui c'è fortunatamente chi paga.
Cento metri prima dei mercati si erge questa Sagrada Familia, curve e spigoli che sfidano le regole degli appalti pubblici come mai s'è visto finora.
Pure il palazzo di Telecomitalia dirimpetto ci sfigura, con i suoi marmi kitsch, i disegni sghembi dove l'ottusità è evidentemente non ristretta alla geometria degli angoli.
Magari mi sbaglio completamente -- nel senso che i cinquecento metri sono un chilometro, i cento sono cinquecento, e sicuramente tutto il resto è come descritto.

Quello che conforta i naturalisti, gli studiosi delle dinamiche sociali, è che l'impatto ambientale in fondo è stato minimo.
I tossici non li vedo più come vent'anni fa -- forse ci passo meno spesso, forse si sono estinti (improbabile), forse si sono evoluti in nuove specie.
In compenso la fauna migratoria, dalle vesti a taglio ridotto, dedita all'accoppiamento dietro compenso, è cresciuta notevolmente. Abbandonata una prima fase, in cui cresceva intorno alle baracche dei cantieri, adesso è diffusa in modo uniforme nel quartiere.

Wolf è l'enciclopedia dei pensieri seri, ogni tanto me ne rammenta qualcuno.
Tipo quando mi ha fatto notare che qualche anno fa, l'intero paese ha dibattuto focosamente su una nuova legge che stravolgeva tutto quanto riguardasse il meretricio -- o così dicevano sia i propositori che i detrattori.
Devo dare atto a Wolf che a Firenze non è cambiato niente: sia chi aveva predetto grandi passi avanti che chi aveva garantito involuzioni, si è evidentemente sbagliato -- o posso dire che ha preso in giro chi vive tutt'ora nello sfruttamento e gl'italioti?

Quello che ho aggiunto alle riflessioni di Wolf è che il complice più inquietante rimangono i media: quanto vale una "buona notizia"?
Quanto valgono le notizie capaci di far accalorare una nazione per giorni, distogliendola da qualsiasi cosa più seria?

Io e il signor Wolf

Wolf è una frequente presenza dell'Apocalypso, a tratti inquietante, per non dirlo sempre.

Quel che racconta Wolf è spesso incomprensibile, visto il suo modo a-normale di vedere il mondo. Oh beh, si presto a dire "non normale", in fondo Wolf segue il suo senso della normalità.

Ieri sera Wolf ha fatto colpo su una fanciulla, intenta a pagare una qualche sua consumazione alla cassa. La cassiera guardava la ragazza, la ragazza guardava Wolf, questi guardava la ragazza. Un piccoletto guardava con astio la cassiera: era in coda prima della ragazza e nessuno lo notava.
Cenerentola infine si sveglia, realizza la sua ubicazione spazio-temporale, e col suo ditino indice parte dalla propria altezza e punta dritta verso il basso. Deve aver detto qualcosa del tipo "questo gnomo qua sotto è qui da prima di me". Fortuna che esistono ancora i locali rumorosi, così tutto si risolve nella gestualità silente.
Mi limito a fare l'osservatore divertito.