venerdì, febbraio 17, 2006

Comportamenti criminali

Credo che l'istigazione al crimine sia un reato ovunque, e non sorprende che lo sia.
Fra l'altro, ha una facile presa, in un mondo dove la comunicazione è sempre più importante. Cento anni fa era più difficile che il racconto di un'impresa criminale varcasse i confini di stato. O che anche raccogliesse emuli, desiderosi di entrare nel mondo con qualche tipo d'impresa.

Il thriller classico ha spesso temi come gli omicidi seriali, e l'emulazione di questi da parte di altri soggetti psicologicamente instabili.
Non è poi difficile vedere applicazioni pratiche di questi comportamenti aberranti, siano essi di piccola o grande entità.
E' ben difficile cercare d'ingabbiare l'informazione dopo tutto, oltre che illiberale, nei paesi moderni, progressisti. Non si può insomma evitare di raccontare che qualcuno ha ucciso il vicino di casa, per la paura che tutti vogliano fare lo stesso, oppure omettere di parlare dei sassi lanciati dai cavalcavia autostradali, per impedire che qualcuno voglia emularlo.
L'unica arma efficace è l'educazione, la cura della persone. Non esclusivamente una cura in senso clinico, ma anche un curarsi di chi soffre di disagi di qualsiasi genere, inclusi quelli economici e sociali.
Qualcuno mi considererà fin troppo tollerante, pensando che la repressione sia sempre la vera cura. In realtà quel modello sta continuando a fallire fin dall'inizio dei tempi storici. Le pene sono solitamente adeguate al modello culturale e al momento storico, eppure non bastano mai come deterrente, neppure nei paesi che includono la pena capitale. E' evidente che vada percorsa anche un'altra strada, parallela e più avanzata, rispetto a quella della repressione.

Come detto però, non tutti la pensano così.
Voglio citare un esempio alquanto bizzarro, che mi ha scatenato la scrittura di questo articolo (nonostante le mie lunghe premesse).

In Australia, la colonia inglese fra Oceano Indiano e Pacifico, vigono tuttora delle leggi che viste dall'Europa non potremmo che definire ottocentesche, se non semplicemente anacronistiche.
In fatto di libertà individuali, di evoluzione sociale, sembrano infatti ancora legati alla figura del monarca-tutore, che indica al popolo-fanciullo la strada verso la vita, l'educazione insomma di un'intera nazione ribelle e immatura.
Un esempio banale è la classificazione della censura sui videogames.
Se da un lato si leggono articoli che ci parlano di buon rispetto dei diritti umani, dall'altra parte si legge anche che è una delle nazioni con il più forte livello di censura. Le due affermazioni mi appaiono stridenti, se messe a fianco: la censura non lede forse dei diritti?
Tanto è forte la censura, che i videogiochi sono consentiti solo hanno una classificazione massima MA15+ (da 15 anni in poi), mentre tutto quello che sarebbe classificabile R18+ (fruibile solo da chi ha superato i 18 anni) è di fatto censurato.
Quindi è possibile che un film violento, o pornografico, possa essere visionato da chi è maggiorenne, mentre gli è precluso in assoluto un videogioco.
Per quale motivo? Il pericolo dell'istigazione a comportamenti criminali. Così un videogame in cui il protagonista diventa un ladro di auto, o un assassino, diviene una esperienza proibita ai sudditi britannici down under (a testa in giù, nell'emisfero là di sotto).
La notizia che leggevo oggi era anche di un altro videogioco, di cui è stata dichiarato lo stato di pericolosità, in quanto i protagonisti sono dei graffitari, che scarabocchiano i muri cittadini -- e vietando il videogioco, immagino che gli australiani non sapranno mai di cosa si tratta, se sono ingenui come i propri governanti.

Che dire, è bello non vivere in Australia. Perlomeno non in quella del diciannovesimo secolo, contemporanea al nostro 2006.

giovedì, febbraio 16, 2006

Simboli di morte

C'è un che di tetro nella simbologia di molte religioni, forse per il legame che hanno col mondo delle tenebre eterne, dell'aldilà.
Certo, il simbolo chiave del cristianesimo, un uomo morente su una croce, non ha niente di comparabile con la positività del buddismo, dove nella simbologia di base c'è un uomo seduto e sorridente.
Già questo dovrebbe far riflettere un bel po', il fatto che la più diffusa religione europea, di matrice medio orientale, abbia come simbolo centrale non solo la morte, ma la morte per tortura. Di per sé non c'è niente di male nella morte per vie naturali, diciamo non forzate dalla mano umana. Assurgere a simbolo quel tipo di morte, pare invece una deviazione, se si dovesse commentare con il moderno strumento della psicanalisi.
Spesso partiamo da concezioni che abbiamo appreso per tradizione culturale, punti di vista che mettiamo in discussione con maggior difficoltà. Quasi come se metterli in discussione sconfessasse la buona fede e il prestigio dei nostri antenati.

Se qualcuno vi dicesse che oggi, nell'anno 2006 del nostro calendario, qualcuno scegliesse come simbolo un mutilato di guerra, nel momento in cui viene mutilato, cosa ne pensereste?
Supponiamo che ve lo proponga come simbolo di vita: penso che avreste qualche dubbio.
Così come se per simbolo d'amore venisse scelta una donna che viene stuprata, non penso che incontrerebbe molti favori.
Va però notato che in ogni epoca, in ogni cultura, ci sono sensibilità diverse. La simbologia cristiana di un paio di migliaia d'anni fa, era probabilmente in linea con i suoi tempi.
Sfortuna vuole che le basi religiose siano solitamente inamovibili, per cui mentre un'azienda può aggiornare il suo marchio, coll'avanzare dei tempi, una religione deve mantenerli rigidi. Pena la perdita di credibilità (o credulonità, se mi si perdona il termine puramente inventato).

Quello che si dovrebbe trovare sorprendente è il rapporto fra Chiesa e Stato, in certe nazioni che diciamo occidentali.
Se da un lato si è delineata la necessità pratica di svincolare i governi dalla religione, dall'altro era quasi impossibile operare questa separazione chirurgica.
I governi che sono andati più in questa direzione, forse sono stati quelli di matrice marxista, che hanno cercato di sostituire il populismo della religione con quello della politica. Vedendo infine ogni religione come attentato al potere del popolo, quando in realtà questo potere era pura utopia. Ironicamente hanno cercato di togliere il credo religioso, sostituendolo con il niente, un cambiamento inaccettabile per la spiritualità umana.
All'opposto si sono schierati i paesi di derivazione anglosassone, come il Regno di Gran Bretagna e Irlanda, dove la reggente è automaticamente anche il capo della Chiesa Anglicana.
Probabilmente sorte analoga è toccata agli Stati Uniti d'America. Ricordo infatti che nei più recenti sondaggi, prima delle elezioni presidenziali, gli americani non avrebbero mai accettato un presidente che non credesse in Dio. Un loro modo d'investire con delle elezioni, il capo del governo insieme al rappresentante di Dio in patria.
Non cito neppure i tanti paesi dove la separazione fra Chiesa e Stato non è mai stata neppure paventata, tanto sembrava assurda, per le loro popolazioni.

Ora, circa un centinaio d'anni dopo lo Statuto Albertino, che metteva nel primo articolo la religione Cattolica, come suo fondamento, siamo invece giunti ad una Costituzione di tipo laico, dove il primo riferimento alla religione è all'articolo 3. E col tentativo di garantirla indipendente dallo Stato.
Nei fatti siam rimasti un po' come gli statunitensi, non c'è stata una dissoluzione dei legami fra Stato e Chiesa. E' un po' come un bambino che pure imparando a camminare da solo continua a cercare la mano del genitore, per il conforto di non essere da solo. Allo stesso modo abbiamo creato una nazione infantile, che vuole correre indipendente in avanti, ma tranquilla di poter correre anche indietro, di tanto in tanto.

Un caso eclatante, che dovrebbe far salire l'indignazione (o almeno la sorpresa) di chiunque creda nella separazione di Stato e Chiesa, è quello del crocifisso nelle aule scolastiche.
Una sentenza del Consiglio di Stato (quello Italiano, non Vaticano, come si potrebbe supporre) ha infatti espresso che tale simbolo debba rimanere nelle aule scolastiche, in quanto "è un simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili" (sic).
Queste sole parole dovrebbero scatenare domande inquietanti.
Perlomeno dovrebbe esserci qualcuno, che vista l'esposizione di un uomo torturato come fondamento dei diritti civili, spieghi ai giovani alunni il perché sia obbligatorio mettere proprio quell'uomo nelle aule e non un altro. Potrebbe funzionare al suo fianco la foto di una donna lapidata?

Leggendo più avanti la sentenza c'è veramente di che rabbrividire:
"un simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato".
Il concetto di laicità espresso mi pare in diretta antitesi con quello che dice ogni dizionario della lingua italiana.
La laicità, secondo il Consiglio di Stato, sarebbe l'apposizione obbligatoria di un simbolo religioso?

E' naturale dubitare delle capacità del Consiglio di Stato verso le sue funzioni, visto che non riesce neppure ad esprimersi in lingua italiana!
Ma c'è dell'altro, di molto più inquietante: e se chi ha scritto, firmato e pubblicato un atto del genere, fosse davvero a conoscenza di quel che ha scritto?
Se non fosse (come fa pensare) di un'ignoranza così imbarazzante?
Se avesse davvero saputo che stava prendendo in giro la religione Cattolica (affermando che non si tratta di un simbolo religioso) e ogni italiano (affermando che si tratta di laicità), come mai ha dichiarato una tale assurdità?

Ma in fondo che importa. A televisore spento niente importa, in questa nazione.

P.S.: Anche l'associazione dei consumatori ADUC si dissocia dalla decisione del Consiglio di Stato, come apprendo da una loro nota.

mercoledì, febbraio 15, 2006

Posso parlare col titolare?

Le compagnie telefoniche sono alla continua ricerca di nuovi contratti, probabilmente in un rincorrere i clienti che passano dall'una all'altra -- non so quanto spazio ci sia ancora per contratti totalmente nuovi.
Così la domanda "posso parlare col titolare?" è quella che ricevo più frequentemente, da interlocutrici sconosciute (solitamente donne), dirette incaricate di qualche gestore di telefonia o di aziende che ne rivendono i servizi.

Ora, io ho una qualità (sicuramente discutibile), che consiste nel saper essere cordiale ma distaccato e risoluto, per cui prevengo il protrarsi della spiegazione della telefonata.
In primis perché non uso così tanto il telefono, non sono alla ricerca di nuove opzioni che mi facciano risparmiare il centesimo al minuto.
Mentre esercito questa mia capacità comunicativa, sono di solito attento e curioso del modo in cui si pone chi sta dall'altra parte del telefono.
C'è chi probabilmente è già esperta, per cui non insiste, risponde al mio saluto e finisce la telefonata.
Un caso divertente, quanto assurdo, venne da una venditrice telefonica che non mi permetteva d'interromperla nella sua esposizione (no, non era un messaggio registrato), fingeva direttamente di non sentire. Dopo due o tre tentativi, salutai e riagganciai che ancora stava parlando, ignorandomi. Richiamò pure: probabilmente era risentita per non aver terminato. Non risposi neanche.

La chiamata che ho ricevuto stamani invece rientrava in un'altra categoria, in quella dei giovani venditori lanciati allo sbaraglio.
Ne ho sinceramente pena, perché ho l'impressione che abbiano accettato un lavoro che li coglie impreparati, senza aver avuto aiuto formativo. Di fronte al potenziale cliente difficile (diciamo come me) sono spesso sbigottiti, con le risposte negative troppo decise.
Posso solo chiedere scusa alle giovani operatrici di call center che mi chiamano: non ce l'ho con voi, sono semplicemente stufo di essere preso per un consumatore da sfruttare.

In qualche modo, chi le lancia all'attacco, mi ricorda quelli che mandano i figli di pochi anni d'età a mendicare, a lavare vetri ai semafori, a vendere rose nei ristoranti.
Vorrei parlare io, col loro titolare. Probabilmente non sarei altrettanto cortese.

Non disturbare il conducente

Probabilmente è un fattore d'età, un effetto della miopia, ma forse anche solo un fattore di maturità, che negli anni mi ha portato a cercare di essere un miglior guidatore d'automobile.
Il senso di miglioramento lo misuro con una maggiore attenzione agli altri, non solo nel concedere le giuste precedenze, ma soprattutto nel concedere con spensieratezza anche quelle ingiuste.

Sembra invece, quando giriamo per qualsiasi città o paese, che ci sia sempre una gran quantità di guidatori (e guidatrici) di ogni veicolo motorizzato, con delle urgenze che richiedano anche il rischio della vita. La loro e quella di chi hanno intorno, ovviamente.
Immagino che a tutti capiti una giornata storta, in cui il tempo non basta mai, e quello impiegato in automobile diventa prigionìa.
Ma sono davvero così tante, le persone che non possono fare a meno della fretta?

L'altro aspetto è quello dell'educazione civica. Se da un lato è vero che prendersi la giusta precedenza è un diritto, è anche vero, come accennavo prima, che qualche volta non serve forzare la mano.
Non sono delle novità quegli incroci, confluenze, in cui la segnaletica è stata pensata e messa in atto da un branco di scimmie -- in certi casi preferisco vederla così, è più dignitoso che pensarli umani: almeno sai che non potevano capirne di traffico di veicoli.
E allora che fai? T'impadronisci del diritto di precedenza? Qualche volta diventa un caos indicibile, mentre ti basta rallentare per un attimo dai 50 km/h ai 20 km/h, e se guardi nello specchietto vedi che hai risolto un ingorgo che magari si sarebbe protratto per cinque minuti.
I cinque minuti che sommati fanno le ore, i giorni, e tutto quanto segue.

Eppure l'automobilista, il guidatore di motocicli o scooter, è ansioso.
Ha speso soldi per un mezzo che potrebbe arrivare ai 200 km/h e deve passare le giornate in un ingorgo cittadino, consumando più carburante che per andare a quei 200 km/h. Inoltre ha intorno a sé una moltitudine di altri suoi simili, tutti con la stessa ansia: quella di arrivare prima.
Pare quasi ci sia un'empatia allora, il malessere si propaga e si amplifica. Deduce che anche quelli intorno a lui hanno fretta, ma a) non sanno guidare, b) rubano tempo e spazio a lui/lei, che sa guidare!

Ci sono poi quelli che non hanno fretta, che non ne hanno mai avuta. Perché tranquilli del loro viaggiare, oppure terrorizzati dal condurre un mezzo meccanico che avanza rumorosamente.
I loro 40 km/h sono equi, in una visione tutta loro, personale. Mantengono la velocità infatti costantemente, città o autostrada, su asfalto o sullo sterrato, su un rettilineo senza incroci, come in caso di semaforo rosso o di segnale di stop.
Li riconosci anche quando non guidano, perché se parlano di automobili, la loro prima memoria è di non avere mai avuto un incidente da tanti anni, grazie alla loro guida prudente. Non hanno mai visto nello specchietto retrovisore chi si è ammazzato per scansarli.

Così, non disturbate i conducenti. Già hanno ogni nevrosi contemporanea rinchiusa fra delle lamiere (o dentro un casco), non fategli carico di saperlo.

martedì, febbraio 14, 2006

San Valentino

Ascoltavo ieri alla radio un'intervista al signor Piero Angela, sul suo recente libro Ti amerò per sempre. La scienza dell'amore.
Ovvio che non fosse casuale l'evento, ma studiato per arrivare giusto prima della ricorrenza del 14 febbraio (oggi).
Come scrivevo tempo fa, non trovo blasfema la ricerca scientifica sui sentimenti, piuttosto la vedo talvolta inutile. Certo, magari il libro di Angela si focalizza sui fenomeni fisiologici (non l'ho letto, per cui non saprei), dove è relativamente semplice capire quali stimoli producono quali effetti.
Non so poi come affronti le tematiche sociali e psicologiche, che sicuramente sono molto complesse e meno facilmente indagabili.
Il punto che rimane sicuramente più difficile da capire è la soggettività, il modo in cui in una persona tutti i singoli aspetti si combinano (fisici, chimici, psicologici e sociali) per ottenere il suo senso dell'amore.

Quello che scatena, una ricerca del genere, è poi esattamente ciò che immaginavo, leggendo alcuni commenti di lettori (o presunti tali), su un sito di libri on-line.
Toccare un argomento che copre molte delle nostre sfere di percezione e d'azione, fa altalenare i commenti fra gli entusiasti e gli inorriditi.
Certo, avessi letto il libro, magari anch'io mi schiererei su un fronte d'opinione. Va da sé che per quanto io sia di pensiero spesso netto, deciso, non amo molto le prese di posizione estremistiche.

Ogni pensiero, sentimento, relazione, che ci coinvolge in modo emotivo, diventa facilmente un territorio di battaglia. L'emozionalità rende facilmente giustizia al nostro essere tutti diversi, e nel senso buono.
La diversità però è un peso da portare, qualcosa da sostenere. Assai più facile è conformarsi a qualcosa di esistente, ci rafforza il fatto che non si è da soli.
In ogni relazione dove le diversità si mettono a confronto, si nota facilmente un conflitto, talvolta esasperato, nel tentativo di far valere la propria visione, emozione, percezione.

In certe festività, ricorrenze, prese come assodate da lungo tempo, si vede spesso chi cerca di distaccarsene. Un esempio classico è il Natale, che col suo significato canonizzato, anche nei consumi, spazia ampiamente dagli accaniti sostenitori, agli indispettiti dal formalismo.
Fenomeno analogo capita a questo San Valentino, che non è legato ad una festività religiosa (a parte la casualità del nome di un santo?), ma che porta in tavola l'amore, come piatto unico.
Così c'è chi senza il regalo, ormai simbolo abusato, non lo sente vero, non sente di essere amato o amata. E c'è anche chi ha l'avversione del regalo, oppure il morso della solitudine o dell'amore tradito, per cui propone odio verso la ricorrenza.

E insomma, perché non accettare di più?
Dico, prendete il regalo con più attenzione al pensiero di chi l'ha dato, passando sopra al fatto che avvenga in una ricorrenza così consumistica.
E prendete l'amore per quel che è: il fatto che ci siano degli ormoni in circolo, che ce lo fan sentire, non lo sminuisce di valore, non lo meccanicizza, come si è soliti pensare di ogni cosa che passa per lo studio scientifico.
E arrabbiatevi per i regali fatti "per il senso del dovere", infastiditevi di chi vi vuole spiegare come ci si sente da innamorati.
Non ho scritto delle contraddizioni, è la vita ad essere continua contraddizione, niente segue un percorso ripetibile: di volta in volta abbiamo la possibilità di scegliere, cambiare opinione, emozionarci. E vedere tanti aspetti diversi.
La rigidità di pensiero, la celebrazione di quello meccanico o etereo, è l'unica cosa da non festeggiare.

lunedì, febbraio 13, 2006

The Hitchiker's Guide to The Galaxy

Ho comprato qualche giorno fa il film in DVD, uscito nel 2005, basato sul libro di Douglas Adams (e pare anche approvato nella sceneggiatura dallo stesso Adams, deceduto nel 2001), e devo dire che l'ho trovato veramente esilarante, perfettamente intonato allo stile del libro.
Anche i dialoghi cercano di riprendere alla lettera quelli del libro -- che ovviamente rimane enormemente più vasto, e divertente.
Però è stato molto simpatico, vedere trasposti in personaggi del cinema, gli assurdi protagonisti della Guida galattica per autostoppisti.

Segnalo fra l'altro che si trova in PDF ad un indirizzo che mi sono annotato: se avete la pazienza di leggerlo da un monitor o sul display di un computer portatile.

Nota: una casualità impressionante (ma non lo sarebbe stata per lo stesso Adams) è che oggi, 13 febbraio 2006, mentre sfogliavo Wikipedia, dopo aver già scritto questo articoletto, trovo che Douglas Adams è l'articolo del giorno sulla pagina in Inglese.

Dove si trova la libertà?

Leggendo una breve nota di Ashtart, sul suo weblog, ho avuto lo spunto per questa domanda.
La libertà ha davvero bisogno di un luogo in cui tutto si azzera, si cancella, per essere vissuta senza distrazioni, senza oppressione?

Mi ha richiamato alla mente la storia de Il deserto dei Tartari di Buzzati, non solo per la narrazione del romanzo, ma per la motivazione prima che spinse Buzzati a scriverlo. All'epoca era infatti impiegato in una grande azienda, dal clima opprimente, con un lavoro anonimo. Traspose così quello stato d'animo di vuoto interiore, mentre tutto intorno ti spersonalizza, con nessuno che ti conceda la tua unicità e importanza.
Molti anni fa ho vissuto le sensazioni di Buzzati, sia quelle del clima aziendale mastodontico, burocratico, che quelle che lui raccontava in metafora, di un un luogo militarizzato e chiuso al mondo esterno, dove solo l'angoscia riempie le giornate.

Ci sono luoghi dove la mente cerca continuamente la libertà, la fuga. E non solo la mente.
Ma dove si trova, infine la libertà? C'è un luogo preciso?
La domanda in sé mi ripropone un breve racconto Zen, che citerò qui a memoria.

Un discepolo del Buddha si era seduto in meditazione in una foresta, cercando la tranquillità. Dopo un po' che era seduto si accorse però che lo svolazzare e il cinguettare degli uccelli non riusciva a fargli trovare la concentrazione. Allora se ne andò sulla riva del fiume, ma anche lì non c'era il silenzio che cercava: l'acqua che scrosciava, i pesci che saltavano, erano un continuo disturbo.
Allora cacciò tutti gli uccelli e pescò i pesci, li cucinò e se li mangiò, facendone indigestione e finendo malato.
La vera confusione non è nello scrosciare dell'acqua o nel canto degli uccelli, ma nel nostro spirito.


Trovo che la riflessione del racconto sia molto interessante.
La ricerca di qualcosa, di una parte di sé finita perduta, è sicuramente più facile in un luogo dove niente ci distolga da noi stessi. Dove si riesce a concentrarsi sul proprio essere, è più facile trovare quel che si è perduto.
Il punto è che comunque non c'è garanzia che l'essere soli con se stessi porti a capirsi, a migliorarsi. Per estensione, visto che siamo comunque una specie con tendenza sociale, è anche più probabile che ci si forzi ad un vivere estremo.
Magari la socialità di cui abbiamo bisogno ci è sufficiente in un gruppo di cento individui della nostra specie, anziché in un ammasso urbano di centinaia di migliaia: l'eccesso di contatti interpersonali ci spersonalizza. Ci rende piccoli nella moltitudine.
La misura di tutto quello è sicuramente soggettiva.

Pare che ogni tanto diventino simboli particolari le scelte di vita diverse, come chi si allontana dal mondo, un po' come in Guerra agli umani di Wu Ming 2.
Eppure, qualunque sia il motivo e il modo in cui cambia un modo di vivere, sia per chi si estrania in assoluto per una ricerca di ascesi, sia per chi vuole cambiare città, nazione, o continente, c'è sempre qualcosa in agguato.
Chi attraversa l'oceano cambia il proprio cielo, ma non anima, così cita Loreena McKennitt in un suo bellissimo album, fatto di viaggi per il mondo.
In ogni fuga vedo l'espressione di una necessità, la ricerca di un bisogno. Il suo raggiungimento è però scollegato da quanta strada si percorre, sia essa misurata in miglia, chilometri o con un salto culturale e nello stile di vivere.
Sempre McKennitt cita Lao Tzu, "un buon viaggiatore non ha percorsi prefissati e nessun intento di arrivare".
Chi invece vuole arrivare da qualche parte, fosse questo luogo la dimora della libertà, dovrebbe porsi un obbiettivo, una destinazione.

Se poi trova il suo obbiettivo senza finire a centinaia o migliaia di chilometri da dov'è partito, forse allora ha ottenuto qualcosa anche più grandioso.
Avere come punto d'arrivo quello di partenza può anche essere la distanza più lunga percorribile fra due punti, se per arrivarci si transita per ogni altro punto dell'universo. Incidentalmente è anche la più breve, ma qui sta tutto nella capacità di muoversi, anziché attendere i Tartari.

Senza moderazione

Ho tolto la moderazione ai commenti su questo blog: finora non ne arrivava neppure uno, adesso che son liberi per tutti vedremo che accadrà.

giovedì, febbraio 09, 2006

Disturbi di sottofondo

Si annunciano tafferugli, scene di piccola sovversione, violenze (com'è già accaduto), concomitanti all'evento olimpico di Torino, che invero non sto seguendo per niente -- non so neppure se è cominciato o quando comincerà, vedo da un calendario che ci sono gare per l'11 febbraio, suppongo inizierà per allora.
Così come non ho seguito le proteste contro la TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità. Immagino ci sia di che preoccuparsi, nei lavori di alta velocità ferroviaria, visto lo scempio ambientale che hanno portato altrove -- come falde acquifere inquinate dai lavori, o milioni di metri cubi d'acqua deviati verso altre profondità, rendendone impossibile il recupero (in un mondo dove è sempre più un bene prezioso).

Questi eventi appoggiano la mia ipotesi di qualche tempo fa, ripresa anche in un mio recente articolo, qui. L'ipotesi che si crei un disagio sempre maggiore, che non penso porti ad un clima di guerra civile, ma sicuramente non allenta le tensioni sociali già in atto.
E' evidente che nel caos si mescolano poi tante forze, quelle della protesta pacifica, quelle della protesta violenta, quelle della sovversione autorizzata. Perché è anche possibile che mantenere il livello della paura, il livello di attenzione, faccia il gioco di chi controlla realmente il potere -- e non venitemi a dire che essendo in democrazia è controllato da noi stessi.
I no-global tumultuosi sono una garanzia, la sicurezza dell'insicurezza: un potenziale destabilizzante della società sopita, lo spauracchio che rende giustificabile l'uso della forza, che una volta messa in moto diventa comoda anche per altri scopi -- qualsiasi protesta sociale diventa un pericoloso sfogo dei no-global.
E se non fossero abbastanza violenti, distruttivi, basta inserirci qualche elemento adeguato -- se c'è una cosa facile da scatenare è il caos.

Un sottofondo disturbato è sempre utile. Non completamente caotico, ma disturbato.
Così come si modifica la legge sulla difesa personale, meglio dare un po' di far-west ai cittadini, che investire nella repressione del crimine -- aumentando l'effettività dei mezzi di polizia, contro i crimini che ci sono ben noti.
Meglio fingere che esistano dei poliziotti di quartiere (ne avete mai visto uno?), che affrontare seriamente la criminalità consolidata.
Meglio avere dei piccoli criminali, agitando lo spauracchio del terrorismo, che intervenire per migliorare il livello sociale.

E che si facciano infine queste Olimpiadi, come pura immagine.
Il signor Enrico Mentana (non so come, ma sembra che sia anche un giornalista), che ho sentito stamani parlare in radio, ha detto che le proteste in concomitanza delle Olimpiadi renderanno una brutta immagine dell'Italia, per cui che si evitino e si rimandino a dopo l'evento.
Una brutta immagine? Sorprende pensare che si possa ancora fare qualcosa per peggiorare l'immagine del paese, ma se lo dice lui, avrà ben in mente qualcosa.
E che si racconti pure che per la prima volta tutto quanto è stato organizzato in anticipo, tutto finito: così sentivo dire qualche giorno orsono, in qualche altra radio. L'articoletto letto oggi invece mi dice qualcosa di leggermente diverso.
E che scenda in corteo anche la signora Laura Bush, non so bene in rappresentanza di cosa. Forse del suo paese, ma anche su questo sarebbe interessante sapere se rappresenta almeno la metà del suo paese.

Ma che non ci siano le azioni a "bassa intensità" descritte dal signor Pisanu (che incidentalmente ricopre anche la carica di Ministro degli Interni).
In questo spettacolo dell'ovvio, dove di tutto si parla fuorché di sport, sarebbero un potenziale e sgradevole disturbo di sottofondo.

mercoledì, febbraio 08, 2006

Mondo reale

Vista una precedente citazione, in cui avevo trovato un riferimento al signor Antonio di Pietro, ho curiosato sul suo sito, leggendo qua e là.
Devo dire che letto il primo punto del suo programma elettorale, beh, sono rimasto divertito al pensiero di cosa significhino davvero le cose che elenca e come vengano viste dal resto d'Italia.

Sono le cose che s'insegnano a scuola, in un corso d'economia e diritto basilare.
Quelle che gli studenti imparano perché "così le vuole ripetute l'insegnante". Quando escono per strada, sanno che tutto va diversamente.
Nel primo punto del signor di Pietro avrebbe dovuto esserci un'altra premessa, quella di convincere gl'italiani verso l'onestà. Ma sarebbe impossibile anche per un tiranno illuminato, operare una tale conversione, figurarsi per uno stato che approssima il concetto di democrazia.

"Chi viola la legge deve pagare."
Una frase troppo forte per essere appoggiata da molti, vista la mentalità comune dei piccoli espedienti. E non parli di furti e rapine, basti pensare a chi compra un DVD copiato, oppure è vissuto per anni col decoder della TV satellitare illegalmente.
Senza l'educazione alla legalità, non vedo possibile la strada verso la legalità.

Educare poi, con la pletora di cattivi esempi che ha ogni ragazzino, diventa sempre più impegnativo.
Il lavoro più importante, più impegnativo e carico di responsabilità che vedo, è da sempre quello di chi insegna: si danno oggi le basi per il domani.
Non basterà scegliere la legalità in modo elettorale, dovrà poggiare su delle basi, altrimenti sarà un palazzo costruito sulla sabbia. E le basi del domani sono i bambini di oggi.
Io lo vedo così, un pezzo importante del mondo reale.

Stabilità

Cambiando canale alla radio, mentre si viaggia nel traffico cittadino, si catturano nelle interviste radiofoniche delle perle improvvise (e improvvide).
Stamani ho ascoltato per pochi secondi un idiota (chiedo venia dell'espressione: non ho ascoltato a sufficienza da poter apporre il nome e cognome, al termine idiota), intervistato su una radio nazionale, che ha definito una buona legge elettorale quella che fa durare a lungo un governo.
Come dire che governi come quello di Pinochet o di Pol Pot avevano buone leggi elettorali.

E se per dare una parvenza di stabilità, si facesse qualcosa per lavare via un po' di fango dal pantano della politica?
Non parlo di grandi cose, ne basterebbero di piccole. Beh, piccole: sarebbero piccole in una nazione civile, qui le cose sono diverse. Basta vedere i politici citati da Beppe Grillo. E sempre dal suo sito, l'articolo sull'imbarazzante denuncia di chi fa una dichiarazione onesta.

Visto poi che è facile correre a conclusioni affrettate, sottolineo sempre che non condivido tutto quel che dice o scrive il signor Grillo. In qualche caso mi pare infatti esaltazione sopra le righe.
La verità rimane spesso trasversale alle ideologie. Penso al caso del giornalista Marco Travaglio, politicamente schierato a destra, che per esprimere le sue ricerche sui fatti economici sporchi della destra deve farlo sulla stampa di sinistra -- e immagino che invece sarebbe di nuovo accolto volentieri dalla destra, per citare gli affari sporchi della sinistra.
Rimane difficile controbattere il fatto che ci siano non solo politici corrotti, come vuole il vecchio adagio, ma politici condannati in via definitiva, che siedono allegramente in parlamento.

Tempo fa lo stesso signor Grillo aveva addirittura comprato la pagina di un quotidiano europeo per denunciare la faccenda dei parlamentari criminali.
Europeo, in lingua inglese: per fare sapere all'Europa cosa succede in Italia. Perché agli italiani si sa, non importa. Per loro conta la stabilità.

lunedì, febbraio 06, 2006

Consumatori del genere giusto

Penso che sia nota a molti l'esistenza del lievito di birra in compresse. Ricco di vitamine, salutare per il tratto intestinale, probabilmente un buon alleato sia contro i virus stagionali che per tanti altri motivi.
Tempo fa, cercandone di una marca specifica, non riuscivo - a colpo d'occhio - a vederlo sullo scaffale del supermercato. Detti quindi una seconda occhiata più attenta, finché non trovai una bottiglietta della forma e dimensioni che conoscevo, ma con una diversa grafica.
Capita: cambiano confezione, non la vedi subito. Leggo meglio. Il titolo più in risalto (oltre alla marca) dice "Vitalità e bellezza", subito sopra "nutrizione e donna", in fondo, in piccolo (per vergogna?), finalmente la scritta "lievito di birra".
Posso consumarne anche se non sono una donna e il mio obbiettivo non è "vitalità e bellezza"?

Le ricerche di mercato individuano quali sono le tipologie di consumatori di ogni prodotto, per stimolarle a crescere -- nei consumi.
Come appare agli altri, ai consumatori marginali, essere esclusi dall'iconografia pubblicitaria?

La ricerca dell'appetibilità ha generato ulteriori divari fra uomo e donna, su prodotti che magari non hanno alcuno scopo di essere separati.
Certo, in campo cosmetico è facile, suddividendo con delle profumazioni selezionate quello che è maschile dal femminile. Anche se magari il prodotto è alla fine lo stesso, aroma a parte.
Ma non basta. I prodotti ci suddividono anche in consumatori ricchi e consumatori poveri. Che spesso avviene con lo stesso metodo, profumando in modo più costoso quel che deve essere consumato dal più danaroso -- penso ad esempio alle scarpe di una nota marca internazionale di abbigliamento sportivo, che smista negli stessi magazzini i prodotti buoni da quelli economici, solo che li fa produrre nella stessa fabbrica, ma cambia solo il cartellino di vendita.

Questa divisione dei consumi, quale impatto ha sulla società?

--

Che peccato, avevo scritto un'altra paginata di testo e per una banalità è andato perso da questo servizio di blog. Non ho la pazienza e il tempo di riscriverlo.

venerdì, febbraio 03, 2006

Che accada da noi? Impossibile

Dopo ogni tragedia, che scuote un'intera nazione estera, siamo sempre pronti a dirci migliori.
Per poi smentirci sempre in modo patetico.
Mi viene da pensare ai black-out elettrici, come quello nello stato di New York anni fa. In Italia, si affrettarono a dire, mai succederebbe. Invece ne successe anche uno peggiore, con la nazione intera bloccata per due giorni.

Così trovo irritante e petulante il signor Bertolaso, dalla Protezione Civile, che ad ogni scempio deve sempre ricordare che "qui siamo migliori".
L'ultima in vista della ricorrenza dei quarant'anni dall'alluvione di Firenze del 1966, che si commemorerà a novembre. Adesso non succederebbe, ci dice quel signore, si è lavorato per migliorarsi. Anzi, citando un'opera fiorentina rovinata dall'alluvione, ha pure aggiunto "Se si riuscisse a completare il restauro per il 4 novembre sarebbe un'ottima testimonianza di quanto questo Paese è in grado di proteggere i propri beni culturali".
Ora, camminando per le strade di Firenze non è esattamente quel che viene da pensare: evidentemente sono poco attento, per non vedere tutta questa protezione. O troppo attento a quel che cade nell'incuria.
Mi chiedo se certe frasi siano studiate a tavolino. Se ci sia premeditazione nel costruirsi un'immagine di beota, o se sia un obbligo istituzionale.

Milioni di posti di lavoro

In una delle passate campagne elettorali si promettava, fra le tante cose, un milione di posti di lavoro.
Visto lo stato del paese poteva apparire ad alcuni come demagogia, ad altri come una grande speranza, di essere in quel milione di nuovi lavoratori.

Stamani alla radio, ho sentito nuovamente la promessa di allora, dallo stesso personaggio politico.
E come prima cosa non mi ha ricordato né la demagogia, né le speranze degli italiani, ma un'analisi che qualcuno aveva fatto, con numeri molto semplici, alla precedente tornata.
Che la matematica ci sia difficile è inevitabile, in fondo il cervello umano non ha le basi per il pensiero matematico, per quanto sia bravo a simularle (e in qualche individuo eccezionalmente bravo). Ma questa matematica era assai semplice, trattandosi di aritmetica.

Il milione di posti di lavoro era anzitutto da vedersi nel corso di una legislatura, per cui con una suddivisione che statisticamente non è equa, ma rende l'idea, proviamo a dividere un milione per i 5 anni di una legislatura. Otteniamo duecentomila.
Ora, al tempo della precedente promessa, nell'anno subito precedente, i posti di lavoro creatisi erano stati ben oltre duecentomila: quindi la promessa, nelle cifre, era già inferiore ai precedenti.
Ma non essendo tutti matematici, e anche scarsi in aritmetica, l'effetto era sortito.

Va da sè che la creazione di nuovi posti di lavoro non implica il mantenimento dei precedenti.
Creare quindi duecentomila posti di lavoro e perderne alcune decine di migliaia, rallenta in ogni caso la crescita del lavoro. Risalgo ad esempio a dei dati ISTAT del 2003, in cui solo nella grande azienda si sono persi 24mila posti di lavoro.

C'è poi la tipologia del lavoro ad essere inquietante, come citavo in un mio precedente articolo. Diventando sempre più precario, legato a contratti temporanei, è evidente che non crea stabilità: per assurdo, nel giro di altri cinque anni si potrebbero avere molti più posti di lavoro, ma con molti meno occupati sicuri di ricevere un salario ogni mese.

In conclusione, quanti posti di lavoro si dovrebbero creare, per garantire stabilità e crescita al paese? Milioni probabilmente, nel giro del quinquennio.
Credo che a questo punto nessuno si sentirebbe di prometterlo, primo perché suonerebbe falso, troppo falso. Secondo, perché è ben difficile da promettersi, anche in buona fede (o in assoluta ingenuità, che non cambia il risultato).

mercoledì, febbraio 01, 2006

Grandezza e limiti del pensiero

Riflettendo sulla mia scarsa tolleranza verso tante cose, sono giunto a qualche risultato a cui non avevo mai pensato prima, in proposito alla psicoanalisi e alla psicoterapia.
Devo anzitutto confessare che il mio interesse per entrambe mi ha fatto pensare più volte se prendere quel corso di studi, per cui rientro fra coloro che in qualche modo hanno una velleità di analista.

Il punto saliente della mia riflessione è sul fatto che il terapeuta, di fronte al paziente, non può rivelare ogni sua intuizione.
Questo è ovvio per tanti motivi. Se qualcuno raccontasse un'angoscia verso la torta di mele, oppure l'incapacità di mangiare un'insalata, magari il professionista che ascolta ha compreso che è una situazione in cui agire indirettamente: non può dire al paziente che i timori sono tutti stupidaggini. Deve prendere qualche strada più lunga e tortuosa, affinché il paziente possa affrontare il problema in modo graduale.
Potrebbe anche condurlo fino alla soluzione, senza mai rivelare la sua intuizione -- che magari, per me e voi che leggete, era banalmente "da bambino ti han costretto a mangiare solo torta di mele e insalata e ti ha scioccato!": solo che la banalità non esiste, per chi ne ha ansia.

Quanto si può accettare senza una spiegazione?
Perché se anche una spiegazione ci fosse, per chi è abituato ad approfondire - come me - appare evidente quand'è fittizia o incompleta.
Direi che io non possa accettare proprio niente, se mi viene negata una spiegazione completa o comunque veritiera. Fortuna che non ho problemi con le torte di mele o le insalate.

Quanto si accetta delle manipolazioni?
Un amico mi raccontava di alcune scene da lui viste, che a me risultano classiche. La moglie che apostrofa con veemenza il marito, in pubblico, perché doveva mettere le scarpe di quel colore e non di questo, e anche quell'altro maglione e non questo, con l'uomo che annuisce silenziosamente.
Eppure non tutte le manipolazioni sono con lo scopo di prevaricare, così come non tutte sono sintomo d'impotenza da parte di chi viene manipolato. Ci sono infatti situazioni in cui si crea un rapporto fra dominatore e sottomesso, in modo cosciente e accettato da entrambi.
Senza giungere a casi estremi, è evidente che anche nel rapporto fra terapeuta e paziente si deve accettare un ruolo di questo genere, visto che altrimenti può diventare difficile l'accettare i consigli di chi li propone.
E qui mi felicito di nuovo di non avere problemi con le torte di mele, visto che sono spesso piuttosto restìo nell'accettare i consigli altrui, ma anche estremamente intollerante verso i tentativi di condizionamento.

Quanto si pensa?
Solitamente in modo sproporzionato: come se l'attività cerebrale fosse sempre ad un ritmo diverso dalle nostre necessità fisiche quotidiane.
Si prendono alla leggera le situazioni che necessitano riflessione. Si prendono come estremamente serie quelle da vivere spensieratamente. Certo, detto così non lascia scampo: è certamente vero che esiste tutto un mondo in cui le azzecchiamo.
Coordinare mente e azione però rimane sempre una gara, come lo dimostra qualsiasi gioco di riflessi.

giovedì, gennaio 19, 2006

Quanto tempo ancora?

Tempo fa scrivevo a proposito dell'impoverimento economico, e oggi non potevo che ripensarci, leggendo dei tanti contratti di lavoro precari, come quelli degli impiegati di call-center, che si trovano nel contratto di lavoro dei comma come questo: "Gravidanza, malattia e infortunio sono causa di sospensione del rapporto".

Un paio di giorni fa leggevo peraltro di una madre disoccupata, incensurata, che ha lasciato i figli di pochi anni in auto per tentare una rapina in una tabaccheria.
Evidente che la cronaca tenda ad esasperarci questi esempi, per vendere copie di giornale. Altrettanto evidente mi pare il fatto che non siano più casi isolati.

Quanto tempo resta, ancora, prima che questo livello di disagio sociale diventi pandemico?
Perché in ciò che vedo, camminando per le strade di ogni città, pare che la tragicità sia costantemente in agguato, anziché essere rara chimera della cronaca.

Sarebbe inquietante pensare poi che molti possano averne vantaggio.
Non solo i ricchi, che impoverendo la nazione potranno divenirlo di più, ma anche chi si atteggia a difensore dei poveri: ormai son così tanto che fare demagogia diventa ogni giorno più facile. Ogni bugia, vecchia o nuova, diventa più facile da far digerire: vogliamo credere di salvarci, con un minimo sforzo.
Eppure non ci sarà mai una rivolta contro qualcosa, che finisca per essere percepita. Il trucco della libertà di pensiero, regalata a chi non sa pensare, è un po' come la libertà di mangiare, fornita sotto forma di hamburger e patatine fritte. Si svende a poco costo, quel che la pubblicità riempie di virtù e di attenzioni.
I regimi invisibili sono talvolta più pericolosi di quelli visibili.

Ripenso poi alla scarsa lungimiranza di chi amministra il potere economico, su qualsiasi scala.
Possibile che non comprenda come gli stessi lavoratori che licenzia o paga male, sono gli stessi consumatori dei beni dell'azienda?
Chi produce carta, ferro, legno, qualsiasi cosa, non riesce a comprendere che fra i consumatori di quei materiali ci sono persone esattamente uguali ai propri dipendenti?

martedì, gennaio 17, 2006

La fine è vicina (o anche no)

Lo scienziato e ricercatore James Lovelock, in un articolo del giornale inglese The Independent di oggi, ci racconta di un imminente (e ormai irreparabile) declino ambientale, che porterà entro la fine di questo secolo alla distruzione del pianeta.

Certo, di numeri ne ha dalla sua, il signor Lovelock, che prima di essere ambientalista e creatore dell'idea di Gaia è stato anche sviluppatore delle tecnologie per il clima perfino per la NASA, realizzando sonde di misura per più di un pianeta (non solo la Terra, ma anche per Marte).
Un ambientalista curioso, controtendenza, in quanto forte sostenitore che l'energia nucleare sia l'unica soluzione contro il riscaldamento globale.

Evidente che non basti essere un brillante scienziato, per azzeccarle tutte, così ci sono molti aspetti controversi delle ipotesi di Lovelock.
Il racconto di Lovelock è sicuramente catastrofico. Ci racconta che un medico o un poliziotto hanno un compito duro, ma a cui non possono sottrarsi, quando devono avvisare una famiglia che un loro componente, o più d'uno, è inevitabilmente morto. Allo stesso modo dice di non potersi sottrarre al compito difficile di dircelo. Che la fine è vicina.

Pare una frase da hippies degli anni '60, di quelle da scrivere su un cartello e girarci per i marciapiedi di qualche città americana.
Molti saranno concordi che la frase è sicuramente veritiera per l'ottantaseienne Lovelock, è un compito difficile dirglielo, ma non ci spaventiamo nel farglielo sapere.

Che riteniate opinabile o no l'ipotesi di Lovelock, è senz'altro da vedere come un sasso gettato in uno stagno: sperando che smuova le acque.
Solo che in questo mondo in cui l'incertezza economica e sociale opprime molti sul presente del vivere, ben pochi guardano a un futuro che Lovelock dice vicino (entro il secolo), ma che percepiamo come lontano.
Però dovrebbe essere spunto di riflessione per chiunque abbia (o desideri) dei figli o nipoti: se riesce a comprendere che a loro volta potrebbero avere figli e nipoti, un giorno.

La frase fatta del "vivere l'attimo" è stata sicuramente distorta nei modi più turpi, in questi ultimi anni. Dal messaggio positivo del viverlo spensieratamente è stato stravolto il senso, come se equivalesse a vivere solo freneticamente, una vita al massimo, quasi come l'omonimo film di Tony Scott.
I tempi si sono ristretti. Se nel passato si cercava un senso alla vita, ora si cerca un senso ai momenti, intervalli di tempo sempre più brevi, che per ovviare alla loro brevità devono avere un significato enorme.
In questa incessante miniaturizzazione degli spazi felici non c'è più la misura del futuro. Diventa tutto troppo lontano, una misura fuori dalla scala del nostro metro: la fine è inevitabilmente lontana, lontanissima.

Sarebbe un vero spreco, se Lovelock avesse ragione: milioni d'anni d'evoluzione, poche centinaia per disfare tutto.
Curiosamente, io che misuro queste cose con cinismo matematico, ne sono preoccupato, mentre chi si appassiona e si dispera facilmente, non si vede spesso preoccupato. Chissà.

lunedì, gennaio 16, 2006

Siamo alla frutta

Il signor Marcello Pera, che di occupazione risulta avere un incarico costituzionale, non riesce mai ad esimersi dal dichiarare la sua incapacità nel ricoprire la carica data.
Letto così sembrerebbe un mio duro commento sul presidente del Senato, mentre è semplicemente quello che ho letto da una citazione delle sue stesse parole. Infatti ha detto oggi, parlando di partiti politici che "Chiunque, infatti, ritenesse che o per tradizione, o per qualche ragione, di essere moralmente superiore agli altri, avanzare una diversità di carattere etico o addirittura antropologico, commetterebbe, secondo me, un gravissimo errore".

Quindi, se nella politica italiana ci sono comportamenti altamente immorali, se ci sono soggetti che toccano il fondo, nessuno - a detta del signor Pera - può dirsi migliore.
Visto che chi parla può farlo in primis per sé, perlomeno si riferiva a se stesso, ne deduco. Come contraddirlo.
Per estensione ci ha detto che il peggio che si è accumulato nella politica non è migliorabile.

Non solo siamo alla frutta, ma è anche marcia.

domenica, gennaio 15, 2006

Commenti al weblog

Ho abilitato i commenti anche per gli utenti non registrati sul sito: la loro pubblicazione è comunque moderata da me, se riuscirà a frenare lo spam.

La conquista della libertà

Non molto tempo fa, mi ritrovai a discutere con una conoscente su come si conquista la libertà. Va premesso che questa persona lavora in ambito sociale, ed è di una certa cultura, da cui ha sicuramente dell'esperienza.
La sua posizione fondamentale è che la libertà, per essere tale, deve esserci concessa degli altri: se qualcuno non ci riconosce di essere liberi, allora non lo siamo.

Devo dire invece di essere in gran parte in disaccordo, con questa opinione. Se è vero che la concessione della libertà ci solleva, allenta una pressione psicologica e ci rafforza positivamente, è anche vero che in molti casi va tutto diversamente.
Mi viene da pensare che quasi tutti i movimenti sociali che hanno ottenuto qualche forma di libertà, l'hanno ottenuta a priori, forzandone l'esistenza, non aspettando che fosse concessa. Certo, per quelli a cui è seguito a posteriori la conferma, l'accettazione, c'è sempre stato sollievo: solo che non è questo a determinare l'esistenza di un principio di libertà.

Se fosse valido il principio della mia conoscente, ci sarebbero milioni e milioni di persone che non potrebbero neppure pensarla la libertà, tanto è stretto il giogo sotto cui sono costrette.
La libertà è una conquista, anche individuale; il suo riconoscimento è una concessione, ma non pregiudica arbitrariamente il successo della conquista.
Sarà che io sono una persona assai diversa dalla mia conoscente, e che alle manifeste limitazioni di libertà reagisco sempre con la grazia conciliatoria di un rinoceronte.

mercoledì, gennaio 11, 2006

Dormirci sopra

Un ricercatore esperto di neurologia e ritmo circadiano (così recita l'articolo che leggo) ha condotto un'indagine approfondita sulla relazione fra capacità cognitive e quantità di sonno.
Detto così suona alla grande, mentre il risultato mi pare alla portata delle capacità di ricerca di qualsiasi bambino in età prescolare. La ricerca del signor Wright è approdata infatti al risultato che dopo tre minuti dal risveglio (sì, tre) non abbiamo il cervello molto efficiente.
Viene da chiedersi chi aveva bisogno di questa ricerca, ma leggendo bene l'articolo si ottiene sia la risposta che un inquietante risvolto.

Nonostante i test sottoposti da Wright fossero di tipo aritmetico ("agli individui era domandato di risolvere delle addizioni a due cifre"), lo scopo era ben lontano dalla matematica.
Fra l'altro viene anche da chiedersi perché dei test aritmetici, visto che il cervello umano è provatamente inadeguato per quel tipo di operazioni -- un test banale: provate ad immaginare, ad occhi chiusi, di vedere una bottiglia su un tavolo; aggiungete mentalmente altre bottiglie, già con numeri piccolissimi, inferiori a dieci, diventa impossibile creare un'immagine.

Il test era pensato per pompieri, medici ed altro personale che opera in situazioni d'urgenza.
Un'addizione urgente, entro i tre minuti dal risveglio, mi pare meno probabile, ma non sono esperto di neurologia, per cui evidentemente vivo su un pianeta diverso.
E comunque questo spiega a che servisse: capire le "prestazioni" del personale.

Il risvolto inquietante è che nelle conclusioni del signor Wright è meglio non dormire affatto.
Come dire che i turni di lavoro di medici e pompieri è meglio che siano di 24 ore filate, anziché di 16, con 8 ore di sonno.
E questo spiega chi può aver avuto interesse a finanziare la ricerca del signor Wright.

Del resto, gli esperti neurologi prendono pesci (o sovvenzioni) proprio perché non dormono.
A tutti gli altri non rimane che sperare di non aver bisogno del pompiere o del medico insonne.

lunedì, gennaio 09, 2006

Immagini dell'amore

Mentre da un lato c'è chi cerca continuamente un significato alla parola amore, c'è chi lo vive senza porsi la questione.
Periodicamente mi capita di leggere articoli di ricerche (pseudo-) scientifiche sul tema. La ricerca di qualcuno sembra essere fortemente condizionata dal capire le basi chimiche e fisiologiche di questo sentimento. Forse perché è conosciuto a livello globale, anche in culture molto diverse, per cui se ne cerca la base per capire l'origine fisica dei sentimenti stessi.

Nessuna sorpresa, nel mio piccolo m'interesso del sapere scientifico da anni, per cui non vedo limiti a questa ricerca.
Mi chiedo piuttosto se abbia sempre un senso, oppure se ha il senso che ci vuol dare chi pubblica questo tipo di ricerche. I "risultati" si vedono infatti propinati come se fossero sondaggi d'opinione, totalmente veri e totalmente falsi allo stesso tempo, ma anche modelli da accettare.
La razionalizzazione dei sentimenti, come sembrano supporre questo tipo di ricerche, mi pare una cosa ridicola. Tutto qui.

Cosa dà un senso d'amore? E' completamente slegato dal discorso prima (o forse no), ma ho pensato ad un'immagine, vista qualche giorno fa.
Un ragazzo e una ragazza che si guardavano, si sono sorrisi, e in quel loro sorriso c'era una condivisione che andava aldilà dell'immagine. Forse il sorridersi esattamente nello stesso modo è un'immagine dell'amore.
Avrebbero avuto bisogno di una ricerca che dicesse loro quali ormoni e ferormoni far salire o scendere di livello? Non credo proprio.

venerdì, dicembre 30, 2005

Alta tecnologia

Così recita il titolo di un quotidiano on-line, ma lo scrive in inglese, perché in italiano sembrerebbe dozzinale. E se fosse veramente dozzinale, perlomeno sarebbe intonato al livello della campagna fotografica che ci propongono.
Ma vediamola, coi soli nomi, senza le foto d'effetto.

Qrio, l'ultimo robot commerciale di Sony.
In effetti di tecnologia quest'oggetto ne include un bel po'. L'articolo si sofferma a dirci che ha tre occhi, ma per chi ha visto i video del prodotto in questione, dal sito Sony, è comprensibile che sia davvero il dettaglio più trascurabile. L'effetto su cui ha puntato Sony è appunto l'antropomorfizzazione, la capacità di rendere espressioni corporee umane, in cui questo robot sembra primeggiare.

La nuova Xbox 360 di Microsoft.
Tecnologicamente non sembra così stupefacente: un PC di recente generazione, racchiuso in una console. Il software la renderà appetibile, ma dal punto di vista tecnologico cosa dovrebbe sorprendere?

Con lo iPod nano la Apple "rivoluziona il mercato mp3", come recita la didascalia.
Non ci spiega dov'è la rivoluzione. Si suppone nel formato ridotto, visto che tutto il resto di quel che offre è già sul mercato da un anno. Come hanno lamentato già molti utenti, sono riusciti a rendere più piccolo e fragile, qualcosa che esisteva già. Gran tecnologia.

Un robot in mostra al Tokio Robfest, di cui ammetto di non saper niente.
Sono sicuro che ci sia più tecnologia in questi prodotti amatoriali che in quelli commerciali, dello stesso show giornalistico.

Il supercomputer IBM Blue Gene/L.
Molto probabile che ci sia tanta tecnologia dietro, che dire.

La Sony PSP.
Una "console nel taschino", come recita la didascalia. Con un po' più di tecnologia di un iPod nano, indubbiamente, eppure non sono ancora convinto. Vedi ad esempio i film in standard UMD, che solo Sony come major cinematografica poteva proporre.

Il laptop da 100 dollari di Negroponte, per i paesi emergenti.
Quindi la negazione dell'alta tecnologia, per farci rientrare i costi. C'è da emozionarsi.

Il browser web Firefox di Mozilla.
Lo uso da lungo tempo, come browser esclusivo, ne sono soddisfatto, ma non ci vedo nessuna alta tecnologia: forse sono l'utente sbagliato, che non diventa schiavo dei propri venditori di fumo.

La corsa delle auto robot negli USA.
Affascinante: sicuramente c'è della tecnologia. Che finirà in qualche veicolo militare, suppongo.

NEC E616, il cellulare più sottile del mondo.
Immagino vorrebbe averlo avuto la ragazza che nella cronaca di qualche giorno fa, dopo un litigio con un fidanzato violento, è stata costretta a ingoiare il cellulare: l'hanno infatti operata d'urgenza allo stomaco.
Siamo pieni di orifizi in cui lo vorremmo avere, questo nuovo prodigioso prodotto, in un settore (quello della telefonia mobile) in cui non si vede mai niente di nuovo.

Una arma laser montata su un aereo militare americano C-130.
Finalmente la tecnologia che lascia meno tracce delle bombe al fosforo. Nessuno può farne a meno, quando vive in occidente ed è democratico.

Occhiali da sole con bluetooth da Motorola.
Gran tecnologia, un paio di occhiali da sole che portano di lato un apparecchio acustico, come quelli che facevano sentire dei veri andicappati chi aveva problemi di udito negli anni '70. Ma ora è uno status symbol, come privarsene.

Google Earth
, la terra vista in fotorealismo dallo spazio.
Praticamente quello che fa un programmetto analogo della NASA, ma con più dettaglio -- oltre alle pubblicità a pagamento di Google: dev'essere questo il lato altamente tecnologico.

Windows Vista.
Che letto in italiano rende esattamente quel che può essere, l'ennesima s-Vista di Microsoft su come funziona il mondo. Ma i soldi coprono qualsiasi gap: sarà sicuramente un prodotto di successo -- solo non vedo la tecnologia, se non quella già esistente.

Un iPod video.
Nuova grande intuizione Apple: inventare qualcosa che già esiste, ma con il proprio marchio. Geniale.

Il sito di photo sharing Flickr.
Non lo conosco: chissà quale meraviglia non vista mi son perso.

I computer Apple con i processori Intel.
Suona come "quando non sai più dove battere la testa, trova qualcuno incapace come te, ma con tanti soldi". Complimenti.

Il cellulare Rokr di Motorola.
Che sorprendentemente riesce a suonare gli mp3. Come tanti altri, ma forse Motorola ha un merito per stare in questa lista, gli altri no.

L'enciclopedia on-line Wikipedia.
Sicuramente un'ottima cosa, anche se non ci vedo l'alta tecnologia del roboante titolo.

Tiriamo le somme: Sony 2 prodotti, Apple 2 prodotti, Motorola 2 prodotti, Microsoft 2 prodotti, Google 2 prodotti, all'open source 2 prodotti, NEC e IBM solo 1, vabbè ... pare che gli sponsor (o il politically correct) siano tutti più o meno soddisfatti.
E l'alta tecnologia?

giovedì, dicembre 29, 2005

L'insostenibile prezzo del vivere

Leggevo un articolo di un forum (teoricamente generico o su altri argomenti), dove un giovane riporta l'esasperazione del vivere ed avere un lavoro.
Viene da chiedersi come mai per Natale veniamo subissati di richieste di solidarietà dai paesi poveri, quando il paese povero più vicino è questo, quello in cui viviamo.

Il sarcasmo, l'ironia con cui vengono farciti questi racconti ci dà una dimensione della gioventù, che cerca comunque di andare avanti, con la voglia di vivere.
La tragedia che ci leggo è che questi giovani, oggi precari, nel giro di 10 o 20 anni saranno a loro volta genitori, senza una famiglia che li appoggi economicamente, alle spalle: quale sarà la voglia di vivere dei loro figli?
Riuscirà a farli emergere dalla miseria in cui saranno sprofondati?

Prevedo più facilmente che si moltiplicherà la protesta degli estremismi, di chi vive già ai margini del sostentamento e non potrà offrire ai propri figli un appoggio per crescere.
Nessuno, fra coloro che fanno politica, ha una percezione realistica di questo fenomeno. Lo strumentalizzano, in positivo o in negativo, lo dileggiano, ne inorridiscono.
Il punto è che nessuno sembra capirne il dramma, aldilà di riempirsene la bocca in sterili polemiche.
E non sono preparati a capirlo: nessuno di coloro che ha avuto esperienza di una famiglia solida, di una stabilità economica, può capire quelli che saranno i genitori poveri dell'immediato futuro. Come nessuno di questi nuovi poveri diverrà mai importante politicamente.
S'è aperto uno strappo nel tessuto sociale ben diverso da quello che ci vogliono far credere, la scelta non è più di essere giovani e rivoluzionari oppure vetusti e conservatori, perché a breve tanti di quei giovani ingrosseranno le file di chi è meno giovane, senza automaticamente divenire i nuovi conservatori: non avranno più niente da conservare.

L'Africa, con tutti i suoi dolori, l'oriente vicino e lontano, il sudamerica, sono tutte realtà di diversi disagi. Nessuno da ignorare, sia ben chiaro.
Ma ogni giorno di più, con più forza, servono a coprire il disagio sociale di casa nostra, come un tappeto sotto cui nascondere la polvere.
Solo che quando non ci sarà più solo polvere, ma ratti morti, diverrà difficile nasconderli sotto ad un tappeto colorato.

Something's wrong in this House today
Something's been going on there may be a price to pay

The Alan Parson's Project, "May be a price to pay" dall'album "Turn of a friendly card"

Via-DiQui

L'arroganza dei politici è una di quelle manifestazioni che solitamente non passa mai in sordina. Di ogni scelta prepotente, ottusa, riescono sempre a farsene bandiera.
Fortunatamente, molte volte in modo ridicolo, ma se non c'è chi se ne accorge, il senso del ridicolo vale poco.

Il vocabolo squatter è diventato negli ultimi anni di largo uso anche in Italia.
Ripenso a Firenze, dove un edificio storicamente occupato, vicino al ponte all'Indiano, era chiamato dagli stessi occupanti Indiano okkupato; adesso sarà diventato sede di squatter, senza aver cambiato occupanti.
L'estensione cyberquatting, non è ancora entrata ufficialmente nella lingua italiana (o così credo), ma il suo senso è in uso da anni, anche in Italia. Denomina l'abuso fatto da chi registra a proprio uso un dominio internet di cui non ha diretto interesse: un po' come se io registrassi per mio uso personale un dominio come microsoft.it oppure adiconsum.it -- diverrebbe sicuramente fuorviante per chi vuole contattare i titolari del legittimo marchio o denominazione.

Nell'articolo citato sopra, per la voce cyberquatting su Wikipedia, si fanno pure riferimenti a normative in atto in Italia, per prevenire questo fenomeno.
Qualche anno fa fece scalpore l'operazione di Nicola Grauso, che chiese la registrazione di ben mezzo milione di domini internet con nomi di persona, del tipo mariorossi.it, dimostrando che la legislazione era ben lungi dal proteggerci.
Viene quindi da pensare che oggi saremmo più protetti, che qualcosa sarà stato fatto.
E' presto detto.

Se provate a digitare nel vostro browser web un indirizzo del tipo http://www.via-carlogoldoni.it diverrà chiaro che qualcosa, innegabilmente è stato fatto. Di peggio, ovviamente.
Nella sua arrogante campagna elettorale come sindaco di Milano, la signora Letizia Moratti, ha infatti incaricato una compagnia pubblicitaria di registrare le quattromila vie di Milano come domini internet.
Ovvio che quelle vie non esistano solo a Milano, ma grazie ad una campagna elettorale adesso sono proprietà di Milano. O perlomeno, tramite un giro di società, di una singola persona che anela a regnare su Milano.

L'evidente dimostrazione è che i fenomeni di squatting, occupazione con la forza, non vengono solo dalla forza fisica, ma anche da quella economica -- diciamo che su una quantità del genere, un registrar come l'italiano Register.it ne venda il diritto d'uso a 15 euro; probabilmente per un totale inferiore anche ai 60mila euro.

Quale sarà il fine ultimo della signora candidata? Lo vedremo sicuramente nelle prossime settimane, quando la campagna elettorale inzierà a bollire.
Che altro vedremo? Forse la solita mini sfilata di pupazzetti dei partiti di opposizione al governo, quei personaggi che riescono a guadagnare 5-10 secondi di spazio televisivo per dimostrare indignazione e impotenza.
E' chiaro infatti che non ci sia mai desiderio o capacità, da parte di chiunque faccia le regole, di cambiarle in favore degli altri cittadini.
Cercare di cambiare un piccolo pezzo alla volta sarebbe l'unico metodo, ma sfortunatamente non è sfruttabile per i propositi elettorali, dove tutti propongono grandi cambiamenti -- salvo poi non attuarne neppure una minima parte.

Sarebbe bello che la campagna elettorale si svolgesse al contrario, con i cittadini che elencano le proprie necessità, proprio come in una favola.
Magari in quel caso l'unica via che molti attribuirebbero alla signora candidata sarebbe un via di qui.
Ma forse Milano la pensa diversamente, soprattutto ora che possiede - almeno in internet - le uniche vie d'Italia.

martedì, dicembre 27, 2005

Consumo e cultura

Pare da una recente indagine ISTAT e dell'Osservatorio SMAU, pubblicata su un quotidiano on-line, che ormai anche gli istituti di statistica c'infarciscano dell'idea che consumo equivalga a cultura.

Certo non appare così serio l'ISTAT, a chi ne ha seguito le pubblicazioni nei primi anni di passaggio all'Euro -- quando ci raccontava che veder raddoppiare i prezzi di frutta e verdura al dettaglio, mentre diminuivano all'ingrosso, era una nostra percezione sbagliata dell'inflazione e del costo della vita.
Ma sono tempi passati, ormai tutti si sono abituati all'ormai assodato passaggio 1000 Lire = 1 Euro, per cui l'ISTAT continua il suo percorso d'indegnosa sfrontatezza, liberamente.

Ci rinfrancano che le famiglie con dei giovani non sono arretrate, perché in casa hanno comunque dei beni tecnologici.
Non ci racconta poi se qualcuno li sappia usare: in fondo loro si occupano di consumi, e da questi ci raccontano cos'è la cultura.

Ci tranquillizzano che la telefonia cellulare significa altra cultura tecnologica, e che spendere molti più soldi col telefono cellulare è altra cultura tecnologica, che cresce -- soldi spesi in cultura, insomma.

Se vi sentite ignoranti, compratevi un telefonino: telefonate all'ISTAT e mandateli a quel paese -- che ci auguriamo tutti non sia l'Italia, nonostante le conferme quotidiane.

domenica, dicembre 25, 2005

Vittime dell'intelligenza

Non è sorprendente che ci siano continue difese con le unghie e coi denti, di chi perde fette di potere, come accade all'attuale pontefice vaticano.
C'è da dire che anche il suo predecessore risentiva di simili deficit, ma aveva imbastito un più efficiente controllo sulla spiritualità, fortificando e motivando le organizzazioni giovanili radicali.

Le cadute di stile, i proiettili senza polvere da sparo, sono poi un'altra storia.
Quel che mi sorprende è che non vengano organizzati meglio certi discorsi politici, quando sono appunto scritti prima. Ma in fondo è altrettanto vero che non servono sempre limature, qualche volta l'espressioni grossolane rimangono incisive anche se partono da concetti logicamente errati.

La capacità di piegare e influenzare le masse non necessita di verità, di concetti logici. Al contrario di quello che serve per acquisire il favore di piccoli gruppi o individui, dove si deve partire con qualche concetto condiviso, per smuovere una massa è più efficiente partire da una provocazione.
La provocazione non necessita di verità oppure di logica, deve solo far pressione su qualche punto sensibile.
Un esempio classico è quello del legame fra criminalità e immigrazione clandestina. E' facile infatti dimostrare che fra gli immigrati clandestini vi siano molti criminali, che vivendo nel rischio accettano probabilmente con più facilità quello di emigrare in modo incerto in un paese straniero. Diventa così facile mobilitare la massa contro gli immigrati clandestini, lanciando la provocazione della criminalità.
E' ovvio che poi il fenomeno sia più complesso, ma questo non è da spiegarsi alla massa, diventa scomodo e noioso. Spesso è talmente complesso che fa scadere nel ridicolo chi cerca di semplificare spiegazioni.

La provocazione di Ratzinger, come nelle sue parole, è verso la tecnologia. L'applicazione del progresso alla scienza, e infine della scienza alla tecnica, è da sempre il timore più grande di chi fonda il potere del proprio ordinamento sull'ignoranza.
La stessa conoscenza sul come funziona ciò che già abbiamo (anche senza manipolazione tecnologica) è fonte d'inquietudine, basta pensare alla generazione della vita stessa. La religione non s'è persa d'animo di fronte alla spiegazione dei meccanismi cellulari che determinano la nascita di un nuovo individuo, ma ha preso posizione per determinare (nel modo arbitrario che le è consono) il momento esatto in cui c'è il presunto intervento divino, da cui le inutili polemiche sul diritto all'aborto.

L'affronto alla logica (e al dizionario) viene sicuramente dall'infelice espressione "vittime dell'intelligenza", che l'arroganza in sottovoce di Ratzinger ha spacciato come negatività.
Quel che ci ha fatto sapere, è che nella sua visione l'intelligenza è pericolosa, dannosa.
Certo, concordo con lui che un dilagare dell'intelligenza sarebbe estremamente dannoso, per l'ente che lui rappresenta: la sola intelligenza renderebbe la Chiesa Cattolica inutile.
Ma sono quelle parole che un politico dovrebbe dirsi solo con i suoi compagni, raccontandole diversamente alla gran parte dei sostenitori. Gli esempi classici - estremizzati - sono degli stati totalitari, dalla Germania di Hitler, alla Cina recente, dove il messaggio è "noi facciamo il bene di tutto il popolo", mentre ovviamente non possono raccontarsela nello stesso modo, nei palazzi del potere.
Una popolazione davvero intelligente è un rischio, in proporzione direttamente inversa rispetto al numero di persone che amministrano il potere.

Nel mio discorso di Natale quindi condividerò parte delle parole di Ratzinger, ma con una differenza che le renda logiche - visto il significato della parola "intelligenza", dalla radice della parola latina in avanti, dal significato di "capire, comprendere".
Siate ogni giorno vittime dell'intelligenza! E' il miglior augurio che posso fare, per tutti, nei giorni a venire.
Non c'è niente di negativo nel capire - se a capire davvero non è la persona che state cercando di truffare o sopraffare.

martedì, dicembre 20, 2005

Ecologia devastante

Non sorprende quante organizzazioni, più o meno commerciali, siano sensibili all'ecologia.
In fondo, il pianeta disastrato su cui viviamo è visibile a tutti. Poi ci sono la percezione e la sensibilizzazione verso i disastri ambientali, di cui abbiamo sensazioni diverse in dipendenza di molti fattori.
Il primo fattore, che porta alla sensazione di disagio della natura, è il vedere come cambiano le cose intorno a noi. Chi ha avuto la possibilità di vivere in luoghi (tempi) migliori nota che qualcosa non va.
Non penso vado sottolineato anche il livello culturale, che ci porta a conoscere di più del mondo, per cui a preoccuparsi anche della natura disastrata anche se lontana da casa nostra.

Il secondo punto è quello che mi ha generato una riflessione.
Ci sono tante offerte sull'energia alternativa, ma non vedo mai, nel computo dei costi, quello che è il costo di produzione delle apparecchiature alternative.
Un esempio? I pannelli fotovoltaici, per la generazione di energia elettrica come diretta conversione di quella solare.
Pannelli che costano di base molti soldi. Pannelli frutto della tecnologia corrente, realizzati in silicio, la cui raffinazione e lavorazione, per giungere al pannello, implica industrie che lavorano nel settore dei metalli e della chimica. Quasi inutile sottolinearlo: mai con impatto ambientale nullo, come qualcuno dice a proposito dell'energia generata dal pannello finale.
Senza contare che nessun pannello solare è utile da solo, ma esclusivamente in accoppiata a un circuito di regolazione e immagazzinamento dell'energia, solitamente in delle batterie. Al piombo.
Un metallo pesante, altamente inquinante, il cui smaltimento è sempre un problema.
Quindi, dopo i 4-5 anni di vita utile della batteria, dovrà essere cambiata (non le vendono a costo zero) e smaltita (di nuovo non a costo zero, economico e ambientale).
Non so poi se chi parla di costo zero, pensa che non dovrà smaltire i rifiuti tossici di produzione, tanto ormai si produce tutto in qualche paese asiatico. Per poi lamentarsi che loro non rispettano l'ecologia. Oppure consolandosi che la fabbrica di silicio nelle Filippine o a Taiwan, è lontana, per arrivare a inquinarci.

La morale? Ben vengano le energie più pulite, rispetto a quelle attuali (che inquinano anche in fase di produzione energetica), ma per favore: basta con la favola che queste nuove risorse siano del tutto pulite.
Pare che tutti gli estremisti dell'ecologia vivano in un mondo dysneiano, in cui basta soffiare sui mulini a vento (o sulle pale degli aerogeneratori) e mettere pannelli solari sui tetti come spighe di grano nei campi.
Certe visioni sono favole che dall'adolescenza in avanti nessuno dovrebbe credere per vere.
Qual è il rischio? Di perdere il contatto con la realtà, quella in cui vive qualche altro miliardi d'individui.

Pare strano a dirsi, ma anche chi sogna troppo può avere effetti devastanti sul mondo.

sabato, dicembre 17, 2005

Pessimismo inutile?

Qualche giorno fa ho lanciati strali verso un progetto del MIT che vedevo più teorico che pratico, più demagogico che concreto.
Leggo invece oggi che un produttore di Taiwan s'è proposto per la fase realizzativa dell'oggetto.
Sono stato d'inutile pessimismo? Beh, probabile: aspetto però di vedere il prodotto in circolazione, per capirlo con certezza.

giovedì, dicembre 15, 2005

Davanti a un presepe, chiedete chi è il neonato: non è una domanda banale

Talvolta si dimenticano i dettagli storici (leggende incluse) e possono porsi situazioni imbarazzanti.
Vale anche per il dio Mitra, figlio del dio Ahura Mazda (non so se ha qualcosa a che fare con le auto giapponesi).
Nella sua incarnazione umana, la storia di Mitra ha una leggenda che ricorda qualcosa di già sentito -- su quale divinità non si tratta di leggende?
La condenso in breve, ma la potete ritrovare anche qui, con molti più dettagli storici.
Figlio di un dio, nato da una vergine, il giorno del solstizio d'inverno (il 25 dicembre), in una grotta. Che altro dire, ah sì: dipartito dalla sua forma terrena all'età di 33 anni.

Se aggiungo che il culto era conosciuto dal 1300 a.C., non è difficile capire chi possa esservisi ispirato.
Da notare che le scritture sacre per la chiesa romana sono state canonizzate nel quarto secolo dell'era cristiana -- con gli aggiustamenti ritenuti necessari, magari anche radicali.
Quarto secolo che ha visto (casualmente?) anche il prevalere ultimo della Chiesa di Roma sul mitraismo, oltre alla sua affermazione definitiva nell'impero romano, visto l'editto di Costantino del 313 d.C.

Quando vedete un presepe, un simulacro di natività divina, chiedete quindi chi è il neonato.
Non è una domanda per l'ignoranza di chi chiede, ma per mettere allo scoperto quella di chi espone il teatrino.

Scoprirsi brillanti

Qualche volta capita di riscontrare che le proprie idee, sensazioni, siano già condivise da altri, che le hanno sviluppate in modo indipendente.
Oltre alla conferma di non essere soli, c'è anche l'appagamento di essere giunti ad una scoperta comune, qualcosa che appoggia il costruttivismo che sperimentiamo.

Ho fatto questo tipo di scoperta sulla mia disposizione al libero pensiero verso la spiritualità e la naturalità.
Trovo infatti perfettamente naturale, avendo un pensiero di tipo scientifico, credere in ciò che possiamo capire, del mondo che ci circonda. Per tutte le altre cose poi, quelle di cui non abbiamo spiegazione, mi appare altrettanto naturale che non si possa conoscere tutto. E' un ruolo della scienza, dare una spiegazione ai fenomeni vecchi e nuovi in cui ci imbattiamo.
Quel che invece è anti-scientifico, oscurantista, è l'imposizione di un qualsiasi dogma.
Ormai la gente accetta una miriade di dogmi, abituata com'è a non ragionare, facendosi dire sempre da qualcun'altro cosa si può pensare.

Così ho accolto con molto interesse il sito dei Brights, di cui qui c'è anche una versione italiana del loro manifesto.
Credere nella natura, senza il sovrannaturale. Raccontarlo agli altri. Viverlo.
Un concetto semplice, quanto disarmante, per l'uomo moderno. Anche perché l'uomo moderno ha sempre più anni alle spalle di coercimenti religiosi, in mille salse.

E l'ignoranza e arretratezza, opposte alla scienza e al progredire, sono presenti solo nelle antiche istituzioni religiose?
Ovvio che no.
Sul fronte spirituale ci sono sempre nuove sette, che nel tentativo di adattare i vecchi schemi al mondo moderno bruciano ogni giorno nuovi arrosti. Come nel panteismo della New Age, di cui posso apprezzare l'arte musicale denominata similmente, ma che mi guardo bene dall'avvicinare l'accozzaglia di tutto il resto che viene chiamato così.

Perfino in ambito tecnologico c'è chi riesce a inventare dogmi, con la pretesa di basi pseudoscientifiche -- e questa, fra tutte le deviazioni, trovo che sia la più ridicola.
Mi accorsi di questo fatto già moltissimi anni fa, avvicinandomi da giovinetto al mondo dell'hi-fi, con l'interesse per la musica e l'elettronica.
Guardando le affermazioni di chi si occupa di audiofilia esoterica, osservandole con qualche base scientifica, non si possono perdere le tante sciocchezze pseudo-tecnologiche. Molti appassionati di hi-fi sono infatti convinti di avere orecchie più sensibili della strumentazione che fa andare in orbita un satellite. Non si disarmano neppure davanti alle cifre numeriche, se gli fai notare che stanno sentendo una differenza, dove non la rileva uno strumento milioni di volte più sensibile, rispetto al grossolano orecchio umano.

Una delle ironie più grandi è che della natura magari abbiamo poche conoscenze, che siano perfettamente approfondite, ma su quelle poche, comprovate, c'è sempre un cretino che a priori le considera false.
Figurarsi cosa non può pensare di tutto il resto.

lunedì, dicembre 12, 2005

Quando l'informatica è una scienza della truffa

Basta leggersi qualche articoletto sui generis, essere avvezzi alla vita quotidiana, e non si può che pensare a piccole e grandi truffe, dietro lo scenario della tecnologia.

Rapidamente: Microsoft indice un concorso per trovare il programmatore indiano (in India, sì) di maggior talento.
Il premio? Lavorare a stretto contatto con Bill Gates.
E' evidente che mr. Gates voglia spacciarsi per un semidio, per cui la sua sola presenza vale come premio per il miglior programmatore indiano.
Solo che lui sa che i soldi che ha in tasca non passano per osmosi a chi gli si avvicina, mentre chi gli si accosta può essere un ottimo tecnico, ma un grande ingenuo in economia. Unica materia in cui a Gates non si può negare di saperci azzeccare.
Diciamo che perlomeno è fortunato: ha un unico settore in cui capisce qualcosa, anzi eccelle (la truffa, o l'accumulare denaro, a seconda di come si vuol chiamare), che però gli rende moltissimo -- se fosse bravissimo nell'intagliare pipe in legno, ad esempio, non sarebbe divenuto così famoso.
Come? L'informatica? Quella è solo facciata, per un'azienda come la sua: l'importante è mettere in moto il denaro, poi si può fingere di saper fare tutto.
E una.

Numero due: quando la politica si allea con lo sviluppo tecnologico, cosa ne nasce?
Niente di buono.
Dimostrazione veloce? Il computer da cento dollari di Negroponte, da vendersi ai paesi poveri.
Computer che per il momento sta solo sulla carta. Leggendo bene, ci starà per un momento assai lunghetto.
Infatti sarà, come dice il CEO di Intel un "trabiccolo da cento dollari" -- sempre che riescano davvero a produrlo, a quella cifra.
Ma per Negroponte non ha importanza, intanto sta riscuotendo consensi e suppongo anche favori, che finiranno per portare anche soldi e prestigio al MIT, l'istituto che rappresenta.
E la stessa Intel si sta sicuramente arrabbiando non tanto per il "trabiccolo", quanto perché una volta tanto, si progetta un trabiccolo e loro non sono nella gara degli appalti.
Appalti che se vanno come per gli aiuti umanitari, ai paesi africani (destinatari ultimi di questo prodigio di tecnologia), faranno giri ben contorti, per finanziare come al solito qualche signorotto della guerra.
L'unica cosa che non è mai finta, in queste dichiarazioni entusiastiche, sono i soldi che si muovono.
Cosa? La tecnologia? Quella è come la facciata dell'azienda di prima, si dipinge coi colori di moda.

mercoledì, dicembre 07, 2005

Avere i numeri che contano, difettare nelle parole

Mi chiama al telefono, pochi minuti fa, una gentile signorina, che si presenta con nome e cognome, come dipendente di una prestigiosa università e chiede "vorrei parlare con il contact manager della vostra azienda".
Alla mia risposta che la suddetta azienda è composta solo dal sottoscritto, si è defilata rapidamente.
Meglio così: almeno non è finita della lunga lista di chi, trovando il mio numero sulle Pagine Gialle, cerca di vendermi merci e servizi d'ogni genere.

E' da notare come il progresso crei inutili mostri linguistici. Suppongo che il contact manager fosse il direttore delle risorse umane, in lingua italiana.
Certo sono più parole da dire. Fanno anche meno impressione, visto che ormai se non si lanciano espressioni in inglese (in qualsiasi ambito) si viene visti come poco proiettati verso il mondo.

Quel che trovo decisamente ridicolo è l'uso spropositato fuori dal contesto.
Io che lavoro in un settore altamente tecnologico, uso quotidianamente decine di vocaboli inglesi, ma esclusivamente quando sono in contatto con chi hanno senso: quando so cioè che sono compresi al volo da più persone, abbreviando altre spiegazioni.

Vedendo gli annunci di lavoro, sui quotidiani, si scende ancor più nel patetico.
Ogni professione dev'essere espressa in inglese, per cercare di dare un'aria di prestigio a chi ne offre l'impiego, probabilmente più che per chi aspira a occuparlo.

Il mio giudizio finale - e dopo di questo tutto il mondo scomparirà, of course - è che l'effetto sortito sia esattamente contrario, per chi ascolta, legge, e ha un po' di cultura.
Qualcuno che ricorre all'inglese (fuori da un contesto rigido), per esprimere un concetto già esistente nella propria lingua, non denota padronanza dell'inglese, ma palese ignoranza della propria lingua.
All'Università di Pisa hanno i numeri, difettano solo nel linguaggio.

sabato, dicembre 03, 2005

Libero arbitrio

Leggo che il pontefice si pronuncia sul farmaco abortivo Ru486, con le parole "uso arbitrario del progresso".
Chissà perché, ma quando l'ho letto ho pensato alla sua immagine che monopolizza televisione e giornali. Considerando i mezzi di comunicazione come simbolo del progresso, l'uso arbitrario non può che essere una loro monopolizzazione da parte di un solo soggetto.
Il cacciatore che cade nella propria trappola.
Peccato (e non nel senso religioso) che nessuno se ne accorga.

Chissà qual è la sua interpretazione delle parole libero arbitrio, che se non vado errato sono citate in alcuni testi che lui considera sacri, per cui dovrebbe seguirli attentamente -- ad esempio, io che li considero semplicemente un retaggio di cultura e folclore, non sono costretto a farlo.

Avete mai notato come in fondo le notizie più coinvolgenti sono sempre sbandierate da un solo lato?
Non si è (quasi) mai letto un articolo da prima pagina, di tanta incisività, sul lato opposto. Non si apre la comunicazione col lettore dicendogli che la prima cosa a smuovere le acque è positiva.

Se questo signore, vestito di bianco, vuole raccontarci la sua visione, deve senz'altro essere libero di farlo.
Ma se vuole fare comizi, li faccia cortesemente per il solo pubblico che sceglie di ascoltarlo.
Non credo che sia neppure favorevole a questo risvolto del progresso. Quello in cui l'universo non gli ruota più attorno, come nella favola tolemaica.

Palle

Se c'è uno sport che mi ha sempre lasciato dubbioso, e progressivamente intollerante, è sicuramente il calcio.
Dal minimo interesse che ne provavo da piccolo, perché fra bambini era convenzione avere una squadra per cui tifare, sono passato a non sopportarlo proprio.

E' interessante notare come gli interessi economici abbiano imbastito, fin dall'educazione dei piccoli, una struttura completa e asfissiante. Ci sono tutti gli altri sport, a livello nazionale, certo: ma la quota di quanto viene investito, in educazione e denaro, non può che essere risibile.
Un meccanismo, sia diretto che subdolo, porta ad accentrare tutti gli interessi nazionali sul fenomeno e i suoi divi.

Oltre al divismo, alla monopolizzazione dei programmi sportivi in televisione, periodicamente rispunta l'emergenza violenza.
Sembra infatti che insieme all'interesse nazionale per lo sport, sia stato macchinato anche un metodo per concentrare in luoghi e tempi ben definiti ogni sentimento violento. La discriminazione razziale, l'Italia del nord e del sud, tutti i campanilismi, sono ottimi pretesti per impegnare chi vuol sfogare violenza imprecisata.
Aldilà di questo fenomeno (che sicuramente impegnerà qualche altra mia pubblicazione), c'è però un altro fatto.

Pare che invece nessuno si accorga dell'ipocrisia di chi controlla il calcio e la politica.
Ad ogni evento violento seguono reazioni di forte indignazione da parte di amministratori di società, sindaci, procure, ministeri. Si annunciano durissimi giri di vite, provvedimenti straordinari.
Che solitamente appaiono tali solo a chi segue il calcio come spettatore di uno sport.
Per gli altri, che cercano solo sfogo a disagio sociale, che non hanno avuto educazione diversa, non hanno alcun peso le regole. Non è un deterrente sufficiente la forte indignazione.
Così come non lo sono i giri di vite, in una nazione dove neppure i più banali delitti vengono spesso impediti o puniti.

Dopo un esempio di scontri fra polizia e ultras avvenuto di recente a Firenze, leggo un articolo di giornale al proposito. E la farisaica legge dello sport pulito non manca di colpire -- ma non di stupire chi come me è disilluso.
Leggo, uno degli ultras arrestati è stato condannato a due mesi e venti giorni di reclusione, poi a decrescere: con sospensione della pena, e non menzione della stessa. L'unica cosa sorprendente della notizia è che non gli sia stato anche regalato un panettone con bottiglia di spumante, visto che siamo ormai a dicembre.
Pena ben diversa gli sarebbe toccata se avesse lanciato un cavalletto fotografico in alluminio a qualche personaggio politico.
Ecco a cosa serve il calcio: a farci capire che una spranga di ferro in testa a un poliziotto è invero assai leggera.
In politica, il peso specifico diventa opinabile.

Leggo infine che l'amministratore di una squadra di calcio e un sindaco ci raccontano di essere fortemente indignati. Anzi, pronti a soluzioni drastiche.
Voi ci credete davvero? Hanno credibilità queste due persone?
Palle.

domenica, novembre 27, 2005

Fedeli alla linea

Ho visitato un nuovo centro commerciale qui vicino, non tanto per la frenesia degli acquisti -- i miei acquisti sono stati numero due (2) bottiglie di birra, il massimo svago che posso permettermi, in una settimana di questi tempi.
Forse neppure per farmi emozionare da nuovi prodotti o negozi.
Ci sono andato soprattutto perché essendo a un quarto d'ora di cammino, avevo un buon pretesto per una camminata, anche in una piovosa domenica.

Nel negozio di elettronica (ora pare si chiamino così) del centro commerciale, mi è saltato all'occhio un prodotto che giudico significativo.
Significativo degli istinti maniacali, così come della speculazione commerciale di queste psicosi.
Lo potete trovare anche sul negozio italiano di Apple, come custodia per iPod. Consistente di numero sei (6) calze, di colori diversi, ma di fattura esattamente uguale all'indumento in cui s'infilano i piedi umani.
Alla modica cifra di 29,90 euro (ma solo 29,00 dal negozio on-line).
Se faccio il paragone di 6 calze diviso 2, ottengo tre paia di calzini -- suppur troppo piccoli per la mia taglia 11 1/2 - 12.

Va da sé che un paio di calze qualsiasi non porta un'etichetta con il brand, il marchio prestigioso del suddetto produttore.
E' interessante notare come ci siano produttori molto legati al branding, all'applicazione del loro marchio su ogni cosa.
La mia impressione è che non vendano un prodotto, ma un'ideologia. Dove non sono riusciti i santoni e predicatori televisivi, dalle TV americane, ha fatto presa la tecnologia.
Così il branding parte dall'oggetto ingenuamente acquisito, si propaga per ogni suo accessorio, per fermarsi solo quando anche l'acquirente è stato reso parte del marchio, assimilato. Pare di vedere un episodio di Star Trek, con la devastante razza aliena dei Borg.

E bravo Steve Jobs, anche non è riuscito nell'impresa di trasformare in oro tutto quel che toccava nella sua "prima repubblica" -- nella prima epoca Apple/Macintosh.
Ma di ritorno (era stato cacciato dall'azienda da lui fondata), il nuovo re Mida, è riuscito perlomeno a trasmutare in un marchietto Apple ogni cosa toccata dai suoi prodotti.
Consumatori inclusi.

sabato, novembre 26, 2005

Giornate contro

Ci sono questi eventi, come l'odierna giornata contro il consumismo (il buy nothing day), che passano normalmente inosservati.
Sono talmente fuori dal coro che vengono obliati con estrema facilità.

Ancora meno successo deve riscuotere l'iniziativa contro il consumismo natalizio, visto che gli acquisti (e i debiti contratti) sono l'unico metodo di crescita che quest'economia vede possibile.
Significativo è il messaggio del poster che a lato di un'icona raffigurante un cristo, recita "Dove ho detto che dovevate comprare così tanta roba per festeggiare il mio compleanno?".

Devo dire che per me è stato particolarmente semplice onorare il buy nothing day, visto il mio attuale stato d'indigenza.
Sarei anche facilmente zelante verso il buy nothing christmas, visto che non onoro la festività commerciale al pari di quella religiosa.

E non sempre sono "gli altri" a impedire i messaggi delle giornate contro. Talvolta non sono chiare neppure a chi le proclama.
Come esempio, ad oggi 26 novembre, sul sito di ONU italia non c'è neppure un riferimento alla giornata internazionale contro la violenza sulle donne (del 23 novembre), neppure negli archivi. Se vi chiedete chi l'abbia proclamata, beh, forse conviene cercarla sulla pagina internazionale delle nazioni unite.

Una ricerca con Google sbandiera una gran varietà di giornate contro.
Chissà quante di queste passano inosservate. Chissà poi quante sortono un qualsivoglia effetto.