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giovedì, luglio 10, 2008

Quel che si sceglie al sole

Se fate una breve ricerca su questo weblog risulta evidente la mia feroce critica all'abuso di alcune parole. La prima, la più quotata, è la parola democrazia.

Un paio di giorni fa si è tenuta una manifestazione a Roma, una protesta assai accesa, contro il comportamento di alcune personalità politiche italiane.
Visto che l'evento ha scatenato molte discussioni, era improbabile che non vi fossero strascichi di discussioni, critiche o polemiche. E' interessante notare che se non ci fossero state iperboli, sarebbe stato classificato tutto come "la solita manifestazione di facinorosi".

Il fatto più interessante, dal mio modesto punto di vista, è che il signor Antonio Di Pietro ha dimostrato esattamente quello che può essere il senso vero della parola democrazia.
Qui è meglio che approfondisca, perché detto così sembra solo una lode, ad un fenomeno gioioso.
In veste di promotore della manifestazione, il Di Pietro ha accettato una serie di relatori abbastanza dissimili fra loro. Questo l'ho visto in diretta da internet, e in parte riletto a posteriori. La televisione, il mezzo di comunicazione di massa, ha volutamente evitato buona parte della discussione. Ha scansato ogni strada diretta verso la massa. Perché passino le manifestazioni sindacali, dove c'è sempre qualcuno che protesta con lunghi discorsi noiosi, ma qui c'era un po' troppa foga, andava ammorbidito.
L'intento della democrazia è quello di dare a tutti lo stesso diritto di decidere del governo di un paese. Proprio tutti, dai serafici non violenti, agli estremisti che auspicano morti e torture. Questo è il senso di sovranità appartenente al popolo. La democrazia non presume bontà negli intenti, toni pacati, atteggiamenti sereni, ma esclusivamente la possibilità di tutti a intervenire nel governo di un paese. E' un concetto in effetti paradossale, perché se non sono tutti d'accordo (ed è la norma), quelli che verranno scontentati sapranno di non poter decidere, ovvio.
E' un concetto fragile, perché se un'influente casta di demagoghi riesce nell'intento, può indurre la scelta di un'oligarchia, più o meno velatamente.
Una delle concezioni più moderne non è quindi quella di democrazia, visto che ha solitamente delle derive chiaramente oligarchiche, ma quelle in cui si riconosce un gruppo di privilegiati, al di sopra del resto della popolazione, magari lasciando a quest'ultima delle scelte, come in certe monarchie costituzionali. Sembra un'affermazione rivoltante, ma è esecrabile solo il risultato, non il riconoscerne l'esistenza.
Provate a chiedere a chiunque, se crede veramente che qualsiasi rappresentante popolare, in uno stato, sia sicuramente integro nella sua funzione.
Se le situazioni sfavorevoli ai più sono una certezza delle oligarchie, altrettanto evidenti sono le possibili fratture dell'ordinamento democratico.

Questo non implica che sia malsano sperare nella democrazia. E' un po' come sperare nel bene universale, nella possibilità di benessere per tutti, senza scontentare alcuno. Qualcosa che ci riempie di gioia, meravigliosamente utopico: se non lo raggiungiamo non c'è ovviamente bisogno di augurare un male universale.

Ora, la manifestazione del Di Pietro ha messo insieme un'accozzaglia di proteste. Alcune più chiare, indirizzate, altre confuse, talune persino incoerenti con l'argomento della manifestazione.
E per completare il senso della democrazia avrebbero dovuto partecipare anche gli avversari. La ricerca della democrazia non può che essere un passaggio per l'anarchia, perché è esattamente lo stesso stato: cosa succede se tutti comandano, ma non tutti hanno la stessa opinione?
La lezione di democrazia reale è questa: un calderone in cui tutti parlano a modo loro, esprimendo il proprio concetto di sovranità, secondo le proprie idee. Che caos.
In realtà quello che è avvenuto nella manifestazione di due giorni or sono è stato pure troppo tranquillo, rispetto a quello che una democrazia deve garantire. In fondo c'era un argomento di base, verso cui tutti tendevano.

Non mi farei mai rappresentare dal signor Beppe Grillo, che come ho citato spesso pecca di qualunquismo, nella sua ricerca di visibilità posta sopra tutto. Ma non posso certo dire che un personaggio eccessivo si muova sempre nel torto: quando ha ragione, gli va dato credito. La statura morale dei politici è un requisito fondamentale: non importa lo schieramento.
Comprendo che essere estromessi dai mezzi di comunicazione sia opprimente per la signora Sabina Guzzanti, e che ha tanti interessanti argomenti seri o divertenti da raccontarci, ma farne un gran misto, per la popolarità in una piazza, è insensato.
La satira repressa ha prodotto due aberrazioni, incapaci di rappresentare l'ironia (per l'amarezza dei temi) e altrettanto incapaci di rappresentare la politica (per l'incoerenza delle trattazioni).

E allora che si fa?
La risposta più stolida viene dal signor Walter Veltroni, che imputa al Di Pietro ogni male del mondo, lanciando anatemi. Lui, il Veltroni, auspicava dialogo, concertazioni, compromessi. Insomma la democrazia della tranquillità, quella in cui tutti cercano la poltrona soffice.
Non ha ancora capito che qui fuori c'è un altro paese, assai peggiore dei dati ISTAT. Oppure preferisce non capirlo. Peggio sarebbe il fingere di non capirlo.
Auspica libertà, senza capire che non è possibile averla per concessione, ma che necessita di una costante conquista. Se credi di dare uguali diritti agli altri, e questi se ne agguantano ogni giorno di nuovi, schiacciando i tuoi, serve un nuovo equilibrio.

Se per pura ipotesi avessimo da un lato dei governanti che spadroneggiano, forti dell'anestesia popolare, e dall'altro lato degli antagonisti che temporeggiano, è evidente che avremmo una sola forza politica, con compiti individuali diversi. Alcuni si occupano del governare, altri si occupano di riempire lo spazio del dissenso, fungendo da semplice imbottitura.
E per fortuna non vorremmo mai scegliere di vivere in una situazione così. O no?

mercoledì, luglio 11, 2007

Come si cambia politica

Ogni tanto si sentono, leggono, vedono, esempi aberranti di cattiva gestione della politica statale italiana. E diciamo pure che accade piuttosto spesso, anche senza leggersi il lungo elenco di un libro specifico che ho notato ultimamente nelle librerie.

Questa mattina ad esempio ascoltavo alla radio il commento, di un avvocato di parte, sulla possibilità che venga revocato il mandato di deputato della Repubblica al signor Cesare Previti.
Ho citato assai spesso le vicende giudiziarie di questo signore, perché trovo che siano esemplari e lampanti. Eppure non sembra così, tanto meno se le sue stesse affermazioni fossero vere ("a giudizio di metà del Paese, questa situazione deriva da una sentenza ingiusta").
I suoi più recenti commenti alla vicenda sono ancora più sconvolgenti, per una persona che si fregia anche del titolo di avvocato: si suppone infatti che dovrebbe conoscere un minimo di legislazione italiana.
Il suo punto di vista è in breve questo: considero la sentenza con cui sono stato condannato ingiusta, dettata da motivazioni politiche, per cui non ho intenzione di scontarla, né di pagarne le conseguenze accessorie, come la destituzione dalla carica di deputato. Non importa che questa sia una legge dello Stato, ad imporre l'ineleggibilità e l'incompatibilità con la sua carica: lui non si sente colpevole e tanto basta.

Se un assassino, condannato in via definitiva, uscendo di galera chiedesse il porto d'armi, penso che si scatenerebbe un caso piuttosto rumoroso.
Ma questi sono casi del tutto diversi, qui si tratta di esponenti politici.
Già da anni è stato denunciato lo stato vergognoso del Parlamento italiano, eppure niente cambia.

Ora, visto che abbiamo in Parlamento (in ogni schieramento) dei politici che legiferano solo per gli altri cittadini (escluse le leggi a proprio favore), come si può cambiare la situazione?
Credo che questa domanda sia da diffondere il più possibile fra i cittadini, perché ormai non ha alcun senso che la pongano altri politici: si è creato uno strato sociale che non acconsentirà certo a cancellarsi.
Dietro alla falsa promessa di democrazia hanno fatto cartello i politici affermati di ogni fronte. La curiosa oligarchia che si è creata racchiude ormai ogni metodo per sostenersi.
Mentre nelle tirannie o in certi Stati oligarchici classici, si riconosce benissimo la linea di separazione fra potere e popolazione, qui è stata sfumata la linea in ogni modo possibile. Anzitutto è promessa la democrazia, e questo ha il suo peso: tutti eleggono il Governo, ma gli eleggibili rientrano in una casta chiusa, entro cui non possono entrare altri soggetti.
Uno degli ultimi esempi in materia è il costituendo partito democratico, per cui sono stati inventati metodi cervellotici di scelta dei candidati, ai vari livelli: la percezione da dare è che tutti possano decidere, il risultato è che potranno decidere solo fra quello che è già stato deciso.
E' un po' come andare dal gelataio e chiedere come ti può fare un gelato: puoi prendere tutti i gusti che vuoi, ma se ha solo crema e cioccolato sceglierai liberamente fra quei due. Potresti cambiare gelataio, ma se fosse l'unico disponibile?

Si sente parlare spesso di crisi della politica, ma cosa significa in realtà?
Forse sarebbe più opportuno parlare di crisi sociale, generata dai politici. La condizione sempre più disperata, fra le necessità dei cittadini e quelle di chi fa politica, è ben altra cosa che una crisi politica.
Quello che più mi preoccupa è che il degrado dello stato sociale alimenti sempre più le schiere degli idioti che vogliono cambiare le cose con le bombe. Perché il lato triste è questo: gli unici a volere i cambiamenti radicali sono rimasti i fanatici del terrorismo rivoluzionario, mentre chi potrebbe davvero cambiare il Paese in modo sano, rispettoso, sta nell'oblio.
I movimenti dei girotondi di protesta furono un momento folcloristico, e a posteriori solamente ridicolo. Dove non controproducente: finito lo spazio mediatico è finito anche tutto quel che si voleva cambiare. Le uniche dimostrazioni pubbliche che possono essere vittoriose sono quelle che propongono di non cambiare niente, è quello l'unico risultato possibile.

Mentre nelle grandi rivoluzioni i cambiamenti sono stati operati con sollevazioni popolari, con eventi di massa, in questa sfida è necessario costituire una coscienza personale, un bisogno interiore.
La gente in piazza ormai viene portata solo per le finzioni sceniche: finita la rappresentazione, finiti i clamori, tutto è libero di restare com'era prima.
In questa democrazia (come si ostinano a chiamare quest'illusoria forma di governo) è quasi inutile raggrupparsi per protestare: prima o poi qualcuno ti fa osservare che non c'è un monarca da destituire. Se davvero fosse democrazia, chi protesta lo farebbe contro se stesso: reo di aver instaurato lo stato attuale. Se davvero è democrazia, perché non vengono cambiate completamente le regole del gioco dalla popolazione intera?

C'è anche la forza di un'altra ipotesi.
Tutti questi disagi, proteste, disaffezioni, potrebbero essere una sensazione solo mia e di pochi altri. Diciamo di qualche milione di abitanti.
Per un'altra strada questo dimostrerebbe di nuovo l'inesistenza della democrazia: per quanto ci si senta inascoltati, bisognosi di una nuova relazione con il potere politico, siamo qualche milione di cittadini che non contano niente. Ma il termine oclocrazia non si sente mai citare, non è politicamente corretto, può far capire (a chi apre il dizionario) che parlare di un "potere ai molti" esclude qualcuno. E ormai siamo abituati a volerci sentire uguali, nessuno escluso. Soprattutto se non è vero.

Se non migliorano le coscienze dei cittadini non migliorerà la politica. E per dirla con Fermat, dispongo di una meravigliosa dimostrazione di questo teorema, che non può essere contenuta nel margine troppo stretto della pagina.

martedì, aprile 15, 2008

Difficoltà espressive

In ogni attività umana, più o meno consciamente, esercitiamo delle scelte politiche, quando il nostro pensiero o la nostra azione interessano la vita pubblica. E' in fondo una definizione scarna, da dizionario, eppure inevitabile.

I miei ripetuti interventi sul significato di democrazia, sembrano invece a tratti dissonanti con il senso della politica. Sarebbe come chiedersi "ma se la democrazia è solo illusoria, quale significato hanno le scelte politiche in un paese che si dichiari tale?".

Giocando con l'universale linguaggio della matematica, ho fatto qualche somma, con alcuni dei voti risultanti dalla recentissima elezione politica.
Se sommiamo le preferenze di voto, andate a partiti che non verranno rappresentati alla Camera, otteniamo oltre tre milioni e mezzo di schede, mentre per il Senato sono oltre due milioni e novecentomila. Essendo ottimisti, prendiamo il risultato migliore, ovvero i poco meno di tre milioni finiti nel vuoto. Sul totale delle preferenze valide sono circa il 9% delle scelte.

E' sicuramente l'ennesima dimostrazione dell'impossibilità del concetto di democrazia, quando viene trasposto nella pratica. E non lo lamento perché io fossi rappresentato in qualche modo in quel nove percento. E' lecito però il dubbio che tutti noi, pur se rappresentati in un Parlamento, o in un Governo, si finisca per appartenere al gruppo di chi non ha alcuna rappresentanza reale.
Sarebbe del resto inattuabile, che una rappresentanza politica fosse del tutto uniforme con chi la rappresenta. A meno di essere tutti cloni perfetti, l'individualità ci differenzia, e cerchiamo di aggregarci con un best match, il migliore raggruppamento. Secondo idee politiche, ma anche secondo stili di vita, svaghi preferiti, interessi sportivi, e così via.

Va da sé che quel nove percento non ha avuto alcun peso sulla più importante scelta in un paese, quella riguardo al suo governo. Se quei tre milioni fossero spariti, in un sol giorno, sarebbero almeno cambiate le percentuali assegnate a chi ha avuto maggiori preferenze. Eppure è ancora più inquietante il ruolo di continuare ad esistere, per un diritto di scelta che non ha diritto di rappresentanza (pur con i limiti dell'individualità detti prima).
E c'è un senso logico che diamo a questo fenomeno, quello della stabilità di governo. Si parla di rendere meno frastagliato l'orizzonte politico, rendere dei blocchi più netti, perché il Governo sia uniforme.
E' molto interessante il percorso seguito, verso la cosiddetta stabilità. Si parte dall'individualità: a nessuno viene negata, tutti (i maggiorenni) possono esprimere un parere. Poi si suddividono dei macro gruppi (chiamiamoli partiti politici). Qui si opera una selezione, da chi ha la massima preferenza a scendere, smussando con un taglio netto chi non raggiunge una quota interessante.

Certo, mi si può fare osservare che tutto questo dipende dalle leggi elettorali, ma per arrivare alla fine della mia analisi è del tutto indifferente. L'obbiettivo finale, infatti, è sempre quello di creare un gruppo oligarchico, uno solo. Ben definito. Quando questo avviene, e nel processo è stata coinvolta la popolazione, lo definiamo democrazia. C'è un evidente paradosso, se non altro a livello linguistico.

Mi viene facile sollevare un paio di domande. La prima è sulla qualità della vita: la popolazione di un paese, si sente veramente rappresentata, ben governata, sapendo che l'obbiettivo è quello di avere stabilità dall'uniformità di pensiero?
Premessa l'individualità, come ricchezza sociale, è un po' anomalo vedersi felici nell'omologazione. Sicuramente meno oppressi dalla difficoltà nelle scelte individuali (che vengono assolte dal gruppo, secondo uno standard), ma altrettanto meno liberi, nelle stesse scelte.

La seconda domanda che mi pongo è sulla possibilità di scegliere la propria vita: chi non ama l'uniformità più o meno forzata, la classificazione e massificazione, può in qualche modo decidere un cambiamento?
Facciamo un'ipotesi, un po' astrusa, ma con qualche esempio pratico. Supponiamo di accettare un'approssimazione di democrazia su un livello più fine. Una sorta di riunione condominiale: tutti che decidono insieme, anche se si detestano, avendo di volta in volta qualche vittoria e qualche sconfitta. Se il condominio in questione fosse un Parlamento (dove le liti sono già adesso come quelle condominiali), e finanche un Governo, potrebbe esserci maggiore rappresentanza per tutti. E mettiamoci pure la proposta fatta da molti: che non si vedano sempre le stesse facce, che sia garantito un ricambio.
Insomma, fatta un'ipotesi di cambiamenti radicali, se davvero fosse desiderata, potrebbe mai essere cambiato tutto nel profondo? I rappresentanti che abbiamo eletto, farebbero un'azione di sacrificio nel più grande interesse popolare?
Se a questo punto vi viene da sorridere avete centrato il sarcasmo.

Nella mia umile opinione, qualsiasi visione sociale dovrà comunque scontrarsi con la difficoltà nel darne espressione. Come in un gioco di prestigio, vedo quel nove percento come apparso dalla bacchetta dell'illusionista: prima del trucco, nella realtà, era un quasi cento per cento.

lunedì, ottobre 24, 2005

Il mito della democrazia

Qualche anno fa lessi un bel libro (che adesso non citerò né per autore né per titolo) in proposito ai paradossi, quelli dei sensi, come quelli insiti nelle attività umane.
C'era in particolare un paradosso che ritenni tanto significativo quanto inquietante.

Nel 1951, un economista americano (in seguito premio Nobel, nel 1972) enunciò un infallibile quanto impietoso teorema matematico.
Kenneth Arrow dimostrò infatti l'impossibilità dell'esistenza della democrazia, in termini matematicamente esatti.
Dev'essere stato un vero schianto nella società americana, impegnata nella guerra fredda, per dimostrare la superiorità della propria democrazia, di fronte al nemico sovietico.
La reazione in un paese totalitario di stampo classico sarebbe stata quella che sappiamo, accuse di falsità, di minacce alla sicurezza statale, oppure direttamente screditamento e condanna all'oblìo. Fin qui niente di nuovo, tolgo anzi il congiuntivo: Arrow non poteva che finire dimenticato e messo da parte, come fu fatto.
Certo ho omesso che in America c'è anche modernità, motivo per cui non fu necessario sopprimere fisicamente Arrow, come sarebbe potuto accadere in altri stati totalitari, come in sud america, o nel sud est asiatico.
Resta il fatto del suo scomodo teorema.

Mi chiedo oggi, ogni volta che sento le parole "democratico, democrazia", se chi le pronuncia ne abbia qualche coscienza.
Risuonano un po' come le cure del medico settecentesco, che per alleviare un mal di testa perforava il cranio del paziente, per ridurne la pressione cranica. Quel che mi provoca irritazione è il sapere già per certo che il richiamo alla democrazia è un tentativo di trapanare la testa a qualcuno, per infilarci dentro un concetto utopico, spacciandolo come possibile.

- continua -

lunedì, dicembre 11, 2006

L'arte della guerra

Vorrei mettere per un attimo da parte il significato primario di guerra, intesa come lotta in senso fisico, per approfondire altri tipi di guerra.
Chi ha letto Sun Tzi (o come ci hanno erroneamente abituati i testi anglofoni, Sun Tzu) sa bene che la strategia è importante, la filosofia del guerreggiare è fondamentale per chi vuole giungere a degli obbiettivi.
In quell'ottica è importante anche saper dare ordini adeguati, ad ogni livello della catena di comando. Mentre gli alti ufficiali vengono edotti su maggiori dettagli, per le schiere più basse servono ordini semplici, che non si prestino a troppe interpretazioni.

E l'arte della guerra deve essere stata rispolverata in qualche incontro cruciale del signor Joseph Alois Ratzinger, Capo di Stato di una piccola sovranità europea.
Non avevo ancora l'immagine chiara (probabilmente perché non sono uno stratega) fino a qualche giorno fa, quando in una frase detta da questo signore stavo per cadere in una banale trappola linguistica.
La facile trappola era quella degli opposti, in cui il Ratzinger citava qualcosa di contraddittorio in termini. Citando infatti che a suo dire la laicità deve avere simboli religiosi, faceva pensare a un principio di demenza senile, mentre l'intenzionalità era espressione di notevole acutezza ed arguzia.

Ma partiamo da qualcosa di più lontano nel tempo.
Nel suo contestato (ma anche molto acclamato) discorso di Ratisbona inserì qualche accenno che agitò il mondo islamico, con frasi forti sulla religione musulmana e i suoi simboli. Apparentemente sembrava solo una caduta di stile, una frase sfuggita.
In questa sembra di nuovo scagliarsi in qualcosa che poi ridimensionerà. E se guardiamo bene, le sue incursioni si stanno facendo più frequenti. Sta perseguendo uno scopo ben chiaro, con un disegno preciso, fatto a tavolino.
Sta saggiando il potere del nemico, tramite l'arma della democrazia -- o dell'approssimazione più nota della democrazia, come preferisco dire, con un senso logico.

Disturbalo con azioni improvvise, spingilo a muoversi e studia il tipo di azione che adotta per fronteggiarti. Intanto, tieni a riposo il grosso delle truppe.
Sun Tzi, L'arte della guerra


Cosa permette a tante organizzazioni di malintenzionati di sopravvivere facilmente? Il senso di democrazia, che ci costringe a lasciare a tutti più spazio possibile per esprimersi.
Negli stati autoritario, soprattutto dove non esiste la suddivisione fra religione e politica, come Iran, Stati Uniti d'America, Città del Vaticano, è invece ben difficile proporre modelli alternativi.
Non solo i modelli alternativi sono avversi al potere consolidato, ma il legame fra politica e religione fa sì che la contrarietà al governo divenga automaticamente offesa alla fede.
Il signor Ratzinger ha quindi dei problemi di base, come la decadenza del potere che rappresenta, di fronte alle evoluzioni sociali (sia negative che positive) e necessita quindi di armi per contenerne gli effetti.
Fatto un elenco dei punti caldi su cui intervenire si passa quindi all'azione: le altre religioni di grande diffusione, la dignità del vivere che non necessita di scelte religiose, sono fra i principali destabilizzatori.
Del resto perché non sfruttare le armi del nemico stesso? E' quindi da saggiare la democrazia, con piccoli e precisi attacchi.
La forma che vince i molti, non appare ai molti. Dopo la vittoria, la mia forma sarà palese a tutti. Prima della vittoria, nessuno sa la forma che impiegherò.

Chi è il destinatario dei messaggi?
La truppa, quella che deve avere ordini semplici, del tipo "attacca questo nemico, attaccalo perché ti vuole uccidere, sopprimere".
Ecco chiarito a cosa serve la proposta della "laicità con simboli religiosi". E' il chiaro messaggio per i fedeli, a cui dice di accettare i laici, ma solo se sono religiosi: in questo modo non dice di negare la laicità, ma di accettarla in forma inesistente. Immagino che il prossimo passo sarà di dichiarare brave persone tutti gli atei che vanno in chiesa a pregare.

Ricorda, la guerra si fonda sull’inganno. Il movimento si fonda sui vantaggi che ne vuoi conseguire. La divisione e riunione delle tue truppe si fonda sulla situazione che vuoi determinare.


Va quindi tutta la mia stima al signor Ratzinger, per la sua capacità tecnica e strategica, per la brillante e ingegnosa campagna di guerra che sta muovendo. Sono infatti sicuro che sia una delle mosse migliori, rischiosa, ma ponderata.
Sui risultati che otterrà non sono però tanto sicuro. In primis per la complessità dello scenario, dove il rischio di tirare troppo la corda è piuttosto alto. Ma in fondo, un bravo condottiero deve avere anche un pizzico di follia e molta spregiudicatezza.

Al contrario, per la sua posizione a capo di una confessione religiosa, ha semplicemente il mio disgusto. Ma non per quello che posso pensare io delle confessioni religiose, visto che non le condivido. Per questo non diventano però nemici da sconfiggere, come ne vede egli nella laicità. Ad esempio, dal poco che ne conosco, provo stima per il Dalai Lama, sia per il suo impegno sociale, umano, che per il modo corretto di tenere la religione lontano dai governi.
Il disgusto è per la palese incoerenza del Ratzinger verso i propositi di tolleranza ed eguaglianza della religione cristiana, che sa citare solo in frasi ad hoc, mentre nel contesto generale è nettamente per l'intolleranza e la discriminazione.
Il disgusto è per l'arroganza, la violenza con cui agisce per porre in esclusiva i suoi simboli religiosi, che ormai hanno la stessa valenza dei cartelloni pubblicitari su una tangenziale. Solo che lui vuole l'esclusiva per tutta Italia, e ben pochi hanno di che obbiettare.

domenica, marzo 12, 2006

Guerriglia annunciata

Qualcuno scriveva tempo fa che le tragedie annunciate sono in fondo consolanti.
Perché ci danno una certezza della tragicità imminente, confermando il nostro bisogno di sicurezze, anche in negativo, ma che siano certe. Come dire: siamo impreparati a quel che di buono può succedere, fuori dal nostro controllo.

Ho appreso solo poco fa, dei disordini avvenuti a Milano stamani. Due sono i pensieri che vi ho collegato.
Il primo è il triste commento di Cassandra, visto che già da tempo immaginavo in cosa sarebbe sfociato, il disagio sociale. Già in altri articoli passati avevo ravvisato questa mia preoccupazione.
Il secondo pensiero è stato che probabilmente, oggi, non c'erano partite della serie A di calcio che fossero altrettanto importanti. Quelle che a latere portano solitamente lo stesso tipo di distruzione e violenza, ma a cui ormai siamo abituati. In quei casi non fa più notizia.

Curioso notare che la manifestazione, preparatasi come non autorizzata e violenta, anticipi invece un'altra manifestazione, autorizzata stavolta, che si svolgerà nel pomeriggio, da parte di altri gruppi che inneggiano alla violenza.
La differenza fra i due gruppi è probabilmente nello schieramento politico, ma quello che di sicuro è più interessante, rimane invece nella similitudine fra i due gruppi. Entrambi propongono infatti violenza come espressione del loro disagio sociale.
Questo però non fa notizia, svelarlo non è nell'interesse di chi manovra.
Il piccolo timoniere non ci tiene a far sapere di essere causa primaria degli scontri, con la sua sprovvedutezza. Nel frattempo è impegnato a stilare la lista di tutti quelli che vogliono il suo male, ultima entrata è una giornalista piuttosto nota, rea di non aver fatto le domande giuste, che ne santifichino l'immagine.

La poco nuova preoccupazione che ho, legata alle manifestazioni violente, è che anche la repressione lo diventi, con la strada spianata ad uno stato di polizia.
Non sarebbe del resto una sorpresa, vista l'attuale tendenza a completare il piano di rinascita democratica come dai documenti della loggia massonica di Licio Gelli.
Ennesima dimostrazione su come la parola democrazia non diventi solo vacua, ma anche tranquillamente abusata. Si veda infatti come viene definita in testa al documento: quale semplice adattamento del sistema esistente, senza citare che anche in una definizione da dizionario c'è un elemento di rilevante differenza, un popolo chiamato a scegliere.

Ma ormai siamo divenuti esperti in democrazia, visto il supporto a personaggi come il signor George Bush, che la sta esportando - a suo dire con successo - in tutto il mondo.
Speriamo che con la crisi economica, fra le varie importazioni dall'estero, non si finisca pure noi nella necessità d'importare democrazia dagli Stati Uniti d'America.

mercoledì, ottobre 26, 2005

Il vero significato della democrazia

Giorni fa mi preoccupavo dello stato sociale, quasi fossi premonitore di quello che è cominciato ad accadere nei giorni scorsi, negli scontri di piazza, con epicentro la legge di riforma scolastica.
Aggiungo poi un richiamo ad un precedente post, sull'argomento democrazia.

Questa sera, vedendo pochi brani dal telegiornale de La7 ho ricombinato ancora queste due cose.
Nonostante la mia intolleranza verso i predicatori, soprattutto quelli televisivi, qualunque sia la religione che propinano, mi sono sforzato di ascoltare alcune parole dell'on. Carlucci, che a questo punto devo ringraziare.
Di fronte ad una protesta sociale così rilevante, ha infatti osservato che veniva contestata una legge di un parlamento democraticamente eletto. La sua conclusione era quindi che la protesta fosse aberrante.

Il teorema di Arrow dimostra matematicamente, senza scampo, che la democrazia non esiste. Sì, nel senso della logica matematica è una forma di governo irrealizzabile.
L'intervento televisivo dell'on. Carlucci ci ha ricordato la cosa chiaramente. Un parlamento, democraticamente eletto, promuove leggi democratiche, ma allo stesso tempo queste sono un nonsenso.
Va ricordato poi che anche Adolf Hitler fu democraticamente eletto in un parlamento.
Quindi, in una conclusione che le capacità cerebrali dell'on. Carlucci definirebbero "logica", chiunque era contrario al potere in mano a questo signore, si opponeva allo stato democratico.

Attenti a dissentire, quando lo stato è democratico.

mercoledì, marzo 31, 2010

Politica in numeri

Nei risultati elettorali il vortice dei numeri, fra le proiezioni dei risultati e i sondaggi (o exit-poll, per chi non parla o non riesce a parlare italiano), finisce spesso per confonderci un po' le idee.
Se da un lato finisce per essere chiaro quali e quante posizioni saranno occupate dai candidati (ad esempio in numero di seggi, o di assegnazioni), poco si legge di quel che è stato il coinvolgimento popolare. Solitamente viene condensato nella percentuale di votanti (o per converso di astenuti), mentre non vedo nei grandi titoli qualche calcolo pratico.
Faccio qualche esempio pratico, di natura puramente matematica o sociologica, piuttosto che politica. La prima considerazione dei vari movimenti (a livello pubblico) è sempre sulle percentuali: dalla comparazione con le percentuali di più o meno analoghe elezioni precedenti, ci dicono come sono andate (a loro parere) le loro prestazioni. Peccato che le percentuali non contino il numero d'individui, ma siano appunto volutamente una misura che non è influenzata dal numero di partecipanti al voto. Così finisce che qualche movimento politico dichiari che le cose per loro sono andate moderatamente bene, visto che hanno mantenuto la stessa percentuale sul totale, e qualcun altro si dichiara pure entusiasta di aver guadagnato punti percentuali, ma magari hanno entrambi perso elettori.

Vediamo un po' di numeri, partendo dai partiti maggiori. In questa tornata di Amministrative 2010, rispetto alle Europee del 2009, il PDL passa dal 35,3% al 26,78%, ma se contiamo la differenza sui suoi stessi elettori, da 10.807.327 a 5.843.420, ha subito un calo di quasi il 45% delle preferenze, come dire dimezzato. Il PD che fa mostra di uno stabile 26,1% nelle due tornate, in realtà ha perso il 27% di elettori. La Lega Nord, con l'emozione di essere salita dal 10,2% al 12,28% sul totale, nei fatti ha avuto un calo di elettori del 12%.
Fate pure il calcolo di tutti gli altri, e il risultato è sempre lo stesso: nessuno avrebbe di che esultare, se lo scopo fosse quello di soddisfare i cittadini.

Certo mi si può obbiettare che ci sono stati cambiamenti, partiti scomparsi o diverse alleanze, ma non su cifre così significative.
Si può poi additare che alcuni tipi di elezioni siano più sentiti, rispetto ad altri: ma che senso ha credere che la politica che amministra una regione sia meno importante di quella che amministra lo Stato?
Penso che un primo fattore interessante sia la volatilità di certe preferenze. Alcuni movimenti politici sembrano appoggiati da una base più costante (anche se più piccola nei numeri), altri hanno un grande consenso, ma incostante e volubile: se non si fa una campagna di grandi promesse, l'elettorato non si sente adulato e accarezzato a sufficienza da impegnarsi nell'esercizio di voto di pochi minuti.
Quei milioni d'italiani scomparsi, fra un'elezione e l'altra, una cifra ben impressionante, nella loro incoerenza decidono ben di più delle centinaia di migliaia che seguono assiduamente i partiti minori.
La democrazia si dimostra di nuovo come un esercizio del tutto utopico, dove chi combatte strenuamente per un qualsiasi ideale è infine ininfluente, facilmente cancellabile da un un gruppo sufficientemente ampio di ignavi e indolenti. La matematica ha così ragione di quello che ingannevolmente crediamo vero (la democrazia), solo perché accarezza la nostra etica e la nostra morale.

Visto che poi Loli mi rimprovera di non mettere immagini consone al tema, spero stavolta di aver azzeccato l'argomento: come non ritrarre il giusto contenitore?

mercoledì, agosto 01, 2007

Democrazia partita

Già qualche anno fa citavo un noto teorema, che avrei voluto richiamare in queste pagine assai spesso. Per non sembrare pedante, monotono, ho deliberatamente evitato di ripeterlo per mesi, ma nei pensieri di oggi mi era fin troppo ricorrente, per evitarlo di nuovo.

Sono mesi ormai che raccolgo chiacchiere, qua e là, sull'argomento del costituendo Partito Democratico, senza aver approfondito l'argomento, oppure avere presentato la mia personale disamina.
Ho anche avuto il racconto di chi ha partecipato a qualche incontro politico sull'argomento, e il riassunto fattomi è stato più che esauriente: confermava già tutto quel che ne pensavo.

La notizia di ieri, dopo la candidatura in extremis del signor Antonio Di Pietro, era anche l'altrettanto frettoloso rigetto del candidato.
Quest'oggi, leggo un annuncio a pagamento su un quotidiano nazionale, dello stesso Di Pietro, che commenta "il Partito Democratico ha perso un'occasione".
Il dubbio che ne ho avuto è stato molto semplice. Comprendo il fatto che Di Pietro potesse essere piuttosto scomodo, poco gradito in molti ambiti della politica governativa. Ma con la sua candidatura, ha voluto davvero proporsi per il partito finto-democratico, oppure ha voluto deliberatamente dimostrare che dietro la scenografia sfarzosa c'è il niente?

In fondo è l'obbiettivo finale del sistema bipolare tanto citato ultimamente.
Ricordo che già più di vent'anni fa citavo ad esempio la politica del nord America, per dimostrare come si possa costituire un sistema politico complesso, che indice elezioni pubbliche, con una moltitudine di rappresentanti al governo, ma che infine prende scelte totalmente indipendenti dal popolo che l'ha eletto. La logica vincente era di fornire due scelte, A oppure B, così che nessuno potesse dire che mancava la possibilità di decidere del futuro.
Ricordo di quei tempi l'Unione Sovietica già traballante, ma che veniva additata come un regime senza possibilità di scelta, mentre gli Stati Uniti d'America come il paese della libertà. Per qualcuno, allora come ora, chi era un homeless, un barbone americano, faceva una scelta, in piena libertà. Chi sceglieva fra il partito A e quello B compiva una scelta, indipendentemente dal fatto che i due schieramenti avessero gli stessi obbiettivi, se guardati da un punto di vista esterno. E a posteriori è ancora più facile osservarlo: l'alternanza ha prodotto le stesse guerre, le stesse operazioni segrete, gli stessi scandali.
Esula dalle mie capacità il fare osservazioni quantitative, e rapportarle a quelle qualitative: la mia percezione si limita al capire che nessun cambiamento, in quel paese, ha mai portato modificazioni radicali. E se quello è l'esempio più forte di bipolarismo, in una nazione forte, con un senso patriottico elevato, non voglio neppure immaginare che risultato potrebbe avere qui.

Ma torniamo ai nostri contes de fées, alle favole nostrane.
Chi crederà nel futuro partito, di tronfia democrazia più che di trionfale tale?
Forse è più facile rispondere a chi gli darà sostegno elettorale, responso che non necessita di grandi credo. Vi confluiranno tutti coloro che si sentiranno ormai in barca con l'attuale Ulivo, al pensiero che scendere significhi nuotare faticosamente. Sarà la naturale destinazione di chi ha sentito parlare per decenni di compromesso storico, e ci auguriamo sentitamente che non scateni di nuovo le violenze dei tempi passati. Sarà per certo un percorso verso il punto medio e mediocre dell'opinione pubblica, verso quel centro che vuole stabilità, tranquillità, anonimato della politica. L'incitazione a lasciar fare i politici il loro mestiere: gestire soldi e potere in modo discreto, senza mettere in mostra quell'ingordigia superba di cui tutti sanno, di cui è bene lamentarsene, ma niente più.
Sembra proprio che non siamo capaci di trovare alternative, fra il frazionamento dei mille partiti della bistecca, oppure all'opposto i due soli partiti del bene supremo, ma con ben due colori diversi.

venerdì, aprile 27, 2007

Piccoli fatti insussistenti


Leggo da varie testate giornalistiche in Internet che il signor Silvio Berlusconi è stato assolto dalle accuse di corruzione nel processo SME.
Una delle due sentenze - relativa ai 434mila dollari che da un conto Fininvest servirono a corrompere un giudice - lo assolve "perché il fatto non sussiste". Da notare che in precedenza sul capo di accusa era stata invece invocata la prescrizione del reato (fatto ben diverso).
Ora, se non sussiste il fatto, per cui l'anzidetto imputato non aveva versato denaro, ho però ancora un dubbio: se il giudice citato prima è stato dichiarato colpevole - visto che i soldi li aveva intascati - chi è responsabile del versamento?

Quello che mi appare evidente è che ad un certo livello politico il potere reale, non quello delle investiture da elettorato, è ben altra cosa.
Se fino alla scorsa campagna elettorale per le elezioni politiche sembrava imminente la corsa al massacro, la distruzione degli avversari con ogni mezzo, a scrutini conclusi la cosa è cambiata. Una volta redistribuite le poltrone in Parlamento e Senato, finita l'invocazione popolare, è tornata la calma.
Ogni personaggio politico, di qualsiasi schieramento, al Governo o all'opposizione, di partiti grandi o piccoli, è tornato a godere del favore di tutti gli altri.
Un esempio eclatante (ma solo perché si è sentito citare più spesso di altri) è quello della legge sul "conflitto d'interessi". Tutti quelli che se ne sono fatta bandiera in campagna demagogica (mi sembra offensivo chiamarla elettorale) hanno tirato i remi in barca. Basta remare contro corrente, ora sono diventati tutti nuovamente presenti alla Camera, veri e propri camerati. Basta con le scaramucce, con le litigate a furor di popolo, ora si può tornare a più modeste finzioni per tenere viva l'attenzione degli italiani.
Già molto tempo fa, probabilmente da anni, sostenevo che l'unica miglioria al sistema era la cancellazione al completo della classe politica attuale (ovvero la stessa di dieci, venti, trenta anni fa). Solo che certi sovvertimenti dovrebbero essere richiesti da una fascia molto ampia della popolazione, un po' come in un moto rivoluzionario ottocentesco.

Il controllo del potere invece ha studiato e messo in atto una strategia spaventosa.
L'ultima trovata è il cosiddetto "partito democratico", promosso da certi soggetti attualmente al Governo.
La soluzione finale, appoggiata sempre da più soggetti politici, è che infine si crei un netto bipolarismo: due soli soggetti politici fra cui scegliere, A oppure B.
Con quali diversità? Le minori possibili: tutti e due punteranno al centro.
Sembra di leggere la finzione del romanzo Margherita dolcevita, di Stefano Benni, dove in un paese non troppo futuro il potere si alterna fra il partito dei "moderati" e quello dei "moderisti".
L'obbiettivo è ovviamente quello di dare stabilità al Paese.
Non serve poi un corso di fisica superiore, per comprendere che la stabilità di qualcosa è più difficile su un piano, rispetto ad una profonda fossa piena di melma. Vischioso e melmoso è infatti il futuro che prospetta una simile cambiamento.
La differenza fra uno stato totalitario e una democrazia moderna sembra essere quella: lo stato totalitario ha un partito unico, prepotente, oppressivo e corrotto, che sei obbligato a scegliere, mentre la democrazia ne ha due così.

Resto però con il quesito iniziale: perché non capita anche me, che qualcuno compia un fatto insussistente per cui mi piovono in tasca 434mila dollari?

venerdì, marzo 10, 2006

Chi comanda?

Le mie riflessioni sulla democrazia non sono poi tanto cambiate.
Continuo ad essere fortemente convinto che sia una delle tante idealizzazioni in cui ci sforziamo di credere, anche quando ogni cosa ci dimostra il contrario, un po' come le credenze religiose.

L'ultima dimostrazione è nelle chiacchiere intorno ad un confronto elettorale, che dicono doversi presentare in televisione la prossima settimana, forse.
Un confronto dove saranno messe in gioco regole rigidissime (o così ci raccontano), per evitare che uno dei due candidati rubi tempo o immagine all'altro.
Qualunque sia la vostra posizione, verso uno dei due schieramenti, è del tutto ininfluente, per quello che sto esponendo. Il punto è che il confronto servirà a far decidere gli incerti, perché saranno loro a decidere per voi. Già.
Guadagnato finalmente il centro dei consensi, da parte di entrambe le coalizioni, ora conterà solo chi è indeciso, chi non ha nessuna voglia di votare, chi vede tutte e due le parti come una presa in giro.
Chi ha deciso, chi prende posizioni, chi si schiera, grazie alla corsa verso il centro, non conta più niente.

La falsa democrazia è stata fatta convergere nella sola scelta di chi non sa cosa scegliere.
E il meccanismo è talmente richiuso su se stesso, che è ormai difficilissimo uscirne. Perché allontanandosi da questo centralismo si dà una forza imprecisata a tutti quelli che ci si sono seduti in mezzo.
Il terrore dell'instabilità sta concentrando tutti in un punto di massima instabilità, dove ormai basta una voce discorde per scatenare il caos.

Qualsiasi sia il risultato elettorale, ci sarà un solo gruppo di perdenti: gli italiani che voteranno con convinzione per uno schieramento.
C'è da aggiungere che come in ogni guerra, non ci saranno vincenti. O meglio, saranno poche centinaia, ben pochi in confronto ai milioni di elettori.
Chi c'è fra quelle centinaia? I politici che si rimetteranno in gioco, e poi i potenti del Paese, quelli che ancora fanno funzionare un po' di economia (anche se solo per le proprie tasche). Chiunque esca vincitore, loro ne rimarranno sempre amici, compari, camerati.

Non ho una ricetta, in quest'articolo. Non c'è una conclusione per cui dire "se facessero tutti come dico io... cambierebbe l'Italia". Perché non se ne possono applicare, di realistiche.
L'unica cosa che si può fare è mantenere viva la coscienza di quello che succede: tenere gli occhi aperti può allenarci per il futuro. Al presente non vedo nessun cambiamento epocale, se non delle scelte per il male minore.
Ho solo irritazione nel constatare chi comanda, per davvero.

venerdì, novembre 11, 2005

Frasi d'effetto

Giorni fa dissertavo sul termine democrazia ed oggi, visitando un sito web che non posso citare (perché cambia continuamente la pagina principale), ho trovato questa perla
La democrazia è un mezzo che assicura di non essere governati meglio di quanto meritiamo - G. B. Shaw
Condensa benissimo, no?

mercoledì, gennaio 31, 2007

Pax

Purtroppo i miei articoli da weblog si son rarefatti, per un'odissea telematica, sull'abilitazione di una nuova linea ADSL: non appena si sarà conclusa ne narrerò il tragicomico svolgimento.

Nel frattempo vorrei però bastonare a dovere tutti coloro che si occupano della vicenda sui cosiddetti pacs.
Come spesso accade, è una di quelle notizie che impegnano la stampa per giorni, se non settimane, e che ascolto, leggo, quasi in modo passivo. Si segue un giornale televisivo, uno radiofonico, si legge un quotidiano, e non si evita che questa non-notizia venga sviscerata fino al ridicolo. In fondo è una passività, visto che non abbiamo modo d'intervenire sui media. Se poi credete che i talk-show, gli spettacoli della chiacchiera, siano un mondo attivo, con orde (selezionate) di gente con il diritto ad insultarsi pubblicamente, o a diffondere plateali sciocchezze, se davvero lo credete, allora è pure peggio.
In fondo il mondo della comunicazione è riuscito nel suo intento. I mezzi di comunicazione, presi sempre d'assalto da chi voleva dire la sua, hanno reagito con un format che permettesse loro di uscirne con una splendida immagine. Quando in televisione si è cominciata a vedere la gente comune, non solo giornalisti, artisti, conduttori di programmi, le cose sono apparentemente cambiate.
Spesso sono stati sufficienti degli artifici. Come introdurre attori che impersonificassero gente comune, nelle trasmissioni televisive che si fingono concorsi a premi, ma anche in quelle dove si chiedono opinioni.
Tolti i filtri, i mascheramenti, le manipolazioni, non c'è quasi più partecipazione attiva: viene infatti concessa solo quando è ben noto che non altera lo status quo.

Messa da parte l'inutile (in questa fase) opinione pubblica, torniamo a questi famigerati pacs.
Il primo ossimoro della storia, che mi ha risvegliato il desiderio di scriverne, è il signor Giuseppe Betori, nella sua figura di Segretario Generale della CEI (che non ha niente a che fare con gli autorevoli documenti del CEI/IEC).
La sua frase, che ho trovato in un chiaro virgolettato, riassumeva che lo Stato "vuole legiferare troppo".
Leggetela come volete, ma il significato letterale è alquanto semplice. Perché non ha detto che lo Stato voglia legiferare in modo a lui sfavorevole, oppure a suo parere ingiusto: questi sono commenti accettabili da chiunque in fondo. Perfino un ladro ed assassino potrebbe obbiettare che lo Stato legiferi in modo a lui sfavorevole.
Il Betori ha invece usato una parola chiave: troppo. E per il troppo c'è la cura, ovvero il limite. E la cura contro quello che Betori considera troppo è appunto il suo giudizio di limite alle competenze di uno stato sovrano.
A ben vedere ce n'è da riempire un articolo e procedere ad aprire un fascicolo per sovversione dello stato democratico. Cosa che ovviamente non accadrà, perché lo Stato Italiano, chiaramente, non è sovrano su tutto quel che lo riguarda. Ci sono cose per cui rimane vassallo.

L'ipocrisia seguente è dei politicanti, dove tutti hanno dimostrato la loro inutilità, in ogni schieramento politico e carica istituzionale.
Hanno dimostrato che loro, pure in carica, non saprebbero far valere le pretese di una democrazia. Perché il terrore è che l'elettorato, facilmente manipolabile dagli avversari, potrebbe punirli.
Così stan cercando una via di mezzo, un guado nelle acque pericolose.

C'è poi chi beneficerebbe o meno di questi pacs.
E' evidente che una coppia di conviventi, eterosessuali, possa scegliere per il regolare matrimonio, l'unione civile. Certo possono esserci casi particolari, ma a prima vista mi sembra che per questi soggetti ci sia già la soluzione: basta prendersi la responsabilità di andare davanti all'ufficiale di rito civile.
Per i conviventi omosessuali è invece ben diversa la faccenda, per cui è chiaro che questi pacs siano una facilitazione per loro. E se la motivazione dell'unione riconosciuta è economica, legale, amministrativa, non vedo perché negarla.

Una famiglia non convenzionale è accettabile?
Penso proprio di sì, se vogliamo parlare di libertà personale. Ovvio che se la libertà personale non è ammessa per tutto, come accade nella quasi totalità delle fedi religiose, ci sono dei limiti.
Chi vuole essere religioso, seguire una precisa dottrina, non può ovviamente trasgredire. Così non avrebbe alcun senso l'esistenza di una coppia omosessuale che vuol essere cattolica praticante.
Come non avrebbe senso che il signor Silvio Berlusconi entrasse in una chiesa con l'attuale moglie, visto che ha contravvenuto ad un Sacramento Cattolico (divorziando, nonostante un matrimonio religioso e contraendone uno civile).
E ha ancor meno senso la condotta del signor Pier Ferdinando Casini, che rappresenta un partito politico d'ispirazione cattolica, è divorziato da un matrimonio cattolico, ed ha infine una relazione ed un figlio fuori dal matrimonio sia civile che religioso.
Viene da chiedersi cosa intendono per istituzione della famiglia questi signori, quando la difendono tanto: come possono parlare di famiglia in senso cattolico, se neppure loro seguono ciò che predicano?
Ma non sono i soli, se spulciate nella vita privata di tanti predicatori scoprirete gli stessi risultati. In un paese come gli Stati Uniti d'America, dove l'estremismo religioso è molto forte, questi personaggi avrebbero sicuramente visto la loro disfatta politica. Ma non qui da noi, dove amiamo farci dileggiare, canzonare, anche sui fatti più evidenti.
Paritur pax bello.

lunedì, aprile 18, 2016

Energica poliarchia

La comunicazione tramite l'internet ha rafforzato e rinsaldato alcune relazioni umane, che soffrivano delle lunghe distanze o della difficoltà nel trovare chi condivide alcune delle proprie passioni. Psicosi incluse, certamente.
Parimenti, la diffusione della conoscenza in ogni ambito si è ampliata. Così come allo stesso modo il dilagare dell'ignoranza ha trovato uno spazio virtualmente infinito, in cui allargarsi.
Direi semplicemente che la comunicazione sempre più facile è divenuta l'amplificatore di qualsiasi interazione umana, in positivo e in negativo.
Se mi soffermo qui a discutere i lati oscuri, è solitamente sia per il fastidio che mi arrecano, sia perché trovo interessante analizzare il comportamento umano. Pensate a qualsiasi comportamento o idea priva di fondamento, di logica, di buonsenso, e improvvisamente qualche social network fa eco ad un gruppo di migliaia e più persone che ne rivendica una certezza di vita.

I numeri, la matematica, per quanto esatti, non fanno mai dubitare chi ha delle certezze. Questo è il primo cardine della limitatezza umana.
Nel referendum popolare che si è chiuso ieri, relativamente alla cancellazione di concessioni di estrazioni di idrocarburi, ho letto una di queste curiose perle di ignoranza popolare. Aldilà infatti di motivi e risultati, anche chi non ha vinto alcunché ha dichiarato vittoria, perché vantava un vantaggio relativo molto alto. Giochiamo per un attimo con i numeri, per capire cosa significano.
Vincere un referendum, considerando la soglia minima di votanti affinché questo sia accettato, può essere veramente una piccola cosa. Se si necessita del 50% + 1 dei voti, su un 50% + 1 dei votanti, con una buona approssimazione si può dire che basta avere in favore il 25% dei votanti, in caso di bassa affluenza, oppure serve fino al 50% in caso di alta affluenza.
In pratica, ad un minor numero di votanti può anche essere più favorevole vincere, dato che la maggior parte dei votanti sarà già propensa ad appoggiare il quesito, e quindi motivata alla consultazione.
Nell'esempio della giornata di ieri, si è ad esempio espresso un 85,2% di pareri positivi, che dato un 31,2% di votanti, risultano in un 26,5% degli aventi diritto al voto. E' altamente probabile che un aumento dei votanti avrebbe potuto portare altri significativi risultati ai contrari al quesito, se si considera che i favorevoli sono stati mobilitati da gruppi con alto livello di comunicazione.
Qualunque speculazione se ne voglia trarre, un dato oggettivo è che il quorum non è stato raggiunto, il referendum è fallito. Quindi è insensato gridare vittoria, quando questa non c'è.

La breve memoria storica poi porta (molti) a dimenticare anche altri esempi passati. Nello scorso 2011, furono proposti dei quesiti referendari diversi, che probabilmente per una più ampia base di interessati, raggiunsero la sufficienza per il quorum, con circa un 54% degli aventi diritto.
Le tematiche sollevate, genericamente sul diritto ad una proprietà pubblica dell'acqua, giunsero a percentuali favorevoli fin oltre il 95%, risultando quindi oltre il 51% degli aventi diritto. In questo caso la vittoria era palese, qualsiasi voto in più non avrebbe cambiato questo risultato.
Nei giorni successivi al referendum però avvennero una serie di eventi politici volti ad annullare il risultato referendario, uno di questi dell'allora governo in carica, poi annullato dalla Corte Costituzionale, ma anche a livello regionale furono messi in atto una serie di interventi in questo senso. Ad esempio l'attuale Presidente del Consiglio, all'epoca presidente dall'azienda territoriale Toscana, riorganizzò la struttura in modo che il referendum non fosse applicabile, e tutto rimanesse sotto controllo privato.


La dimostrazione principale resta quindi quella che i referendum trovano applicazione solo dove gli interessi economici e politici non creano sufficiente contrasto.
Torno sempre a ripeterlo, ma in fondo la democrazia è solo una moderna forma di poliarchia, dove si è convinta la popolazione di poter sempre decidere del futuro.

Davvero i promotori del referendum recente credevano che chiudere gli impianti di estrazione di petrolio e metano avrebbe cambiato lo scenario energetico?
Perché da un lato c'era chi sosteneva la chiusura per la scarsa importanza sul piano strategico (una quota ridotta d'energia derivante), dall'altro chi prometteva un cambiamento fondamentale verso le rinnovabili (incomprensibile, se la quota non era strategica). Dal mio modesto punto di vista, qualunque fosse la condizione, nessuno avrebbe garantito che non avremmo usato gli stessi idrocarburi, però importandoli da altre nazioni, con altri costi.
Davvero c'è chi crede che per cambiare la gestione energetica si debbano fare scelte talebane chiudendo i rubinetti del gas? Tutti dovremmo convertire la caldaia a gas per acqua calda e riscaldamento? E tramite quale altra fontedovremmo scaldarci? Certo non con la legna, come crede qualche ingenuo (che dimentica come questo materiale naturale produca più inquinanti del metano).


martedì, settembre 11, 2007

Il colore della rabbia

Qualche giorno fa si è tenuta la manifestazione organizzata dal signor Beppe Grillo, denominata V-Day, che nelle intenzioni originarie era la contrazione di "vaffanculo-day". C'è da dire che anzitutto sta tuttora impegnando le pagine dei giornali, e ancora non hanno affondato la notizia.

L'epiteto è all'indirizzo dei politici corrotti, e verso il sistema politico attuale, con tre proposte che ritengo legittime, oltre che interessanti.
I tre punti dicono no ai condannati in parlamento, no alla politica parlamentare come professione di vita (limitando a due anni il tempo massimo di eleggibilità) e sì all'indicazione dei parlamentari direttamente nelle preferenze elettorali. Tutte ipotesi che mi appaiono ragionevoli, tutte verso un buonsenso della politica, e della democrazia.

Sulle cronache locali leggo di comitati cittadini che si stanno costituendo, partendo dai manifestanti all'evento. Infervorati dal grande consenso popolare, sospinti dall'eco raggiunta.
Visto che buona parte dei manifestanti (se non tutti) provengono dagli schieramenti di sinistra, è evidente che questo movimento sarà il prossimo avversario del fantasioso partito democratico: un partito costruito a tavolino, da politici di professione, e rappresentativi dell'elettorato di centro-sinistra.
Eppure questo partito dei Grilli (come pare si vogliano far chiamare qui) non nasce senza precedenti. Se mettete insieme gli interessi del signor Grillo non potete che ritrovarci qualcosa di già sentito, ecologismo su un versante, avversione alla politica attuale sull'altro.
L'ispirazione alla natura era finora prerogativa dei Verdi, nati dalla spinta ecologica, anche dei fanatismi, approdati in parlamento, e pian piano assorbiti dal sistema.
L'odio per i politici del momento era, per esempio, uno dei moti ispiratori della Lega Nord, che proponeva un ribaltamento della politica, visto che non li rappresentava a dovere.
La deriva pronosticabile dei Grilli è quella di un nuovo partito, che frammenterà di nuovo il panorama politico, mentre la politica attuale sta cercando un'aggregazione quasi monolitica. Il passo a posteriori (come per i due esempi citati prima) è di essere di nuovo riuniti, diciamo fra una decina d'anni, dopo essere stati riassorbiti, nuovamente asserviti al sistema.

Perché faccio queste ipotesi? E' presto detto.
Il sistema politico attuale si è creato da solo, con pazienza e tanti anni di esperienza. E' in parte consapevole della propria fragilità, se confrontato con le necessità dei cittadini, ma sa anche che è possibile rimodulare, riprogrammare, i cittadini.
Il punto debole del grillismo è il solleticare solo una parte dell'elettorato, quella schierata a sinistra, come se il bisogno di legalità fosse una questione di parte. Non può fare lo stesso solletico a chi siede a destra, perché se anche fossero divertiti dal Grillo-comico, sarebbero raffreddati in primis dalle suo posizioni originarie, che sono sempre state di simpatia verso sinistra.
E' piuttosto raro trovare elettori che valutino obbiettivamente i propri candidati e quelli avversi: è molto più facile dichiarare sempre buoni i propri, e sempre cattivi quelli altrui. Il bipolarismo buoni assoluti/cattivi assoluti ha spesso la meglio sul buonsenso.

Però potrei anche sbagliare: magari voi riuscite a contare trecentomila italiani scesi in piazza, a protestare contro la politica, pur essendo sostenitori di tutte le forze politiche esistenti. E al contempo capaci di restare fedeli ai partiti d'origine, pur richiedendo loro un impegno diverso.
Se invece approdano tutti compatti ad un nuovo partito, degli insoddisfatti, dei verdi di rabbia, ho il timore che non ci sarà una grande svolta.

lunedì, luglio 24, 2006

Spiegare la Giustizia

Se nella precedente Legislatura erano commisti, nella maggioranza di Governo, numerosi personaggi con sentenze penali in giudicato (e quindi a tutti gli effetti legali dei delinquenti), nella presente si è cambiato qualcosa.
Ora, infatti, il signor Cesare Previti, per citarne uno, è stato costretto a dimettersi dall'incarico. Vive in detenzione domiciliaria, con tanto di permesso per uscire di casa, scortato dalle guardie, s'intende. Con una certa età, e come ho già osservato altre volte, che chiedere di più dalla vita?
Dopo che ha spadroneggiato con arroganza, corrompendo magistrati, per raggiungere fini economici propri e dei propri clienti.

Ecco cosa chiedere: la sospensione della pena.
E' cambiato decisamente qualcosa, ora infatti non ha più bisogno di essere nel Governo, per manovrare le leggi, c'è comunque chi lo farà per lui.

Chi è il signor Clemente Mastella? Che copra la carica istituzionale di attuale Ministro della Giustizia è un dato di fatto. Aldilà di questo però, chi è il personaggio?
E' nella maggioranza di Governo come "appoggio esterno". In che cosa si traduca è evidente: la garanzia che il cambio di maggioranza non porti eccessivi disagi a chi ha ceduto il passo.
Il personaggio che rappresenta è un vero monito. Sta a significare infatti che non c'è stata nessuna svolta epocale. Che il suo saltellare da destra a sinistra sarà una continua garanzia, perché qualcuno possa sempre svicolare dalle maglie della Giustizia. Lui si accontenta di essere sempre al potere, in qualche modo, ricambiando una parte o l'altra.
E' il vero politico, abile maneggiatore, sempre con le mani nella peggiore melma, da cui le tira fuori pulite come quelle di un chirurgo, in apparenza.

Sarebbe anche curioso sapere chi sia quell'uno virgola quattro per cento d'italiani che l'ha messo lì dov'è. Sì, perché grazie ad una percentuale così esigua di voti, in questa approssimazione incerta della democrazia, ha ottenuto un ruolo chiave.
Un ruolo che permetterà a breve, molto probabilmente, di liberalizzare i reati di concussione, corruzione, abuso d'ufficio, e chi più ne ha più ne metta.
Questa è di sicuro una liberalizzazione contro cui scenderà ben poca gente in piazza, complice anche la calura estiva e la transumanza degl'italiani al mare.

E' da solo, che deve sostenere il suo delicato incarico, il signore detto sopra?
No, decisamente no. Non è il solo politico capace nel rimestare nel torbido, per garantire solidità a se stesso e a chi appoggia. Cito ad esempio una frase, già citata anche nel weblog di Marco Travaglio di oggi
"Se non lasciamo nel testo la possibilità di far beneficiare dell'indulto anche Cesare Previti, Forza Italia non voterà con noi questo provvedimento. E vorrei ricordare a tutti che il quorum per farlo passare è di due terzi".
(Pierluigi Mantini, capogruppo dell'Ulivo in commissione Giustizia, Ansa, 20 luglio 2006).

Insomma, gli affari sporchi sono un fenomeno del tutto trasversale.
Vorrei soltanto che qualcuno ci spiegasse la Giustizia, di tanto in tanto, per ricordarci cos'è, come funziona, e perché è tanto scomodo applicarla in questo Paese.

giovedì, febbraio 09, 2006

Disturbi di sottofondo

Si annunciano tafferugli, scene di piccola sovversione, violenze (com'è già accaduto), concomitanti all'evento olimpico di Torino, che invero non sto seguendo per niente -- non so neppure se è cominciato o quando comincerà, vedo da un calendario che ci sono gare per l'11 febbraio, suppongo inizierà per allora.
Così come non ho seguito le proteste contro la TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità. Immagino ci sia di che preoccuparsi, nei lavori di alta velocità ferroviaria, visto lo scempio ambientale che hanno portato altrove -- come falde acquifere inquinate dai lavori, o milioni di metri cubi d'acqua deviati verso altre profondità, rendendone impossibile il recupero (in un mondo dove è sempre più un bene prezioso).

Questi eventi appoggiano la mia ipotesi di qualche tempo fa, ripresa anche in un mio recente articolo, qui. L'ipotesi che si crei un disagio sempre maggiore, che non penso porti ad un clima di guerra civile, ma sicuramente non allenta le tensioni sociali già in atto.
E' evidente che nel caos si mescolano poi tante forze, quelle della protesta pacifica, quelle della protesta violenta, quelle della sovversione autorizzata. Perché è anche possibile che mantenere il livello della paura, il livello di attenzione, faccia il gioco di chi controlla realmente il potere -- e non venitemi a dire che essendo in democrazia è controllato da noi stessi.
I no-global tumultuosi sono una garanzia, la sicurezza dell'insicurezza: un potenziale destabilizzante della società sopita, lo spauracchio che rende giustificabile l'uso della forza, che una volta messa in moto diventa comoda anche per altri scopi -- qualsiasi protesta sociale diventa un pericoloso sfogo dei no-global.
E se non fossero abbastanza violenti, distruttivi, basta inserirci qualche elemento adeguato -- se c'è una cosa facile da scatenare è il caos.

Un sottofondo disturbato è sempre utile. Non completamente caotico, ma disturbato.
Così come si modifica la legge sulla difesa personale, meglio dare un po' di far-west ai cittadini, che investire nella repressione del crimine -- aumentando l'effettività dei mezzi di polizia, contro i crimini che ci sono ben noti.
Meglio fingere che esistano dei poliziotti di quartiere (ne avete mai visto uno?), che affrontare seriamente la criminalità consolidata.
Meglio avere dei piccoli criminali, agitando lo spauracchio del terrorismo, che intervenire per migliorare il livello sociale.

E che si facciano infine queste Olimpiadi, come pura immagine.
Il signor Enrico Mentana (non so come, ma sembra che sia anche un giornalista), che ho sentito stamani parlare in radio, ha detto che le proteste in concomitanza delle Olimpiadi renderanno una brutta immagine dell'Italia, per cui che si evitino e si rimandino a dopo l'evento.
Una brutta immagine? Sorprende pensare che si possa ancora fare qualcosa per peggiorare l'immagine del paese, ma se lo dice lui, avrà ben in mente qualcosa.
E che si racconti pure che per la prima volta tutto quanto è stato organizzato in anticipo, tutto finito: così sentivo dire qualche giorno orsono, in qualche altra radio. L'articoletto letto oggi invece mi dice qualcosa di leggermente diverso.
E che scenda in corteo anche la signora Laura Bush, non so bene in rappresentanza di cosa. Forse del suo paese, ma anche su questo sarebbe interessante sapere se rappresenta almeno la metà del suo paese.

Ma che non ci siano le azioni a "bassa intensità" descritte dal signor Pisanu (che incidentalmente ricopre anche la carica di Ministro degli Interni).
In questo spettacolo dell'ovvio, dove di tutto si parla fuorché di sport, sarebbero un potenziale e sgradevole disturbo di sottofondo.

mercoledì, febbraio 08, 2006

Mondo reale

Vista una precedente citazione, in cui avevo trovato un riferimento al signor Antonio di Pietro, ho curiosato sul suo sito, leggendo qua e là.
Devo dire che letto il primo punto del suo programma elettorale, beh, sono rimasto divertito al pensiero di cosa significhino davvero le cose che elenca e come vengano viste dal resto d'Italia.

Sono le cose che s'insegnano a scuola, in un corso d'economia e diritto basilare.
Quelle che gli studenti imparano perché "così le vuole ripetute l'insegnante". Quando escono per strada, sanno che tutto va diversamente.
Nel primo punto del signor di Pietro avrebbe dovuto esserci un'altra premessa, quella di convincere gl'italiani verso l'onestà. Ma sarebbe impossibile anche per un tiranno illuminato, operare una tale conversione, figurarsi per uno stato che approssima il concetto di democrazia.

"Chi viola la legge deve pagare."
Una frase troppo forte per essere appoggiata da molti, vista la mentalità comune dei piccoli espedienti. E non parli di furti e rapine, basti pensare a chi compra un DVD copiato, oppure è vissuto per anni col decoder della TV satellitare illegalmente.
Senza l'educazione alla legalità, non vedo possibile la strada verso la legalità.

Educare poi, con la pletora di cattivi esempi che ha ogni ragazzino, diventa sempre più impegnativo.
Il lavoro più importante, più impegnativo e carico di responsabilità che vedo, è da sempre quello di chi insegna: si danno oggi le basi per il domani.
Non basterà scegliere la legalità in modo elettorale, dovrà poggiare su delle basi, altrimenti sarà un palazzo costruito sulla sabbia. E le basi del domani sono i bambini di oggi.
Io lo vedo così, un pezzo importante del mondo reale.

lunedì, ottobre 31, 2005

Com'è misera la vita negli abusi di potere

Così cantava Battiato.
Ed è sicuramente una frase fondata, oltreché d'effetto. Mi è tornata alla mente leggendo un aggiornamento sul terremoto in Pakistan di questo ottobre. Avevo citato infatti il numero delle vittime qualche settimana fa.

Forse però vale solo per gli abusi di potere che non esportano democrazia.
Sì, dev'essere così.

giovedì, ottobre 12, 2006

Fenomeni stupefacenti


In questi giorni infuria la polemica sul caso della trasmissione televisiva Le Iene, e sul test che ha condotto su una cinquantina di parlamentari, a loro insaputa, sul probabile consumo di stupefacenti.
Non ho seguito la vicenda nei dettagli, e con questo, come in ogni altro caso in cui scrivo "non ho seguito nei dettagli", intendo che non ho letto ogni articolo, pro e contro, per maturare infine un giudizio ragionevolmente distaccato.
Quello che suggerisce infatti è anzitutto lo scatenarsi dell'emozionalità popolare. Davanti al fenomeno, alla denuncia di molti dei parlamentari controllati come consumatori di stupefacenti, c'è stata una rivolta della popolazione, come hanno rilevato molti sondaggi d'opinione.

La rivolta è sicuramente motivata dal sentirsi offesi, dopo aver scelto per un incarico istituzionale dei politici, che seguono le sedute del parlamento con possibili strascichi di sostanze stupefacenti nel proprio organismo. Viene propriamente da chiedersi se siano in sé, mentre discutono di leggi e disposizioni che influenzano l'intera nazione.

Faccio un passo indietro, illustrando la mia posizione sulle sostanze stupefacenti.
Non ho mai fatto uso di quel tipo di sostanze, ed in questo potrei includere anche il comune tabacco, che ho sperimentato in un paio di sigarette quando ero molto giovane, ed ho deciso non valesse granché. Viene da dirsi per fortuna, visto che poi l'effetto di dipendenza, la tossicodipendenza, diventa difficile da sradicare, visto che ci sono basi chimiche e fisiologiche a rendere complicata la rottura con la dipendenza (già indipendenti dalle problematiche psicologiche).
Passando comunque la gioventù in ambienti spesso fumosi, visto che per decenni le leggi sul fumo sono state bellamente ignorate, ho tollerato spesso questo disagio, seppure sia sempre rimasto un fastidio per me.
La materia delle sostanze tossiche illegali (visto che il tabacco è legale) è poi altra storia.
C'è sicuramente una buona motivazione per cui rimangano tali, visto il forte guadagno di chi li spaccia. Così come c'è una motivazione legittima, nel cercare di evitare il dilagare di prodotti falsamente benefici, che finiscono per raggirare i consumatori meno attenti: il drogato è sicuramente una persona che viene ingannata, con la promessa della soluzione chimica ai suoi dolori, alle sue ansie.
Ci sono poi sostanze con effetti più o meno pericolosi sulla salute, da quelle che devastano rapidamente l'organismo a quelle più subdole, con effetti psicotici anche a lungo termine.
Non escluderei da questa definizione anche tanti medicinali leciti, le pillole della felicità dispensate con estrema disinvoltura anche da molti psicoanalisti e psichiatri, se non perfino da medici di base.
Il punto sostanziale, sulle dipendenze da sostanze chimiche psicogene, è che qualcosa non funzioni in modo adeguato fin dal principio, nell'individuo che inizia a consumarne. I decorsi nell'uso di tali prodotti sono svariati, anche pericolosi per gli altri -- quando il consumatore ad esempio guida un mezzo o aziona un macchinario.
Penso quindi che la regolamentazione su certe sostanze si divida in due punti
  • Informare il consumatore e tutelarlo: deve essere cosciente fin da prima dei rischi, senza prendere la cosa come un semplice svago. Da questo punto di vista ci sono comportamenti preoccupanti, come ad esempio quando si cerca di depenalizzare la tossicodipendenza: in quei casi infatti si sentono spesso motivazioni di una pericolosità inesistente, che non corrisponde a verità.
  • Prendere atto che sia un consumo legale o illegale, ci sarà sempre chi ne fa uso: costoro devono essere tenuti lontano da comportamenti pericolosi per gli altri. Quindi evitare che possano guidare un autoveicolo o un motoveicolo, evitare che possano azionare un macchinario industriale, ma al limite anche evitare che possano prendere decisioni sull'andamento di una nazione, dall'economia all'assetto militare, per citarne un paio.
Detto questo, risulta evidente come sia poi complesso nella pratica. Non si può infatti sapere se il tossicodipendente, sotto l'effetto di sostanze psicotrope, si sentirà solo euforico in una festa fra amici, oppure se ne avrà una deriva che lo porti ad atti delittuosi anche gravi.

Ho letto oggi un interessante articolo del signor Stefano Rodotà, che valuta la situazione dalla sua posizione di giurista e dal suo passato di Garante per la Riservatezza (sì, c'è una parola italiana per tradurre privacy, anche se tristemente ignorata).
Il Rodotà ci ricorda di fare attenzione ad un particolare significativo: se lasciamo che la riservatezza degli odiati politici sia violabile, diamo libertà affinché diventi violabile anche la nostra. Sarebbe così facile per un nostro datore di lavoro prendere dei campioni biologici da una tazzina di caffè che abbiamo usato, o magari anche da un mouse o una tastiera, fare delle analisi e decidere che magari l'azienda non ha più bisogno di noi, perché soggetti a qualche malattia.
Ipotesi sempre più probabili di questi tempi, visto che spariscono i lavori a tempo indeterminato, i lavoratori autonomi hanno contratti sempre più labili, e per prendere un campione di DNA la tecnologia non manca.
Interessante la conclusione di Rodotà quindi, sul fatto che in proposito al prelievo di materiale biologico ci sia una prima eccezione da farsi: indipendentemente dal fine, i mezzi usati sono gravemente illegittimi. Tollerarli solo perché ci piace il fine è inaccettabile.

Resta però un nodo da sciogliere, ed è quello della compatibilità fra gl'incarichi istituzionali e le sostanze psicotrope.
Sono certo che molti sarebbero contrari all'elezione ad incarico parlamentare di una persona dimostratamente psicotica -- mi riferisco ovviamente alle nazioni che approssimano il concetto utopico di democrazia.
Ma quanti vorrebbero vedere come parlamentare una persona fondamentalmente sana che è usa indurre in se stessa, artificialmente, degli effetti psicotici?

La mia domanda non è sull'onda della rivolta popolare, come dicevo: ho preso tutta la notizia con poco fervore, visto che non mi sorprendeva il risultato.
Il finale, come al solito, sarà quello di tanti eventi simili.
Ricordo che già nel precedente parlamento siedevano, anche con incarichi importanti, dei politici con sentenze penali in giudicato, quindi condannati in via definitiva. Questa volta gli aggiungeremo anche l'uso di sostanze stupefacenti: e che sarà mai? La loro sicurezza è che finché i giudici coincidono con i giudicati, sarà ben difficile che qualcuno si suicidi politicamente.
Finché non si troverà un modo serio per licenziarli, torneranno sempre lì. Forse sottoporli tutti quanti ad un contratto a breve termine, dove i datori di lavoro sono i cittadini, potrebbe spingerli a comportarsi meglio.
Per il momento ci possono sempre e comunque citare la frase che si legge all'uscita di certi esercizi commerciali, "Grazie di averci scelto", non senza un sorrisetto sardonico.