venerdì, giugno 03, 2011

Energie sconvenienti

Ho assistito casualmente ad uno di quegli spettacoli indecorosi (e probabilmente dati più spesso di quanto io sappia) trasmessi dai media italiani. Quelle insalate miste, in cui tutto si mette assieme, nella pretesa di varietà e completezza, ma il gusto finale rimane sempre deludente.
Il primo punto, invariabile, è che politica e scienza non sembrano proprio coniugabili. Mentre la prima tende ad aggiustare i fatti perché aderiscano alle idee, è scontato che la scienza non possa che costringere a piegare le idee all'evidenza dei fatti. Se aspettate di veder cadere una mela dall'albero, e ne cadono due, la scienza constaterà che per quanto imprevista, la caduta c'è stata (e la studierà), mentre la politica affermerà che la seconda mela è stata vittima delle pressioni di forze economiche e sociali avverse, in un atto sovversivo.
Oltre ai politici esperti, anche le persone semplici tendono a cercare le spiegazioni in altre persone, anziché capire i fatti. Con buona pace del pensiero scientifico.

Il tema era il prossimo referendum sul nucleare, ovvero sulla futura costruzione di centrali elettriche alimentate dall'energia da fissione nucleare.
Il fatto più curioso è che nonostante io abbia un parere negativo, sulla riapertura di centrali nucleari in Italia, ho assistito ad una bagarre che non ha mai sollevato nessuno dei temi per cui io sono contrario. Mi viene da pensare che qualcosa non funzioni: forse le mie preoccupazioni non sono una buona leva per l'opinione pubblica?

Il primo argomento, condito con immagini da cuore tenero, era per i postumi dell'incidente nucleare di Chernobyl, del 1986. Ora, assodato il fatto che ogni malattia o problema di salute, sia bene cercare di evitarlo per tutti, divento propriamente furioso, quando viene strumentalizzato. Così come prima di Natale si propinano le immagini della fame in Africa, per le raccolte fondi. E' chiaro che sia un metodo funzionante, se viene riproposto ad ogni occasione, e in particolare funziona bene se si presentano bambini sofferenti: l'immagine colpisce sempre.
Quello che mi fa infuriare è il fatto che tali presentazioni di solito non vengono usate per dimostrare dei fatti, ma solo per colpire a livello emotivo. Non accetto mai i ricatti, se si vogliono presentare fatti è sufficiente un foglio scritto, non una sapiente regia cinematografica.
Se vogliamo restare in ambito di comunicazione di massa, mi viene da ricordare come lo stesso documentario di Al Gore di alcuni anni fa, An inconvenient truth, sapeva rendere ottimamente certi problemi, senza usare una manciata di bambini sofferenti come spettacolo. Ma torniamo alla divulgazione scientifica, quella che non fa presa sull'elettorato ignorante, da carpire con modi più rozzi.
Vorrei che ogni tanto qualcun altro ci pensasse bene, all'incapacità figurativa e di comprensione, che alimentiamo in questo modo. Se dico che fare un certo lavoro, senza le adeguate norme di sicurezza, può essere pericoloso, quasi nessuno lo comprende. Se mostro la foto di una persona smembrata, in mezzo al sangue, allora ho qualche possibilità che sia compreso il concetto. Questo è il primo aspetto preoccupante.

Sinceramente ho sentito tante di quelle volgarità, banalità e assurdità, sia dai nuclearisti che dai contrari, che non so quali citare per prime.
Un signore, qualificatosi come portavoce di Greenpeace in Italia, nel tentativo di dichiarare l'estrema fragilità delle centrali nucleari, ha richiamato il recente incidente di Fukushima, affermando che è bastata "quella poca acqua" (sic) a creare un disastro. Immagino che con "quella poca acqua" intendesse quel piccolo tsunami che ha fatto oltre 15mila morti accertati e altrettanti fra feriti e dispersi. Fortuna che il piccolo terremoto che l'ha preceduto non avesse già danneggiato la centrale, ma come ha detto lui, bastano questi piccoli eventi a creare grandi disastri. Solo se c'è una centrale nucleare in zona, ovviamente.
Una rappresentante del Governo ha aggirato per tutto il tempo dello spettacolo (non si può definire altrimenti) la domanda sul fatto che l'esecutivo ha prodotto un decreto per cercare di raggirare gli italiani al voto - fingendo uno stop al nucleare, dichiarato poi fasullo dallo stesso Presidente del Consiglio ad un capo di stato straniero, in un evento pubblico.

La favola poi più amata da tutti, è che per la produzione energetica abbiamo già delle alternative meno inquinanti. Fatevele elencare, perché c'è di che sorridere.
Le energie cosiddette rinnovabili sono purtroppo, allo stato attuale, solo integrative, rispetto al bisogno energetico reale. L'eolico non inquina, ma neppure gli accaniti ecologisti lo vogliono: perché deturpa i paesaggi. Il solare fotovoltaico viene gradito solo in piccoli impianti, i cui costi sono alti e sostenuti solo da forti incentivi statali (come dire che lavoriamo, per pagare le tasse, che pagano una fonte di energia altrimenti troppo cara). L'idroelettrico e il geotermico sono utilissimi, ma non possono certo coprire grandi fabbisogni.
E non parliamo a questo punto delle non rinnovabili: carbone e petrolio producono CO2, e per quanto filtrati possono causare inquinamento atmosferico anche da prodotti tossici - si stimano 2 milioni di morti l'anno per questo (purtroppo non ho sottomano un filmato in cui far vedere qualche decina di persone mentre muoiono per tumore ai polmoni).
Immagino che con i gas naturali, per quanto siano ridotti molti inquinanti, rimanga comunque il grosso problema CO2, e quindi siamo alle solite.
Oggi leggevo un articolo sul reattore ITER, progetto grandioso, che seguo da anni, ma di cui chissà se vedrò mai i risultati pratici, nella mia vita.
Nel frattempo qualcosa di diverso si deve pur fare.

Non ho dimenticato di elencare i motivi per cui trovo complicata o pericolosa, la realizzazione di nuovi impianti nucleari in questo paese. Sono sempre i soliti, che ho citato spesso: se non sappiamo neppure smaltire i rifiuti urbani, come ci possiamo occupare di smaltire scorie nucleari? Se non sappiamo neppure costruire una scuola, con la sicurezza che resista a un terremoto, e non sappiamo risolvere le infiltrazioni criminali negli appalti di un'autostrada, come possiamo costruire in sicurezza una centrale nucleare?
Solo che questi argomenti non si possono toccare, per due motivi. Il primo è di orgoglio nazionale: nessuno vuole sentirsi raccontare troppe incapacità degli Italiani.
Il secondo motivo è che non abbiamo ancora a portata di mano un video, con telecronaca, che mostra il crollo disastroso di una centrale nucleare sul suolo Italiano: fino ad allora, fino alla prova documentale, come si potrebbe mai convincere l'italiano medio di quel che accade in Italia?

sabato, aprile 02, 2011

Squilibri ambientali

Lo sconvolgimento ambientale e sociale di qualche settimana fa in Giappone, dalla somma di un forte terremoto, seguito da un maremoto e poi da un grave incidente nucleare, ha risollevato il livello di preoccupazione per questo tipo di produzione energetica. Sicuramente c'è chi è sempre stato preoccupato, ed ha colto l'occasione di essere più ascoltato del solito, mentre chi proponeva la reinstallazione di nuovi impianti nel nostro paese ha dovuto fare qualche passo indietro.
Quello che ho trovato più interessante, al solito, è il vortice di cifre in cui siamo stati coinvolti, dai mezzi d'informazione. La cultura scientifica dell'italiano medio è sicuramente a livelli indecorosamente bassi, se ne trae la facile conclusione in ogni occasione. Figurarsi l'effetto di notiziari di vario genere che cominciano a sciorinare con disinvoltura microSievert e milliSievert, ogni tanto sbagliando fra i due (e quindi di un fattore mille), poi mischiando le dosi dell'esposizione oraria, giornaliera e annuale, infine dandoci le misure del livello di radioattività locale in Becquerel, che ovviamente misura qualcosa di diverso.
Un risultato è che qualcuno si sia sentito in immediato pericolo di radioattività, fin da noi, per il solo fatto che questa venisse misurata e resa nota. In condizioni normali, senza incidenti (noti) in corso, non si sarebbe altrettanto sentito in pericolo, visto che nessuno citava misure in relazioni ai fatti. Questo è un chiaro indice di scarsa cultura scientifica, ma anche un'indicazione di come l'informazione sia facilmente manipolabile.

Leggo poi oggi un articolo di una testata giornalistica on-line, che cita un po' di fatti e documenti sugli incidenti giapponesi recenti. Eppure, come in un deja-vu, ancora non ho finito di leggere e già ho compreso due cose.
La prima è che la morale di l'ha scritto sarà sempre quella della Cassandra giornalistica, quindi che tutto il male derivato da questo incidente era annunciato, prevedibile, dal solo fatto che si stesse usando energia atomica. Un po' come la conclusione di quel cretino che ha bollato il disastro come "castigo divino" (disponibile a questo link, se avete la pazienza di ascoltare qualcuno che dice "fortunati coloro che sono morti"), riportato su una radio italiana voce del fondamentalismo cattolico - e mai la parola cretino poteva essere meno adeguata, visto che nell'etimologia è equivalente a cristiano (nessuno se la prenda, se riporto alla lettera una voce del dizionario italiano).
La seconda conclusione dell'articolo detto sopra, è che l'incidente è avvenuto perché non è stata garantita la sicurezza degli impianti, come altri analoghi della stessa area. Si legge che quindi si poteva sapere di un possibile tsunami di quella entità, perché una centrale ancora più vicina all'epicentro aveva le necessarie norme di sicurezza e non ha riportato danni. Nel caso di Fukushima invece, si legge che erano mancati controlli di sicurezza da anni.
L'ironia delle conclusioni è che smentiscono quanto detto per spiegare l'incidente: se l'incidente è avvenuto perché l'impianto non era sicuro, mentre con le normali norme di sicurezza non ci sarebbe stato disastro, non era sufficiente garantire le normali norme di sicurezza?
Il giornalista conclude invece che per la sicurezza dell'ambiente, non si debbano seguire le misure di sicurezza (che lui stesso descrive come adeguate), ma che semplicemente si evitino gli impianti nucleari. Certo è una soluzione possibile, ma c'è un difetto non indifferente nel ragionamento.

Andiamo per esempi più semplici, magari comprensibili da tutti.
Se il custode di una grande cisterna di benzina si fuma una sigaretta, e provoca un'esplosione con decine di morti e centinaia di feriti, cosa se ne deduce? Dal ragionamento del giornalista succitato, viene una conclusione secondo cui la benzina è pericolosissima, sapevamo già che inquina, e infine genera morti e distruzione. Non resta che bandirne l'uso già da domani.
E che succede se si pensa ad una tragedia come quella del Vajont? Si cerca di evitare la costruzione di qualsiasi diga futura e si cancella la produzione idroelettrica, oppure si affrontano i problemi di sicurezza?

A fugare qualsiasi cattiva interpretazione, sottolineo bene un fatto: il ragionamento non ha niente a che vedere con gli altri svantaggi dell'energia nucleare. Lo smaltimento dello scorie, anche in una centrale perfettamente funzionante e manutenuta, rimane un problema a sé, è ovvio.
Il punto è sulla deriva oscurantista a cui siamo sottoposti quotidianamente, alla falsa sicurezza a cui ci affidiamo ciecamente, semplicemente evitando qualcosa; all'estremo, evitando qualsiasi cosa. Perché il limite per ciò che è accettabile, non pericoloso, è veramente labile. Un bicchiere d'acqua fresca è salutare, ma pochi litri d'acqua ci fanno annegare.

Il primo squilibrio con cui l'ambiente ha a che fare siamo noi, con il nostro terrore di fare qualcosa o la sprovvedutezza con cui si fa del tutto.
Trovare l'equità, da accettare come compromesso, è difficile. In quanto il nostro vivere è in ogni caso una parziale modifica dell'ambiente, da farsi con il limite di non perderne il controllo. Vivere senza modificare il nostro ambiente è del tutto improbabile, se non finanche impossibile, visto lo sviluppo della nostra specie.

Postilla: e il nucleare in Italia? Beh, appena saremo sicuri di costruire qualsiasi casa, scuola, ospedale, con i muri che non crollano alla prima pioggia, forse si potrà pensare a qualche progetto più ambizioso.
E almeno nel costruire edifici stabili non è un problema tecnico, per quelli abbiamo già le soluzioni.

mercoledì, dicembre 22, 2010

Plastici ecologismi

C'è del vero nell'affermazione secondo cui molti rifiuti vengano spesso abbandonati nell'ambiente. E' infatti facile osservarlo un po' ovunque nel mondo, seppure in misure diverse, e con impatto diverso.
Con l'imminenza del nuovo anno si torna quindi a parlare dei tanto odiati sacchetti di plastica per gli acquisti, che verranno banditi da una legge a partire dal primo gennaio (salvo l'esaurimento delle scorte).
Ne leggevo qualche dato in un articolo in rete, che in realtà partiva da una notizia del mondo politico, legata alla legge in questione. L'articolo comincia a elencare numeri e nomi di chi avrebbe fatto ricerche esaustive sull'argomento (ecologico), e qui inizia ad inciampare nelle solite leggerezze, per amore di notorietà anziché di cronaca.
Prima ci racconta che "Uno studio dell'Agenzia per l'Ambiente del governo australiano ha dimostrato che un chilo di sacchetti provoca emissioni di CO2 per circa 2.109 Kg". Ora la citazione troppo precisa della fonte originale ha creato il primo inghippo: il punto decimale dei paesi britannici è qui un separatore di migliaia, per cui paiono eccessive le oltre due tonnellate, a partire da un chilogrammo. Magari erano 2,109 kg (con la cappa minuscola, sì), ma prodotti come? Nel ciclo completo dalla fabbricazione allo smaltimento? Bruciando il sacchetto? Non si sa, ma non importa: l'importante è dare un numero alla bestia.
Poi leggiamo nel seguito delle varie alternative, come i sacchetti in tessuto, magari di cotone, ma con un avvertenza "Meno indicato il cotone da coltivazione non biologica: i pesticidi usati per produrlo, possono inquinare e in alcuni casi, comportano un elevato impiego d’energia."
Evidentemente l'articolista ha consultato altri vecchi articoli, poco edotti sull'argomento. Il cotone non biologico è infatti l'esempio che più dovrebbe infastidire i sostenitori del biologico ad oltranza. Già, perché il cotone ottenuto per manipolazione genetica (il cotone BT) ha avuto successo proprio per aver azzerato l'uso dei pesticidi, aumentando la produzione (quindi con minori costi e energia impiegata), ed aumentando in modo evidente la salute di chi lo produce, oltre a migliorarne la qualità di vita.
Se però non avete letto la storia del cotone BT, tanto vi basta: fa male all'ambiente, questo è il messaggio, vero o meno. Così come i sacchetti di plastica, di cui non sappiamo però quale percentuale (qui da noi, dove si legifera in merito) finisce per inquinare (se abbandonati nell'ambiente). Ci raccontano dell'inquinamento studiato in Australia, dei rifiuti galleggianti nell'Oceano Pacifico, ma al contempo non sono in grado di smaltire i rifiuti delle città campane.
Questo metodo del legiferare, anziché dell'educare, tratta la popolazione come bambini ritardati, a cui si tolgono dalle mani i giocattoli pericolosi. Viene da chiedersi se siamo così dannosi in modo irreversibile, o se lo è chi emana leggi. Se questi ultimi sono al livello dei giornalisti che ne scrivono, non ho dubbi sulla preponderanza della seconda ipotesi.

lunedì, novembre 29, 2010

Rivelazioni clamorose?

Han destato clamore le rivelazioni del sito WikiLeaks, sulle annotazioni e le relazioni dei diplomatici statunitensi su uomini e donne influenti di un po' tutto il mondo. Così perlomeno leggo dai vari giornali e contenitori di notizie.
Personalmente ero incuriosito dal poter leggere chissà quali notizie scottanti, mentre si son viste ufficializzate tutte cose più meno note.
Prendiamo il caso di un personaggio italiano, quel signore che ricopre una carica rilevante nel Governo in carica. Fonti diplomatiche americane lo descrivono come "incapace, vanitoso, debole e stanco per i troppi party". C'era bisogno di un rapporto con il numero di protocollo di un ufficio del governo statunitense, per trovare scritta in rete una simile descrizione? Se ne fosse stato chiesto dettaglio a qualche cittadino italiano, magari vittima della crisi economica e del già precedente sfascio istituzionale, non sarebbe stato difficile ottenere lo stesso. Diciamo pure che si sarebbe ottenuto un giudizio anche più duro.

Le diplomazie richiedono invece toni pacati, angoli smussati, pareri evitati. Il clamore dunque è tutto nei fatti (del tutto naturali) che un diplomatico descrive ai propri superiori con franchezza, rispetto a ciò che vede, percepisce, desume. Finanche esprimendo solamente un parere o un'opinione personale.
Qualcuno credeva ancora che tutto uno stato potesse avere un'opinione unica, una visione unica, un'espressione unica?
Ci voleva quindi WikiLeaks, per scoprire che clamorosamente, mentre gli Stati Uniti d'America stringevano mani ed alleanze con il nostro Paese, avevano decine di funzionari in disaccordo, e che consigliavano poca fiducia verso i nostri politici. Che notizia.
Dal poco che ho letto, anche i pareri su altri capi di stato, e persone influenti, non disegnano alcuno scenario più inquietante di quello che vede chiunque, con gli occhi aperti. Ma era opportuno non dirlo, perlomeno in pubblico.

Il falso moralismo è persino più dilagante della diplomazia, in fondo. Forse lo affermo perché abito in Italia, dove su questa disciplina abbiamo maestri illustri. Citiamo alla rinfusa un po' tutti i politici, ma si distingue in questo senso anche un potere forte come quello della Chiesa Cattolica, ospitata qui a nostre spese da sempre. Penso così alle giornate di celebrazione della famiglia cattolica, solitamente presiedute da pluridivorziati, fuori dalle leggi del cattolicesimo, ma dentro quelle del potere e del denaro. Oppure ai funerali solenni per qualche ex-dittatore con decine di migliaia di morti e torturati al seguito, ma negati ai singoli sofferenti che chiedono il diritto per se stessi alla morte.
Non ci sconvolge quindi che un tenutario di postribolo amministri part-time la nazione, figurarsi se poi gli viene anche riconosciuto il merito di riuscire a conciliare due cose talmente diverse.

Sempre su un quotidiano, qualche settimana fa, venivano riportati i risultati di alcuni sondaggi. Premesso brevemente che trovo i sondaggi scientificamente inapplicabili, ne erano significativi in ogni caso alcuni risultati, quasi indipendentemente dalle cifre numeriche.
Nel primo dei due si chiedeva all'intervistato cosa ne pensava di quel signore detto sopra, che in carica per il Governo dell'Italia, si concedeva frequenti distrazioni con giovani anche minorenni, in gruppi, a pagamento. Oltre un 30% di questi rispondeva che non c'è niente di male, probabilmente ripensando che ogni signorotto medievale faceva sicuramente lo stesso.
La seconda domanda verteva sulla telefonata fatta da questo signore, per togliere dagli impicci una delle sue conquiste, minorenne, rea di furto, detenuta in Questura a Milano. Alla questione se fosse grave, l'aver fatto pressione sui poliziotti, per la liberazione della fanciulla, condendo l'insistenza con una fandonia, i "no" e i "non saprei" superavano ampiamente il 40%. Insomma, quasi per la metà degli intervistati, le bugie e l'arroganza di un potente, di fronte alla legge, sono cosa accettabile.
E io dovrei trovare clamoroso WikiLeaks?

Cerco disperatamente qualcuno che mi spieghi l'interesse degli italiani per i serial polizieschi e i thriller: quale interesse ne possono avere, dalla visione, se la quasi totalità di questi si conclude con l'arresto dei malfattori?
Visto che promuovono con il voto e con le opinioni, dei delinquenti al potere, trovo le cose piuttosto discordanti.
Pensate quale clamorosa rivelazione, se un politico straniero si chiedesse in pubblico com'è possibile che non ci si ribelli a una casta di politici così spudoratamente disonesta, capace di trascinare il resto del Paese nel baratro economico, salvando gli interessi di pochi oligarchi. Certo se lo chiedono i comuni cittadini, di altri paesi del mondo, quando pensano all'Italia, ma questo non fa clamore.

La prossima clamorosa rivelazione sarà sul sole che splende anche dietro alle nubi. Ma da qui resterà difficile da credere, perché non si annunciano schiarite.

venerdì, ottobre 22, 2010

Meditazioni Truffaldine

Ogni qualvolta mi trovo a vedere, leggere, ascoltare, i mezzi d'informazione, trovo ormai inevitabile adottare un atteggiamento critico. C'è da dire che non è un male avere proprie opinioni, è altrettanto un bene avere conoscenze allargate su tutto quello che ci riguarda, e per finire è sano accogliere ogni informazione con mente critica, anziché passiva.
Se l'atteggiamento critico mi permette spesso di vedere oltre i dati forniti da articoli roboanti, allo stesso modo ha peggiorato il modo in cui acquisivo conoscenze generali, ad esempio leggendo qualche giornale quotidiano.

La prima grande delusione è che ormai non ci si salva più dalla manipolazione, non esiste più una semplice cronaca dei fatti su nessun mezzo d'informazione. Ogni notizia viene commentata, alla ricerca delle spigolature piccanti, del trigger point come lo definirebbero gli anglofoni, il punto critico che scatena l'interesse, il grilletto che fa sparare in alto il nostro interesse.
Sconsolatamente si applica a un po' tutto. Vada per gli articoli di politica, in fondo con quelli è facile premunirsi e cercare di interpretare i fatti secondo il punto di vista di alcuni commentatori. I fatti e misfatti di cronaca nera seguono lo stesso andamento, i giornalisti cercano di darci più informazioni di quelle che hanno a disposizione. Così è per l'economia e la finanza, passando per la moda e la cultura, finendo anche per toccare quello che dovrebbe essere informazione scientifica.

Leggevo quest'oggi un quotidiano, uno di quelli ancora composti da fogli di carta, nonostante qualche articolo del passato li avesse già condannati alla fine, in favore dei giornali elettronici.
Come ogni giorno mi districavo nell'analisi dei contenuti, per cercare di trovare le notizie originarie, senza gli abbellimenti, fuori dalle trovate sceniche. Già questo è appunto difficoltoso.
Mi imbatto così in una paginata in proposito ad una scuola, italiana, dove gli alunni sono diventati tutti più bravi e più buoni, seguendo la Meditazione Trascendentale (MT o TM, a seconda della vostra lingua madre). Ora, avendo letto un interessante approfondimento qualche tempo fa, ho compreso subito che in quest'articolo non avrei trovato nessuna notizia rivoluzionaria.
Il signor Giuseppe Videtti, che firma l'articolo, evidentemente non ha avuto molte fonti per il suo articolo, tranne i comunicati degli adepti della Maharishi University. Di sicuro non ha letto l'interessante "Fandonie - Flim Flam!" di James Randi, dove un capitolo è dedicato all'imbarazzante organizzazione suddetta, e alle sue paradossali affermazioni. Sarebbe stato sufficiente anche solo consultare le pagine di Wikipedia sulla MT, che pur essendo poco neutrali, secondo la politica stessa del sito, forniscono interessanti spunti su cui... meditare. Un segnale interessante viene sempre da quelle discipline che offrono risultati in proporzione a quanto si pagano i corsi avanzati.
Solitamente si hanno dei sospetti, se qualcuno vi offre a cento Euro i numeri per vincere sicuramente centomila Euro con l'estrazione del Lotto. Se poi vi aggiunge che con mille Euro ve ne farà vincere almeno un milione, e siete un minimo svegli, potete seriamente cominciare a dubitare della sua buona fede.
Con la Meditazione Trascendentale pare invece che non sia così, evidentemente i suoi sostenitori sono ben selezionati fra chi non ha i dubbi suesposti, oppure fra chi si spartisce gli incassi (quelli veri).
In fondo perché dubitare, se un tale metodo afferma di portare talmente tanto benessere, provato scientificamente, da far azzerare la criminalità in una città, e condurre il capo della polizia a licenziare i dipendenti per mancanza di misfatti?
Forse perché la ricerca scientifica citata in proposito, cercandola nel mondo reale, non esiste, non risulta pubblicata. Ah.
Forse perché qualcuno ha preso in mano il numero di denunce e di arresti, di quella città, e conti alla mano scopre che non solo non sono azzerati, ma sono aumentati come tutta la media nazionale. Ah.
Forse perché telefonando al capo della polizia, per chiedere chiarimenti sulla loro inattività si sente rispondere con una risata, e con il bando di arruolamento di nuovi agenti. Ah.

In fondo il mondo non è tanto più triste perché non troviamo nuovi guru che ci salvano come promesso, ma perché troviamo tanti nuovi truffatori che fanno grandi affari, grazie anche alla nostra ingenuità (oltre che alla loro bravura nel raggiro).
E non mi riferisco solo a chi promette di meditare levitando in aria (com'era nel programma della MT, fra le tante cose), ma anche a chi ci confeziona quotidiani cosiddetti d'informazione. Che più propriamente nascondono qualche informazione sparsa, in pagine di racconti fantasiosi, racconti aneddotici, superstizione assurta a verità assoluta, piccoli e grandi raggiri, il tutto condito infine dai messaggi pubblicitari espliciti.
Penso proprio che nel mondo della carta stampata, si possa scegliere oggi in una vasta gamma di deformazioni dell'informazione, parlando più propriamente di quotidiani di disinformazione. Da quelli spudorati, che in fondo (anche se gretti) offendono con moderazione il buonsenso, a queste fandonie ben congegnate (e in questo c'è una scienza), gravemente offensive.
Che dire, c'è di che meditare.

martedì, giugno 08, 2010

Vite inesperte

Non appena si ha l'età per procreare, con maturità, si tende a valutare chi è molto più giovane con dei paternalismi. Il fenomeno si esaspera solitamente nelle espressioni che vogliono i giovani "non più come una volta".
Sotto un profilo sociologico, ma anche filosofico, l'espressione è ovviamente ridicola. Ovviamente, sia i giovani, che i vecchi, ma anche le persone di mezz'età e i bambini, non sono mai un'esatta replica del passato. Si scopre così, inevitabilmente, che gli stessi periodi della nostra età, in tempi diversi, hanno usi e costumi diversi, anche restando nella stessa città o paese. Questa scoperta genera spesso disappunto, in chi è abituato a pensarsi come al meglio per i propri ideali, la propria famiglia, o ad esempio il proprio gruppo sociale.
Cercando invece di tendere al meglio, aggiornandosi con i tempi, si vive con minori sorprese di sdegno, e un maggiore senso di comprensione degli altri.

Cosa ricordate di migliore, nei tempi andati? Qualcosa può essere comunque migliorato, in quelli odierni, oltre ad essere cambiato.
Ricordo da sempre delle persone superficiali, di ogni età, così come le vedo oggi. Rimane un po' difficoltoso giudicarle dal punto di vista di una diversa età, restando attento a non cadere nel tranello detto sopra: si rischia sempre di valutarle con comportamenti inadeguati, dal punto di vista del nostro presente.

Ciò detto, con le cautele del caso, vado quindi a sottoscrivere il grave rischio di superficialità dei più giovani, in questo ventunesimo secolo.
La prima causa è da attribuirsi alla velocità dei consumi, che a ben vedere non è molto distante dai dieci o venti anni prima, ma con delle varianti. I genitori degli anni '60 o '70 del secolo scorso erano infatti lì a beneficiare del boom economico (per quanto ci fossero alti e bassi col petrolio o altre commodities, come si dice oggi), ma pur sempre con il fiato sul collo della generazione precedente, sopravvissuta alle guerre. C'è stato quindi un progressivo rilassamento del rapporto genitori-figli, inizialmente con diretto legame all'incremento di benessere economico e sociale. Le generazioni più giovani sono quindi fra le più "spensierate", fin dal rapporto con i propri genitori. Tutto bene? Non proprio.
Il rilassamento del rapporto genitori-figli è anche entrato in una fase di lassismo, nell'ingenuo tentativo di dare ai figli una maggiore libertà di quella che avevano goduto i genitori. Sfortunatamente non sono stati forniti gli elementi per godere della propria libertà. Dopo essere cresciuti senza qualcuno che spiegasse loro quanto sia prezioso avere una libertà da spendere, sono così approdati al concetto che sia del tutto automatico averla.
Si sono così creati tanti pericolosi automatismi, come quello del denaro, o quello dei sentimenti. Ogni cosa banalizzata, per essere comunemente disponibile.

Alla riflessione c'ero arrivato da tempo, ma oggi me l'ha portata alla mente la recensione di un libro, del signor Alberto Bracci Testasecca.
Mi trovo d'accordo con questo signore, sulla banalizzazione delle emozioni, per cui sono a rischio i più giovani, seguaci di un'ideologia a loro stessi sconosciuta come tale, ma in cui fedelmente si riconoscono. Lo sfrontato ottimismo del felice finale, per cui esistono fragili simboli da possedere li rende pericolosi per se stessi, così come per il futuro del pianeta. Quando penso a qualche figlio gravemente disabile, che nel proseguo naturale della vita prima o poi dovrà vivere senza l'aiuto dei genitori, penso anche che le disabilità emotive e intellettive possono essere altrettanto catastrofiche.
Il Bracci Testasecca si augura che "nel giro di un paio di generazioni" l'umanità impari a tenere sotto controllo i nuovi mezzi di comunicazione, quali Internet, per non esserne più contagiati in modo virale. Ma ho il timore che sia fin troppo ottimista; infatti sono io a definire virale l'informazione che sfugge al controllo, e nello stesso modo sarà sempre avanti rispetto alla capacità dell'organismo d'imparare a tenerla sotto controllo.
E' sufficiente pensare a quanto velocemente sono avanzate tutte le tecnologie, negli ultimi cinquant'anni. Il passo è ormai molto più veloce delle nostre capacità di metabolizzazione: se anche ogni progresso si fermasse adesso, per dieci o vent'anni, sarebbe molto difficile riempire il divario che si è creato finora.
Molte cose rimarranno sempre fuori controllo, ma le soluzioni saranno di riportare al controllo solo quelle fondamentali (come la tutela dell'ambiente), accettare la variabilità di altre (penso alle emozioni), e superare l'angoscia per quelle che hanno anche connotati positivi nel loro caos (come con Internet).

venerdì, maggio 28, 2010

Tecnologia redditizia

In ogni ambito si riescono sempre a trovare fenomeni ricorrenti, tanto da far diventare noioso chi li cita. In fondo anche chi parla di nuove tasse, già simili alle vecchie, tende ad annoiare il proprio pubblico, visto come si sta affermando il "guardare al futuro" (ovvero dimenticando le nefandezze passate, per non accumularne).
Figurarsi com'è noioso sentire sempre le stesse lagne su certi prodotti della tecnologia, o sui loro produttori. In effetti questo breve articolo è in parte la copia di uno vecchio, ma non per colpa mia: quanto per il ripetersi dei fatti.
Posso però discolparmi grazie ad un diverso spunto, e a una lunga serie di premonizioni.

Raccontato in questo modo sembra quasi che io intervenga in una crociata contro un singolo produttore, ma in fondo è solo una facile critica verso chi si mette più in mostra.
Partiamo con la nostra piccola parabola sugli e-book e i loro risvolti economici.

Chi vuole leggersi un buon libro, ma anche una rivista, è ancora molto legato alla produzione cartacea. La carta costa, di stampa, magazzini, distribuzione. Qualcuno cerca di convincerci che costa anche di ecologia, vista l'origine principale, dal legno. In realtà quest'ultimo aspetto è una mossa d'anticipo, tanto per cavalcare l'onda delle aziende ecocompatibili, quelle benvolute dai consumatori: essere ecologisti (non importa se veri o falsi) aumenta i margini d'impresa.
Ecco allora i quotidiani che sbarcano su Internet, per sperimentare e guadagnare e-soldi (che ben si pronuncia anche come i-soldi), prima tramite forti entrate pubblicitarie, poi tramite servizi a pagamento che catturano gli utenti.
Anche il quotidiano del gruppo Espresso, La Repubblica, per cui lavora il signor Vittorio Zucconi, si cimenta nell'impresa da anni. Quattro anni fa se ne uscì anche con un annuncio accattivante, per chi segue le nuove tecnologie, promettendo un'edizione elettronica per gli e-reader, i piccoli lettori da usarsi come libri elettronici. Evidentemente l'iniziativa non riesce granché, vuoi perché il mercato non è pronto al quotidiano elettronico, vuoi perché gli utenti non investono (bei soldi) in e-reader, cadendo così (apparentemente) dimenticata.

In fondo sono parecchi anni che tutti ci parlano di uffici paperless, di documentazione immateriale, o di smaterializzazione della documentazione, ma tutt'ora passiamo per decine o centinaia di moduli cartacei ogni anno. Neppure chi potrebbe risparmiare molto denaro sembra volerlo fare, costringendoci a compilare moduli bancari, fiscali, postali, ospedalieri, da amanuensi, per poi (forse) riportarli approssimativamente in formato elettronico: magari continuando a conservare anche il cartaceo.
Insomma, tutti questi grandi vantaggi, ma nessuno che li sfrutta. Figurarsi chi deve spendere soldi in un dispositivo tecnologico aggiuntivo, per comprare poi libri elettronici (o e-book) che costano quasi quanto la versione cartacea, e trovarsi infine in mille complicazioni per copiarli, trasferirli, o semplicemente prestarli.

L'editoria però non desiste. Così con il nuovo dispositivo di Apple in arrivo, cominciano gli articoli di lode, sul quotidiano succitato. Ogni notizia viene amplificata, colorata, edulcorata, per aggiungere desiderio nei consumatori: perlomeno questa è la mia sensazione, finché tutto si esplica.
Il quotidiano riverente ha (guarda caso) la sua edizione elettronica specifica per la nuova piattaforma multimediale. E qui sta il nesso: gli articoli hanno prodotto gratuitamente una campagna pubblicitaria per entrambi. La multimedialità garantisce poi l'appetibilità che era difettosa nei precedenti e-reader, in bianco e nero e poco propensi alla diffusione dei video. Infatti la pubblicità vive oggi di immagini in movimento e colori, molto più di quanto sia necessario per la cronaca.

Qual è quindi la "libertà senza limiti" di cui ci scrive lo Zucconi nel suo brillante articolo?
Evidentemente pensa alla libertà d'infarcire il suo giornale con nuovi (e più remunerativi) annunci pubblicitari, certo non alla libertà d'uso degli utenti. Provate a leggere da quella tavoletta elettronica un quotidiano, all'aperto in una giornata di sole, e scoprirete che la vera magia era nell'edizione cartacea, consultabile più facilmente da chiunque, liberamente riutilizzabile, liberamente scambiabile anche con uno sconosciuto sul tram.
Addirittura l'articolo dello Zucconi parte dalle recenti minacce all'informazione libera: come se i contenuti di un quotidiano divenissero liberi solo per essere in formato elettronico. Contenuti elettronici che passeranno attraverso un DRM che ne eviti le copie, che pagheranno un dazio elettronico di un fornitore unico di servizio (Apple), con una miriade di vincoli e intrusione nella privacy di chi li scaricherà e/o li leggerà. Non me ne voglia lo Zucconi, se lo valuto quantomeno male informato, se non addirittura servile complice di un meccanismo di progressiva lesione della libertà d'informazione e della libertà d'utenza.
E' quasi ridicolo il parossismo della liberazione dagli oligarchi informatici, che sembra condurre spesso ben lontano dal fornire libera scelta agli utenti, nell'endiadi Microsoft/Apple, specchio di sola avidità. Altro che tecnologia e innovazione, questi hanno ben altro in mente. A meno che non si vedano come attività finalizzate a ingrassare i bilanci.

mercoledì, marzo 31, 2010

Politica in numeri

Nei risultati elettorali il vortice dei numeri, fra le proiezioni dei risultati e i sondaggi (o exit-poll, per chi non parla o non riesce a parlare italiano), finisce spesso per confonderci un po' le idee.
Se da un lato finisce per essere chiaro quali e quante posizioni saranno occupate dai candidati (ad esempio in numero di seggi, o di assegnazioni), poco si legge di quel che è stato il coinvolgimento popolare. Solitamente viene condensato nella percentuale di votanti (o per converso di astenuti), mentre non vedo nei grandi titoli qualche calcolo pratico.
Faccio qualche esempio pratico, di natura puramente matematica o sociologica, piuttosto che politica. La prima considerazione dei vari movimenti (a livello pubblico) è sempre sulle percentuali: dalla comparazione con le percentuali di più o meno analoghe elezioni precedenti, ci dicono come sono andate (a loro parere) le loro prestazioni. Peccato che le percentuali non contino il numero d'individui, ma siano appunto volutamente una misura che non è influenzata dal numero di partecipanti al voto. Così finisce che qualche movimento politico dichiari che le cose per loro sono andate moderatamente bene, visto che hanno mantenuto la stessa percentuale sul totale, e qualcun altro si dichiara pure entusiasta di aver guadagnato punti percentuali, ma magari hanno entrambi perso elettori.

Vediamo un po' di numeri, partendo dai partiti maggiori. In questa tornata di Amministrative 2010, rispetto alle Europee del 2009, il PDL passa dal 35,3% al 26,78%, ma se contiamo la differenza sui suoi stessi elettori, da 10.807.327 a 5.843.420, ha subito un calo di quasi il 45% delle preferenze, come dire dimezzato. Il PD che fa mostra di uno stabile 26,1% nelle due tornate, in realtà ha perso il 27% di elettori. La Lega Nord, con l'emozione di essere salita dal 10,2% al 12,28% sul totale, nei fatti ha avuto un calo di elettori del 12%.
Fate pure il calcolo di tutti gli altri, e il risultato è sempre lo stesso: nessuno avrebbe di che esultare, se lo scopo fosse quello di soddisfare i cittadini.

Certo mi si può obbiettare che ci sono stati cambiamenti, partiti scomparsi o diverse alleanze, ma non su cifre così significative.
Si può poi additare che alcuni tipi di elezioni siano più sentiti, rispetto ad altri: ma che senso ha credere che la politica che amministra una regione sia meno importante di quella che amministra lo Stato?
Penso che un primo fattore interessante sia la volatilità di certe preferenze. Alcuni movimenti politici sembrano appoggiati da una base più costante (anche se più piccola nei numeri), altri hanno un grande consenso, ma incostante e volubile: se non si fa una campagna di grandi promesse, l'elettorato non si sente adulato e accarezzato a sufficienza da impegnarsi nell'esercizio di voto di pochi minuti.
Quei milioni d'italiani scomparsi, fra un'elezione e l'altra, una cifra ben impressionante, nella loro incoerenza decidono ben di più delle centinaia di migliaia che seguono assiduamente i partiti minori.
La democrazia si dimostra di nuovo come un esercizio del tutto utopico, dove chi combatte strenuamente per un qualsiasi ideale è infine ininfluente, facilmente cancellabile da un un gruppo sufficientemente ampio di ignavi e indolenti. La matematica ha così ragione di quello che ingannevolmente crediamo vero (la democrazia), solo perché accarezza la nostra etica e la nostra morale.

Visto che poi Loli mi rimprovera di non mettere immagini consone al tema, spero stavolta di aver azzeccato l'argomento: come non ritrarre il giusto contenitore?

lunedì, marzo 01, 2010

Banali unità di misura

Nel rapporto fra noi e l'ambiente che ci circonda definiamo sempre delle unità di misura, per descrivere quanto quello che ci circonda sia piccolo o grande. Non a caso le unità di misura primitive avevano origine da parti anatomiche o comunque da delle quantità a misura d'uomo. Ne rimane viva testimonianza nei paesi che tutt'ora impiegano quello che definisco tutt'ora, scherzosamente, il sistema di misura anatomico, contrapposto al Sistema Internazionale.
Curiosità vuole che mentre il progresso in alcune tecnologie cresceva rapidamente in paesi come gli Stati Uniti d'America, il sistema di misura non veniva aggiornato ai progressi scientifici. Così accade che in settori come quello dell'elettronica, sempre in grande evoluzione, le unità di misura di lunghezza più usate rimangano i pollici e i mil (millesimi di pollice).
Un'osservazione analoga mi capita spesso con i formati di data e ora. Mentre la suddivisione del tempo ha uno standard più largamente accettato (con l'adozione del calendario Giuliano prima e di quello Gregoriano poi), il modo in cui si scrivono le parti di questa misura (anno, mese, giorno) differisce nelle varie parti del mondo. L'idea che mi sono fatto è sempre legata alla nostra idea antropocentrica, si mette quindi al centro della misura quello che più si avvicina al nostro sentire, al nostro misurare. Così l'europeo vede spesso da vicino il trascorrere del giorno, seguito da mese ed anno, mentre invece gli anglofoni del nord America forse sentono più distintivo sapere qual è il mese, per poi dirne il giorno e l'anno. Dal punto di vista scientifico sarebbe più sensato l'ordine delle date usato in Giappone, con anno, mese e giorno: in fondo le espressioni numeriche hanno senso da quelle di misura più grande verso quella più piccola. Mentre probabilmente per i giapponesi è solo una diversa questione di percezione, e di come hanno recepito il calendario europeo.

Tutto è grande, tutto è piccolo. Analogamente, tutto è complesso, tutto è semplice: dipende da quanto è distante da noi.
Capire come si usano una matita o un paio di forbici, è semplice, è vicino alla nostra comprensione. Capire come funziona un grosso macchinario diventa complesso, lontano dalla nostra comprensione: tanto più è misterioso il suo scopo.
La nostra percezione di semplicità o di complessità, si lascia spesso ingannare da come percepiamo lo scopo di un oggetto o di un procedimento. Imbottigliare dell'acqua è semplice, perché dev'essere complesso imbottigliare un farmaco? Far viaggiare un'automobile è alla portata di tutti, perché dev'essere complesso far viaggiare un treno? Altro vale per un aereo: perché la nostra esperienza diretta è ben più difficilmente legata ai velivoli, che ai veicoli terrestri.
Viviamo quindi con un calderone d'idee spesso sbagliate, quando si cerca di dividere quel che è facile da quello che è difficile.
Un amico, dopo aver raccontato alla figlia di occuparsi del progetto di cose elettroniche, s'era sentito chiedere "allora, se ho bisogno di un telefonino [n.d.r. telefono cellulare] puoi costruirmelo tu?". In fondo che ci vuole, è solo elettronica, se ne vendono tanti, possono essere oggetti semplici, no?

Le tecnologie elettroniche sono un mondo d'esempio, per chi vi ha lavorato e seguito il loro sviluppo degli ultimi trent'anni. Qui infatti si è passati rapidamente da oggetti piuttosto rudimentali, a prodotti raffinati e complessi. Quello che un tempo poteva essere il lavoro di poche persone, su un apparecchio di larga diffusione come un telefono, è divenuto un'impresa impegnativa per aziende di grosso calibro, come investimenti tecnologici e finanziari.
Il fatto però di poter acquistare il prodotto finito, a basso costo, e di poterlo usare, senza troppa fatica, spinge a credere che si tratti di oggetti banali, ancor più semplici.

Questo fenomeno della banalizzazione sta crescendo a mio avviso in modo inusualmente preoccupante. Se da un lato l'obbiettivo ottimale di ogni prodotto elettronico, anche complesso, è di essere facilmente utilizzabile, dall'altro sta conducendo a un livello d'incultura progressivo.
Anziché far acquisire la soddisfazione di avere accesso facile a funzioni altrimenti complesse, si è prodotta l'insoddisfazione di aver accesso a cose di qualsiasi maggior complessità, altrettanto facilmente.
Non sono dell'idea che ogni cosa debba sempre essere sviscerata nella sua più profonda complessità, ma vorrei vedere più spesso riconosciuto il lavoro d'ingegno, così come quello produttivo, mentre al contrario viene quotidianamente sminuito (anche nelle produzioni asiatiche a basso costo e bassa qualità).

In un'intervista che leggevo oggi, il compositore Ryuichi Sakamoto menzionava come la musica non viene più pensata come un lavoro che ha un suo costo. Precisava come inoltre stia addirittura cambiando il paradigma per cui si scaricano gli mp3, sostituito da un ascolto su YouTube: la differenza può risultare sottile, ma effettivamente nel secondo caso non ci si preoccupa nemmeno più del brano musicale, ma del solo ascolto. Un consumo che non tratta neppure più il bene di cui fa uso (o abuso).
La sua memoria di quel che poteva accadere cento e passa anni fa, di quando non esisteva nessun tipo di musica registrata, ma solo dal vivo, riporta a quella misura più vicina alla complessità dell'opera (musicale, in questo caso).
Sono d'accordo con Sakamoto, quando dice di non sapere come si possano cambiare le cose, e che in qualche modo andremo avanti, anche quando il nostro lavoro non viene riconosciuto. Vedo però la crescita di grandi spazi bui, dove nessuno ha più il righello giusto, per misurare il lavoro e la cultura.

martedì, febbraio 16, 2010

Animali da compagnia

Ho sentito giorni fa di una polemica, su un personaggio televisivo cacciato dalle trasmissioni, perché aveva indicato come si cucina la carne di gatto. La cosa mi lasciava quasi indifferente, non perché non avessi cura dei piccoli felini (e questo lo può testimoniare un esponente qui ritratto), ma perché so quanto certe pratiche, soprattutto in persone anziane, che hanno trascorso periodi di guerre e carestie, possano evocare il vissuto. Pur essendo in disaccordo quindi, non ho speso molta considerazione.
Quest'oggi trovo casualmente un link ad un weblog, sui risvolti dell'argomento, che invece mi ha provocato una certa irritazione, tanto che quasi non vorrei citarne la fonte, ma lo faccio per la pigrizia di riportare ogni riga.

Anzitutto, su cosa sono d'accordo: che le condanne spesso celino ipocrisia. Così chi ha condannato il personaggio televisivo, per la sua poco eleganza, probabilmente non è così scevro di colpe da ergersi a difensore degli animali tutti, chissà.
La medesima regola aderisce perfettamente all'etica disneyana dello scrittore di weblog succitato, nella sua foga accusatoria. Ci riassume, che chi ha cura e affetto per gli altri animali non dovrebbe cibarsene, altrimenti diventerebbe ipocrita. Per quanto cerchi di distaccarsi, di trasmettere un messaggio oggettivo su qualcun altro, la ricerca delle parole rende chiaro il messaggio come opinione personale, anziché denuncia di una scomoda verità oggettiva.
Il piccolo felino raffigurato ha ben più qualità del mediocre scrittore. E' intelligente, anche se d'intelligenza diversa da quella umana, e magari neppure come felino è una cima. E' sinceramente affettuoso verso altri animali, quali altri felini, ma anche verso alcuni umani. Eppure non ha la minima angoscia nel cibarsi di carne, com'è appunto nella sua natura. Non avrebbe alcun problema ad uccidere le sue prede, ed a cibarsene mentre non sono neppure morte. Perché è normale che sia così, non è un comportamento a cui si possano applicare appellativi come crudeltà, né gli si può dare dell'ipocrita.

Il profilo psicologico di chi (come lo scrittore dell'articolo sopra) usa espressioni quale "digerire cadaveri di animali morti" è ben chiaro, aldilà delle difficoltà lessicali. Così com'è significativa l'espressione "sterminio organizzato di esseri innocenti", quale a sottintendere che ben altro sarebbe uno "sterminio organizzato di esseri colpevoli".
In molti dei manifesti in favore dell'alimentazione vegetariana (o una della sue varianti) di solito sono evidenti queste derive ansiose, come manifestazione di psicosi. La motivazione addotta dai soggetti è raramente quella salutistica, quantomeno citata solo come introduzione all'argomento, mentre l'attenzione viene subito portata su fattori quali il rispetto per gli (altri) animali, sottolineando che sono esseri viventi.
L'essere vivente morto, il cadavere, diventa simbologia della morte stessa; ansiogeno in quanto scatenante paura della morte. In questo contesto, il giungere quindi al nutrirsi della morte stessa diventa un atto terrificante per il soggetto.
Non ha lo stesso effetto il nutrirsi di un vegetale morto o vivo che sia -- una carota bollita non è sicuramente viva, mentre quella ben fresca fortunatamente lo è. La differenza morfologica e di genere crea un sufficiente distacco, per cui anche il nutrirsene è difficilmente altrettanto psicogeno per i soggetti sensibili.

Non sono d'accordo quindi col divenire vegetariani, per essere persone migliori (come lo dimostrano nei fatti alcuni personaggi storici, quale un sanguinario dittatore tedesco del secolo scorso). Così come non sono d'accordo che evitare il consumo di carne sia una scelta naturale (come dimostrano i nostri processi metabolici). Piena libertà a chi vuol essere vegetariano ritenendola una scelta salutare, ovviamente.
Nel frattempo, io e un paio di piccoli felini di mia stretta conoscenza, continueremo a scegliere cosa mangiare con tranquillità, senza angosciarci del fatto che gli esseri viventi possano morire e divenire un alimento.
E ovviamente, gli animali da compagnia siamo io e mia moglie, per i due felini.

Non esistono uomini cattivi [...] se sono cucinati bene -- da "L'ultima lacrima", S. Benni

giovedì, febbraio 11, 2010

Rapida accelerazione

Ci sono momenti in cui sembra velocizzarsi la caduta della nostra società, il declino della cultura e del senso civico.
Dopo l'avvio verso il riconoscimento dell'impunità dei politici di una certa levatura, adesso si corre ai ripari per cercare di salvare quanti più servi del padrone (senza espressioni figurative) si riesca.
S'invoca così l'estensione dell'impossibilità a procedere per signori come Guido Bertolaso, ma la lista potrebbe espandersi rapidamente, sempre che non venga posto un freno deciso alla magistratura.
Queste fasi di velocizzazione sono peraltro incostanti, un po' come certi diagrammi dei valori azionari. Al contrario dei valori azionari, dove una discesa continua porta prima o poi ad un fallimento, pare che qui non ci sia un fondo.
E in fondo, anche leggendo qualche quotidiano che riporta opinioni alternative a chi governa il Paese, non se ne ha un'immagine molto migliore. Sotto prospettive diverse c'è sempre qualche sensazionalismo inutile, o la messa in disparte di fatti che diverranno esplosivi.
E' mai possibile che una maggioranza così ampia della popolazione non abbia un senso di sprofondamento?
Una valida risposta viene da qualcosa che ho letto tempo fa, riguardo gli italiani e la loro cultura. Tutto questo fa parte del retaggio culturale: la sottostima delle prevaricazioni, l'ignavia, l'arrendersi facilmente. L'italiano medio sa bene che esistono mafia, corruzione, politici disonesti, e perdona bonariamente chi lo nega. L'italiano medio si adegua, è chiassoso nelle risse da studio televisivo, ma cerca di non cambiare troppe cose reali del suo Paese. Metti ad esempio che la legge debba essere davvero rispettata da tutti: l'italiano medio non è onesto, e lo sa bene.
Il signor Antonio Di Pietro aveva proposto qualcosa anni fa, che infine neppure lui è tanto propenso a sostenere, con una caduta di stile motivata dalla necessità di regnare. Per tenere le redini dell'Italia sembra servire sempre un conduttore pronto ai compromessi, capace di chiudere un occhio di tanto in tanto: l'onestà e la legittimità non possono fare parte stabile di questo Stato, serve citarle solo nelle occasioni formali.

A che serve allora continuare a combattere per simili ideali? Brevemente: a rallentare la discesa ad inferi, a renderci meno invivibile il quotidiano e il futuro prossimo. Per quello remoto è meglio non consultare o enunciare oracoli.

venerdì, febbraio 05, 2010

Gli italiani perfetti

Pare che il permesso di soggiorno agli stranieri verrà assegnato tramite punteggio, con una valutazione su quanto si stiano realmente integrando in Italia. Certo, viene da chiedersi come alcuni dei punti richiesti possano essere soddisfatti dagli stranieri appena arrivati, che ovviamente non potranno conoscere da subito la lingua italiana o il testo della Costituzione. In realtà però la notizia mi ha portato subito a pensare a tutt'altro, che non riguarda necessariamente i richiedenti permesso di soggiorno.
Leggo i punti:
  1. Conoscenza della lingua italiana
  2. Conoscenza della Costituzione
  3. Non aver commesso reati
  4. Iscrizione al servizio sanitario nazionale
  5. Regolare contratto abitativo
  6. Rispetto dell'obbligo d'istruzione dei minori
Una buona lista: sicuramente completa di tutti i sani principi per ogni buon cittadino. Un momento: ma chi è già italiano, di nascita e magari da tempi immemori, quanto vi aderisce?
La conoscenza della lingua, prima della lista, è anche la prima caduta. Ascoltare gl'italiani che parlano in italiano, e ancora leggerli scrivere, ce li farebbe rispedire subito al loro paese d'origine, che sfortunatamente è già questo.
Conoscere la Costituzione poi, sotto quale aspetto? Sapere che esiste una carta con quel nome e ricordare vagamente in quale periodo storico è stata compilata? Già questo mi pare impegnativo per la metà della popolazione. E sicuramente sono numeri in crescita, visto che l'insegnamento di diritto ed economia verrà progressivamente eliminato dalle scuole pubbliche, come dettato dal Ministero competente.
Che dire poi sui reati, rimangono di ogni nazionalità. Ovviamente tutti preferiamo avere un vicino di casa onesto, che delinquente.
Per il servizio sanitario nazionale non commento.
Regolare contratto abitativo? Quindi niente contratti verbali, con il proprietario di casa che si fa pagare la metà al nero, per evadere le tasse? Dovremmo far sloggiare una buona quantità di affittuari, da quel che ho sempre sentito nelle agenzie immobiliari.
Benissimo che i minori vengano istruiti, ma anche qui la pratica c'insegna che non implica un aumento del loro livello d'istruzione. Così come il curare non implica il guarire.

Insomma, il punteggio ottenuto da chi italiano lo è già, sarebbe facilmente deludente.
E sicuramente ci sono eccezioni in meglio e in peggio. Si potrebbe osservare che nelle zone depresse l'istruzione sarebbe di molto inferiore alle aspettative. Così come in zone a rischio criminalità i reati sarebbero innumerevoli.

Ma se per la maggioranza della popolazione già residente queste regole non servono, ci sono di sicuro classi di persone per cui varrebbe la pena adottarle, anche quando questi sono già cittadini.
Ad esempio, perché non richiedere una piena soddisfazione del punteggio per chi gestisce la politica?
Sarebbe impossibile anche per molti di questi, passare da semplici cittadini a buoni cittadini. Pensate solo alla richiesta di non aver commesso reati, e a quanti politici con sentenza in giudicato abbiamo in Parlamento. Per non parlare delle leggi come la recente sul "legittimo impedimento", ad hoc per evitare la persecuzione dei reati commessi da parlamentari.
La legge è diversa per tutti.

Il vantaggio paradossale potrebbe essere che questa normativa renda buoni cittadini tutti coloro che provengono da paesi stranieri. Come dire che per avere una nazione di cittadini perfetti, di buon senso civico, non ci rimane che sperare che presto, i soli abitanti del Paese, siano solo gli stranieri soggiornanti: almeno saranno tutti certificati tali.

martedì, dicembre 15, 2009

Previsioni e strali per l'anno che verrà

In questi giorni, se non già da settimane, sono sicuramente all'opera tutti i più noti astrologi per l'imminente inizio di un nuovo anno, se così vogliamo chiamarlo. E' più un evento numerico che altro, se non fosse per la simbologia attribuitagli: nella pratica è un giorno più meno come tutti gli altri, con inizi e fini, scadenze e commemorazioni.
Che ci riserverà l'anno che verrà?
Il gioco delle previsioni è talmente sciocco, se non ci fosse qualche arguto astrologo che ogni tanto ci ricorda come "gli oroscopi sono solo un gioco". La frase di per sé è indisponente, quando si pensa al giro d'affari milionario di chi la enuncia. Sicuramente per costoro è remunerativo, partecipare a quel gioco.
Vediamo se sono capace quanto loro.
Scienza
Nell'anno che verrà il clima e l'ambiente saranno al centro delle preoccupazioni, perché chi ha a cuore la salute del pianeta interverrà in modo deciso, con soluzioni innovative. Tradotto: chi inquina tanto (come ogni altro anno passato) dovrà faticare a nasconderlo (come già accade), ma saprà inventarsi una legge o una scusa, per posticipare ogni intervento che richieda denaro. Qualcosa di già accaduto: ma sotto le fauste influenze dei pianeti, in posizioni diverse rispetto all'anno precedente.
La tecnologia farà immensi passi avanti, migliorando le abitudini e gli stili di vita. Verrà scoperta una nuova cura contro una malattia gravissima, grazie a dei ricercatori italiani che lavorano all'estero (dove vengono pagati), ma la sua applicazione dovrà attendere ancora tempo, perché sorgeranno molte difficoltà (come al solito). La comunità religiosa si opporrà fermamente a qualsiasi cambiamento che non venga direttamente da un'entità ultraterrena ben definita (oppure no): nessuna molecola sarà mai dichiarata sacra, a meno che la sua formula di struttura non sia già scritta chiaramente nei testi millenari.
Dopo le annate celebrative di Second Life, YouTube e Facebook, si scoprirà che qualche altra comunità rivoluzionaria si annida nel mondo digitale, sarà nuovamente sfaccettata, brillante e oscura, promuoverà la comunicazione e costringerà in solitudine, denuncerà i fatti del mondo e ribollirà di qualunquismo. Il nulla diventerà il tutto (gli oracoli necessitano di un pizzico di ambiguità).
Società
La crisi economica volgerà al termine, seppur lentamente gli equilibri si ristabiliranno, il Natale del prossimo anno sarà più ricco e carico di doni. Tutto questo per chi ha un patrimonio e un portafoglio azioni considerevole, mentre gli altri continueranno a vedersi licenziati, disoccupati, affossati nei debiti e schiavi di banche e finanziarie. Del resto che vi aspettavate, qualcuno doveva pagare i danni all'economia, e ovviamente non si tratta di chi sa ordire truffe e complotti, speculazioni e soprusi.
In compenso i programmi televisivi accontenteranno ricchi e poveri, con buona pace dei soliti snob della cultura, che si sa, han sempre da lamentarsi e lagnarsi, della lingua italiana scritta e parlata male, delle scenette volgari e così via.
La politica avrà alti e bassi. Si scoprirà un nuovo scandalo paralizzante i titoli dei quotidiani, maggioranza e opposizione si indigneranno per motivi diversi, affileranno i coltelli, per affettare infine una porchetta al tavolo della riconciliazione. Perché servirà tanta serenità e un confronto pacato e dai toni smorzati, come si addice ad ogni paese immobile, impermeabile a qualsiasi evento significativo.
Chi è stato condannato e minacciato si rivarrà, schiere di personaggi dalle mani lorde troveranno nuovi impieghi non solo in seconda fila, ma anche nella prima (esattamente come succede già).
Amore
Impossibile non prevedere cosa succederà nei rapporti amorosi. La ricerca di una prestigiosa università svelerà che esiste una differenza fisiologica fra appartenenti a sessi diversi, ma non solo: dimostrerà che anche le persone dello stesso sesso possono avere diversi orientamenti sessuali e preferenze televisive.
Tutti quelli più dotati di sensibilità affettiva, capacità cognitive, prestazioni atletiche e bell'aspetto dimostreranno in uno show di non esistere. In compenso i meno dotati non saranno ospitati in alcuno studio televisivo: in realtà saranno gli stessi già visti prima, guardati da un'angolazione differente.
Fortuna  
I fortunati di questo nuovo anno saranno tutti coloro che vivono sotto l'influenza di una stella molto lontana, paragonabile al Sole del nostro sistema planetario, ma che illumina con altrettanta solerzia un pianetucolo lontano miliardi di anni luce da noi. Ecco, gli abitanti di quel pianeta saranno i fortunati, data la vastità di spazio che li separa da noi.

martedì, dicembre 01, 2009

Macchine ingenue

Il mondo dell'informazione, in ogni suo mezzo, è sicuramente la prima fonte di molte riflessioni in cui m'imbatto.
In un'intervista letta oggi, il signor Frank Schirrmacher, di professione giornalista, sottolineava quanto sia grande la sua preoccupazione per i computer e come processano i nostri dati personali. Le ingenuità in cui cadeva questo giornalista - descritto come personaggio eminente - erano talmente grosse da farmi persino dubitare della sua buona fede.
L'assunto principale era piuttosto retorico: le macchine ci spersonalizzano, tutto quello che passa al loro vaglio viene trattato in modo freddo, togliendo ogni emozionalità. Si passa poi dalla raccolta indiscriminata d'informazioni, che ci riduce a insiemi di numeri, da trattare per soli fini commerciali. La soluzione dello Schirrmacher è quindi di allontanarsi da quest'inferno, dalla trasformazione degli uomini in oggetti, in macchine stesse.
Tutto molto poetico, toccante. Candidamente sciocco.
Quello su cui questo signore passa sopra, non sappiamo se in modo intenzionale, è lo scopo primario. Nel suo racconto iperbolico, pare infine che queste macchine malvagie si nutrano dei propri numeri, moltiplicandosi per una sorta di calcologenesi. Più dati ricevono, più crescono, più ci annichiliscono.
Nemmeno un accenno, dallo Schirrmacher, a chi manipola quei dati finali: nessuna macchina, ma solo umani come lui, o l'editore del suo giornale. Umani che si nutrono in modo bulimico di denaro e potere, e che incidentalmente hanno trovato delle macchine per alimentarsi di più e più voracemente. Immagino che per questo signore, l'uscita dal medioevo, il diffondersi di cucchiaio e forchetta, abbiano avuto lo stesso trauma. E ora chi glielo spiega che sono tutte macchine d'invenzione e uso umano?

martedì, novembre 17, 2009

Influenza Avida

Vi ricordate dell'influenza aviaria? Non serve un esperto nel campo medico, per ricordare i furori giornalistici con cui fu pronosticata, pochi anni fa, una diffusione disastrosa. Uno scenario apocalittico, con orde di pericolosi contagiati.
Più o meno la storia recente dei virus derivati dalla peste suina, ma in questo caso pure più amplificata. Se nella passata mancata pandemia si era subito corsi verso il grande sforzo bellico contro i temibili virus, in questa è stato fatto ben di più. Soprattutto in un paese dove gli organi informativi sulle patologie dipendono in così stretta parte dalle compagnie farmaceutiche.
La massa molle dell'opinione pubblica è stata plasmata con cura per mesi, infondendo la giusta quantità di panico, cercando di non eccedere, ma mantenendo un'allerta vigile. Al momento dei primi decessi poi è stata orchestrata una campagna mediatica esemplare.
Per chi combatte il terrorismo, e i suoi mandanti, non sarebbe difficile trovare né gli uni né gli altri. Ma non è quella la parola, quando pur speculando su morti e terrore, si finalizzano grandi affari e si muovono grandi capitali.
Così, la nuova influenza sta purtroppo creando decessi come altre patologie simili, anche se in questo caso il fattore di mortalità sembra essere di un centesimo. Mentre probabilmente il ritorno economico è di centinaia di volte, e questo in tempi di crisi economica è una strategia finanziaria di successo, non un'azione terroristica.
E' quasi più interessante rifletterci sopra adesso, che l'ascesa iperbolica si è rivelata una curva discendente. Adesso si potrebbero cominciare a buttare nella spazzatura televisioni e giornali, ricacciare nella melma da cui provengono certi articolisti prezzolati. Ma il desiderio d'informazione, di linea guida, prevale sul discernimento. Lo spettatore o il lettore medio necessita del cane che lo tenga nei ranghi, sulla strada fino al pascolo. Non disubbidirà né a quello né al bastone del pastore.
E poi, presto ci sarà una nuova grave epidemia. Appena saranno stati spartiti gli introiti e i dividendi di quella attuale.

giovedì, agosto 27, 2009

Fortunata inesistenza

La maggior parte della comunicazione e informazione, dai media più datati e ancora in voga (televisione, stampa) fino a quelli più moderni (espressi tramite internet), mi pare divisa in due evidenti categorie.
La prima categoria è quella più conservatrice, dove un'autorità superiore concede gli spazi e decide dei contenuti. E' un meccanismo rigido, che permette però di conservare il potere di comunicazione, a chi già lo detiene. Vale come esempio il recente caso di un film, a cui è stata negata la pubblicità sulle principali reti televisive italiane (pubbliche e private), perché il tema trattato è l'impoverimento culturale a causa della televisione stessa.

La seconda categoria dei canali di comunicazione e informazione è quella che identifichiamo oggi in internet, più specificamente in alcune applicazioni del web, quali certi forum e gruppi di discussione pubblici.
Qui diventa più difficile un controllo capillare, anche per chi dispone di un certo potere, economico o politico. La grande libertà di espressione disponibile rende infatti le censure più difficili, ma al tempo stesso permette un fenomeno già presente molto prima dell'era informatica: quello della destabilizzazione, della confusione. In qualsiasi discussione è sufficiente infatti qualche intervento mirato, ma non troppo diretto, per portarla alla deriva e svuotarne i contenuti. E' fin troppo faticoso (se non talvolta impossibile) contrastare dei fatti, ma è relativamente facile minare la serietà di chi li espone, addurre incertezze anche solo vagamente correlate all'esposizione iniziale, abbassare il livello di discussione fino allo scambio di epiteti.
Pochi riescono a rimanere al di sopra di questo metodo provocatorio, così in un ambito di discussione abbastanza vasto (come su internet) si giunge rapidamente alla confusione.

Quindi, la comunicazione ha due alternative principali: il plagio e la distorsione.
Se si riesce perciò a detenere il potere di decidere l'informazione, e senza fatica quello di trasformare in rumore indistinto le parole di chi si oppone, si è raggiunto un regime di monopolio, visto che si controlla l'unica informazione chiara, diramata da mezzi che non la presentano contraddittoria.
Il progresso di questo fenomeno è assai esemplare in questo Paese, dove il cambiamento è stato apportato a piccole dosi, affinché fosse recepito come normalità.
Un cambiamento improvviso avrebbe infatti indispettito molte persone, come con certi colpi di stato o repressioni popolari. E' evidente come il livello di stabilità di questo metodo soft sia piuttosto elevato, rispetto all'insorgere di altre dittature ed ai sovvertimenti delle rivoluzioni. Viene da credere che sia un notevole passo avanti rispetto alla Germania degli anni '30, in cui si era riusciti a far eleggere democraticamente un dittatore: in questo caso si è riusciti infatti a far appoggiare democraticamente, a posteriori, la necessità di uno governo autarchico. E' un successo che molti governanti invidiano o avrebbero invidiato, dalla Cuba di oggi, al Cile o l'Argentina del passato, per non parlare delle grandi nazioni asiatiche.

Fortunatamente questo weblog non viene letto, non esiste. Altrimenti anche qui si accalcherebbero i sostenitori e i detrattori, fino a sollevare sufficiente polvere da nasconderlo.

venerdì, maggio 08, 2009

Politica giovane

Ascoltavo soltanto, come faccio sempre più spesso con gli apparecchi radiotelevisivi. Ho notato infatti che non sempre le immagini sono pertinenti alle parole, nei dibattiti le inquadrature saltano secondo i piaceri del regista, nei telegiornali alle notizie si allegano "immagini di repertorio", nei film e telefilm con poca azione si può comunque capirne la storia, se i dialoghi sono ben fatti.
Ecco, non seguivo le immagini di un dibattito, ma ho sentito un paio di interventi fatti da due giovani, con affermazioni che mi hanno infastidito, tanto che sono andato davanti al televisore acceso ed ho chiesto a mia moglie "Ma i giovani, sono tutti così ingenui?". Ha annuito.

Le notizie che imperversano sui telegiornali, nei quotidiani, e nelle trasmissioni televisive di approfondimento mi interessano fino ad un certo punto.
In qualche caso è legato al periodo ed alle notizie, come ai soggetti o ai commentatori delle stesse, ma la prima ragione per avere interessi limitati è l'intenzione che sta dietro alle notizie. Quelle da "prima pagina" sono solitamente fonte di prestigio (leggi introiti) per la testata, per non parlare della capacità di plagio e manipolazione verso gli utenti (lettori, spettatori). Il mio interesse è principalmente verso gli effetti di questa seconda funzione (in ordine di citazione, non necessariamente d'importanza), ovvero per lo studio comportamentale della gente.

Avrete letto e sentito parlare di tante cose ultimamente, uno degli argomenti presi come spunto dai due giovani del dibattito era l'aspetto fisico e la sua relazione con le capacità lavorative, nello specifico, il lavoro in politica.
L'altro argomento riguardava le capacità di un politico e la valutazione di queste.

Appena ho sentito citare che l'aspetto fisico non conta, di fronte alle capacità di lavoro, ho subito provato un fastidio: non perché io sia in disaccordo, ma perché se è necessario un intervento che lo dica, la situazione è grave. E ancora non ho detto il perché. Vediamo se scrivendo per esempi arrivo a qualcosa di chiaro.
Qual è la peggiore manipolazione sull'argomento? Negare che essere brutti o belli non implica essere più o meno bravi nel proprio lavoro?
Asserito che essere brutti non nega bravura (e tutti ci sentiamo felici, davanti a questa frase politicamente corretta), si può rimarcare che essere belli non implica essere incapaci (questo secondo punto è stato meno asserito finora). La salvezza dei "brutti" è stata quindi che non potevano essere sempre incapaci; allo stesso modo la salvezza dei "belli" è legata allo stesso fattore, neppure di loro si può dire "belli, ma stupidi", nel mondo del politicamente corretto.
La dicotomia belli/brutti ha quindi creato un pericoloso precedente, nel mondo della politica idealizzata: nessuno può essere detto incapace.
Gli incapaci saranno sempre sostenuti e salvati, perché o sono brutti (e allora anziché valutarne le capacità ci si preoccuperà non discriminarli per la bruttezza) oppure sono belli, e salterà fuori un "comitato di belli", indignati perché loro non si sentono stupidi o incapaci.
L'incapacità avrà quindi, sempre, dei forti sostenitori. Le categorie belli/brutti sono fra le più semplici, direi basilari nella psicologia umana, ma è replicabile (con risultati più o meno brillanti) in tutte le categorie umane. Un esempio? C'è un caso ancora più eclatante dei "belli/brutti", quello del maschile/femminile: la quantità di sciocchi articoli che cercano di definire se siano più intelligenti gli uomini o le donne dovrebbe essere esauriente.
Che dire alla giovane dell'intervento nel dibattito? "Mia cara, lei è caduta in un bel tranello!"
Mentre raccoglie prove delle sue capacità in quanto "bella", vincono tranquillamente gl'incapaci, belli e brutti.

Il secondo intervento, sulla valutazione della produttività dei politici, è poi pura utopia.
Dice l'intervenuto: se io vengo valutato nei profitti, come imprenditore, perché non valutare anche i politici, creando una commissione super partes?
Evidentemente, data l'attività d'imprenditore, non ha mai seguito la politica, altrimenti non mi spiego la richiesta. Sì, perché se avesse mai sentito parlare di quelle commissioni che già dovrebbero vigilare sull'operato di certi organi del governo, super partes, dovrebbe anche averne già visti i risultati. Ovvero la mancanza di risultati. Creiamo una nuova commissione? Ne saranno felici quei politici che se ne spartiranno gli stipendi, senza dover svolgere alcun lavoro: a che scopo dovrebbero punire i compagni di partito, gli amici che li hanno eletti?
Perché è ampiamente dimostrato, che la rappresentanza popolare è solo folclore: chiedete a chiunque se conosce uno o più politici che abbiano fatto prima i propri interessi, prima di quelli statali. Ma perché viene tollerato?
Il giovane intervenuto è partito dal risultato attuale (una politica che non funziona per i cittadini), senza riflettere sulle cause, dove i primi a non chiedere i cambiamenti sono i cittadini: perché un oligarca eletto e rieletto dal popolo, qualunque cosa egli faccia, deve cambiare se stesso contro i propri interessi?
"Mio caro giovane, lei è caduto in un bel tranello!" Mentre ci ripropone in salsa moderna che "tutti i politici sono dei farabutti", non si preoccupa che la maggioranza degli italiani li tollera. Questo è il fenomeno ancor più grave.

martedì, maggio 05, 2009

Materiali ecologici

Leggevo ieri su un quotidiano, svogliatamente, un articolo sull'ambigua normativa riguardo alle buste in plastica per gli acquisti, le classiche buste da supermercato.
Pare infatti che la loro messa al bando, preannunciata per il 2010, non avverrà per una serie di cavilli, di giri tortuosi nella legislazione, praticamente come accade per quasi tutto, in questo Paese.
Non mi attirava infatti la spiegazione giuridica, e devo dire che quasi non mi toccava il dito puntato del cronista, che cercava di alzare i toni e rendere importante il suo intervento, ma che probabilmente era solo un riempitivo di colonne.
Di tutto l'argomento mi girava in testa una sola domanda, che mi pongo da tempo, sulla questione "buste di plastica". Ogni volta che giro questa domanda a qualche interlocutore non ne ricevo risposte interessanti, spesso chi mi ascolta si stringe nelle spalle, senza risposta.

La motivazione per farle sparire sembra essere ecologica: se si mettono in circolazione, finisce che qualcuno le lascia nell'ambiente, dove non si biodegradano, finiscono per soffocare qualche animale, e così via.
Il primo punto che trovo interessante è questo: non possiamo produrre niente, a livello di produzione umana, che non sia già pronto ad essere abbandonato ovunque. Perché sappiamo che avverrà, in modo endemico, qualsiasi cosa finisca in mano agli umani è passibile di repentino abbandono in ogni sorta di ambiente.
Perdiamo tempo a cercare d'insegnare agli scimpanzé a contare, ai topi a correre nei labirinti, ma non sappiamo insegnare agli umani a non gettare le cartacce per strada.

L'umano che riesce a sfruttare il ragionamento per una buona percentuale di ore nella giornata, dovrebbe ricordare con me un altro fatto (all'origine della domanda scomoda).
Come buttate i rifiuti quotidiani?
Potrebbe richiedervi uno sforzo ulteriore, ma dovreste avere presente che quotidianamente produciamo degli scarti di ogni genere, alimentari, imballaggi, materiali esausti.
Ora, il passaggio dalla casa al cassonetto dei rifiuti, solitamente necessita di un contenitore, ma non solo. E' giustamente richiesto che i rifiuti non siano gettati senza un mezzo di contenimento, solitamente un sacchetto plastico.
Perché non usare la stessa busta usata per l'acquisto?
Perché devo acquistare dei sacchetti per pattumiera, dello stesso materiale delle buste da spesa, mentre le buste da spesa vengono rese illegali?

Vorrei tanto che qualcuno sapesse rispondermi con qualcosa di più di un'alzata di spalle, e magari con qualcosa di meglio della storia degli umani sporcaccioni. Perché se questo è il problema, non serve toglier loro di mano la busta di plastica, mentre continuano a gettare per strada qualsiasi cosa, serve piuttosto un'educazione. E quella non si fornisce per legge, magari attraverso una legge, ma soprattutto attraverso i giusti canali di comunicazione.

lunedì, aprile 27, 2009

Informazione. O quello che più vi si avvicina

Cos'è l'informazione, al tempo odierno?
Mi pongo sempre più spesso la questione, leggendo articoli di qualsiasi tenore, o ascoltando quello che esce dai media audiovisuali.
Parto da un punto di vista critico, per un'attitudine imparata progressivamente, sicuramente per la necessità di leggere e comprendere internet. Guardandosi intorno però, è inevitabile mantenere il senso critico sempre alto, anche nutrendosi da altre fonti informative.

La facilità con cui tutti possono comunicare tutto sulla internet, fa capire velocemente: i contenuti non sono sempre controllati, verificati, depurati da opinioni troppo personali, e sarebbe anche sufficiente che chiunque ne esprima mettesse un preambolo a chiarirlo. Credo di farlo sempre, quando scrivo qui: raccolgo fatti, di prima o di seconda mano che siano, nel commento ci metto sempre qualcosa di mio (altrimenti a che servirebbe il commento?).
Si trovano al contrario troppe "guide", "manuali", che spesso non si rivelano obbiettivi.

Lasciato da parte internet, tornando nella comunicazione ufficiale, quella dei professionisti dell'informazione, è tutto roseo? Certamente no, di sicuro non lo è mai stato. Eppure non riesco a capire se si tratti di aver acuito una mia sensibilità, o se semplicemente sono aumentate le opinioni, le fantasie, finanche le falsità, raccontate come fatti.
Ogni volta che leggo un articolo, ascolto un commento giornalistico, relativo a qualcosa di cui posso dire di capirne qualcosa, finisco sempre per trovare la stonatura.
Una delle cose che trovo più irritanti è sentirmi canzonato da qualcuno che si dichiara esperto, o conoscitore dei fatti.

Un articolo di giornale parla di case ecologiche, costruite in legno. Tutto molto interessante, convengo con buona parte di quel che leggo, sui fattori ecologici e ambientali. Poi trovo la frase
[il legno] scherma le radiazioni elettromagnetiche

Non c'è falsità nella frase, in effetti, ma solo incompletezza. Un'incompletezza assai colpevole, se si valuta una certa intenzionalità: quando leggete di radiazioni elettromagnetiche, a cosa pensate?
Il primo pensiero di molti andrà verso le famigerate onde radio dei telefoni cellulari. Ecco questo è il tipo di radiazione elettromagnetica che sicuramente non viene schermato dal legno in modo apprezzabile. Ne sanno qualcosa i vecchi radioamatori di un tempo, che costruivano dei telai in legno per le antenne radio, visto che questo non influiva sui segnali elettromagnetici.
Però il legno è un bel materiale, ecologico, naturale, fa venire il desiderio di attribuirgli ogni buon influsso.
Se qualcuno poi ha già in casa degli infissi in legno, le persiane, i frangisole, degli scuri da casa di montagna, ha invece già sperimentato che il legno scherma bene da altre radiazioni elettromagnetiche. Quelle che di solito cataloghiamo come luce visibile.

La rincorsa ecologica degli ultimi tempi, ha un po' di colpe nell'amplificare questi messaggi confusi.
Una ventina d'anni fa era un fenomeno più di nicchia, quello dell'ecologia come pseudo scienza. Erano sì più forti i cosiddetti movimenti verdi, che ora sono spariti, inglobati, ma l'asserzione di alcune inesattezze come quella sopra era più legata a certi circoli di fanatici. Mentre oggi, l'informazione è stata depurata dal significato politico, permettendo a più persone di condividerla come fatto.
Se è stato detto in televisione è vero. Se è scritto su un giornale (di nostra fiducia) è vero.

L'informazione è sempre più manipolata. Ho scritto un luogo comune? In realtà ci sono dei fatti di fondo che vanno ben oltre la preoccupante escalation di questo fenomeno.
Da un lato (per quanto abominevole) è comprensibile che l'informazione tenda ad essere manipolata da parte di chi la usa come strumento di potere, di plagio. Non è un fenomeno nuovo, a ben vedere. Politica e commercio (anche in tandem) hanno sempre abusato di questa possibilità, in modo più o meno evidente.
Dall'altro lato, quello di chi dice di opporsi al predominio delle informazioni fasulle, è preoccupante che si usi lo stesso metodo. Un pubblicitario che distorce le informazioni per un ritorno economico lo posso comprendere, e condannare. Ma perché si distorcono allo stesso modo anche altre informazioni, di valore sociale e culturale?
Forse per essere al centro dell'informazione, per acquisire la posizione egemonica di chi vi dice la verità vera, in un mondo in cui tutti (gli altri) mentono.

Faccio ogni giorno una maggior difficoltà a leggere quotidiani e notiziari. Non perché voglia trovarci comunque l'inganno, ma perché mi rendo conto di quanto sia facile manipolare.
Provate a leggere uno di quegli articoli con abbondanza di frasi virgolettate: se la stessa frase viene riportata due volte, è scritta in due modi diversi.
Non mi conforta pensare che sicuramente il modo di fare informazione oggi sarà la scuola dell'informazione del futuro. Vedo lontani i tempi per un'informazione indipendente, fatta di sola cronaca, dove sta a noi trarre opinioni e conclusioni.

martedì, aprile 14, 2009

Lingua e società

Il titolo di questa annotazione potrebbe essere lo stesso di un serissimo libro. Se ci mettiamo a sviscerare l'uso della lingua italiana, l'impatto sociale e tutte le strade che li collegano (in ogni direzione), il risultato può essere molto lungo e complesso.

Leggo su una rivista settimanale, pure di un livello culturale sopra la (bassa) media dei settimanali, un articolo sulle vicende della grammatica e ortografia italiana, nei tempi odierni.
Niente che mi sorprenda, mi è sufficiente peraltro camminare per strada o sfogliare un quotidiano, per avere una misura del decadimento linguistico.
Se la lingua latina classica veniva evitata dal volgo, tanto da creare qualcosa di più semplice, viene ora da porsi qualche domanda.
Anzitutto mi chiedo se l'idioma volgare, dal Rinascimento ad oggi, è diventato così tanto complesso, oppure se la nostra condizione culturale è scesa ad un livello inferiore di quella del contadino medievale: tanto che neppure il latino semplificato ci basta, così da aver bisogno di un volgare semplificato.
Certo, mi obietterete che non cito i dialetti, probabilmente più semplici ancora della lingua volgare rinascimentale. E la mia omissione è infatti puramente strumentale, perché la mia percezione è indirizzata verso una direzione: i servi della tecnologia, versione aggiornata dei servi della gleba, hanno bisogno di un nuovo linguaggio, basso nei contenuti, semplificato nella forma, che accetti le storpiature come parte integrante.

I punti di collegamento fra il medioevo agricolo e questo medioevo tecnologico ci sono tutti.
Anzitutto il bisogno angosciato di essere parte di un grande disegno. Nella visione odierna sembra che si voglia privilegiare l'individualismo, ma nei fatti l'individuo viene premiato se sceglie di essere diverso, inquadrandosi in un altro gruppo sociale, rispetto a quello d'origine. Così si sente realizzato se fa la vacanza nell'isola tropicale, se acquista un'automobile importante, se compra casa nel quartiere giusto, se veste con gli abiti di moda. Non ha poi percezione del fatto che entra in un gruppo uniforme, perché l'appagamento viene dal distaccarsi dal gruppo originario, sentito come povero, umiliante, comune.
Che il padrone del proprio gruppo sia un latifondista medievale, o una compagnia di telefonia mobile odierna, un marchio di personal computer, il risultato è poco dissimile: valgo in quanto appartengo, penso perché mi hanno spiegato esattamente cosa pensare.

Già ai tempi in cui frequentavo la scuola media superiore c'era chi si preoccupava dell'uso delle calcolatrici: gli allievi stavano imparando ad usarle sempre e comunque, senza alcun senso critico. Se lo strumento aveva le batterie scariche, e digitando 3 per 2 appariva zero, c'era chi pedissequamente ne copiava il risultato. In fondo era la cifra apparsa su uno strumento elettronico avanzato.
La sindrome del calcolatore non ha avuto freni, la sua diffusione endemica porta oggi a scrivere SMS nelle occasioni più bizzarre, a consultare internet per sapere se le previsioni meteorologiche dànno bel tempo, anziché guardare fuori dalla finestra.

Quanto sono arrivato lontano, partendo da un argomento semplice semplice.
In origine era tutto riassunto in una letterina:
Ho letto con interesse l'articolo sulla deriva della grammatica italiana nell'uso comune, sono rimasto però perplesso su alcuni contenuti.
In due virgolettati (che immagino quindi conformi agli originali), leggo gli interventi di due esperti di linguistica.
Fra le varie argomentazioni, il primo afferma: "Nella Prima Repubblica c'era un modello democristiano e uno comunista".
Mi auguro si tratti di un refuso, sulla coniugazione del verbo. Poi proseguo nell'articolo e leggo in una frase del secondo intervistato: "Anche le ''convergenze parallele'' di Moro era un'espressione ambigua e surreale", e qui comincio ad essere sospettoso, verso il nuovo possibile refuso, tanto da pensare più a una frase complessivamente scritta (o detta) male.

La mia tolleranza verso l'italiano scorretto, quando è espresso da chi si occupa di comunicazione pubblica, è decisamente bassa. Se poi sono io ad accorgermene (che non sono un esperto) prima ancora che l'Accademia della Crusca, lo trovo decisamente grave.
Nella lettura dei quotidiani mi sembra poi che la situazione sia peggiorata con una progressione inquietante. Errori fino nei titoli principali, che anche il più vetusto correttore ortografico avrebbe risolto. La fretta di vendere informazione, oppure la riduzione delle risorse economiche assegnate, sembrano aver decretato a loro volta la decadenza della lingua.

Forse l'articolo andava interpretato diversamente? Dovevo desumerne che la decadenza del linguaggio ha ormai attaccato anche coloro che dovrebbero salvarlo?
Comprendo l'indulgenza dei tecnici del linguaggio, che nel tempo concedono sempre più aperture verso nuove espressioni e nuovi termini: in fondo la lingua è viva, si plasma, cambia secondo necessità.
Trovo però indisponente che i cambiamenti siano dettati da un progressivo abbassamento culturale, anziché da una crescita.