Non so quante volte ho letto e sentito quelle frasi famose, che descrivono il mondo intorno allo giuoco del calcio come violento e contro cui è necessario prendere provvedimenti. Di solito avviene dopo qualche evento tragico eclatante, come quello avvenuto nello scorso venerdì sera, in cui un agente di polizia è caduto morto (o se preferite vittima) in uno scontro.
Tanta indignazione popolare crea una seria stonatura, se la confrontiamo con quello che succede ogni volta che si presenta lo spettacolo di una partita di calcio. Perché a ben vedere, che prima o poi ci scappasse (di nuovo) il morto non doveva sorprendere nessuno. Ad ogni turno di campionato si replicano violenze e danneggiamenti, che ormai non fanno più notizia, tranne che per i casi particolari, ovviamente.
Quello che mi ha infastidito, nel vedere le scene della guerriglia urbana, che hanno portato alla recente tragedia, è il motivo dietro alla guerriglia.
Non erano scene di battaglia da qualche ex-repubblica sovietica, e neppure dalla Birmania o Indonesia. Non erano neppure gli argentini o i boliviani.
Erano semplicemente dei violenti, senza rivendicazioni sociali o umanitarie da fare, ma per i quali non abbiamo strumenti educativi e di contenimento. Così è stato sancito, da sempre, che le distruzioni siano ammissibili, tollerate, impunite, quando il pretesto è una partita di calcio.
La vera vergogna è di essere cittadini di una nazione che ha tollerato finora questo fatto.
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