Torno con un breve racconto sui cosiddetti calcolatori personali a forma di tavoletta, o se vogliamo tablet PC, perché mi sono trovato veramente sorpreso ed emozionato nel leggerlo a mia volta.
In verità l'origine della storia non è certo un racconto di fantasia, ma una pubblicazione scientifica, relativa ad una conferenza dell'associazione per il calcolo automatico.
In questo ristretto universo dell'informatica contemporanea (periodo compreso entro poche settimane o mesi, da cui queste parole vengono scritte), dove è sufficiente uno show di presentazione per eleggere un prodotto a nuova tavola della legge, è veramente sorprendente leggere l'articolo di Alan Kay che ho pescato in rete. Un articolo che direi notevole per due o tre punti.
Il signor Kay ci racconta di un computer di uso personale ("posseduto dall'utente [...] con un costo non superiore a quello di un televisore"), portatile ("l'utente può trasportare facilmente il dispositivo con sé insieme ad altre cose"). Con una dotazione di funzioni che ci paiono quasi usuali: uno schermo piatto, tastiera sul lato inferiore o direttamente touch screen, interfacciabile con un sistema di trasferimento dati e ricarica della batteria (come USB), così come con una memoria di massa e con comunicazione diretta con altri dispositivi simili (come wi-fi o Bluetooth). E ancora, con interfaccia grafica adeguata alla visualizzazione, per finire col diventare un dispositivo principalmente di uso educativo, come un e-book reader.
Quello che ho descritto suona per tutti normale. Se poi aggiungessi che questo signor Kay ha lavorato anche per Apple, sembrerebbe pure ovvio.
Ma non ho ancora scritto qui alcuni dati fondamentali sull'articolo. La cosa più sconvolgente è che l'articolo è datato agosto 1972. Sì, risale esattamente a trentanove anni fa. Se fate anche solo mente locale, potrete realizzare che non solo in quell'epoca non esisteva ancora Apple, ma non esisteva niente che potesse sembrare un computer portatile, e perfino non esistevano i personal computer.
Il signor Kay lavorava infatti per Xerox, nei laboratori californiani dove venivano (realmente) inventate tutte quelle cose con cui oggi qualche santone del marketing cerca di stupirci: i personal computer, le interfacce grafiche a finestre, il mouse per computer, i tablet PC (per l'appunto), fino alle stampanti laser e ai sistemi di grafica professionale.
E' emozionante vedere quanto il signor Kay avesse predetto del futuro, con così poche realizzazioni pratiche nelle mani, ma senza strafare in fantascienza.
Appare invece sconsolante come negli anni a seguire, chiunque abbia beneficiato di quelle ricerche, abbia cercato di raggirare tutti con promesse di prodotti "innovativi", se non addirittura "magici". Penso al signor Steve Jobs, che ha impiegato una decina d'anni per vendere una copia dei sistemi Xerox su larga scala, passando per un flop clamoroso (per chi ha visto, come me, l'Apple "Lisa"). E dopo aver avuto come collaboratore nientemeno che Kay, ha impiegato quasi quarant'anni per creare la nuova copia di un progetto dei primi anni '70, per definirlo "un oggetto magico".
Semplicemente imbarazzante, per chi lo guarda dall'esterno, per un laico. Per chi invece segue la dottrina, l'ultima parola, dell'ultima convention, è il verbo. Alla faccia della storia.
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