Mi viene da pensare che sia nella socialità umana, dove si creano i primi terrori delle diversità.
La creazione del gruppo, della società (intesa come singolo nucleo), impone che si mettano in comune delle caratteristiche. Chi non ha quelle caratteristiche diventa istantaneamente esterno al gruppo.
Esterno, in quel caso, implica diverso. Ed essere diverso dal gruppo può generare il terrore che si attenti all'integrità del gruppo stesso.
Il gruppo citato sopra, aldilà di quello tribale di origine, ha assunto nel tempo un polimorfismo ragguardevole. Anzitutto i suoi confini sono variabili, anche perché un gruppo può contenere altri gruppi più piccoli, per non parlare delle intersezioni -- se ricordate un minimo della teoria degli insiemi, imparata nella scuola elementare.
I gruppi, sono come aspetto più esteriore, le classificazioni che diamo ogni giorno, spesso costruite con asserzione di appartenenza e di non appartenenza, ad esempio italiani e non-italiani.
Un altro metodo è la creazione di gruppi per i quali l'appartenenza è "facilmente" esclusiva, come donne e uomini, bianchi e neri, e così via.
L'evoluzione, i tempi che comunque cambiavano, hanno poi spesso dimostrato che tanti di questi gruppi non erano così rigidi, come ce l'immaginavamo. Con i nuovi terrori sull'integrità e la stabilità di questi gruppi -- e quando se ne fa parte può diventare un vero terrore.
Si è creato da sempre un sospetto quindi, versi gli individui a cavallo di due o più gruppi, fra quelli che si è sempre cercato di consolidare. L'omosessualità o la bisessualità, la colorazione della pelle che non ci sembra decisa, forniscono un esempio pratico ed evidente.
Ma ci sono anche tante altre situazioni meno comuni. Ricordo ad esempio un caso, di una persona di origini nobili, che mi raccontava del suo disappunto nei confronti della ricca borghesia, perché in fondo non erano del tutto plebei, ma ostentavano anche modi falsamente aristocratici: una pericolosa mistura, a suo parere.
Le preoccupazioni sulla diversità sono ovviamente legate anche alla cultura di base, in paesi diversi possono essere valutati dei criteri di separazione diversi.
Lo stimolo a questa riflessione mi è venuto dalla recensione in breve di un libro, di una neuropsichiatra che affronta la diversità del cervello femminile rispetto a quello maschile.
La separazione dei gruppi uomini/donne è un argomento particolarmente scottante dal secolo scorso. Se da un lato la separazione dei gruppi era assodata in passato, con ruoli ben definiti, c'è stato un tentativo costante di riunificazione sotto la giusta pressione delle pari opportunità. Come non bastasse è nato il sentimento per una nuova divisione dei gruppi, ma con regole diverse, nel periodo della rivoluzione sessuale e l'affermazione del femminismo.
Così adesso le regole sono due: la prima è che tutti debbano essere uguali, anche in ciò che li diversifica. La seconda è che ciò che ci diversifica non è quello che potete pensare, ma una cosa del tutto diversa. Per estensione, la seconda regola ha un corollario, per cui se proprio lo volete sapere, l'altro sesso è diverso dal vostro perché migliore.
Non ha poi importanza se siete di sesso maschile o femminile: le due regole sopra sono costruite in modo che siano sempre applicabili.
La signora Louann Brizendine, autrice del libro suddetto, ha molte idee sulle diversità. Idee legate a fenomeni fisiologici, che immagino sia difficile controbattere.
Forse proprio perché difficili da argomentare, generano una nuova inquietudine.
Insomma, hanno impiegato decine d'anni per rendere tutti uguali, e lei arriva a dirci che non lo siamo. Com'è fortunatamente vero.
E' una fortuna non esserlo infatti, visto davvero come un fenomeno positivo, di arricchimento.
Il guaio, è per certe culture rigide, lente nei cambiamenti, come quella americana, a cui la signora Brizendine appartiene. Non che ce ne siano molte di flessibili (non me ne sovviene alcuna degna di nota), ma ci sono eccessi facili da riconoscere.
Il polverone che ha sollevato vale per due visioni differenti dei gruppi maschili/femminili. Quelli che vedono l'altro gruppo come inferiore, e nel caso specifico le donne come inferiori, trovano di che arrabbiarsi di fronte a un libro che narra di ricchezza nelle diversità al femminile. Quelle che avevano cercato in ogni modo di uniformarsi, di apparire più uguali possibili agli uomini, si vedono nuovamente dipinte come diverse.
Sono convinto che ben pochi siano convinti come me che la cosa sia da prendersi come semplice fatto scientifico. Se la ricerca è ben fatta, con il giusto metodo, conferma che oltre alla conformazione fisica esteriore diversa, o comunque quella più facilmente visibile, abbiamo anche diversità neurologiche. Bene: è anche utilissimo da sapersi per risolvere i problemi di salute. E dov'è il problema?
Il problema è ben altro. E' il solito problema di discriminazione nelle attitudini.
Vogliamo, esigiamo, una regola che ci dica chiaramente chi può fare cosa. Sentiamo questa necessità di creare caste, doveri, limitazioni, che garantiscano dei gruppi forti. Se fiutiamo la minima differenza vince il terrore: fuori dal gruppo chi non vi appartiene.
Vorrei inoltre sottolineare che questa mentalità del gruppo, come protezione, non è esclusivamente negativa, come allo stesso tempo non è esclusiva di una sola tipologia di gruppi.
Si creano allo stesso modo anche i gruppi degli esclusi, che finiscono per ripetersi nel comportamento dei gruppi che li hanno esclusi. Gli esempi sono nei gruppi di persone di colore, escluse dai gruppi dei bianchi, che hanno quindi creato insiemi in cui non sono accettati i bianchi, esattamente come capitava a loro. Oppure nelle rivolte al maschilismo, con la creazione di un femminismo equivalente.
Il problema reale, come me lo figuro io, è l'accettazione della diversità e la sua libertà.
Questo non si risolve con un'associazione d'individui del gruppo X contro quelli Y e Z che vogliono privarli della libertà di esistere. Questo è uno di quei casi in cui tutti devono essere consapevoli della libertà di esistere, di questo gruppo X. La libertà deve essere concessa anche a chi è diverso da noi. E questo, con tutta la nostra buona volontà, nonostante tutte le nostre buone qualità, non sappiamo ancora farlo.
lunedì, luglio 24, 2006
Spiegare la Giustizia
Se nella precedente Legislatura erano commisti, nella maggioranza di Governo, numerosi personaggi con sentenze penali in giudicato (e quindi a tutti gli effetti legali dei delinquenti), nella presente si è cambiato qualcosa.
Ora, infatti, il signor Cesare Previti, per citarne uno, è stato costretto a dimettersi dall'incarico. Vive in detenzione domiciliaria, con tanto di permesso per uscire di casa, scortato dalle guardie, s'intende. Con una certa età, e come ho già osservato altre volte, che chiedere di più dalla vita?
Dopo che ha spadroneggiato con arroganza, corrompendo magistrati, per raggiungere fini economici propri e dei propri clienti.
Ecco cosa chiedere: la sospensione della pena.
E' cambiato decisamente qualcosa, ora infatti non ha più bisogno di essere nel Governo, per manovrare le leggi, c'è comunque chi lo farà per lui.
Chi è il signor Clemente Mastella? Che copra la carica istituzionale di attuale Ministro della Giustizia è un dato di fatto. Aldilà di questo però, chi è il personaggio?
E' nella maggioranza di Governo come "appoggio esterno". In che cosa si traduca è evidente: la garanzia che il cambio di maggioranza non porti eccessivi disagi a chi ha ceduto il passo.
Il personaggio che rappresenta è un vero monito. Sta a significare infatti che non c'è stata nessuna svolta epocale. Che il suo saltellare da destra a sinistra sarà una continua garanzia, perché qualcuno possa sempre svicolare dalle maglie della Giustizia. Lui si accontenta di essere sempre al potere, in qualche modo, ricambiando una parte o l'altra.
E' il vero politico, abile maneggiatore, sempre con le mani nella peggiore melma, da cui le tira fuori pulite come quelle di un chirurgo, in apparenza.
Sarebbe anche curioso sapere chi sia quell'uno virgola quattro per cento d'italiani che l'ha messo lì dov'è. Sì, perché grazie ad una percentuale così esigua di voti, in questa approssimazione incerta della democrazia, ha ottenuto un ruolo chiave.
Un ruolo che permetterà a breve, molto probabilmente, di liberalizzare i reati di concussione, corruzione, abuso d'ufficio, e chi più ne ha più ne metta.
Questa è di sicuro una liberalizzazione contro cui scenderà ben poca gente in piazza, complice anche la calura estiva e la transumanza degl'italiani al mare.
E' da solo, che deve sostenere il suo delicato incarico, il signore detto sopra?
No, decisamente no. Non è il solo politico capace nel rimestare nel torbido, per garantire solidità a se stesso e a chi appoggia. Cito ad esempio una frase, già citata anche nel weblog di Marco Travaglio di oggi
Insomma, gli affari sporchi sono un fenomeno del tutto trasversale.
Vorrei soltanto che qualcuno ci spiegasse la Giustizia, di tanto in tanto, per ricordarci cos'è, come funziona, e perché è tanto scomodo applicarla in questo Paese.
Ora, infatti, il signor Cesare Previti, per citarne uno, è stato costretto a dimettersi dall'incarico. Vive in detenzione domiciliaria, con tanto di permesso per uscire di casa, scortato dalle guardie, s'intende. Con una certa età, e come ho già osservato altre volte, che chiedere di più dalla vita?
Dopo che ha spadroneggiato con arroganza, corrompendo magistrati, per raggiungere fini economici propri e dei propri clienti.
Ecco cosa chiedere: la sospensione della pena.
E' cambiato decisamente qualcosa, ora infatti non ha più bisogno di essere nel Governo, per manovrare le leggi, c'è comunque chi lo farà per lui.
Chi è il signor Clemente Mastella? Che copra la carica istituzionale di attuale Ministro della Giustizia è un dato di fatto. Aldilà di questo però, chi è il personaggio?
E' nella maggioranza di Governo come "appoggio esterno". In che cosa si traduca è evidente: la garanzia che il cambio di maggioranza non porti eccessivi disagi a chi ha ceduto il passo.
Il personaggio che rappresenta è un vero monito. Sta a significare infatti che non c'è stata nessuna svolta epocale. Che il suo saltellare da destra a sinistra sarà una continua garanzia, perché qualcuno possa sempre svicolare dalle maglie della Giustizia. Lui si accontenta di essere sempre al potere, in qualche modo, ricambiando una parte o l'altra.
E' il vero politico, abile maneggiatore, sempre con le mani nella peggiore melma, da cui le tira fuori pulite come quelle di un chirurgo, in apparenza.
Sarebbe anche curioso sapere chi sia quell'uno virgola quattro per cento d'italiani che l'ha messo lì dov'è. Sì, perché grazie ad una percentuale così esigua di voti, in questa approssimazione incerta della democrazia, ha ottenuto un ruolo chiave.
Un ruolo che permetterà a breve, molto probabilmente, di liberalizzare i reati di concussione, corruzione, abuso d'ufficio, e chi più ne ha più ne metta.
Questa è di sicuro una liberalizzazione contro cui scenderà ben poca gente in piazza, complice anche la calura estiva e la transumanza degl'italiani al mare.
E' da solo, che deve sostenere il suo delicato incarico, il signore detto sopra?
No, decisamente no. Non è il solo politico capace nel rimestare nel torbido, per garantire solidità a se stesso e a chi appoggia. Cito ad esempio una frase, già citata anche nel weblog di Marco Travaglio di oggi
"Se non lasciamo nel testo la possibilità di far beneficiare dell'indulto anche Cesare Previti, Forza Italia non voterà con noi questo provvedimento. E vorrei ricordare a tutti che il quorum per farlo passare è di due terzi".
(Pierluigi Mantini, capogruppo dell'Ulivo in commissione Giustizia, Ansa, 20 luglio 2006).
Insomma, gli affari sporchi sono un fenomeno del tutto trasversale.
Vorrei soltanto che qualcuno ci spiegasse la Giustizia, di tanto in tanto, per ricordarci cos'è, come funziona, e perché è tanto scomodo applicarla in questo Paese.
martedì, luglio 18, 2006
Terrorismi possibili
C'è stato l'accordo fra il Governo e le associazioni dei tassisti, così leggo dai quotidiani.
Con una chiara dimostrazione: che loro sono autorizzati a fare del terrorismo un modo per essere ascoltati.
Non vedo un'altra spiegazione, dopo le minacce di violenza che hanno portato sia a personaggi politici, che ai giornalisti -- un giornalista del Corriere della Sera è stato minacciato anche sul profilo privato, con riferimenti assai espliciti ("Sappiamo chi sei e dove vivi").
E pensare che la precedente legislatura si era adombrata per un singolo contestatore, che aveva lanciato un oggetto contundente verso il Presidente del Consiglio (seppure non per la sua funzione istituzionale). Adesso, da coalizione d'opposizione, marcia invece felicemente sul punto che essere dei selvaggi violenti è una cosa giusta.
Insomma, questa è una forma di terrorismo possibile e che dà buoni frutti.
Se prima avevo un'opinione di profondo sconforto, per il servizio taxi in Italia, posso affermare con certezza che adesso, aldilà delle mie previsioni, è molto peggiorata.
Desidero poi sottolineare che a ben pensarci, non riesco a ricordare alcuna contestazione violenta, di qualsiasi classe lavorativa, che sia stata accolta così rapidamente.
Mi vengono alla mente due casi: il primo, che si abbiano dei concertatori molto abili al Governo, il secondo, che ci sia chi detta legge ben aldisopra. E non me ne vogliano i governanti, se non li reputo eccezionali.
Con una chiara dimostrazione: che loro sono autorizzati a fare del terrorismo un modo per essere ascoltati.
Non vedo un'altra spiegazione, dopo le minacce di violenza che hanno portato sia a personaggi politici, che ai giornalisti -- un giornalista del Corriere della Sera è stato minacciato anche sul profilo privato, con riferimenti assai espliciti ("Sappiamo chi sei e dove vivi").
E pensare che la precedente legislatura si era adombrata per un singolo contestatore, che aveva lanciato un oggetto contundente verso il Presidente del Consiglio (seppure non per la sua funzione istituzionale). Adesso, da coalizione d'opposizione, marcia invece felicemente sul punto che essere dei selvaggi violenti è una cosa giusta.
Insomma, questa è una forma di terrorismo possibile e che dà buoni frutti.
Se prima avevo un'opinione di profondo sconforto, per il servizio taxi in Italia, posso affermare con certezza che adesso, aldilà delle mie previsioni, è molto peggiorata.
Desidero poi sottolineare che a ben pensarci, non riesco a ricordare alcuna contestazione violenta, di qualsiasi classe lavorativa, che sia stata accolta così rapidamente.
Mi vengono alla mente due casi: il primo, che si abbiano dei concertatori molto abili al Governo, il secondo, che ci sia chi detta legge ben aldisopra. E non me ne vogliano i governanti, se non li reputo eccezionali.
Priorità postali
Non è difficile capire cosa si celi dietro la semplificazione dell'affrancatura postale, con l'introduzione della sola posta prioritaria.
Ovviamente è semplificato il meccanismo di gestione della posta, unificandolo. Ed appare altrettanto ovvio che quei venti centesimi in più, per una lettera, siano un'abile mascheratura per aumentare il costo del servizio.
Del resto ci si potrebbe felicitare di avere comunque solo il servizio più efficiente: oppure no?
Fino ad alcuni mesi fa ricevevo posta regolare, con degli avvisi di scadenze, che mi arrivavano da un vicino capoluogo di provincia. Visto che il mio studio si trova in una zona commercialmente e industrialmente attiva, si può pensare che comunque il tragitto fosse rapido, in quegli otto o nove chilometri, fra me e chi mi spediva le lettere (direttamente dall'ufficio postale centrale della provincia).
Il tempo di percorrenza medio si attestava sui sette giorni. Sì, poco più di un chilometro al giorno, meno di quanto sia necessario per una passeggiata salutare.
Registravo solitamente tempi dimezzati per la corrispondenza con altre nazioni europee, rispetto a quella che arrivava da soli otto chilometri.
Tanto che ad un certo punto ho segnalato l'inutilità delle lettere, a chi mi spediva gli avvisi di scadenze: mi arrivavano regolarmente quando la scadenza era trascorsa.
L'esordio della posta prioritaria fu accompagnato dal solito sensazionalismo della novità.
Era possibile ricevere posta in una sola giornata, in un'altissima percentuale di casi, o così dicevano. Sperimentai subito il servizio con chi intrattenevo corrispondenza privata, ottenendo risultati mediocri, ma abbastanza vicini alle affermazioni pubblicitarie.
Per la posta professionale mi avvalgo talvolta anche del servizio di posta celere, vista la necessità di avere più garanzie sul tempo rapido e sulla tracciabilità.
Anche in questo caso però la "soddisfazione del servizio" trovo che sia modesta. L'ufficio postale che ho più vicino mi richiede di consegnar loro i plichi di posta celere entro la mattinata, nonostante il loro orario di apertura sia fino a sera. Per cui alle 24 ore di transito si aggiunge una giornata intera. Se mi azzardo a passare dopo l'una del pomeriggio sono capaci di non accettare la spedizione chiedendomi, molto infastiditi, di ripassare la mattina dopo. In fondo sono io, a far loro una cortesia, si sa.
Il tempo, degli utenti dei servizi postali, è decisamente fuori da qualsiasi priorità.
Anni fa, molti uffici postali cominciarono a realizzare gli impianti per la numerazione di priorità allo sportello, con segnalazione luminosa del numero servito. Qualche ufficio era riuscito anche a completare l'opera: prima dello stop ricevuto dalla direzione centrale.
In un'intervista televisiva, al cui ascolto rimasi assai perplesso, uno dei responsabili della riorganizzazione degli uffici postali disse "E' molto meglio secondo la filosofia che abbiamo impostato non aspettare che aspettare bene".
Devo dire che nell'ufficio postale dove mi reco più spesso, la coda informe che esce fino fuori dalla porta principale, genera molti dubbi. Senza contare i frequenti alterchi, che qualche volta sono addirittura degenerati in vere risse, sedate con l'espulsione forzata dei litiganti.
E' del resto vero che di concorrenza non ne hanno, per cui la qualità del servizio può restare mediocre: fino a che non diventa davvero insopportabile. Del resto si sa come vanno le cose fatte all'italiana, abbiamo acquisito il torpore necessario a subirle.
Finché non ci sono obblighi diversi, la priorità è fare cassa.
Ovviamente è semplificato il meccanismo di gestione della posta, unificandolo. Ed appare altrettanto ovvio che quei venti centesimi in più, per una lettera, siano un'abile mascheratura per aumentare il costo del servizio.
Del resto ci si potrebbe felicitare di avere comunque solo il servizio più efficiente: oppure no?
Fino ad alcuni mesi fa ricevevo posta regolare, con degli avvisi di scadenze, che mi arrivavano da un vicino capoluogo di provincia. Visto che il mio studio si trova in una zona commercialmente e industrialmente attiva, si può pensare che comunque il tragitto fosse rapido, in quegli otto o nove chilometri, fra me e chi mi spediva le lettere (direttamente dall'ufficio postale centrale della provincia).
Il tempo di percorrenza medio si attestava sui sette giorni. Sì, poco più di un chilometro al giorno, meno di quanto sia necessario per una passeggiata salutare.
Registravo solitamente tempi dimezzati per la corrispondenza con altre nazioni europee, rispetto a quella che arrivava da soli otto chilometri.
Tanto che ad un certo punto ho segnalato l'inutilità delle lettere, a chi mi spediva gli avvisi di scadenze: mi arrivavano regolarmente quando la scadenza era trascorsa.
L'esordio della posta prioritaria fu accompagnato dal solito sensazionalismo della novità.
Era possibile ricevere posta in una sola giornata, in un'altissima percentuale di casi, o così dicevano. Sperimentai subito il servizio con chi intrattenevo corrispondenza privata, ottenendo risultati mediocri, ma abbastanza vicini alle affermazioni pubblicitarie.
Per la posta professionale mi avvalgo talvolta anche del servizio di posta celere, vista la necessità di avere più garanzie sul tempo rapido e sulla tracciabilità.
Anche in questo caso però la "soddisfazione del servizio" trovo che sia modesta. L'ufficio postale che ho più vicino mi richiede di consegnar loro i plichi di posta celere entro la mattinata, nonostante il loro orario di apertura sia fino a sera. Per cui alle 24 ore di transito si aggiunge una giornata intera. Se mi azzardo a passare dopo l'una del pomeriggio sono capaci di non accettare la spedizione chiedendomi, molto infastiditi, di ripassare la mattina dopo. In fondo sono io, a far loro una cortesia, si sa.
Il tempo, degli utenti dei servizi postali, è decisamente fuori da qualsiasi priorità.
Anni fa, molti uffici postali cominciarono a realizzare gli impianti per la numerazione di priorità allo sportello, con segnalazione luminosa del numero servito. Qualche ufficio era riuscito anche a completare l'opera: prima dello stop ricevuto dalla direzione centrale.
In un'intervista televisiva, al cui ascolto rimasi assai perplesso, uno dei responsabili della riorganizzazione degli uffici postali disse "E' molto meglio secondo la filosofia che abbiamo impostato non aspettare che aspettare bene".
Devo dire che nell'ufficio postale dove mi reco più spesso, la coda informe che esce fino fuori dalla porta principale, genera molti dubbi. Senza contare i frequenti alterchi, che qualche volta sono addirittura degenerati in vere risse, sedate con l'espulsione forzata dei litiganti.
E' del resto vero che di concorrenza non ne hanno, per cui la qualità del servizio può restare mediocre: fino a che non diventa davvero insopportabile. Del resto si sa come vanno le cose fatte all'italiana, abbiamo acquisito il torpore necessario a subirle.
Finché non ci sono obblighi diversi, la priorità è fare cassa.
lunedì, luglio 17, 2006
Limiti all'ebbrezza
Leggendo una notizia d'agenzia, di pochi minuti fa, ho avuto lo spunto di riflessione su degli annosi problemi.
La giovane figlia di una signora molto nota, nel mondo dello spettacolo, ha avuto un serio incidente, cercando di fare un tuffo in mare di notte, finendo invece sugli scogli. Collegato al triste accaduto, che ha creato un grave trauma alla ragazza, leggo il fatto che sia stato multato il gestore di un bar, reo di aver venduto alcolici alla minorenne.
Il primo dato di fatto è che i limiti, posti dalla legge all'abuso di alcune sostanze, come gli alcolici o gli stupefacenti, sono spesso facilmente valicati.
Sfido chiunque a presentare un giovane visibilmente minorenne, in un bar o una tabaccheria, per riprovare il contrario. Non gli sarà mai negata una bottiglia di birra, e sospetto lo stesso per un pacchetto di sigarette.
Nessun limite ovviamente per chi è maggiorenne, anche se visibilmente ebbro: finché non infastidisce gli si versa tutto quel che paga.
Qualche limite è stato tentato per altre sostanze tossiche, generatrici di dipendenza al pari della nicotina, ma di effetto più forte.
Non è da sottovalutare il deciso cambiamento di mercato degli stupefacenti, che vedono un calo di narcotici come l'eroina, in favore di stimolanti come la cocaina. Dallo stato del tossicodipendente considerato ai margini della società, si è passati alla tossicodipendenza come accettazione nella società: il consumatore di cocaina è stimolato sul lavoro, si sente vivace con gli altri.
Il breve elenco fatto sopra non pretende di mettere tutti quei fenomeni allo stesso livello, quanto di marcarne l'escalation, il percorso incrementale.
Chi dovrebbe o potrebbe mettere dei limiti? E anche: perché dovrebbe farlo?
Trovo che la risposta sia molto più complessa di quanto il senso comune ci porti a pensare. La prima avversione che abbiamo per questi fenomeni di dipendenza, e di degrado della persona, è solitamente un insieme di dettami culturali. Questo ci porta a sopravvalutare o sottovalutare facilmente molti aspetti.
Anche sulle modalità di limitazione, si hanno esempi dal passato che riteniamo spesso validi, mentre magari è necessario ripensarli al tempo presente.
E' evidente che serva anzitutto una protezione verso chi è molto giovane, e quindi può rischiare maggiormente la salute, sia in visione della sua crescita fisica che psicologica.
L'ostacolo maggiore non sembra però essere il buonsenso dei molto giovani, quanto la mancanza di indicazioni educative dagli adulti. Serve un tipo di messaggio che sia assimilabile, sulla pericolosità di ciò che si va a fare. Un messaggio che chiaramente non viene passato, dalla famiglia da un lato, così come dal venditore del prodotto, dall'altro.
Investire di una responsabilità educativa il commerciante, dietro al bancone del bar o della tabaccheria, trova la resistenza della mentalità del profitto. Una bottiglia di birra venduta in meno equivale a una perdita; vendendola si crea inoltre un nuovo potenziale cliente.
La responsabilità morale non riesce sempre a superare questo pensiero, come non supera il pensiero di non pericolosità del gesto ("in fondo è solo una birra").
Questo secondo aspetto è esso stesso fuorviante. Se da una parte la pericolosità di una singola bottiglia di birra, poco alcolica, può essere effettivamente limitata, non si ha però garanzia che non sia la prima di una decina, o una dozzina. In questo caso dovrebbe aver supplito una precedente educazione familiare, aver dato un senso del limite per i propri eccessi.
La difficoltà prima, nell'educazione familiare, pare che sia quella della giusta misura, ovvero nel saper trovare una via di mezzo fra la rigidità (spesso tipica di ambienti più antichi) e il completo lassismo (più comune negli ambienti moderni).
Il mio pensiero è che ci sia una matrice comune all'educazione molto rigida e a quella molto permissiva: entrambe evitano di valorizzare l'individuo in oggetto. Non viene cioè educato al valore della persona.
Nel caso di eccesso di rigidità viene anteposto un valore morale, familiare o della società, come prioritario. Screditando in questo modo qualsiasi spinta della giovane o del giovane, ad affermarsi. Si costruisce l'immagine del mondo con pochi e indiscutibili valori superiori.
Quando invece la permissività decade nell'abbandono, le linee guida sono di per sé mancanti di ogni valore dato per importante. A niente viene dato un valore, men che meno a colei o colui che viene educato, in una visione che rende tutto il mondo paritetico, ma in quanto tutto al livello minimo.
L'alternanza e l'abbondanza di questi due modelli, con i loro eccessi, rende difficile chiarire quali sono i limiti e perché ci siano dei limiti.
Mimando queste due situazioni, la maggior parte della gente si allinea sulla posizione di forte chiusura (proibizionismo) o di eccessiva tolleranza (antiproibizionismo, se la parola potesse rendere l'immagine).
Riportando tutto sul piano pratico, sul rischio incrementale per la salute, quali limiti e soluzioni si dovrebbero porre?
E' difficile dire anche questo. Certamente, l'avere strumenti giuridici che vengono nei fatti scavalcati del senso comune, è disastroso (e c'includo l'inapplicato divieto di vendita di alcool e tabacchi ai minorenni). D'altra parte non è inasprendo questi meccanismi che si garantisce comprensione.
Il fenomeno più grave, in proposito alle tossicodipendenze più rilevanti, è poi a seguire: se non si risolvono in modo progressivo, impercettibile oserei dire, le cause delle dipendenze più semplici, non vedo grandi trovate.
Va lasciata sicuramente una libertà di scelta a chi è dotato degli strumenti per farlo. Questo significa che ad un minorenne, per cui l'alcool può essere anche un pericolo fisiologico al suo processo di crescita, va posto un limite. E' un discorso con implicazioni notevoli, perché neppure un adulto potrebbe invece riuscire a liberarsi dalla dipendenza della nicotina, vista la comprovata azione a livello fisiologico.
Ma in fondo, queste sono solo parole leggere. Suppongo che il mondo andrà avanti ancora a lungo, con la mazza di ferro e il guanto di velluto, senza curarsene.
Chissà.
La giovane figlia di una signora molto nota, nel mondo dello spettacolo, ha avuto un serio incidente, cercando di fare un tuffo in mare di notte, finendo invece sugli scogli. Collegato al triste accaduto, che ha creato un grave trauma alla ragazza, leggo il fatto che sia stato multato il gestore di un bar, reo di aver venduto alcolici alla minorenne.
Il primo dato di fatto è che i limiti, posti dalla legge all'abuso di alcune sostanze, come gli alcolici o gli stupefacenti, sono spesso facilmente valicati.
Sfido chiunque a presentare un giovane visibilmente minorenne, in un bar o una tabaccheria, per riprovare il contrario. Non gli sarà mai negata una bottiglia di birra, e sospetto lo stesso per un pacchetto di sigarette.
Nessun limite ovviamente per chi è maggiorenne, anche se visibilmente ebbro: finché non infastidisce gli si versa tutto quel che paga.
Qualche limite è stato tentato per altre sostanze tossiche, generatrici di dipendenza al pari della nicotina, ma di effetto più forte.
Non è da sottovalutare il deciso cambiamento di mercato degli stupefacenti, che vedono un calo di narcotici come l'eroina, in favore di stimolanti come la cocaina. Dallo stato del tossicodipendente considerato ai margini della società, si è passati alla tossicodipendenza come accettazione nella società: il consumatore di cocaina è stimolato sul lavoro, si sente vivace con gli altri.
Il breve elenco fatto sopra non pretende di mettere tutti quei fenomeni allo stesso livello, quanto di marcarne l'escalation, il percorso incrementale.
Chi dovrebbe o potrebbe mettere dei limiti? E anche: perché dovrebbe farlo?
Trovo che la risposta sia molto più complessa di quanto il senso comune ci porti a pensare. La prima avversione che abbiamo per questi fenomeni di dipendenza, e di degrado della persona, è solitamente un insieme di dettami culturali. Questo ci porta a sopravvalutare o sottovalutare facilmente molti aspetti.
Anche sulle modalità di limitazione, si hanno esempi dal passato che riteniamo spesso validi, mentre magari è necessario ripensarli al tempo presente.
E' evidente che serva anzitutto una protezione verso chi è molto giovane, e quindi può rischiare maggiormente la salute, sia in visione della sua crescita fisica che psicologica.
L'ostacolo maggiore non sembra però essere il buonsenso dei molto giovani, quanto la mancanza di indicazioni educative dagli adulti. Serve un tipo di messaggio che sia assimilabile, sulla pericolosità di ciò che si va a fare. Un messaggio che chiaramente non viene passato, dalla famiglia da un lato, così come dal venditore del prodotto, dall'altro.
Investire di una responsabilità educativa il commerciante, dietro al bancone del bar o della tabaccheria, trova la resistenza della mentalità del profitto. Una bottiglia di birra venduta in meno equivale a una perdita; vendendola si crea inoltre un nuovo potenziale cliente.
La responsabilità morale non riesce sempre a superare questo pensiero, come non supera il pensiero di non pericolosità del gesto ("in fondo è solo una birra").
Questo secondo aspetto è esso stesso fuorviante. Se da una parte la pericolosità di una singola bottiglia di birra, poco alcolica, può essere effettivamente limitata, non si ha però garanzia che non sia la prima di una decina, o una dozzina. In questo caso dovrebbe aver supplito una precedente educazione familiare, aver dato un senso del limite per i propri eccessi.
La difficoltà prima, nell'educazione familiare, pare che sia quella della giusta misura, ovvero nel saper trovare una via di mezzo fra la rigidità (spesso tipica di ambienti più antichi) e il completo lassismo (più comune negli ambienti moderni).
Il mio pensiero è che ci sia una matrice comune all'educazione molto rigida e a quella molto permissiva: entrambe evitano di valorizzare l'individuo in oggetto. Non viene cioè educato al valore della persona.
Nel caso di eccesso di rigidità viene anteposto un valore morale, familiare o della società, come prioritario. Screditando in questo modo qualsiasi spinta della giovane o del giovane, ad affermarsi. Si costruisce l'immagine del mondo con pochi e indiscutibili valori superiori.
Quando invece la permissività decade nell'abbandono, le linee guida sono di per sé mancanti di ogni valore dato per importante. A niente viene dato un valore, men che meno a colei o colui che viene educato, in una visione che rende tutto il mondo paritetico, ma in quanto tutto al livello minimo.
L'alternanza e l'abbondanza di questi due modelli, con i loro eccessi, rende difficile chiarire quali sono i limiti e perché ci siano dei limiti.
Mimando queste due situazioni, la maggior parte della gente si allinea sulla posizione di forte chiusura (proibizionismo) o di eccessiva tolleranza (antiproibizionismo, se la parola potesse rendere l'immagine).
Riportando tutto sul piano pratico, sul rischio incrementale per la salute, quali limiti e soluzioni si dovrebbero porre?
E' difficile dire anche questo. Certamente, l'avere strumenti giuridici che vengono nei fatti scavalcati del senso comune, è disastroso (e c'includo l'inapplicato divieto di vendita di alcool e tabacchi ai minorenni). D'altra parte non è inasprendo questi meccanismi che si garantisce comprensione.
Il fenomeno più grave, in proposito alle tossicodipendenze più rilevanti, è poi a seguire: se non si risolvono in modo progressivo, impercettibile oserei dire, le cause delle dipendenze più semplici, non vedo grandi trovate.
Va lasciata sicuramente una libertà di scelta a chi è dotato degli strumenti per farlo. Questo significa che ad un minorenne, per cui l'alcool può essere anche un pericolo fisiologico al suo processo di crescita, va posto un limite. E' un discorso con implicazioni notevoli, perché neppure un adulto potrebbe invece riuscire a liberarsi dalla dipendenza della nicotina, vista la comprovata azione a livello fisiologico.
Ma in fondo, queste sono solo parole leggere. Suppongo che il mondo andrà avanti ancora a lungo, con la mazza di ferro e il guanto di velluto, senza curarsene.
Chissà.
venerdì, luglio 14, 2006
Moltiplicazioni miracolose o pericolose?
Probabilmente non sono molto attento, forse sono impreparato sull'argomento, ma ancora mi sfugge il motivo della rivolta dei tassisti verso le nuove norme. Dicendolo meglio: mi sfugge il motivo che possono raccontare in pubblico. In privato immagino che si raccontino la verità, che la liberalizzazione potrebbe portare alla fine dei loro privilegi.
Dopo la prima protesta, i quotidiani si sono subito prodigati a cercare un esempio catastrofico. Hanno scavato per trovare il singolo tassista povero, che fa turni lunghissimi, per pochi soldi. E qualcuno, a ben vedere, è possibile trovarlo. Altra cosa è dimostrare che quella sia la condizione comune, o che la concessione di doppie licenze (peraltro a chi ha già una licenza adesso) sia deleteria.
Quale motivo ufficiale può essere negativo, nel dare la possibilità di raddoppiare i taxi?
Forse vedo la cosa dalla prospettiva degli utenti, che osservo spesso mestamente nell'attesa, in lunghe code. Mi ricordano vagamente le lunghe code per il riso o il pane, nei paesi in guerra.
Sarei curioso di sentire qualcuno che pone la domanda, in pubblico, alle associazioni di categoria: "Perché siete contrari ad aumentare il servizio ai cittadini?"
Da quanto leggo poi, la licenza è appunto moltiplicabile per due (ovvero permettendo a chi ne ha già una, di regolamentare una seconda vettura); se i tassisti sono così avversi, semplicemente non si avvarranno del beneficio, evidentemente opzionale: di chi hanno paura?
Il mio sospetto è che la vera paura, il pericolo, lo vedano chiaramente nella libertà di decidere. Le corporazioni, ormai medievali, che li controllano, hanno il dichiarato terrore di uno Stato che tolga loro i privilegi e l'arroganza. E non mi sorprenderei se la violenza con cui si stanno scatenando degenerasse ancora.
Fornisco la mia opinione col beneficio d'inventario: se qualcuno mi offre una motivazione seria, diversa da quella dei conducenti che si fermano per strada e minacciano fisicamente e verbalmente, allora posso ripensarla diversamente.
Finora ci vedo solo un branco selvaggio.
Dopo la prima protesta, i quotidiani si sono subito prodigati a cercare un esempio catastrofico. Hanno scavato per trovare il singolo tassista povero, che fa turni lunghissimi, per pochi soldi. E qualcuno, a ben vedere, è possibile trovarlo. Altra cosa è dimostrare che quella sia la condizione comune, o che la concessione di doppie licenze (peraltro a chi ha già una licenza adesso) sia deleteria.
Quale motivo ufficiale può essere negativo, nel dare la possibilità di raddoppiare i taxi?
Forse vedo la cosa dalla prospettiva degli utenti, che osservo spesso mestamente nell'attesa, in lunghe code. Mi ricordano vagamente le lunghe code per il riso o il pane, nei paesi in guerra.
Sarei curioso di sentire qualcuno che pone la domanda, in pubblico, alle associazioni di categoria: "Perché siete contrari ad aumentare il servizio ai cittadini?"
Da quanto leggo poi, la licenza è appunto moltiplicabile per due (ovvero permettendo a chi ne ha già una, di regolamentare una seconda vettura); se i tassisti sono così avversi, semplicemente non si avvarranno del beneficio, evidentemente opzionale: di chi hanno paura?
Il mio sospetto è che la vera paura, il pericolo, lo vedano chiaramente nella libertà di decidere. Le corporazioni, ormai medievali, che li controllano, hanno il dichiarato terrore di uno Stato che tolga loro i privilegi e l'arroganza. E non mi sorprenderei se la violenza con cui si stanno scatenando degenerasse ancora.
Fornisco la mia opinione col beneficio d'inventario: se qualcuno mi offre una motivazione seria, diversa da quella dei conducenti che si fermano per strada e minacciano fisicamente e verbalmente, allora posso ripensarla diversamente.
Finora ci vedo solo un branco selvaggio.
martedì, luglio 11, 2006
Un rompicoglioni
Qualche tempo fa il signor Claudio Scajola, mentre ricopriva l'incarico di Ministro dell'Interno, commentò l'assassinio di un collaboratore del Governo, dicendo che nel richiedere una scorta, in quanto minacciato di morte, era "un rompicoglioni".
La parte assurda è che quel commento non era avvenuto prima della morte del professor Biagi, ma proprio dopo.
Questo mi pare emblematico, non è difficile capire cosa ci si potesse aspettare da un individuo del genere, vista la sua offensiva risposta ad un atto che richiedeva i suoi servigi in quanto ministro di questa nazione.
Fu necessaria una sollevazione popolare contro quelle parole, affinché si dimettesse: sintomo ulteriore della completa inettitudine verso un ruolo di serietà istituzionale.
Le cose non finirono lì, fu infatti successivamente reinserito in cariche governative, addirittura nuovamente in carica come ministro.
Le acque si erano calmate, il fango si era nuovamente depositato e poteva tornare a presentarsi come una persona pulita. Gl'italiani hanno memoria corta, l'unica cosa a lungo termine che ricordano è la precedene vittoria ai campionati mondiali di giuoco del calcio.
Adesso che quel signore non fa più parte dello schieramento al governo, ha ottenuto nuovamente una carica statale. Quella di presidente della Commissione Parlamentare di Controllo, ovvero diretto controllore dei servizi segreti.
Notevole conquista, per qualcuno che non aveva neppure saputo svolgere un compito da questore, come assegnare una scorta ad una persona in pericolo di vita -- per non parlare della seguente offesa alla vittima, che suonava un po' come dire 'era un rompicoglioni, bene che l'abbiano ammazzato' (e bisogna essere molto ottimisti, per interpretarla solo così).
Da notare inoltre che è stato promosso all'incarico sia dall'opposizione che dalla maggioranza di Governo.
Speriamo che non liberino mai dalle prigioni del Belgio il pedofilo assassino Marc Dutroux, o potremmo avere i movimenti politici italiani che se lo contendono come Ministro per la Famiglia, o alla peggio per le Pari Opportunità.
La parte assurda è che quel commento non era avvenuto prima della morte del professor Biagi, ma proprio dopo.
Questo mi pare emblematico, non è difficile capire cosa ci si potesse aspettare da un individuo del genere, vista la sua offensiva risposta ad un atto che richiedeva i suoi servigi in quanto ministro di questa nazione.
Fu necessaria una sollevazione popolare contro quelle parole, affinché si dimettesse: sintomo ulteriore della completa inettitudine verso un ruolo di serietà istituzionale.
Le cose non finirono lì, fu infatti successivamente reinserito in cariche governative, addirittura nuovamente in carica come ministro.
Le acque si erano calmate, il fango si era nuovamente depositato e poteva tornare a presentarsi come una persona pulita. Gl'italiani hanno memoria corta, l'unica cosa a lungo termine che ricordano è la precedene vittoria ai campionati mondiali di giuoco del calcio.
Adesso che quel signore non fa più parte dello schieramento al governo, ha ottenuto nuovamente una carica statale. Quella di presidente della Commissione Parlamentare di Controllo, ovvero diretto controllore dei servizi segreti.
Notevole conquista, per qualcuno che non aveva neppure saputo svolgere un compito da questore, come assegnare una scorta ad una persona in pericolo di vita -- per non parlare della seguente offesa alla vittima, che suonava un po' come dire 'era un rompicoglioni, bene che l'abbiano ammazzato' (e bisogna essere molto ottimisti, per interpretarla solo così).
Da notare inoltre che è stato promosso all'incarico sia dall'opposizione che dalla maggioranza di Governo.
Speriamo che non liberino mai dalle prigioni del Belgio il pedofilo assassino Marc Dutroux, o potremmo avere i movimenti politici italiani che se lo contendono come Ministro per la Famiglia, o alla peggio per le Pari Opportunità.
venerdì, luglio 07, 2006
Tax Driver
Veloce come non mai, la conferma alle mie ipotesi recenti sulle liberalizzazioni, è arrivata come attesa.
Ho tre storielle sul tema, ancora da raccontare.
Qualche mese fa lessi un articoletto su il Venerdì (il settimanale abbinato al quotidiano La Repubblica) sul sindaco di un paese del centro Europa (forse di Praga?), che aveva preso a camuffarsi. Si truccava con barba e baffi finti, parrucca e abiti stravaganti, fingendosi un turista straniero.
A quel punto cominciava a farsi scarrozzare per le strade della sua città dai taxi, per capire se era vero che le tariffe verso gli stranieri erano spesso vere e proprie truffe. E scoprì che era tristemente vero, in qualche caso moltiplicate addirittura per quattro volte.
Mise in campo controlli, irrigidì le leggi, riuscendo a ridurre il problema, e tornando di tanto in tanto a camuffarsi da rockstar o da artista italiano, per verificare le migliorie.
L'articoletto mi fece ricordare che dei controlli erano stati fatti in modo formale anche a Firenze, di cui ne avevo letto gli esiti sui quotidiani, uno o due anni fa.
La situazione non era sconfortante, come con le tariffe del caso centroeuropeo, ma certamente non allegra. Un autista su tre abusava infatti del tassametro, facendo figurare cifre diverse, rubando sul cambio delle monete straniere, e anche dimenticando delle convenzioni verso certe categorie (per esempio le donne sole che viaggiano in taxi di notte, a cui spetta uno sconto sostanziale).
I controlli non andarono avanti troppo, infatti erano troppo complessi. Ogni volta doveva essere seguito un taxi dalla partenza alla destinazione, non facendosi scorgere, per poi aspettare la discesa del passeggero e confrontare quanto pagato con il tassametro di riscontro.
Come dire: il 30% degli autisti di taxi era disonesto, ma è troppo complicato multarli tutti. Fine della storia.
Nel '97 feci un viaggio negli Stati Uniti d'America, andando a trovare parecchi amici che vivono là. Anche fra le persone che andai a trovare c'erano degli appassionati viaggiatori, che quando non potevano girare per il resto del mondo, cercavano comunque di farlo nel proprio paese.
Una coppia di amici, in volo dalla costa orientale a quella occidentale degli USA, fece uno scalo a Chicago, dove per varie vicissitudini avrebbero dovuto sorbirsi parecchie ore di attesa per la coincidenza. Decisero allora di prendere un taxi e fare un giro per Chicago, visto che seppure americani, non l'avevano mai visitata.
I taxi americani sono qualcosa di totalmente diverso dalla concezione italiana di "auto che si noleggia col conducente". Anzitutto colpisce la gran quantità che se ne trova per le strade di una grande città. Poi è curiosa la varietà degli autisti di nazionalità straniera, che in qualche caso cercano di portare un tocco del proprio paese nella vettura, come in certi taxi pieni di chincaglierie colorate degne di un tempietto votivo. Indiani, pakistani, moltissimi, e dicono anche qualche italiano, seppure l'unico che ho conosciuto parlava con lo stretto accento del New England e ci teneva solo a raccontarmi che suo nonno era italiano, come dimostrato dal nome sulla targhetta. Ricordo che una notte, a Boston, la targhetta riportava una foto e un nome che decisamente non erano corrispondenti al conducente: vista l'ora tarda mi sono guardato dal farglielo notare, sono stato solo felice di essere riportato sano e salvo a casa.
Tornando agli amici a Chicago, trovarono invece un vero nativo di Chicago. Dopo un po' di chiacchiere capirono subito che il tipo era simpatico e disponibile, così decisero di farsi scarrozzare per tutta la città, mentre quello, da improvvisata guida turistica, raccontava loro di ogni piazza, monumento o jazz club storico.
Dopo che questa amica era tornata a casa, entusiasta del diversivo a Chicago, pensò di fare buon uso del nome del conducente, che nel frattempo si era annotata. Telefonò così alla compagnia di taxi di Chicago, per ringraziarli e per menzionare la persona favolosa che aveva trovato alla guida. La cosa però non fu facile: dopo un po' passaggi fra vari centralinisti e impiegati a disagio, riuscì a parlare con qualcuno che l'ascoltò fino alla fine. A quel punto, l'impiegato, sbigottito dalla telefonata le chiese "Ma lei... non ha chiamato per una lamentela?" "Ma no! Io ho chiamato per ringraziarvi! E per ringraziare questo autista!". L'uomo non riusciva a credere alle proprie orecchie.
Ho tre storielle sul tema, ancora da raccontare.
Qualche mese fa lessi un articoletto su il Venerdì (il settimanale abbinato al quotidiano La Repubblica) sul sindaco di un paese del centro Europa (forse di Praga?), che aveva preso a camuffarsi. Si truccava con barba e baffi finti, parrucca e abiti stravaganti, fingendosi un turista straniero.
A quel punto cominciava a farsi scarrozzare per le strade della sua città dai taxi, per capire se era vero che le tariffe verso gli stranieri erano spesso vere e proprie truffe. E scoprì che era tristemente vero, in qualche caso moltiplicate addirittura per quattro volte.
Mise in campo controlli, irrigidì le leggi, riuscendo a ridurre il problema, e tornando di tanto in tanto a camuffarsi da rockstar o da artista italiano, per verificare le migliorie.
L'articoletto mi fece ricordare che dei controlli erano stati fatti in modo formale anche a Firenze, di cui ne avevo letto gli esiti sui quotidiani, uno o due anni fa.
La situazione non era sconfortante, come con le tariffe del caso centroeuropeo, ma certamente non allegra. Un autista su tre abusava infatti del tassametro, facendo figurare cifre diverse, rubando sul cambio delle monete straniere, e anche dimenticando delle convenzioni verso certe categorie (per esempio le donne sole che viaggiano in taxi di notte, a cui spetta uno sconto sostanziale).
I controlli non andarono avanti troppo, infatti erano troppo complessi. Ogni volta doveva essere seguito un taxi dalla partenza alla destinazione, non facendosi scorgere, per poi aspettare la discesa del passeggero e confrontare quanto pagato con il tassametro di riscontro.
Come dire: il 30% degli autisti di taxi era disonesto, ma è troppo complicato multarli tutti. Fine della storia.
Nel '97 feci un viaggio negli Stati Uniti d'America, andando a trovare parecchi amici che vivono là. Anche fra le persone che andai a trovare c'erano degli appassionati viaggiatori, che quando non potevano girare per il resto del mondo, cercavano comunque di farlo nel proprio paese.
Una coppia di amici, in volo dalla costa orientale a quella occidentale degli USA, fece uno scalo a Chicago, dove per varie vicissitudini avrebbero dovuto sorbirsi parecchie ore di attesa per la coincidenza. Decisero allora di prendere un taxi e fare un giro per Chicago, visto che seppure americani, non l'avevano mai visitata.
I taxi americani sono qualcosa di totalmente diverso dalla concezione italiana di "auto che si noleggia col conducente". Anzitutto colpisce la gran quantità che se ne trova per le strade di una grande città. Poi è curiosa la varietà degli autisti di nazionalità straniera, che in qualche caso cercano di portare un tocco del proprio paese nella vettura, come in certi taxi pieni di chincaglierie colorate degne di un tempietto votivo. Indiani, pakistani, moltissimi, e dicono anche qualche italiano, seppure l'unico che ho conosciuto parlava con lo stretto accento del New England e ci teneva solo a raccontarmi che suo nonno era italiano, come dimostrato dal nome sulla targhetta. Ricordo che una notte, a Boston, la targhetta riportava una foto e un nome che decisamente non erano corrispondenti al conducente: vista l'ora tarda mi sono guardato dal farglielo notare, sono stato solo felice di essere riportato sano e salvo a casa.
Tornando agli amici a Chicago, trovarono invece un vero nativo di Chicago. Dopo un po' di chiacchiere capirono subito che il tipo era simpatico e disponibile, così decisero di farsi scarrozzare per tutta la città, mentre quello, da improvvisata guida turistica, raccontava loro di ogni piazza, monumento o jazz club storico.
Dopo che questa amica era tornata a casa, entusiasta del diversivo a Chicago, pensò di fare buon uso del nome del conducente, che nel frattempo si era annotata. Telefonò così alla compagnia di taxi di Chicago, per ringraziarli e per menzionare la persona favolosa che aveva trovato alla guida. La cosa però non fu facile: dopo un po' passaggi fra vari centralinisti e impiegati a disagio, riuscì a parlare con qualcuno che l'ascoltò fino alla fine. A quel punto, l'impiegato, sbigottito dalla telefonata le chiese "Ma lei... non ha chiamato per una lamentela?" "Ma no! Io ho chiamato per ringraziarvi! E per ringraziare questo autista!". L'uomo non riusciva a credere alle proprie orecchie.
venerdì, giugno 30, 2006
Liberalizzazioni
Apprendo oggi che sono state introdotte nuove liberalizzazioni a livello statale, per commercio, professioni ed altro.
Quella che mi ha colpito per prima è in proposito alle licenze dei taxi. L'immagine prima che ho dei taxi, nell'area urbana in cui vivo, mi viene solitamente dal disgusto che provo quando giro per Firenze. Non sono un utente usuale dei taxi, a Firenze mi sarà capitato di usarne al massimo un paio di volte, negli ultimi vent'anni. Il disgusto quindi non è per l'uso del mezzo, quanto per l'ambiente che fa da contorno.
Cito qualche esempio alla rinfusa.
Uno. Già parecchi anni fa, diciamo più di venti, quando sfogliavo una rivista di annunci economici locali, non mancavano mai le vendite di licenze, fra le quali quelli dei taxi. Licenze che costerebbero pochi Euro, ma che essendo limitate nel numero vengono vendute speculando col prezzo, a cifre superiori di un appartamento in centro. E' illegale? Ovviamente. E' contrastato da chi dovrebbe mantenere la legalità? Non credo proprio.
Due. Tempo fa citai di un caso assurdo, la città di Firenze chiusa al traffico nella notte d'agosto, e nessun taxi disponibile. Il turista vuol vivere di notte la città? Vada in una città di mare, Firenze è aperta in orario diurno, come i negozi per turisti ricchi.
Tre. Pochi anni fa un imprenditore pensò di proporre dei ciclo-risciò, dei tricicli a conduzione umana, per portare i turisti in giro per la città. Comprò i cicli, assunse personale, cominciò a farli girare per la città. In attesa della licenza di trasporto giravano solo a vuoto.
Aveva creato un settore, generato possibili entrate economiche, offerto nuovo lavoro, insomma tutto sembrava positivo. Ma non per il Comune di Firenze. Si alzò subito un polverone politico, sulle parole di "gente che pedala come schiavi", piuttosto incomprensibili per chi l'aveva scelto come lavoro e sarebbe stato pure pagato bene.
Con la felicità dei tassisti fu bloccato tutto, via i mezzi ecologici, via la concorrenza.
Di recente leggevo che tutte le città europee più moderne, più evolute, hanno un servizio del genere ormai, visto l'inquinamento ridotto e l'alternativa al taxi che rende il tragitto una felice camminata per i turisti.
Epilogo. Se tanto mi dà tanto, e le liberalizzazioni saranno appunto lasciate ai Comuni, son proprio curioso di vedere quale ennesima aberrazione sfornerà Firenze, grazie alla reiterata ottusità di chi l'amministra.
Quella che mi ha colpito per prima è in proposito alle licenze dei taxi. L'immagine prima che ho dei taxi, nell'area urbana in cui vivo, mi viene solitamente dal disgusto che provo quando giro per Firenze. Non sono un utente usuale dei taxi, a Firenze mi sarà capitato di usarne al massimo un paio di volte, negli ultimi vent'anni. Il disgusto quindi non è per l'uso del mezzo, quanto per l'ambiente che fa da contorno.
Cito qualche esempio alla rinfusa.
Uno. Già parecchi anni fa, diciamo più di venti, quando sfogliavo una rivista di annunci economici locali, non mancavano mai le vendite di licenze, fra le quali quelli dei taxi. Licenze che costerebbero pochi Euro, ma che essendo limitate nel numero vengono vendute speculando col prezzo, a cifre superiori di un appartamento in centro. E' illegale? Ovviamente. E' contrastato da chi dovrebbe mantenere la legalità? Non credo proprio.
Due. Tempo fa citai di un caso assurdo, la città di Firenze chiusa al traffico nella notte d'agosto, e nessun taxi disponibile. Il turista vuol vivere di notte la città? Vada in una città di mare, Firenze è aperta in orario diurno, come i negozi per turisti ricchi.
Tre. Pochi anni fa un imprenditore pensò di proporre dei ciclo-risciò, dei tricicli a conduzione umana, per portare i turisti in giro per la città. Comprò i cicli, assunse personale, cominciò a farli girare per la città. In attesa della licenza di trasporto giravano solo a vuoto.
Aveva creato un settore, generato possibili entrate economiche, offerto nuovo lavoro, insomma tutto sembrava positivo. Ma non per il Comune di Firenze. Si alzò subito un polverone politico, sulle parole di "gente che pedala come schiavi", piuttosto incomprensibili per chi l'aveva scelto come lavoro e sarebbe stato pure pagato bene.
Con la felicità dei tassisti fu bloccato tutto, via i mezzi ecologici, via la concorrenza.
Di recente leggevo che tutte le città europee più moderne, più evolute, hanno un servizio del genere ormai, visto l'inquinamento ridotto e l'alternativa al taxi che rende il tragitto una felice camminata per i turisti.
Epilogo. Se tanto mi dà tanto, e le liberalizzazioni saranno appunto lasciate ai Comuni, son proprio curioso di vedere quale ennesima aberrazione sfornerà Firenze, grazie alla reiterata ottusità di chi l'amministra.
lunedì, giugno 26, 2006
Vacanze all'estero
Si stanno delineando in queste ore i risultati del referendum confermativo, della legge di modifica alla Costituzione della Repubblica Italiana.
La tendenza, da quanto si vede sinora, è di una media di 2 italiani su 3 contrari al testo della modifica. Visto che i risultati sono già di oltre metà dei votanti, sembra un campione ragionevole del risultato finale.
Il signor Umberto Bossi ha dichiarato, alle 14 di oggi, che se avesse vinto il "no", l'abolizione della legge da lui voluta, se ne sarebbe andato in esilio in Svizzera.
Sarà interessante vedere se si dimostrerà persona di parola, oppure alla stregua di tutti gli altri politici che solitamente demonizza.
Sembra inoltre che una buona fetta d'Italiani sia in netto disaccordo con il signor Silvio Berlusconi, colui che aveva dichiarato "non degni di essere Italiani" coloro che fossero fedeli alla Costituzione attuale.
Parole forti, che non avevo ancora commentato, e che mettevano fra gl'italiani privi di dignità dello Stato (a suo parere) personaggi come l'ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Penso che questo raffronto renda chiaro chi rappresenta lo Stato Italiano e chi no, senza dubbio alcuno.
Auguro dunque anche a quel signore dai modi scortesi una lunga vacanza in Svizzera. In un colpo solo potrebbe tornare in compagnia degli altri suoi colleghi dai modi rozzi e volgari, e magari disporre dei suoi capitali espatriati al sicuro dalle tasse.
Sono poi dispiaciuto delle vacanze di tutti gl'italiani che non hanno partecipato al referendum. Siano in Italia, o all'estero, si sono giocati il diritto di poter esprimere anche solo un'opinione, ora che i giochi sono fatti, e loro non han voluto giocarli. Precludendosi, ovviamente, anche il diritto di commentare i risultati: dovranno prenderli per quelli che sono, visto che hanno rinunciato a fare una scelta quando era il momento.
Ma in fondo hanno i mondiali di calcio, nei centri commerciali ci sono le selezioni per il Grande Fratello, i telefoni cellulari sono il business del futuro, e nonostante un po' di terrorismo si possono sempre fare le vacanze anche nei paesi tropicali: hanno già tutto quel che serve per vivere.
Nel paese dei balocchi.
La tendenza, da quanto si vede sinora, è di una media di 2 italiani su 3 contrari al testo della modifica. Visto che i risultati sono già di oltre metà dei votanti, sembra un campione ragionevole del risultato finale.
Il signor Umberto Bossi ha dichiarato, alle 14 di oggi, che se avesse vinto il "no", l'abolizione della legge da lui voluta, se ne sarebbe andato in esilio in Svizzera.
Sarà interessante vedere se si dimostrerà persona di parola, oppure alla stregua di tutti gli altri politici che solitamente demonizza.
Sembra inoltre che una buona fetta d'Italiani sia in netto disaccordo con il signor Silvio Berlusconi, colui che aveva dichiarato "non degni di essere Italiani" coloro che fossero fedeli alla Costituzione attuale.
Parole forti, che non avevo ancora commentato, e che mettevano fra gl'italiani privi di dignità dello Stato (a suo parere) personaggi come l'ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Penso che questo raffronto renda chiaro chi rappresenta lo Stato Italiano e chi no, senza dubbio alcuno.
Auguro dunque anche a quel signore dai modi scortesi una lunga vacanza in Svizzera. In un colpo solo potrebbe tornare in compagnia degli altri suoi colleghi dai modi rozzi e volgari, e magari disporre dei suoi capitali espatriati al sicuro dalle tasse.
Sono poi dispiaciuto delle vacanze di tutti gl'italiani che non hanno partecipato al referendum. Siano in Italia, o all'estero, si sono giocati il diritto di poter esprimere anche solo un'opinione, ora che i giochi sono fatti, e loro non han voluto giocarli. Precludendosi, ovviamente, anche il diritto di commentare i risultati: dovranno prenderli per quelli che sono, visto che hanno rinunciato a fare una scelta quando era il momento.
Ma in fondo hanno i mondiali di calcio, nei centri commerciali ci sono le selezioni per il Grande Fratello, i telefoni cellulari sono il business del futuro, e nonostante un po' di terrorismo si possono sempre fare le vacanze anche nei paesi tropicali: hanno già tutto quel che serve per vivere.
Nel paese dei balocchi.
venerdì, giugno 23, 2006
Mangiatempo
Unicoop Firenze ha messo in campo da alcuni anni un servizio innovativo, in Italia, per fare la spesa. Anziché dover scegliere tutti gli articoli del supermarket, uno per uno, e successivamente rimetterli uno per uno sul nastro della cassa, per poi riporli di nuovo nella sporta della spesa, ha pensato qualcosa che eliminasse la fase intermedia.
Il brillante Salvatempo è un terminale, con tanto di lettore LASER dei codici a barre (maiuscolo non per enfasi, ma in quanto acronimo), che l'utente può ritirare ad inizio spesa. Ogni articolo messo nel proprio carrello, nei propri sacchetti, volendo, viene acquisito una singola volta: a fine spesa si riconsegna il terminale e si paga il conto.
Ovvio che il primo dubbio che s'insinua in testa di chi non l'ha ancora usato, è in proposito alla fiducia verso l'utente: chi mi dice che acquisisca i codici di ogni articolo prelevato?
Allo scopo di verificare l'onestà degli stessi soci Coop (è un requisito per usare il terminale) vengono inserite delle riletture casuali degli articoli. Arrivi alla cassa e la cassiera, o il cassiere, anziché darti l'importo ti chiede di rileggere tutto.
Quant'è valido questo meccanismo?
Nel comprovato metodo di deposizione degli articoli sul nastro trasportatore di cassa, c'è qualcosa che in realtà rende il procedimento più veloce del previsto.
E' infatti comune che già mentre il cliente precedente sta raccogliendo i prodotti passati alla lettura, voi stiate mettendo i vostri sul nastro.
Insomma, il Salvatempo è principalmente un salva-fatica, quella del trasbordo doppio.
E' sempre così?
Se ad una cassa ci sono pochi clienti, con pochissimi articoli, in effetti sembra proprio di guadagnare molto tempo.
Basta un cliente con la richiesta di rilettura e automaticamente potete realizzare che quel tempo morto, in cui il cliente aveva preparato gli articoli durante la lettura precedente, non si guadagna più.
Le fasi di rilettura, nella pratica, danno da pensare che siano state programmate da veri idioti, oppure da furbi manager -- spesso le due cose sono indistinguibili.
Capita infatti che in una serata di alta frequenza nel supermarket si susseguano incessantemente, con una frequenza che sperereste di vedere in un'estrazione vincente del superenalotto. Anche con una vincita di soli 5 euro, ad ogni attesa di rilettura, potrei dirmi benestante.
Il fenomeno è di tale persistenza che più volte ho desiderato non avere il marchingegno, che mi portava a tempi di attesa uguali o addirittura superiori di chi non lo stava usando.
Cos'è dunque che viene condizionato, nell'uso di quest'oggetto?
Se le code alle casse sono ridotte, fa guadagnare meno di cinque minuti, se sono consistenti può far perdere i cinque minuti (o più) guadagnati altrimenti.
Senza contare l'incidenza del numero di clienti ad usarlo: più questi crescono, più sale il disagio nelle casse esclusive al servizio. E viste le promesse di risparmiarlo il tempo, lo usano sempre più persone.
La percezione del tempo è un fattore caratteristico della nostra umanità, soprattutto nei tempi moderni. Ci basta la parvenza di qualcosa che fa risparmiare tempo, il tempo che ormai non sappiamo più dove trovare, che subito ci affidiamo.
Una telefonata ci risparmia il tempo di andare da qualcuno, così telefoniamo. La televisione ci risparmia il tempo di leggere e capire un quotidiano o un libro, così le notizie e lo stile di vita lo prendiamo preconfezionato in modo rapido. Un auto veloce ci fa correre e risparmiare il tempo durante la strada.
Così ci affidiamo a telefonate vuote di sentimenti, a notizie manipolate, corriamo da un semaforo all'altro.
Senza mai contare il tempo che avremmo speso altrimenti, guadagnando lo spazio per pensare.
Così nessuno penserà mai troppo al mangiatempo di Unicoop Firenze come un articolo di dubbia utilità. Amiamo credere che non sia così. Non c'è spazio per i dubbi, quando si ama, anche a costo di essere canzonati.
Il brillante Salvatempo è un terminale, con tanto di lettore LASER dei codici a barre (maiuscolo non per enfasi, ma in quanto acronimo), che l'utente può ritirare ad inizio spesa. Ogni articolo messo nel proprio carrello, nei propri sacchetti, volendo, viene acquisito una singola volta: a fine spesa si riconsegna il terminale e si paga il conto.
Ovvio che il primo dubbio che s'insinua in testa di chi non l'ha ancora usato, è in proposito alla fiducia verso l'utente: chi mi dice che acquisisca i codici di ogni articolo prelevato?
Allo scopo di verificare l'onestà degli stessi soci Coop (è un requisito per usare il terminale) vengono inserite delle riletture casuali degli articoli. Arrivi alla cassa e la cassiera, o il cassiere, anziché darti l'importo ti chiede di rileggere tutto.
Quant'è valido questo meccanismo?
Nel comprovato metodo di deposizione degli articoli sul nastro trasportatore di cassa, c'è qualcosa che in realtà rende il procedimento più veloce del previsto.
E' infatti comune che già mentre il cliente precedente sta raccogliendo i prodotti passati alla lettura, voi stiate mettendo i vostri sul nastro.
Insomma, il Salvatempo è principalmente un salva-fatica, quella del trasbordo doppio.
E' sempre così?
Se ad una cassa ci sono pochi clienti, con pochissimi articoli, in effetti sembra proprio di guadagnare molto tempo.
Basta un cliente con la richiesta di rilettura e automaticamente potete realizzare che quel tempo morto, in cui il cliente aveva preparato gli articoli durante la lettura precedente, non si guadagna più.
Le fasi di rilettura, nella pratica, danno da pensare che siano state programmate da veri idioti, oppure da furbi manager -- spesso le due cose sono indistinguibili.
Capita infatti che in una serata di alta frequenza nel supermarket si susseguano incessantemente, con una frequenza che sperereste di vedere in un'estrazione vincente del superenalotto. Anche con una vincita di soli 5 euro, ad ogni attesa di rilettura, potrei dirmi benestante.
Il fenomeno è di tale persistenza che più volte ho desiderato non avere il marchingegno, che mi portava a tempi di attesa uguali o addirittura superiori di chi non lo stava usando.
Cos'è dunque che viene condizionato, nell'uso di quest'oggetto?
Se le code alle casse sono ridotte, fa guadagnare meno di cinque minuti, se sono consistenti può far perdere i cinque minuti (o più) guadagnati altrimenti.
Senza contare l'incidenza del numero di clienti ad usarlo: più questi crescono, più sale il disagio nelle casse esclusive al servizio. E viste le promesse di risparmiarlo il tempo, lo usano sempre più persone.
La percezione del tempo è un fattore caratteristico della nostra umanità, soprattutto nei tempi moderni. Ci basta la parvenza di qualcosa che fa risparmiare tempo, il tempo che ormai non sappiamo più dove trovare, che subito ci affidiamo.
Una telefonata ci risparmia il tempo di andare da qualcuno, così telefoniamo. La televisione ci risparmia il tempo di leggere e capire un quotidiano o un libro, così le notizie e lo stile di vita lo prendiamo preconfezionato in modo rapido. Un auto veloce ci fa correre e risparmiare il tempo durante la strada.
Così ci affidiamo a telefonate vuote di sentimenti, a notizie manipolate, corriamo da un semaforo all'altro.
Senza mai contare il tempo che avremmo speso altrimenti, guadagnando lo spazio per pensare.
Così nessuno penserà mai troppo al mangiatempo di Unicoop Firenze come un articolo di dubbia utilità. Amiamo credere che non sia così. Non c'è spazio per i dubbi, quando si ama, anche a costo di essere canzonati.
sabato, maggio 20, 2006
Delitto e castigo
Nella scorsa settimana, seppure io fossi lontano dagli organi d'informazione, in viaggio, non mi è passata inosservata la notizia della condanna del sig. Cesare Previti per corruzione.
Condanna, va ribadito, confermata in via definitiva dall'ultimo grado del sistema giudiziario.
Al delitto, confermato da prove inconfutabili già anni fa, è seguito infine il castigo.
Ho sempre seguito la vicenda con moderato coinvolgimento, visto che ogni due righe che ne leggevo era evidente il misfatto.
Mi divertirono molto alcune delle prime sortite. La prima posizione (come per ogni criminale che si rispetti, perché di questo si tratta) è negare. Così negò fin dall'inizio ogni cosa.
Poi trovarono i documenti che attestavano, senza dubbi, che un mezzo miliardo di Lire era passato dai suoi conti in Italia a un paradiso fiscale caraibico. Non potendolo negare, disse allora, spontaneamente, senza pudore alcuno, di averlo fatto per evadere il fisco -- ricordo che questo signore era al momento un Deputato dello Repubblica: in uno stato di diritto dovrebbe essere un fatto orribile, ma non qui.
Successivamente fu provato che i trasferimenti di denaro, dopo una giravolta nei caraibi, arrivarono nelle tasche di un giudice, chiamato a decidere se l'offerta di acquisto di un altro signore, su una grossa società italiana, fosse lecita. Il giudice disse di sì, curiosamente.
Ora vi potete giustamente chiedere quale castigo meriti il delinquente suddetto. La Corte di Cassazione ha deciso per una mezza dozzina d'anni di carcere. Decisione a cui si è ovviamente rivoltato (seppur inutilmente), dichiarandola ingiustizia e ritorsione.
Di questi anni da scontare, ha trascorso in carcere solo un paio di giorni, giusto per sbrigare delle formalità. Il resto della pena lo sconterà a casa sua, visto che ha una certa età, e l'ordinanza restrittiva gli permetterà di uscire da casa per sole due ore al giorno. Terribile, vero?
Immagino che fra i pensionati a regime minimo sarebbe una benedizione, passare i settant'anni e poter stare 5-6 anni in casa propria, senza problemi economici, uscendo un paio d'ore al giorno per portare fuori il cane e comprare un quotidiano.
Il tempo di bersi un caffè con gli amici, denunciare i mali del paese, e tornare infine a casa.
Un vero castigo, esemplare.
E mi riporta alla mente un altro personaggio che sfuggì ancor più da ribaldo.
Parlo di quel sig. Bettino Craxi, che dopo un affaire da 5 miliardi di Lire, che si era intascato in modo illecito, non solo scappò dall'Italia prima di essere arrestato, dopo la condanna, ma continuò a lanciare strali. Perché tutti erano corrotti, e lui non voleva pagare per tutti, dimenticando che la condanna era perfettamente ad personam. Perché se tutti facevano affari loschi, lui che era stato Deputato della Repubblica e Presidente del Consiglio, non accettava che esistesse una legge a punirlo.
Come non bastasse l'offesa (verso gl'italiani che rispettano le leggi, o che non sanno aggirarle così bene), è seguita poi anche la beffa. Dopo la morte di Craxi, mai rientrato a rendere conto dei delitti, sono cominciate le macabre lamentele e la sua vittimizzazione. Che prosegue tutt'ora, a periodi regolari, con gli eredi che rivendicano riconoscimenti alla grande figura, di un uomo che ha ammesso di giocare con la corruzione, di averne intascato i soldi, è scappato all'estero, e si aspettava di essere ringraziato.
Condanna, va ribadito, confermata in via definitiva dall'ultimo grado del sistema giudiziario.
Al delitto, confermato da prove inconfutabili già anni fa, è seguito infine il castigo.
Ho sempre seguito la vicenda con moderato coinvolgimento, visto che ogni due righe che ne leggevo era evidente il misfatto.
Mi divertirono molto alcune delle prime sortite. La prima posizione (come per ogni criminale che si rispetti, perché di questo si tratta) è negare. Così negò fin dall'inizio ogni cosa.
Poi trovarono i documenti che attestavano, senza dubbi, che un mezzo miliardo di Lire era passato dai suoi conti in Italia a un paradiso fiscale caraibico. Non potendolo negare, disse allora, spontaneamente, senza pudore alcuno, di averlo fatto per evadere il fisco -- ricordo che questo signore era al momento un Deputato dello Repubblica: in uno stato di diritto dovrebbe essere un fatto orribile, ma non qui.
Successivamente fu provato che i trasferimenti di denaro, dopo una giravolta nei caraibi, arrivarono nelle tasche di un giudice, chiamato a decidere se l'offerta di acquisto di un altro signore, su una grossa società italiana, fosse lecita. Il giudice disse di sì, curiosamente.
Ora vi potete giustamente chiedere quale castigo meriti il delinquente suddetto. La Corte di Cassazione ha deciso per una mezza dozzina d'anni di carcere. Decisione a cui si è ovviamente rivoltato (seppur inutilmente), dichiarandola ingiustizia e ritorsione.
Di questi anni da scontare, ha trascorso in carcere solo un paio di giorni, giusto per sbrigare delle formalità. Il resto della pena lo sconterà a casa sua, visto che ha una certa età, e l'ordinanza restrittiva gli permetterà di uscire da casa per sole due ore al giorno. Terribile, vero?
Immagino che fra i pensionati a regime minimo sarebbe una benedizione, passare i settant'anni e poter stare 5-6 anni in casa propria, senza problemi economici, uscendo un paio d'ore al giorno per portare fuori il cane e comprare un quotidiano.
Il tempo di bersi un caffè con gli amici, denunciare i mali del paese, e tornare infine a casa.
Un vero castigo, esemplare.
E mi riporta alla mente un altro personaggio che sfuggì ancor più da ribaldo.
Parlo di quel sig. Bettino Craxi, che dopo un affaire da 5 miliardi di Lire, che si era intascato in modo illecito, non solo scappò dall'Italia prima di essere arrestato, dopo la condanna, ma continuò a lanciare strali. Perché tutti erano corrotti, e lui non voleva pagare per tutti, dimenticando che la condanna era perfettamente ad personam. Perché se tutti facevano affari loschi, lui che era stato Deputato della Repubblica e Presidente del Consiglio, non accettava che esistesse una legge a punirlo.
Come non bastasse l'offesa (verso gl'italiani che rispettano le leggi, o che non sanno aggirarle così bene), è seguita poi anche la beffa. Dopo la morte di Craxi, mai rientrato a rendere conto dei delitti, sono cominciate le macabre lamentele e la sua vittimizzazione. Che prosegue tutt'ora, a periodi regolari, con gli eredi che rivendicano riconoscimenti alla grande figura, di un uomo che ha ammesso di giocare con la corruzione, di averne intascato i soldi, è scappato all'estero, e si aspettava di essere ringraziato.
Fiori
Odore di fiori, intensi
Profumo d'estate
di te
delle tue spalle nude
sotto le mie mani ardenti
Hikmet, che ben aveva studiato la metrica e il componimento, avrebbe di che rivoltarsi nella tomba.
Del resto si dovrebbe poter perdonare, l'uso improprio, ad un giocoliere.
Profumo d'estate
di te
delle tue spalle nude
sotto le mie mani ardenti
Hikmet, che ben aveva studiato la metrica e il componimento, avrebbe di che rivoltarsi nella tomba.
Del resto si dovrebbe poter perdonare, l'uso improprio, ad un giocoliere.
venerdì, maggio 19, 2006
Balle milionarie
Come sempre, ho una certa insofferenza verso le notizie di scandali eclatanti, e in questo mi trovo d'accordo con il sig. Beppe Grillo, che nel suo weblog esprime un concetto analogo.
Ora, l'osservazione che si può fare, è di chiedersi quanto lui si discosti dai giornalisti che tanto aborre e maledice, nell'invettiva.
In fondo anche lui è in continua ricerca degli scandali da denunciare, e può raccontarci di farlo per puro senso del dovere verso i cittadini, ma in fondo è la stessa cosa che dicono tutti i giornalisti.
Solo che non conta granché il suo parere. Meno dei giornalisti, che titolano sui quotidiani o sui mezzi televisivi. Sovverte un po' di opinione pubblica, che in fondo serve a mantenere il senso di vitalità, di falsa reazione dei cittadini ai soprusi. Possiamo darci delle gran pacche sulle spalle, dicendo "hai visto come Grillo ha smascherato questa e quella vicenda?", ma quel che è evidente sono i mancati risultati pratici.
E questo è confortante per chi amministra attività e affari che godono di soprusi e illegalità. Giusto un pochino di libertà di lamentela, distribuita con magnanimità: basta da sola a far sentire tutti meglio, senza cambiare niente.
Il tema originario però era un altro.
Si trattava di una riflessione su quella situazione sconfortante in cui si sono trovati gl'italiani, di recente, rispetto allo sport nazionale -- degli uomini in calzoncini corti che prendono a calci una palla sferoidale.
Dopo decenni di operazioni milionarie (in Euro), di cui nessuno si faceva sorpresa, pare che l'italiano medio si sia sorpreso del fatto che dietro potessero esserci illeciti.
Capisco che i risparmiatori affidatisi ai bond Parmalat fossero finiti ingannati, del resto avevano chiesto garanzie a istituti finanziari che si spacciavano per esperti, e sembravano esserlo a tutti gli effetti.
Ma cosa può mai aver messo in testa agli italiani, che dietro a un fenomeno come il giuoco del calcio fosse tutto limpido?
L'idiozia più eclatante è che qualcuno potesse esserne sorpreso, così come pare accadere continuamente. Ma forse ci viene solo raccontato: magari in realtà l'italiano medio, il senso di realtà del paese, è d'intelligenza superiore ai giornalisti?
Ci sono poi altri risvolti curiosi, nel senso tutto italiano di giustizia ed equità.
Ponetevi in qualsiasi contesto di dialogo, anche con persone del tutto sconosciute, e azzardate una frase generica sulla corruzione dei politici, sui soldi facili, sul peculato (incluse citazioni ai vari sport). Molto probabilmente, una percentuale alta d'interlocutori, annuirà, magari rincarando anche la dose.
Insomma, tutti sanno. Siamo tutti persone informate sui fatti, come si direbbe in gergo legale.
Eppure nessuno vuole crederlo. Si riesce a dire facilmente che il politico, il calciatore, e quanti altri, sono dei profittatori, degli imbroglioni. Ma non si vuole davvero scoprirlo così. Ci piace sperare in una favola, da veri fautori di un'ipocrisia vergognosa.
Come qualcuno che per il gioco delle palle da calciare ama mettercene di proprie.
Al contrario dell'articolo di Grillo, non lancio anatemi su chi sfrutta questo fenomeno. Ci tengo anzi a complimentarmi con chi riesce a far vendere i propri giornali, a far seguire le proprie televisioni, con argomenti stantii: altrove avrebbero annoiato, ma qui da noi dimostrano come il vero affare siano le balle, quando sono milionarie.
Ora, l'osservazione che si può fare, è di chiedersi quanto lui si discosti dai giornalisti che tanto aborre e maledice, nell'invettiva.
In fondo anche lui è in continua ricerca degli scandali da denunciare, e può raccontarci di farlo per puro senso del dovere verso i cittadini, ma in fondo è la stessa cosa che dicono tutti i giornalisti.
Solo che non conta granché il suo parere. Meno dei giornalisti, che titolano sui quotidiani o sui mezzi televisivi. Sovverte un po' di opinione pubblica, che in fondo serve a mantenere il senso di vitalità, di falsa reazione dei cittadini ai soprusi. Possiamo darci delle gran pacche sulle spalle, dicendo "hai visto come Grillo ha smascherato questa e quella vicenda?", ma quel che è evidente sono i mancati risultati pratici.
E questo è confortante per chi amministra attività e affari che godono di soprusi e illegalità. Giusto un pochino di libertà di lamentela, distribuita con magnanimità: basta da sola a far sentire tutti meglio, senza cambiare niente.
Il tema originario però era un altro.
Si trattava di una riflessione su quella situazione sconfortante in cui si sono trovati gl'italiani, di recente, rispetto allo sport nazionale -- degli uomini in calzoncini corti che prendono a calci una palla sferoidale.
Dopo decenni di operazioni milionarie (in Euro), di cui nessuno si faceva sorpresa, pare che l'italiano medio si sia sorpreso del fatto che dietro potessero esserci illeciti.
Capisco che i risparmiatori affidatisi ai bond Parmalat fossero finiti ingannati, del resto avevano chiesto garanzie a istituti finanziari che si spacciavano per esperti, e sembravano esserlo a tutti gli effetti.
Ma cosa può mai aver messo in testa agli italiani, che dietro a un fenomeno come il giuoco del calcio fosse tutto limpido?
L'idiozia più eclatante è che qualcuno potesse esserne sorpreso, così come pare accadere continuamente. Ma forse ci viene solo raccontato: magari in realtà l'italiano medio, il senso di realtà del paese, è d'intelligenza superiore ai giornalisti?
Ci sono poi altri risvolti curiosi, nel senso tutto italiano di giustizia ed equità.
Ponetevi in qualsiasi contesto di dialogo, anche con persone del tutto sconosciute, e azzardate una frase generica sulla corruzione dei politici, sui soldi facili, sul peculato (incluse citazioni ai vari sport). Molto probabilmente, una percentuale alta d'interlocutori, annuirà, magari rincarando anche la dose.
Insomma, tutti sanno. Siamo tutti persone informate sui fatti, come si direbbe in gergo legale.
Eppure nessuno vuole crederlo. Si riesce a dire facilmente che il politico, il calciatore, e quanti altri, sono dei profittatori, degli imbroglioni. Ma non si vuole davvero scoprirlo così. Ci piace sperare in una favola, da veri fautori di un'ipocrisia vergognosa.
Come qualcuno che per il gioco delle palle da calciare ama mettercene di proprie.
Al contrario dell'articolo di Grillo, non lancio anatemi su chi sfrutta questo fenomeno. Ci tengo anzi a complimentarmi con chi riesce a far vendere i propri giornali, a far seguire le proprie televisioni, con argomenti stantii: altrove avrebbero annoiato, ma qui da noi dimostrano come il vero affare siano le balle, quando sono milionarie.
domenica, maggio 14, 2006
Serenità
Trovo irritante l'abuso di alcune parole, della lingua italiana, così come l'assoluta ignoranza delle stesse. Certo non in ogni caso, ma quando diventano abuso o ignoranza di chi opera nel campo della comunicazione, è estremamente indisponente.
Partendo dal secondo caso, quello dell'ignoranza, si è spesso vittime di brutture quando qualcuno "traduce" dall'inglese.
Il caso che più m'infastidisce è la parola "performante", inventata di sana pianta e derivata dall'inglese "performance", che si traduce ovviamente con "prestazione", da cui l'aggettivo esiste semplicemente come "prestante".
Uno dei primi casi di abuso che mi salta spesso all'occhio è invece sulla parola "serenità".
Il suo uso recente, degli ultimi anni, è da ricondursi a quando un politico vuole che quelli di parte avversa la pensino come lui.
La trasposizione di "chiedere serenità" è "chiedere di poter fare come si vuole, senza essere criticati". Ad ogni scontro politico c'è sempre qualcuno che invoca la serenità, come una salvifica figura mitologica. Appena còlti con le mani nel sacco a rubare denaro, a esprimersi con demagogia, a barattare favori illegali, hanno subito pronta la frase: "manca la serenità".
Ormai ho coltivato un'idiosincrasia per la parola "serenità", come quel personaggio in Baol, di Stefano Benni
Partendo dal secondo caso, quello dell'ignoranza, si è spesso vittime di brutture quando qualcuno "traduce" dall'inglese.
Il caso che più m'infastidisce è la parola "performante", inventata di sana pianta e derivata dall'inglese "performance", che si traduce ovviamente con "prestazione", da cui l'aggettivo esiste semplicemente come "prestante".
Uno dei primi casi di abuso che mi salta spesso all'occhio è invece sulla parola "serenità".
Il suo uso recente, degli ultimi anni, è da ricondursi a quando un politico vuole che quelli di parte avversa la pensino come lui.
La trasposizione di "chiedere serenità" è "chiedere di poter fare come si vuole, senza essere criticati". Ad ogni scontro politico c'è sempre qualcuno che invoca la serenità, come una salvifica figura mitologica. Appena còlti con le mani nel sacco a rubare denaro, a esprimersi con demagogia, a barattare favori illegali, hanno subito pronta la frase: "manca la serenità".
Ormai ho coltivato un'idiosincrasia per la parola "serenità", come quel personaggio in Baol, di Stefano Benni
In galera feci amicizia con un bel tipo. Si chiamava Candido. Una vita difficile. Era entrato in galera a sei anni per aver rubato una giostra. Rifiutò di dire (A) come aveva fatto (B) dove l'aveva nascosta. In carcere scoprì le parole crociate. Grazie ad esse si laureò in geografia e diventò un buon cittadino. Uscì perfettamente recuperato, tranne una piccola idiosincrasia. Non sopportava chi gli diceva "E' inutile che le dica che..." oppure "Non devo certo ricordarle che...". Ne picchiò sedici in un mese. Lo rimisero dentro. Scontò la pena. Quando fu nuovamente rilasciato, il direttore del carcere gli disse: "E' inutile che le dica che speriamo di non vederla più qui ". Lo strangolò.Siate sereni, se potete.
Finalmente una protesta come si deve
Così devono aver pensato, al summit dell'Unione Europea, America latina e Caraibi, tenutosi a Vienna.
Dalle foto infatti saltano all'occhio due fatti evidenti. Il primo è che la manifestatrice di dissenso (relativamente all'inquinamento dato dalla cartiere) è una fanciulla con un bikini molto piccolo e fianchi muliebri, il secondo è che tutti sorridono felici.
Sì, il cartello che lei portava aveva la scritta "basta con l'inquinamento delle cartiere", evidentemente una critica (pare mossa da Greenpeace), qualcosa che avrebbe dovuto mettere imbarazzo nelle persone lì in posa.
In realtà li vedi tutti felici, come chi finalmente vede una donna seminuda senza neppure aver pagato per lo spettacolo. Al solito, chi lo paga siamo noi.
Dalle foto infatti saltano all'occhio due fatti evidenti. Il primo è che la manifestatrice di dissenso (relativamente all'inquinamento dato dalla cartiere) è una fanciulla con un bikini molto piccolo e fianchi muliebri, il secondo è che tutti sorridono felici.
Sì, il cartello che lei portava aveva la scritta "basta con l'inquinamento delle cartiere", evidentemente una critica (pare mossa da Greenpeace), qualcosa che avrebbe dovuto mettere imbarazzo nelle persone lì in posa.
In realtà li vedi tutti felici, come chi finalmente vede una donna seminuda senza neppure aver pagato per lo spettacolo. Al solito, chi lo paga siamo noi.
Odio i liceali
Quello che segue è un articolo scritto un mese fa, mai pubblicato.
L'ho ripreso per un paio di motivi. Il primo è dato da una richiesta di Loli, curiosa di leggerlo (senza sapere bene di cosa parlasse).
Il secondo motivo è un articolo di giornale letto oggi, che mi conferma quanto descritto a seguire. Ovvero la totale ignoranza della basilarità del vivere, da parte dei liceali.
Sì, lo so che vorreste controbattere, ma ho da tempo disabilitato qualsiasi commento a questo weblog. Nessuno se n'è accorto, per cui va bene così.
Alcuni anni fa, mi fu fatto osservare come il termine "odiare" fosse usato con un peso diverso, in lingue diverse. Altrettanto si può dire di "amare", in fondo, anche limitandosi alla differenza fra lingua italiana e inglese.
Fortunatamente non ho rigide imposizioni morali, per cui sono libero di usarli entrambi, senza che il giudizio di nessuno possa cambiare la mia percezione. O peggio, forzare la mia visione.
La mia plateale intolleranza verso la cultura liceale non è legata a ciò che essa porta, quanto a quello che non porta.
Questa è evidentemente una percezione personale, data dalle persone conosciute, come anche dalle persone non conosciute, ma ascoltate nell'esporre il loro pensiero. Va detto poi che interpreto spesso non solo le parole, ma anche la gestualità, le attitudini sociali: fa inevitabilmente parte del mio metodo di analisi. Se riesco a confermare la mia visione, con una percentuale notevole di osservazioni, convalido almeno il mio pensiero.
D'altronde lo stesso Nietzsche, in un aforisma che suona inizialmente come discriminatorio, ma svela ben altro, diceva "che mai si estenda anche alle ragazze l'istruzione liceale, che fa di tanti giovani intraprendenti ed avidi di sapere, delle brutte copie dei loro maestri".
Perdonatemi, ma nel formalismo del greco antico, del latino, della filosofia, non vedo che esercizi di sterile conformismo. Non c'è alcuno spirito critico, non c'è possibilità di dissentire o innovare. Magari mi si farà notare che è ben difficile vedere innovazione da parte dei giovani liceali.
Eppure innovano come giovani consumatori di credito telefonico, di abiti firmati da stilisti di grido, e così via. Hanno il dovere di farlo in quei modi, mentre tutto il resto è negato.
La negazione del resto è così evidente. Ogni loro espressione finisce per essere malinconica, scialba, priva di espressività personale.
Non raccontano, ma citano, perfettamente. E lo faranno per tutti gli anni a seguire: scimmiette ammaestrate, ma si sentono colti, vista la loro citazione di altri autori colti.
Qualcuno, anni fa, mi descrisse la cultura liceale come l'unica in grado di dare un metodo di studio. Parole valide solo se lo studio è sul passato, su ciò che fu, mai su ciò che verrà: dove si richiede la flessibilità dell'innovazione, il nemico primario della cultura classica.
Oggi li osservo in varie forme. Sia i liceali ancora in formazione, che stanno strutturando la loro identità (o meglio lo stampo a cui uniformarsi), sia i liceali arrivati.
Quelli che più si fregiano d'innovare, sono iscritti alle facoltà universitarie della falsa innovazione. Studiano ingegneria gestionale, sono i nuovi padroni del vapore. Ma in pratica non hanno mai creato niente, ne sono incapaci.
Un esame o due, in sociologia o psicologia industriale, l'illude di conoscere le masse, di sapere come pensa un metalmeccanico o un dipendente aeroportuale, per manipolarlo in futuro. Finiscono poi per irritarsi al primo sciopero che blocca gli aerei per una giornata, perché non han capito che il mondo reale comincia esattamente dove finiscono le prove, senza un reality show che mostri il mondo reale un episodio alla volta.
E hanno gli stessi vizi e virtù dei loro coetanei meno acculturati.
Hanno bisogno della stessa sigaretta per sentirsi accettati nel mondo degli adulti, mostrano le stesse ansie e paure patologiche. Con la sola differenza di saper dire ogni cosa con mille sinonimi, di sapere dove cadono gli accenti e come si coniugano i verbi. Imparano una lingua sterile, formalmente perfetta, vuota nei contenuti. Imparano morale ed etica, o meglio le uniche accettate come possibili.
L'ho ripreso per un paio di motivi. Il primo è dato da una richiesta di Loli, curiosa di leggerlo (senza sapere bene di cosa parlasse).
Il secondo motivo è un articolo di giornale letto oggi, che mi conferma quanto descritto a seguire. Ovvero la totale ignoranza della basilarità del vivere, da parte dei liceali.
Sì, lo so che vorreste controbattere, ma ho da tempo disabilitato qualsiasi commento a questo weblog. Nessuno se n'è accorto, per cui va bene così.
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Fortunatamente non ho rigide imposizioni morali, per cui sono libero di usarli entrambi, senza che il giudizio di nessuno possa cambiare la mia percezione. O peggio, forzare la mia visione.
La mia plateale intolleranza verso la cultura liceale non è legata a ciò che essa porta, quanto a quello che non porta.
Questa è evidentemente una percezione personale, data dalle persone conosciute, come anche dalle persone non conosciute, ma ascoltate nell'esporre il loro pensiero. Va detto poi che interpreto spesso non solo le parole, ma anche la gestualità, le attitudini sociali: fa inevitabilmente parte del mio metodo di analisi. Se riesco a confermare la mia visione, con una percentuale notevole di osservazioni, convalido almeno il mio pensiero.
D'altronde lo stesso Nietzsche, in un aforisma che suona inizialmente come discriminatorio, ma svela ben altro, diceva "che mai si estenda anche alle ragazze l'istruzione liceale, che fa di tanti giovani intraprendenti ed avidi di sapere, delle brutte copie dei loro maestri".
Perdonatemi, ma nel formalismo del greco antico, del latino, della filosofia, non vedo che esercizi di sterile conformismo. Non c'è alcuno spirito critico, non c'è possibilità di dissentire o innovare. Magari mi si farà notare che è ben difficile vedere innovazione da parte dei giovani liceali.
Eppure innovano come giovani consumatori di credito telefonico, di abiti firmati da stilisti di grido, e così via. Hanno il dovere di farlo in quei modi, mentre tutto il resto è negato.
La negazione del resto è così evidente. Ogni loro espressione finisce per essere malinconica, scialba, priva di espressività personale.
Non raccontano, ma citano, perfettamente. E lo faranno per tutti gli anni a seguire: scimmiette ammaestrate, ma si sentono colti, vista la loro citazione di altri autori colti.
Qualcuno, anni fa, mi descrisse la cultura liceale come l'unica in grado di dare un metodo di studio. Parole valide solo se lo studio è sul passato, su ciò che fu, mai su ciò che verrà: dove si richiede la flessibilità dell'innovazione, il nemico primario della cultura classica.
Oggi li osservo in varie forme. Sia i liceali ancora in formazione, che stanno strutturando la loro identità (o meglio lo stampo a cui uniformarsi), sia i liceali arrivati.
Quelli che più si fregiano d'innovare, sono iscritti alle facoltà universitarie della falsa innovazione. Studiano ingegneria gestionale, sono i nuovi padroni del vapore. Ma in pratica non hanno mai creato niente, ne sono incapaci.
Un esame o due, in sociologia o psicologia industriale, l'illude di conoscere le masse, di sapere come pensa un metalmeccanico o un dipendente aeroportuale, per manipolarlo in futuro. Finiscono poi per irritarsi al primo sciopero che blocca gli aerei per una giornata, perché non han capito che il mondo reale comincia esattamente dove finiscono le prove, senza un reality show che mostri il mondo reale un episodio alla volta.
E hanno gli stessi vizi e virtù dei loro coetanei meno acculturati.
Hanno bisogno della stessa sigaretta per sentirsi accettati nel mondo degli adulti, mostrano le stesse ansie e paure patologiche. Con la sola differenza di saper dire ogni cosa con mille sinonimi, di sapere dove cadono gli accenti e come si coniugano i verbi. Imparano una lingua sterile, formalmente perfetta, vuota nei contenuti. Imparano morale ed etica, o meglio le uniche accettate come possibili.
giovedì, aprile 20, 2006
I grandi vantaggi del software regalato
Fatta la premessa che questo mio intervento ha decisamente connotazioni tecniche, miste a quelle più generali, cercherò comunque di evitare il gergo.
C'è del vero, in proposito al software pubblico, relativamente alla diffusione sia del suo libero uso che di quel che si chiama il sorgente, cioè il testo da cui il computer compila un programma nella sua forma finale, quella che infine usiamo.
E' vero che usare liberamente un programma ci rende più felici di non aver speso un soldo.
E' vero che diffondere i sorgenti permetta di apprendere come si realizzano certe soluzioni, come funziona la parte creativa del processo.
C'è del falso nell'affermare che tutto quello che viene chiamato software aperto lo sia realmente.
Il primo terrore di chi regala il suo lavoro sembra proprio che altri ne ottengano un guadagno economico. Lo stesso tipo di terrore che ha chi vende il software.
Ci sono quindi delle licenze anche dietro al software aperto, che ti dicono che puoi usarlo come vuoi, ma secondo una regola.
Suona come la vecchia storia del libero arbitrio. Libertà, ma solo ammettendo di non essere indipendenti.
C'è dell'opinabile nell'affermare che chiunque possa prendere i sorgenti di un programma, quando è un sorgente aperto, e crearne una versione propria.
Sempre più spesso il software ha una complessità notevole, non a caso certi programmi vengono sviluppati e gestiti da comunità assai ampie.
C'è del deprecabile nel vedere come le comunità che gestiscono i sorgenti aperti sono fra quelle con la più forte chiusura mentale.
Perché sanno creare cose nuove, ma non sanno ascoltare, soprattutto le critiche. Sono abituati a sentire critiche soprattutto da chi sviluppa software commerciale, venduto a caro prezzo, che li critica per le mancanze di fondi, di piani industriali, di professionalità. Così prendono qualsiasi critica come fatta al loro movimento, anziché ad un prodotto o ad una funzionalità.
Riflettevo poco fa su una sommatoria di tutti questi fattori, in cui mi sono imbattuto da tempo, e continuo a osservare come sia sempre una conferma.
Scendendo nel tecnico.
Utilizzo sempre, come browser web, il gratuito ed evoluto Mozilla Firefox. Lo uso da tanto tempo, fin dalle sue prime versioni di prova. Anche quelle erano già un salto notevole, rispetto ad usare il terrificante Internet Explorer, e in ogni caso, fin da prima, usavo altri prodotti Mozilla/Netscape.
Ora, da utente coscienzioso, vista l'apertura della comunità Mozilla, fatta di decine (se non di centinaia) di sviluppatori, pensai bene anche di segnalare i difetti, visto che esiste un sito apposito per farlo.
I risultati delle mie segnalazioni sono stati deludenti, come (quasi) sempre mi è capitato con il software aperto.
Quando segnalai, oltre un paio d'anni fa, un problema nel gestire la memoria di sistema, scoprii che era già conosciuto da almeno un anno. Conosciuto, ma ignorato: gli sviluppatori preferivano filosofeggiare sull'approccio impiegato, anziché adottare una strategia.
Così, tutt'oggi, se utilizzate Firefox: aprendo cento finestre su delle pagine web, si occupa molta memoria di sistema (e questo mi sembra normale), ma chiudendone anche novantanove, la memoria non si libera più. Non finché viene chiuso del tutto il programma.
Stessa cosa per un altro difetto più particolare. Se lavorate in una rete di computer, e salvate con Firefox la copia di un file da internet, sul vostro disco fisso, potreste scoprire che non potete condividerlo con altri utenti della vostra rete. C'è una condizione in cui accade, ed è una condizione conosciuta, già segnalata. Solo che non c'è nessuna volontà di cambiamento, c'è paura del cambiamento: meglio farne una discussione filosofica.
E' software aperto, potrei cambiarlo da solo, no? Sfortunatamente rientra in quel software di estrema complessità, il solo pensiero di provarci mi scatena una noia indicibile.
Cosa ci stanno realmente regalando, senza che ne paghiamo alcun prezzo?
Perché un prezzo c'è sempre: è normale che vi sia, nel mondo reale. Forse non in quello di certi teorici del software. In quello di chi deve giustificare un fine al proprio lavoro, per pagarsi l'affitto o la spesa al supermercato, le cose sono ben diverse.
C'è del vero, in proposito al software pubblico, relativamente alla diffusione sia del suo libero uso che di quel che si chiama il sorgente, cioè il testo da cui il computer compila un programma nella sua forma finale, quella che infine usiamo.
E' vero che usare liberamente un programma ci rende più felici di non aver speso un soldo.
E' vero che diffondere i sorgenti permetta di apprendere come si realizzano certe soluzioni, come funziona la parte creativa del processo.
C'è del falso nell'affermare che tutto quello che viene chiamato software aperto lo sia realmente.
Il primo terrore di chi regala il suo lavoro sembra proprio che altri ne ottengano un guadagno economico. Lo stesso tipo di terrore che ha chi vende il software.
Ci sono quindi delle licenze anche dietro al software aperto, che ti dicono che puoi usarlo come vuoi, ma secondo una regola.
Suona come la vecchia storia del libero arbitrio. Libertà, ma solo ammettendo di non essere indipendenti.
C'è dell'opinabile nell'affermare che chiunque possa prendere i sorgenti di un programma, quando è un sorgente aperto, e crearne una versione propria.
Sempre più spesso il software ha una complessità notevole, non a caso certi programmi vengono sviluppati e gestiti da comunità assai ampie.
C'è del deprecabile nel vedere come le comunità che gestiscono i sorgenti aperti sono fra quelle con la più forte chiusura mentale.
Perché sanno creare cose nuove, ma non sanno ascoltare, soprattutto le critiche. Sono abituati a sentire critiche soprattutto da chi sviluppa software commerciale, venduto a caro prezzo, che li critica per le mancanze di fondi, di piani industriali, di professionalità. Così prendono qualsiasi critica come fatta al loro movimento, anziché ad un prodotto o ad una funzionalità.
Riflettevo poco fa su una sommatoria di tutti questi fattori, in cui mi sono imbattuto da tempo, e continuo a osservare come sia sempre una conferma.
Scendendo nel tecnico.
Utilizzo sempre, come browser web, il gratuito ed evoluto Mozilla Firefox. Lo uso da tanto tempo, fin dalle sue prime versioni di prova. Anche quelle erano già un salto notevole, rispetto ad usare il terrificante Internet Explorer, e in ogni caso, fin da prima, usavo altri prodotti Mozilla/Netscape.
Ora, da utente coscienzioso, vista l'apertura della comunità Mozilla, fatta di decine (se non di centinaia) di sviluppatori, pensai bene anche di segnalare i difetti, visto che esiste un sito apposito per farlo.
I risultati delle mie segnalazioni sono stati deludenti, come (quasi) sempre mi è capitato con il software aperto.
Quando segnalai, oltre un paio d'anni fa, un problema nel gestire la memoria di sistema, scoprii che era già conosciuto da almeno un anno. Conosciuto, ma ignorato: gli sviluppatori preferivano filosofeggiare sull'approccio impiegato, anziché adottare una strategia.
Così, tutt'oggi, se utilizzate Firefox: aprendo cento finestre su delle pagine web, si occupa molta memoria di sistema (e questo mi sembra normale), ma chiudendone anche novantanove, la memoria non si libera più. Non finché viene chiuso del tutto il programma.
Stessa cosa per un altro difetto più particolare. Se lavorate in una rete di computer, e salvate con Firefox la copia di un file da internet, sul vostro disco fisso, potreste scoprire che non potete condividerlo con altri utenti della vostra rete. C'è una condizione in cui accade, ed è una condizione conosciuta, già segnalata. Solo che non c'è nessuna volontà di cambiamento, c'è paura del cambiamento: meglio farne una discussione filosofica.
E' software aperto, potrei cambiarlo da solo, no? Sfortunatamente rientra in quel software di estrema complessità, il solo pensiero di provarci mi scatena una noia indicibile.
Cosa ci stanno realmente regalando, senza che ne paghiamo alcun prezzo?
Perché un prezzo c'è sempre: è normale che vi sia, nel mondo reale. Forse non in quello di certi teorici del software. In quello di chi deve giustificare un fine al proprio lavoro, per pagarsi l'affitto o la spesa al supermercato, le cose sono ben diverse.
venerdì, aprile 14, 2006
Mondi perfetti
Non nascondo mai la mia irritazione, nel leggere il weblog del signor Beppe Grillo.
Irritazione data principalmente da un motivo: il fatto che fra lui e le persone che denuncia, non ci sia poi molta differenza. Cerco di spiegarlo.
Spesso richiama a sé dei fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti, come l'inquinamento o altre disattenzioni della politica.
Il punto è che il modo in cui lo fa, riprende esattamente l'ottusità, il populismo, delle stesse persone che contesta.
La prima denuncia è di fenomeni descritti come "in Europa/Olanda/Germania/ecc. le cose sono fatte meglio". Ci racconta di paesi stranieri, come se solo sapendolo tutti gl'italiani volessero istantaneamente imitarli. In realtà, alla fine, sorte l'effetto esattamente opposto.
Perché gl'italiani non sono soltanto un altro popolo (e passo oltre alla mia opinione, ché sarebbe assai dura), ma pur di sentire la propria identità nazionale, preferiscono essere diversi da tutti quelli che cita. Quanto diversi? Anche più idioti, testardi, cocciuti, pur di essere diversi, di rimarcare la loro appartenenza.
Quindi trovo irritante che mi elenchi in quali nazioni europee la segnaletica stradale è stata rimossa agli incroci, per dare responsabilità agli automobilisti, nei confronti dei pedoni.
Qui, se prima non si cambia la mentalità della gente, non ha alcuno scopo cambiare le leggi.
Ecco perché quando leggo gli articoli del signor Grillo mi sento offeso, come dalle leggi emozionali che si promulgano continuamente. Una massa di provvedimenti, di regolamenti, che finiscono per divenire inapplicabili: c'è già una valanga di politici (vecchi e nuovi) pronti a scrivere leggi per metterci il proprio nome, e questo signore, con la scusa della comicità, vuole mettere anche lui il suo. Non ci spiega come applicherà le leggi che propone, non ci dice in quale nazione le veda applicabili seriamente -- e per favore, che non ci dica l'Italia, perché si passerebbe dalla comicità al suo parossismo, per non dire di peggio.
Il mondo perfetto, di questi teologi dell'ecologia, dei governanti del paese dei balocchi, non è qui.
E c'è un motivo: è inutile che ci dica come dipenda solo da chi governa, dipende da tutti.
L'arroganza con cui insiste sulle sue posizioni, me lo rende antipatico anche in quello che concordo con lui: non mi sorprende che finisca per esserlo infine con chi è in disaccordo.
Irritazione data principalmente da un motivo: il fatto che fra lui e le persone che denuncia, non ci sia poi molta differenza. Cerco di spiegarlo.
Spesso richiama a sé dei fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti, come l'inquinamento o altre disattenzioni della politica.
Il punto è che il modo in cui lo fa, riprende esattamente l'ottusità, il populismo, delle stesse persone che contesta.
La prima denuncia è di fenomeni descritti come "in Europa/Olanda/Germania/ecc. le cose sono fatte meglio". Ci racconta di paesi stranieri, come se solo sapendolo tutti gl'italiani volessero istantaneamente imitarli. In realtà, alla fine, sorte l'effetto esattamente opposto.
Perché gl'italiani non sono soltanto un altro popolo (e passo oltre alla mia opinione, ché sarebbe assai dura), ma pur di sentire la propria identità nazionale, preferiscono essere diversi da tutti quelli che cita. Quanto diversi? Anche più idioti, testardi, cocciuti, pur di essere diversi, di rimarcare la loro appartenenza.
Quindi trovo irritante che mi elenchi in quali nazioni europee la segnaletica stradale è stata rimossa agli incroci, per dare responsabilità agli automobilisti, nei confronti dei pedoni.
Qui, se prima non si cambia la mentalità della gente, non ha alcuno scopo cambiare le leggi.
Ecco perché quando leggo gli articoli del signor Grillo mi sento offeso, come dalle leggi emozionali che si promulgano continuamente. Una massa di provvedimenti, di regolamenti, che finiscono per divenire inapplicabili: c'è già una valanga di politici (vecchi e nuovi) pronti a scrivere leggi per metterci il proprio nome, e questo signore, con la scusa della comicità, vuole mettere anche lui il suo. Non ci spiega come applicherà le leggi che propone, non ci dice in quale nazione le veda applicabili seriamente -- e per favore, che non ci dica l'Italia, perché si passerebbe dalla comicità al suo parossismo, per non dire di peggio.
Il mondo perfetto, di questi teologi dell'ecologia, dei governanti del paese dei balocchi, non è qui.
E c'è un motivo: è inutile che ci dica come dipenda solo da chi governa, dipende da tutti.
L'arroganza con cui insiste sulle sue posizioni, me lo rende antipatico anche in quello che concordo con lui: non mi sorprende che finisca per esserlo infine con chi è in disaccordo.
martedì, aprile 11, 2006
Primi risultati politici
La tristezza del pessimista non è in ciò che teme (e pronostica) possa accadere, ma nello scoprire di aver indovinato.
Poco tempo fa esprimevo un concetto di tendenza al centralismo, come punto di presunta stabilità, a cui molti tendono. E che in effetti sembra aver fatto il suo gioco anche in queste ultime elezioni politiche -- seppure in questo momento io non abbia ancora in mano i dati definitivi.
L'immagine interessante è che alla metà della popolazione l'Italia va bene così com'è -- nonostante tutti gli avvenimenti a livello economico, oltre a quelli politici internazionali, degli ultimi anni.
Come dire, "non muoviamoci da questa posizione, buona o cattiva che sia, rimane la migliore".
La dimostrazione, come al solito, è che la media non rappresenta la virtù. Il centro tanto desiderato è come l'uovo da mettere in equilibrio su una delle sue convessità maggiori. Solo che Cristoforo Colombo è morto da un pezzo, per cui è meglio prepararsi all'ennesima frittata. Dove l'uovo lega gli avanzi, certo.
Avrei trovato più decorosa qualsiasi scelta avesse portato gl'Italiani verso una direzione o l'altra, allontanandosi dal centralismo, dalla paura degli estremi.
Non vanno sottovalutate poi le alleanze, quelle che hanno portato le figure politiche da un lato o dall'altro dello schieramento. Il sottile squilibrio è in fondo anche una scelta di partner, il saperseli rendere alleati. Creare insomma una coalizione da cinquanta percento.
Probabilmente questo ha anche portato alcuni elettori a scartare da un lato o dall'altro, rimanendo indecisi anche oggi, con questi risultati.
Insomma: se chiedete un'indicazione stradale, davanti ad un bivio, vi risponderanno probabilmente 'destra' o 'sinistra', difficile che qualcuno dica di restare fermi al centro, aspettando che la vostra destinazione vi raggiunga. L'Italia invece risponde così.
Poco tempo fa esprimevo un concetto di tendenza al centralismo, come punto di presunta stabilità, a cui molti tendono. E che in effetti sembra aver fatto il suo gioco anche in queste ultime elezioni politiche -- seppure in questo momento io non abbia ancora in mano i dati definitivi.
L'immagine interessante è che alla metà della popolazione l'Italia va bene così com'è -- nonostante tutti gli avvenimenti a livello economico, oltre a quelli politici internazionali, degli ultimi anni.
Come dire, "non muoviamoci da questa posizione, buona o cattiva che sia, rimane la migliore".
La dimostrazione, come al solito, è che la media non rappresenta la virtù. Il centro tanto desiderato è come l'uovo da mettere in equilibrio su una delle sue convessità maggiori. Solo che Cristoforo Colombo è morto da un pezzo, per cui è meglio prepararsi all'ennesima frittata. Dove l'uovo lega gli avanzi, certo.
Avrei trovato più decorosa qualsiasi scelta avesse portato gl'Italiani verso una direzione o l'altra, allontanandosi dal centralismo, dalla paura degli estremi.
Non vanno sottovalutate poi le alleanze, quelle che hanno portato le figure politiche da un lato o dall'altro dello schieramento. Il sottile squilibrio è in fondo anche una scelta di partner, il saperseli rendere alleati. Creare insomma una coalizione da cinquanta percento.
Probabilmente questo ha anche portato alcuni elettori a scartare da un lato o dall'altro, rimanendo indecisi anche oggi, con questi risultati.
Insomma: se chiedete un'indicazione stradale, davanti ad un bivio, vi risponderanno probabilmente 'destra' o 'sinistra', difficile che qualcuno dica di restare fermi al centro, aspettando che la vostra destinazione vi raggiunga. L'Italia invece risponde così.
domenica, aprile 09, 2006
Curiosa economia
Alcuni giorni fa, ascoltando la radio, ho sentito un commento che definirei come minimo curioso.
Un economista di fama (di cui purtroppo mi son perso il nome) veniva intervistato sugli ultimi dati economici, relativi allo stato delle famiglie italiane.
In particolare era in esame il crescente indebitamento delle famiglie, che pare aver toccato nuovi record, nel 2005. Il nostro esperto ha dichiarato che "il crescente indebitamento delle famiglie non è da vedersi come un dato del tutto negativo" (sic). Sì, perché a sua detta non siamo abituati ad avere molti debiti, mentre in qualche altra parte del mondo (forse si riferiva al resto dell'Europa? Sinceramente non lo ricordo) le famiglie sono abituate ad un maggior indebitamento.
Chissà se pensava anche alla propria famiglia, quando esponeva la didattica della povertà.
Io che sono malizioso, ho invece interpretato il messaggio diversamente.
Nel senso che l'indebitamento porta infine ricchezza nelle mani di chi lo finanzia, come le banche, che hanno riscosso nel 2005 un aumento degli utili del 66% rispetto all'anno precedente.
E questo non è un dato negativo, per le banche e per chi ne ha quote azionarie. Forse era questa la famiglia a cui pensava l'economista, quella degli azionisti bancari.
Ma per cosa s'indebitano le famiglie italiane?
Tempo fa avevo già letto, seppure con scarsa attenzione, alcuni articoli in proposito. Non perché non m'interessassero, ma perché rivelavano già nei titoli tutto quello che già pensavo.
Debiti per mantenere uno stile di vita decoroso, ma anche debiti per acquistare i nuovi prodotti hi-tech.
Le cassette postali sono ormai quotidianamente zeppe di comunicati pubblicitari multicolori, con al centro dell'attenzione le grandi catene di elettronica. Quelle che vendono dal televisore al frigorifero, in continua rincorsa ai prezzi. Che ormai rimangono gli unici a calare costantemente, vuoi per il miglioramento di certi processi tecnologici, vuoi per la delocalizzazione di certe produzioni in paesi poveri e sfruttabili all'inverosimile.
E i prodotti tecnologici sono spesso loro stessi le icone della propria pubblicità. Creati per appetire, colorati, dotati di sempre nuove funzionalità, di cui scopriamo non poter fare a meno.
Diventano rapidamente status symbol, riempiono il vuoto dell'esistenza dei loro proprietari. E la propria esistenza ha un valore tale per cui ci si può indebitare.
"L'indebitamento non è un dato del tutto negativo". Ancora ne sorrido.
Un economista di fama (di cui purtroppo mi son perso il nome) veniva intervistato sugli ultimi dati economici, relativi allo stato delle famiglie italiane.
In particolare era in esame il crescente indebitamento delle famiglie, che pare aver toccato nuovi record, nel 2005. Il nostro esperto ha dichiarato che "il crescente indebitamento delle famiglie non è da vedersi come un dato del tutto negativo" (sic). Sì, perché a sua detta non siamo abituati ad avere molti debiti, mentre in qualche altra parte del mondo (forse si riferiva al resto dell'Europa? Sinceramente non lo ricordo) le famiglie sono abituate ad un maggior indebitamento.
Chissà se pensava anche alla propria famiglia, quando esponeva la didattica della povertà.
Io che sono malizioso, ho invece interpretato il messaggio diversamente.
Nel senso che l'indebitamento porta infine ricchezza nelle mani di chi lo finanzia, come le banche, che hanno riscosso nel 2005 un aumento degli utili del 66% rispetto all'anno precedente.
E questo non è un dato negativo, per le banche e per chi ne ha quote azionarie. Forse era questa la famiglia a cui pensava l'economista, quella degli azionisti bancari.
Ma per cosa s'indebitano le famiglie italiane?
Tempo fa avevo già letto, seppure con scarsa attenzione, alcuni articoli in proposito. Non perché non m'interessassero, ma perché rivelavano già nei titoli tutto quello che già pensavo.
Debiti per mantenere uno stile di vita decoroso, ma anche debiti per acquistare i nuovi prodotti hi-tech.
Le cassette postali sono ormai quotidianamente zeppe di comunicati pubblicitari multicolori, con al centro dell'attenzione le grandi catene di elettronica. Quelle che vendono dal televisore al frigorifero, in continua rincorsa ai prezzi. Che ormai rimangono gli unici a calare costantemente, vuoi per il miglioramento di certi processi tecnologici, vuoi per la delocalizzazione di certe produzioni in paesi poveri e sfruttabili all'inverosimile.
E i prodotti tecnologici sono spesso loro stessi le icone della propria pubblicità. Creati per appetire, colorati, dotati di sempre nuove funzionalità, di cui scopriamo non poter fare a meno.
Diventano rapidamente status symbol, riempiono il vuoto dell'esistenza dei loro proprietari. E la propria esistenza ha un valore tale per cui ci si può indebitare.
"L'indebitamento non è un dato del tutto negativo". Ancora ne sorrido.
mercoledì, marzo 29, 2006
Computer fanatics
Molti anni fa era, agli albori dell'informatica per tutti, c'era una continua diatriba su quali fossero i computer migliori, i più innovativi, i più evoluti e prestanti.
Prestanti, perché questo termine esiste in italiano, mentre la mania per gli tecnicismi stranieri ha partorito creature aberranti, come il tanto diffuso performante.
Il mercato si è poi avviato verso sempre un più deciso bipolarismo, dove solo le architetture compatibili con il mondo Microsoft e quelle del mondo Apple, hanno cominciato a spartirsi la ricchezza del nuovo mondo, quello dei computer per tutti.
Leggendo dei brani, in un articolo del signor Vittorio Zucconi, ho ripensato, com'è inevitabile, ai fanatismi più assurdi, verso cui il mondo dell'informatica si è diretto.
Premesso che non sono un fanatico del mondo Microsoft, sottolineo che non lo sono sicuramente neppure del mondo Apple, pur essendo utente del primo, come in passato utente anche del secondo.
L'articolo di Zucconi è in realtà uno delle decine di articoli simili, che ho letto negli anni. Tutti che iniziano incensando la Apple per le sue mirabolanti invenzioni (senza aver innovato in niente di tecnologico), proseguendo nel lamento della dura vita di chi usa un sistema alternativo e meno diffuso, terminando col fatto che adesso si sono riscattati, perché il mondo è cambiato in meglio e grazie a loro.
Sembrano le tre fasi tipiche del fanatismo informatico, usate anche dagli utenti o sviluppatori di prodotti Microsoft. Hanno anche loro un Dio unico (il signor William Gates, contrapposto al signor Steve Jobs), che ha creato il cielo e la terra. Hanno le loro lamentele, hanno il mondo finalmente migliore grazie al brand per cui tifano.
Inutile dire che il loro settarismo, quella da cui Zucconi si sente affrrancato, rimane esattamente lì dov'era vent'anni fa.
Quello degli utenti Apple non è stato poi così sofferto, quasi imposto, come ce lo racconta. Entrare in un negozio dove si vendeva solo Apple, diciamo dieci anni fa, era come l'entrare in un negozio di Hi-Fi esoterico. Quei negozi dove ti vendono un pezzo di ferro che messo sotto un giradischi lo fa suonare meglio, oppure cavi elettrici per condurre gli elettroni nel modo giusto. Una bottega d'alchimia tecnologica, insomma, un santuario.
Gli utenti Apple vivevano come in uno stato di estasi mistica, predicando il vero verbo, guardando con astio e orrore verso la blasfemia di chi avrebbe potuto dir loro che in fondo "è solo un computer, non un tabernacolo di un santo".
Non sono rimasti soli, però. Mentre dal lato degli utenti di prodotti Microsoft la cosa era limitata a percentuali più ristrette di fanatici (in ogni caso fanatici esattamente allo stesso modo), si sono sviluppati i nuovi credo. Come quello dell'open source, un movimento che sicuramente ha anche molti buoni propositi, ma che tende ancor più all'esaltazione trascendentale.
Cito ad esempio l'onnipresente signor Richard Stallman, i cui scritti fanno pensare ad un profeta laico (la contraddizione è voluta).
Per non parlare di altre figure di spicco, come Larry Wall, che ha scritto i manuali del suo software suddividendoli con i nomi e le citazioni bibliche, e non in senso ironico.
La parte ridicola per la tecnologia è che per dimostrare la bontà di soluzioni tecnologiche si faccia ricorso al fanatismo, all'esaltazione di principi morali.
Prestanti, perché questo termine esiste in italiano, mentre la mania per gli tecnicismi stranieri ha partorito creature aberranti, come il tanto diffuso performante.
Il mercato si è poi avviato verso sempre un più deciso bipolarismo, dove solo le architetture compatibili con il mondo Microsoft e quelle del mondo Apple, hanno cominciato a spartirsi la ricchezza del nuovo mondo, quello dei computer per tutti.
Leggendo dei brani, in un articolo del signor Vittorio Zucconi, ho ripensato, com'è inevitabile, ai fanatismi più assurdi, verso cui il mondo dell'informatica si è diretto.
Premesso che non sono un fanatico del mondo Microsoft, sottolineo che non lo sono sicuramente neppure del mondo Apple, pur essendo utente del primo, come in passato utente anche del secondo.
L'articolo di Zucconi è in realtà uno delle decine di articoli simili, che ho letto negli anni. Tutti che iniziano incensando la Apple per le sue mirabolanti invenzioni (senza aver innovato in niente di tecnologico), proseguendo nel lamento della dura vita di chi usa un sistema alternativo e meno diffuso, terminando col fatto che adesso si sono riscattati, perché il mondo è cambiato in meglio e grazie a loro.
Sembrano le tre fasi tipiche del fanatismo informatico, usate anche dagli utenti o sviluppatori di prodotti Microsoft. Hanno anche loro un Dio unico (il signor William Gates, contrapposto al signor Steve Jobs), che ha creato il cielo e la terra. Hanno le loro lamentele, hanno il mondo finalmente migliore grazie al brand per cui tifano.
Inutile dire che il loro settarismo, quella da cui Zucconi si sente affrrancato, rimane esattamente lì dov'era vent'anni fa.
Quello degli utenti Apple non è stato poi così sofferto, quasi imposto, come ce lo racconta. Entrare in un negozio dove si vendeva solo Apple, diciamo dieci anni fa, era come l'entrare in un negozio di Hi-Fi esoterico. Quei negozi dove ti vendono un pezzo di ferro che messo sotto un giradischi lo fa suonare meglio, oppure cavi elettrici per condurre gli elettroni nel modo giusto. Una bottega d'alchimia tecnologica, insomma, un santuario.
Gli utenti Apple vivevano come in uno stato di estasi mistica, predicando il vero verbo, guardando con astio e orrore verso la blasfemia di chi avrebbe potuto dir loro che in fondo "è solo un computer, non un tabernacolo di un santo".
Non sono rimasti soli, però. Mentre dal lato degli utenti di prodotti Microsoft la cosa era limitata a percentuali più ristrette di fanatici (in ogni caso fanatici esattamente allo stesso modo), si sono sviluppati i nuovi credo. Come quello dell'open source, un movimento che sicuramente ha anche molti buoni propositi, ma che tende ancor più all'esaltazione trascendentale.
Cito ad esempio l'onnipresente signor Richard Stallman, i cui scritti fanno pensare ad un profeta laico (la contraddizione è voluta).
Per non parlare di altre figure di spicco, come Larry Wall, che ha scritto i manuali del suo software suddividendoli con i nomi e le citazioni bibliche, e non in senso ironico.
La parte ridicola per la tecnologia è che per dimostrare la bontà di soluzioni tecnologiche si faccia ricorso al fanatismo, all'esaltazione di principi morali.
martedì, marzo 28, 2006
Saper riconoscere gl'idioti
Qualche volta diventa un'impresa, vista la propensione alle idiozie per puro spirito emulativo.
Il signor Marcello Pera, già citato qui, incidentalmente Presidente del Senato (anche se il fatto, per fortuna, non ha alcun legame) ci lascia sempre nel dubbio.
Quando rilancia i fondamenti della società europea, a suo parere basata sulla matrice "giudeo-cristiana" (sic), lascia perlopiù interdetti. E' un po' l'effetto che ti fa uno che ti sfascia l'auto che hai lasciato ben parcheggiata, e poi ti urla contro: non capisci all'istante se è totalmente pazzo o se sta disperatamente cercando un altro responsabile.
Non si capisce infatti se abbia mai sentito parlare della filosofia della Grecia antica, visto che pone tutti quei concetti come fondati esclusivamente dopo l'avvento del Cristianesimo. Non si capisce se abbia mai sentito parlare delle civiltà Romana, e ancor prima Etrusca, e dei cambiamenti sociali che avevano già allora iniziato. Non si capisce se quando parla di fondamentalismi religiosi, pericolosi, li condanni o semplicemente li invidi.
A voi la decisione sul fatto che questo individuo sia un vero o un falso ossìmoro. Sarà per la mia cultura limitata, ma non mi è mai stato difficile comprenderlo, ogni volta che l'ho sentito proferire verbo.
Il signor Marcello Pera, già citato qui, incidentalmente Presidente del Senato (anche se il fatto, per fortuna, non ha alcun legame) ci lascia sempre nel dubbio.
Quando rilancia i fondamenti della società europea, a suo parere basata sulla matrice "giudeo-cristiana" (sic), lascia perlopiù interdetti. E' un po' l'effetto che ti fa uno che ti sfascia l'auto che hai lasciato ben parcheggiata, e poi ti urla contro: non capisci all'istante se è totalmente pazzo o se sta disperatamente cercando un altro responsabile.
Non si capisce infatti se abbia mai sentito parlare della filosofia della Grecia antica, visto che pone tutti quei concetti come fondati esclusivamente dopo l'avvento del Cristianesimo. Non si capisce se abbia mai sentito parlare delle civiltà Romana, e ancor prima Etrusca, e dei cambiamenti sociali che avevano già allora iniziato. Non si capisce se quando parla di fondamentalismi religiosi, pericolosi, li condanni o semplicemente li invidi.
A voi la decisione sul fatto che questo individuo sia un vero o un falso ossìmoro. Sarà per la mia cultura limitata, ma non mi è mai stato difficile comprenderlo, ogni volta che l'ho sentito proferire verbo.
lunedì, marzo 27, 2006
Vo(l)to elettronico
Credo che chiunque abbia letto un po' i giornali o le riviste che parlano di attualità, non si sia perso la situazione incresciosa degli intercettamenti telefonici, della manipolazione delle firme raccolte da un partito politico italiano, e mille altri risvolti.
La domanda, semplice, diretta, è: vi fidate del voto elettronico, dopo queste premesse?
E non perché l'elettronica e l'informatica siano inaffidabili, ovvio.
Dal mio punto di vista, prettamente tecnico, la robustezza della catena di un sistema è tutta nel suo anello più debole. Quindi in un sistema dove chi fa da giudice è anche allo stesso tempo un giocatore, diventa difficile pensare che non ci siano debolezze.
E dalla mia esperienza pratica, la sicurezza anche di chi si impegna, è solitamente risibile.
La domanda, semplice, diretta, è: vi fidate del voto elettronico, dopo queste premesse?
E non perché l'elettronica e l'informatica siano inaffidabili, ovvio.
Dal mio punto di vista, prettamente tecnico, la robustezza della catena di un sistema è tutta nel suo anello più debole. Quindi in un sistema dove chi fa da giudice è anche allo stesso tempo un giocatore, diventa difficile pensare che non ci siano debolezze.
E dalla mia esperienza pratica, la sicurezza anche di chi si impegna, è solitamente risibile.
Quanto costa un SMS?
Pare una domanda banale, eppure non sono così sicuro che lo sia.
Nonostante io operi nel settore delle tecnologie avanzate, sono solitamente moderato nel mostrare entusiasmo verso certi nuovi prodotti. Diciamo pure che sono molto critico, verso i falsi nuovi prodotti, quelli che ci bombardano in ogni comunicato commerciale e volantino pubblicitario stipato nella cassetta delle lettere.
Così, ho ancora un telefono cellulare del tipo che non invia SMS multipli, arrivato ai 160 caratteri si ferma e qui devo ingegnarmi su cosa fare -- soprattutto se il messaggio è per qualcuno che so non poter rispondere, ma che può leggerselo come una nota più tardi.
Ho quindi un dubbio, sui telefoni dotati invece di questa capacità di suddividere i messaggi: con quale criterio lo fanno? Non avendone mai usati, mi verrebbe da pensare che agiscano in base alla lunghezza: superata una lunghezza limite inizia lo spezzettamento.
Magari è una considerazione ingenua, forse esiste un metodo più intelligente per farlo.
Dagli SMS che ricevo però, il metodo non lo comprendo. L'unica cosa che comprendo è che spesso ricevo cose come: "Collegato 1/2: Ciao, come s" seguito da "Collegato 2/2: tai?"
Chi spedisce il messaggio ne paga quindi due? Per tre sole parole?
Nonostante io operi nel settore delle tecnologie avanzate, sono solitamente moderato nel mostrare entusiasmo verso certi nuovi prodotti. Diciamo pure che sono molto critico, verso i falsi nuovi prodotti, quelli che ci bombardano in ogni comunicato commerciale e volantino pubblicitario stipato nella cassetta delle lettere.
Così, ho ancora un telefono cellulare del tipo che non invia SMS multipli, arrivato ai 160 caratteri si ferma e qui devo ingegnarmi su cosa fare -- soprattutto se il messaggio è per qualcuno che so non poter rispondere, ma che può leggerselo come una nota più tardi.
Ho quindi un dubbio, sui telefoni dotati invece di questa capacità di suddividere i messaggi: con quale criterio lo fanno? Non avendone mai usati, mi verrebbe da pensare che agiscano in base alla lunghezza: superata una lunghezza limite inizia lo spezzettamento.
Magari è una considerazione ingenua, forse esiste un metodo più intelligente per farlo.
Dagli SMS che ricevo però, il metodo non lo comprendo. L'unica cosa che comprendo è che spesso ricevo cose come: "Collegato 1/2: Ciao, come s" seguito da "Collegato 2/2: tai?"
Chi spedisce il messaggio ne paga quindi due? Per tre sole parole?
domenica, marzo 26, 2006
Opinioni politiche
Tutti noi ne esprimiamo in fondo, coscienti o no di farlo. Anche la scelta di un gelato, di un colore per l'automobile, del tessuto di un indumento, tutto fa politica.
Gli apolitici sono in realtà degli utopisti, solitamente delusi dal non trovare una posizione esattamente coincidente con le loro idee. Certo vale per chi si dichiara tale e ne difende la posizione, mentre è piuttosto diverso per gli indifferenti verso la politica, che spesso sono i soggetti più facilmente manipolabili -- dalla politica, ovvio.
Verso la metà degli anni '80 ero molto più attivo a mia volta, verso la politica e il suo rapporto con i giovani, essendo ancora studente, in mezzo ai cambiamenti che mai sembravano favorevoli.
La protesta verso l'allora Ministero dell'Istruzione ed i suoi provvedimenti, dall'orwelliano 1984 proseguì fino all'85, in quello che qualcuno definì il movimento dei ragazzi dell'85.
Riflettevo giusto ieri sulle parole di una persona, che in una chiacchierata del tutto informale, mi ha colpito dicendo più o meno che "da giovani, si sceglie sempre uno schieramento, se stare a destra o a sinistra".
Quel che c'è di triste, nella riflessione, è il fatto che poi negli anni, molti perdano interesse verso qualsiasi obbiettivo politico. Cerchino la tranquillità della non-politica, lasciando le ideologie per i nuovi idoli, i simulacri del benessere.
Sembra quasi che rinuncino a qualsiasi coinvolgimento, nel timore che li distragga dal nuovo obbiettivo. Finiscono per esprimere opinioni politiche - dirette - solo quando la politica insidia il vitello d'oro. Allora si rivoltano maldestramente, lanciando strali contro gli eretici, avversi al nuovo Dio.
E qui ammetto che a mia volta ho allentato gli interessi verso la politica, non sono più l'attivista della mia giovinezza, anche se in realtà non ho perso interesse per la politica, non ho coltivato l'illusione di un ovattato mondo apolitico.
Quello che mi ha stancato, annoiato, è la gente stessa per cui potresti fare qualcosa. La domanda che mi sono posto è suonata come "ma davvero c'è chi merita di meglio? C'è davvero qualcuno per cui battersi?".
Se fossi minimamente religioso, la domanda non si porrebbe neppure: ovvio che il bene universale debba essere un obbiettivo primario.
Se avessi dei figli, una famiglia, mi sentirei altrettanto tenuto a perseguire quell'obbiettivo.
Come mai, le tante persone che hanno queste due condizioni, non si sentono altrettanto motivate a migliorare il futuro?
Nella metà degli anni '80, sempre quelli citati prima, nutrivo una certa avversione per gli articoli del signor Eugenio Scalfari, sul suo quotidiano (era fondatore e direttore de La Repubblica, per chi non lo ricorda). Le sue posizioni mi scatenavano sempre una certa irritazione.
Anche oggi, che i miei spigoli si sono smussati, lo trovo talvolta su quegli arroccamenti dell'intellettuale che protesta e si indigna, con un suo snobismo culturale.
Trovo invece abbastanza condivisibile il suo articolo di oggi, sull'inesistenza dei moderati.
In fondo il paese non si distanzia granché dalle finzioni letterarie di un romanzo di Benni, come in Spiriti, dove le forze che si contendono il potere si dividono fra moderati e moderisti.
Quel che trovo sicuramente condivisibile, nell'articolo di Scalfari, è l'ormai palese incapacità d'indignazione degli Italiani.
Se un tempo potevo stancarmi dell'italiano medio, con la sua mediocrità, adesso sono davvero inorridito davanti al fatto che neppure dietro le associazioni più potenti del paese ci sia più decoro. Anche falso decoro, come siamo abituati a mostrarlo benissimo in questo paese, ma decoro.
Un'associazione come Confindustria, che un tempo poteva farmi arrabbiare per le arroganti posizioni sul lavoro, adesso è talmente anestetizzata da rivoltarsi contro chi la vuole svegliare, perfino se è un suo membro, come il signor Della Valle.
Che ha semplicemente raccontato quello che tutti coloro che non sono ipnotizzati possono vedere, il fenomeno di un paese a rotta di collo verso il disastro economico, oggi per le famiglie più povere, domani per quelle più ricche.
Scarsa lungimiranza. Come si può credere che la nazione stia davvero andando bene così?
Eppure un disegno c'è, dietro a tutto questo. Faccio un'ipotesi inquietante, che mi è saltata alla mente giusto ora.
Supponiamo che l'impoverimento cresca ancora a dismisura. Qualcuno tempo fa lanciava l'ipotesi che fosse una manovra per garantire lavoratori a basso costo per le aziende, ma non penso sia il quadro completo.
Proseguiamo.
Supponiamo che l'impoverimento renda molto fragili la maggior parte delle aziende che ancora oggi galleggiano. Come alcuni avranno notato - non molti, altrimenti le cose sarebbero cambiate - ci sono, al contrario, delle aziende ad ampio spettro di attività che invece stanno crescendo; vuoi per la pubblicità, vuoi perché si stanno facendo spazio a gomitate sempre più forti.
In un futuro in cui una miriade di aziende medio-piccole (ma non solo) saranno in difficoltà, diverrà facile per un colosso acquisirle, colonizzarle. In quel futuro potrebbero esserci molti marchi italiani, ma una sola azienda a controllarli. A quel punto l'amministrazione dello Stato diverrà solo un'attività collaterale, un fantoccio per le relazioni internazionali; o anche per indire di tanto in tanto delle libere elezioni, che sponsorizzino partiti politici incapaci di cambiare uno Stato delle Cose.
Gli apolitici sono in realtà degli utopisti, solitamente delusi dal non trovare una posizione esattamente coincidente con le loro idee. Certo vale per chi si dichiara tale e ne difende la posizione, mentre è piuttosto diverso per gli indifferenti verso la politica, che spesso sono i soggetti più facilmente manipolabili -- dalla politica, ovvio.
Verso la metà degli anni '80 ero molto più attivo a mia volta, verso la politica e il suo rapporto con i giovani, essendo ancora studente, in mezzo ai cambiamenti che mai sembravano favorevoli.
La protesta verso l'allora Ministero dell'Istruzione ed i suoi provvedimenti, dall'orwelliano 1984 proseguì fino all'85, in quello che qualcuno definì il movimento dei ragazzi dell'85.
Riflettevo giusto ieri sulle parole di una persona, che in una chiacchierata del tutto informale, mi ha colpito dicendo più o meno che "da giovani, si sceglie sempre uno schieramento, se stare a destra o a sinistra".
Quel che c'è di triste, nella riflessione, è il fatto che poi negli anni, molti perdano interesse verso qualsiasi obbiettivo politico. Cerchino la tranquillità della non-politica, lasciando le ideologie per i nuovi idoli, i simulacri del benessere.
Sembra quasi che rinuncino a qualsiasi coinvolgimento, nel timore che li distragga dal nuovo obbiettivo. Finiscono per esprimere opinioni politiche - dirette - solo quando la politica insidia il vitello d'oro. Allora si rivoltano maldestramente, lanciando strali contro gli eretici, avversi al nuovo Dio.
E qui ammetto che a mia volta ho allentato gli interessi verso la politica, non sono più l'attivista della mia giovinezza, anche se in realtà non ho perso interesse per la politica, non ho coltivato l'illusione di un ovattato mondo apolitico.
Quello che mi ha stancato, annoiato, è la gente stessa per cui potresti fare qualcosa. La domanda che mi sono posto è suonata come "ma davvero c'è chi merita di meglio? C'è davvero qualcuno per cui battersi?".
Se fossi minimamente religioso, la domanda non si porrebbe neppure: ovvio che il bene universale debba essere un obbiettivo primario.
Se avessi dei figli, una famiglia, mi sentirei altrettanto tenuto a perseguire quell'obbiettivo.
Come mai, le tante persone che hanno queste due condizioni, non si sentono altrettanto motivate a migliorare il futuro?
Nella metà degli anni '80, sempre quelli citati prima, nutrivo una certa avversione per gli articoli del signor Eugenio Scalfari, sul suo quotidiano (era fondatore e direttore de La Repubblica, per chi non lo ricorda). Le sue posizioni mi scatenavano sempre una certa irritazione.
Anche oggi, che i miei spigoli si sono smussati, lo trovo talvolta su quegli arroccamenti dell'intellettuale che protesta e si indigna, con un suo snobismo culturale.
Trovo invece abbastanza condivisibile il suo articolo di oggi, sull'inesistenza dei moderati.
In fondo il paese non si distanzia granché dalle finzioni letterarie di un romanzo di Benni, come in Spiriti, dove le forze che si contendono il potere si dividono fra moderati e moderisti.
Quel che trovo sicuramente condivisibile, nell'articolo di Scalfari, è l'ormai palese incapacità d'indignazione degli Italiani.
Se un tempo potevo stancarmi dell'italiano medio, con la sua mediocrità, adesso sono davvero inorridito davanti al fatto che neppure dietro le associazioni più potenti del paese ci sia più decoro. Anche falso decoro, come siamo abituati a mostrarlo benissimo in questo paese, ma decoro.
Un'associazione come Confindustria, che un tempo poteva farmi arrabbiare per le arroganti posizioni sul lavoro, adesso è talmente anestetizzata da rivoltarsi contro chi la vuole svegliare, perfino se è un suo membro, come il signor Della Valle.
Che ha semplicemente raccontato quello che tutti coloro che non sono ipnotizzati possono vedere, il fenomeno di un paese a rotta di collo verso il disastro economico, oggi per le famiglie più povere, domani per quelle più ricche.
Scarsa lungimiranza. Come si può credere che la nazione stia davvero andando bene così?
Eppure un disegno c'è, dietro a tutto questo. Faccio un'ipotesi inquietante, che mi è saltata alla mente giusto ora.
Supponiamo che l'impoverimento cresca ancora a dismisura. Qualcuno tempo fa lanciava l'ipotesi che fosse una manovra per garantire lavoratori a basso costo per le aziende, ma non penso sia il quadro completo.
Proseguiamo.
Supponiamo che l'impoverimento renda molto fragili la maggior parte delle aziende che ancora oggi galleggiano. Come alcuni avranno notato - non molti, altrimenti le cose sarebbero cambiate - ci sono, al contrario, delle aziende ad ampio spettro di attività che invece stanno crescendo; vuoi per la pubblicità, vuoi perché si stanno facendo spazio a gomitate sempre più forti.
In un futuro in cui una miriade di aziende medio-piccole (ma non solo) saranno in difficoltà, diverrà facile per un colosso acquisirle, colonizzarle. In quel futuro potrebbero esserci molti marchi italiani, ma una sola azienda a controllarli. A quel punto l'amministrazione dello Stato diverrà solo un'attività collaterale, un fantoccio per le relazioni internazionali; o anche per indire di tanto in tanto delle libere elezioni, che sponsorizzino partiti politici incapaci di cambiare uno Stato delle Cose.
giovedì, marzo 23, 2006
Italia in zona verde
Faccio un misto delle recenti notizie, che di nuovo han sempre ben poco.
Il dipartimento di stato degli USA ha indicato il nostro paese come a rischio attentati, in concomitanza delle elezioni politiche ed amministrative. Un po' come certi stati del sud america, soprattutto quando il direttivo è distante dalle posizioni maccartiane. Devo dire che non mi sorprenderebbe se ci proponessero anche un appoggio militare, per sostenere queste elezioni, un po' come in Iraq.
C'è bisogno di garantire una zona verde come a Baghdad?
Sarebbe interessante sapere da chi vogliono ripulirla, l'Italia. Per saperlo basta in fondo seguire il loro vassallo (e non mi riferisco ad un rappresentante ufficiale).
Il dipartimento di stato degli USA ha indicato il nostro paese come a rischio attentati, in concomitanza delle elezioni politiche ed amministrative. Un po' come certi stati del sud america, soprattutto quando il direttivo è distante dalle posizioni maccartiane. Devo dire che non mi sorprenderebbe se ci proponessero anche un appoggio militare, per sostenere queste elezioni, un po' come in Iraq.
C'è bisogno di garantire una zona verde come a Baghdad?
Sarebbe interessante sapere da chi vogliono ripulirla, l'Italia. Per saperlo basta in fondo seguire il loro vassallo (e non mi riferisco ad un rappresentante ufficiale).
domenica, marzo 12, 2006
Guerriglia annunciata
Qualcuno scriveva tempo fa che le tragedie annunciate sono in fondo consolanti.
Perché ci danno una certezza della tragicità imminente, confermando il nostro bisogno di sicurezze, anche in negativo, ma che siano certe. Come dire: siamo impreparati a quel che di buono può succedere, fuori dal nostro controllo.
Ho appreso solo poco fa, dei disordini avvenuti a Milano stamani. Due sono i pensieri che vi ho collegato.
Il primo è il triste commento di Cassandra, visto che già da tempo immaginavo in cosa sarebbe sfociato, il disagio sociale. Già in altri articoli passati avevo ravvisato questa mia preoccupazione.
Il secondo pensiero è stato che probabilmente, oggi, non c'erano partite della serie A di calcio che fossero altrettanto importanti. Quelle che a latere portano solitamente lo stesso tipo di distruzione e violenza, ma a cui ormai siamo abituati. In quei casi non fa più notizia.
Curioso notare che la manifestazione, preparatasi come non autorizzata e violenta, anticipi invece un'altra manifestazione, autorizzata stavolta, che si svolgerà nel pomeriggio, da parte di altri gruppi che inneggiano alla violenza.
La differenza fra i due gruppi è probabilmente nello schieramento politico, ma quello che di sicuro è più interessante, rimane invece nella similitudine fra i due gruppi. Entrambi propongono infatti violenza come espressione del loro disagio sociale.
Questo però non fa notizia, svelarlo non è nell'interesse di chi manovra.
Il piccolo timoniere non ci tiene a far sapere di essere causa primaria degli scontri, con la sua sprovvedutezza. Nel frattempo è impegnato a stilare la lista di tutti quelli che vogliono il suo male, ultima entrata è una giornalista piuttosto nota, rea di non aver fatto le domande giuste, che ne santifichino l'immagine.
La poco nuova preoccupazione che ho, legata alle manifestazioni violente, è che anche la repressione lo diventi, con la strada spianata ad uno stato di polizia.
Non sarebbe del resto una sorpresa, vista l'attuale tendenza a completare il piano di rinascita democratica come dai documenti della loggia massonica di Licio Gelli.
Ennesima dimostrazione su come la parola democrazia non diventi solo vacua, ma anche tranquillamente abusata. Si veda infatti come viene definita in testa al documento: quale semplice adattamento del sistema esistente, senza citare che anche in una definizione da dizionario c'è un elemento di rilevante differenza, un popolo chiamato a scegliere.
Ma ormai siamo divenuti esperti in democrazia, visto il supporto a personaggi come il signor George Bush, che la sta esportando - a suo dire con successo - in tutto il mondo.
Speriamo che con la crisi economica, fra le varie importazioni dall'estero, non si finisca pure noi nella necessità d'importare democrazia dagli Stati Uniti d'America.
Perché ci danno una certezza della tragicità imminente, confermando il nostro bisogno di sicurezze, anche in negativo, ma che siano certe. Come dire: siamo impreparati a quel che di buono può succedere, fuori dal nostro controllo.
Ho appreso solo poco fa, dei disordini avvenuti a Milano stamani. Due sono i pensieri che vi ho collegato.
Il primo è il triste commento di Cassandra, visto che già da tempo immaginavo in cosa sarebbe sfociato, il disagio sociale. Già in altri articoli passati avevo ravvisato questa mia preoccupazione.
Il secondo pensiero è stato che probabilmente, oggi, non c'erano partite della serie A di calcio che fossero altrettanto importanti. Quelle che a latere portano solitamente lo stesso tipo di distruzione e violenza, ma a cui ormai siamo abituati. In quei casi non fa più notizia.
Curioso notare che la manifestazione, preparatasi come non autorizzata e violenta, anticipi invece un'altra manifestazione, autorizzata stavolta, che si svolgerà nel pomeriggio, da parte di altri gruppi che inneggiano alla violenza.
La differenza fra i due gruppi è probabilmente nello schieramento politico, ma quello che di sicuro è più interessante, rimane invece nella similitudine fra i due gruppi. Entrambi propongono infatti violenza come espressione del loro disagio sociale.
Questo però non fa notizia, svelarlo non è nell'interesse di chi manovra.
Il piccolo timoniere non ci tiene a far sapere di essere causa primaria degli scontri, con la sua sprovvedutezza. Nel frattempo è impegnato a stilare la lista di tutti quelli che vogliono il suo male, ultima entrata è una giornalista piuttosto nota, rea di non aver fatto le domande giuste, che ne santifichino l'immagine.
La poco nuova preoccupazione che ho, legata alle manifestazioni violente, è che anche la repressione lo diventi, con la strada spianata ad uno stato di polizia.
Non sarebbe del resto una sorpresa, vista l'attuale tendenza a completare il piano di rinascita democratica come dai documenti della loggia massonica di Licio Gelli.
Ennesima dimostrazione su come la parola democrazia non diventi solo vacua, ma anche tranquillamente abusata. Si veda infatti come viene definita in testa al documento: quale semplice adattamento del sistema esistente, senza citare che anche in una definizione da dizionario c'è un elemento di rilevante differenza, un popolo chiamato a scegliere.
Ma ormai siamo divenuti esperti in democrazia, visto il supporto a personaggi come il signor George Bush, che la sta esportando - a suo dire con successo - in tutto il mondo.
Speriamo che con la crisi economica, fra le varie importazioni dall'estero, non si finisca pure noi nella necessità d'importare democrazia dagli Stati Uniti d'America.
venerdì, marzo 10, 2006
Paura di perdersi
Un cardinale ha affermato recentemente di essere favorevole all'insegnamento della religione musulmana nelle scuole italiane, vista ormai la presenza di molti fedeli anche in Italia.
E' un evidente contrasto col senso moderno di scolarizzazione. Non l'insegnamento della religione musulmana, ovvio, ma l'insegnamento di qualsiasi religione, visto che si riduce già alla catechesi (nel caso della religione cattolica) -- avevo da tempo questa opinione, e oggi l'ho riletta in un'intervista alla signora Emma Bonino.
L'insegnamento di una religione (come dice la Bonino) è un fatto privato, chi vuole seguirne una ha il diritto di farlo fuori da una scuola.
Mentre non ha alcun diritto di mantenere con la forza, nei già difficili palinsesti scolastici, l'adorazione di alcunché.
Visto che l'ottocento è trascorso, e il novecento pure, vediamo di creare cultura del duemila, nelle scuole, punto.
Ora però, la curiosità è: come mai il rappresentante della religione dominante il Paese (visto che non è più religione di stato, non vedo come altro definirla, con tutte le sue ingerenze), l'esponente di una forte dottrina, decide di aprire verso i diretti concorrenti?
Perché c'è una paura più forte, rispetto al perdere i fedeli per un'altra religione. E' il terrore di perdere i fedeli verso l'ateismo.
Un po' come un venditore di hamburger, che avrà sicuramente più terrore di chi smette di mangiarli, rispetto a chi ne mangia da altri venditori -- se è un venditore capace.
Perché è un rischio accettabile quello di una seconda religione in gara per le scuole, rispetto a perdere del tutto la presa sulla scuola.
Come diceva un educatore cattolico del passato, "datemeli dai 5 ai 12 anni, e saranno nostri per tutta la vita". Perdersi questa occasione sarebbe un vero peccato.
E' un evidente contrasto col senso moderno di scolarizzazione. Non l'insegnamento della religione musulmana, ovvio, ma l'insegnamento di qualsiasi religione, visto che si riduce già alla catechesi (nel caso della religione cattolica) -- avevo da tempo questa opinione, e oggi l'ho riletta in un'intervista alla signora Emma Bonino.
L'insegnamento di una religione (come dice la Bonino) è un fatto privato, chi vuole seguirne una ha il diritto di farlo fuori da una scuola.
Mentre non ha alcun diritto di mantenere con la forza, nei già difficili palinsesti scolastici, l'adorazione di alcunché.
Visto che l'ottocento è trascorso, e il novecento pure, vediamo di creare cultura del duemila, nelle scuole, punto.
Ora però, la curiosità è: come mai il rappresentante della religione dominante il Paese (visto che non è più religione di stato, non vedo come altro definirla, con tutte le sue ingerenze), l'esponente di una forte dottrina, decide di aprire verso i diretti concorrenti?
Perché c'è una paura più forte, rispetto al perdere i fedeli per un'altra religione. E' il terrore di perdere i fedeli verso l'ateismo.
Un po' come un venditore di hamburger, che avrà sicuramente più terrore di chi smette di mangiarli, rispetto a chi ne mangia da altri venditori -- se è un venditore capace.
Perché è un rischio accettabile quello di una seconda religione in gara per le scuole, rispetto a perdere del tutto la presa sulla scuola.
Come diceva un educatore cattolico del passato, "datemeli dai 5 ai 12 anni, e saranno nostri per tutta la vita". Perdersi questa occasione sarebbe un vero peccato.
Chi comanda?
Le mie riflessioni sulla democrazia non sono poi tanto cambiate.
Continuo ad essere fortemente convinto che sia una delle tante idealizzazioni in cui ci sforziamo di credere, anche quando ogni cosa ci dimostra il contrario, un po' come le credenze religiose.
L'ultima dimostrazione è nelle chiacchiere intorno ad un confronto elettorale, che dicono doversi presentare in televisione la prossima settimana, forse.
Un confronto dove saranno messe in gioco regole rigidissime (o così ci raccontano), per evitare che uno dei due candidati rubi tempo o immagine all'altro.
Qualunque sia la vostra posizione, verso uno dei due schieramenti, è del tutto ininfluente, per quello che sto esponendo. Il punto è che il confronto servirà a far decidere gli incerti, perché saranno loro a decidere per voi. Già.
Guadagnato finalmente il centro dei consensi, da parte di entrambe le coalizioni, ora conterà solo chi è indeciso, chi non ha nessuna voglia di votare, chi vede tutte e due le parti come una presa in giro.
Chi ha deciso, chi prende posizioni, chi si schiera, grazie alla corsa verso il centro, non conta più niente.
La falsa democrazia è stata fatta convergere nella sola scelta di chi non sa cosa scegliere.
E il meccanismo è talmente richiuso su se stesso, che è ormai difficilissimo uscirne. Perché allontanandosi da questo centralismo si dà una forza imprecisata a tutti quelli che ci si sono seduti in mezzo.
Il terrore dell'instabilità sta concentrando tutti in un punto di massima instabilità, dove ormai basta una voce discorde per scatenare il caos.
Qualsiasi sia il risultato elettorale, ci sarà un solo gruppo di perdenti: gli italiani che voteranno con convinzione per uno schieramento.
C'è da aggiungere che come in ogni guerra, non ci saranno vincenti. O meglio, saranno poche centinaia, ben pochi in confronto ai milioni di elettori.
Chi c'è fra quelle centinaia? I politici che si rimetteranno in gioco, e poi i potenti del Paese, quelli che ancora fanno funzionare un po' di economia (anche se solo per le proprie tasche). Chiunque esca vincitore, loro ne rimarranno sempre amici, compari, camerati.
Non ho una ricetta, in quest'articolo. Non c'è una conclusione per cui dire "se facessero tutti come dico io... cambierebbe l'Italia". Perché non se ne possono applicare, di realistiche.
L'unica cosa che si può fare è mantenere viva la coscienza di quello che succede: tenere gli occhi aperti può allenarci per il futuro. Al presente non vedo nessun cambiamento epocale, se non delle scelte per il male minore.
Ho solo irritazione nel constatare chi comanda, per davvero.
Continuo ad essere fortemente convinto che sia una delle tante idealizzazioni in cui ci sforziamo di credere, anche quando ogni cosa ci dimostra il contrario, un po' come le credenze religiose.
L'ultima dimostrazione è nelle chiacchiere intorno ad un confronto elettorale, che dicono doversi presentare in televisione la prossima settimana, forse.
Un confronto dove saranno messe in gioco regole rigidissime (o così ci raccontano), per evitare che uno dei due candidati rubi tempo o immagine all'altro.
Qualunque sia la vostra posizione, verso uno dei due schieramenti, è del tutto ininfluente, per quello che sto esponendo. Il punto è che il confronto servirà a far decidere gli incerti, perché saranno loro a decidere per voi. Già.
Guadagnato finalmente il centro dei consensi, da parte di entrambe le coalizioni, ora conterà solo chi è indeciso, chi non ha nessuna voglia di votare, chi vede tutte e due le parti come una presa in giro.
Chi ha deciso, chi prende posizioni, chi si schiera, grazie alla corsa verso il centro, non conta più niente.
La falsa democrazia è stata fatta convergere nella sola scelta di chi non sa cosa scegliere.
E il meccanismo è talmente richiuso su se stesso, che è ormai difficilissimo uscirne. Perché allontanandosi da questo centralismo si dà una forza imprecisata a tutti quelli che ci si sono seduti in mezzo.
Il terrore dell'instabilità sta concentrando tutti in un punto di massima instabilità, dove ormai basta una voce discorde per scatenare il caos.
Qualsiasi sia il risultato elettorale, ci sarà un solo gruppo di perdenti: gli italiani che voteranno con convinzione per uno schieramento.
C'è da aggiungere che come in ogni guerra, non ci saranno vincenti. O meglio, saranno poche centinaia, ben pochi in confronto ai milioni di elettori.
Chi c'è fra quelle centinaia? I politici che si rimetteranno in gioco, e poi i potenti del Paese, quelli che ancora fanno funzionare un po' di economia (anche se solo per le proprie tasche). Chiunque esca vincitore, loro ne rimarranno sempre amici, compari, camerati.
Non ho una ricetta, in quest'articolo. Non c'è una conclusione per cui dire "se facessero tutti come dico io... cambierebbe l'Italia". Perché non se ne possono applicare, di realistiche.
L'unica cosa che si può fare è mantenere viva la coscienza di quello che succede: tenere gli occhi aperti può allenarci per il futuro. Al presente non vedo nessun cambiamento epocale, se non delle scelte per il male minore.
Ho solo irritazione nel constatare chi comanda, per davvero.
mercoledì, marzo 08, 2006
Otto marzo
Mentre tempo fa parlavo delle giornate contro, stavolta si tratta di una giornata a favore, visto il festeggiamento a nome delle donne.
E dietro ogni simbolo si nasconde spesso il niente, un po' come affermavo/negavo per il San Valentino.
Insomma, gran cosa festeggiare, ma ci sono anche piccoli aspetti fastidiosi. Prendiamo ad esempio l'evento 8 marzo originario, che conoscevo fin da bambino, come collegato a questa festività.
Una disgrazia avvenuta in realtà il 25 marzo, del 1911, in cui in un incendio, di una fabbrica americana, morirono 140 operaie, sfruttate in condizioni gravose.
Le operaie della "Triangle Shirtwaist Company" lavoravano da 60 a 72 ore alla settimana, per uno stipendio settimanale da 6 a 10 dollari.
Praticamente quello che capita adesso alle lavoratrici dell'est asiatico, a distanza di quasi un centinaio d'anni.
E le lavoratrici americane di oggi? Nemmeno per loro è cambiato granché, nella qualità del lavoro, rapportandola ai tempi in cui vivono. Eh sì, perché ritengo rilevante che ogni cosa sia rapportata al suo tempo.
Le discipline economiche e sociali, hanno infatti portato un cambiamento sempre più forte nel senso del lavoro. La riuscita più triste e strampalata, ottenuta nel Nord America, è che ora viene denigrata chi non vuole lavorarle, quelle 60 ore la settimana. Non è più una sfruttata chi lavora 60-70 ore la settimana, al contrario è considerata una fannullona chi non lo fa.
In una perversa deviazione dei valori, si è formata la nuova coscienza del lavoratore.
Il cambiamento dei tempi ha portato poi nuovi ruoli. La fabbrica moderna non è più quella delle cucitrici del 1911, ma un luogo dove si lavora con i computer, come se questo rendesse automaticamente nobile il lavoro, meno faticoso in ogni senso.
Adesso che la produzione industriale, anche americana, si appoggia fondamentalmente a prodotti dei paesi "poveri", sono fiorite le donne manager, impiegate con un livello superiore di cultura.
Anche self-employed, lavoratrici e lavoratori autonomi, un esercito al servizio del paese, che non può lavorare meno di quelle 70 ore settimanali, se non vuole sentirsi in colpa.
Hanno liberato i vecchi schiavi del lavoro, rendendoli schiavi di un nuovo modello sociale, che pur non chiedendolo esplicitamente, li vuole tutti stacanovisti.
Pena l'esclusione dal gruppo, dalla nazione, dalla bandiera.
Eppure il modello sociale non sa fornire loro una spiegazione del loro smarrimento, quando tornano a casa, dopo le dodici ore giornaliere di lavoro. Non sa spiegar loro come mai, in una mezza domenica festiva, scoprono di avere dei figli che si drogano e rubano, o perché il marito (o la moglie) hanno un amante.
Hanno lavorato tutta una vita, e non comprendono come mai la loro famiglia, la loro vita personale, è completamente allo sfascio. Non si capacitano del come possa accadere, che tutti i soldi guadagnati non abbiano comprato la felicità. Non sanno perché al terzo o al quarto matrimonio, stanno ancora cercando una cosa facile come il benessere.
In questa rappresentazione, che qualcuno può considerare impietosa o esagerata, ci vedo sempre più anche delle fette d'Italia. Come quel nord-est tanto florido e lavoratore, che adesso non sa più per chi produrre, vista la crescita a zero del paese.
La crescita zero del paese, che l'attuale Ministro dell'Economia ha definito "soddisfacente". Come dire: se tutto va bene siamo rovinati, e fortunatamente è andato tutto bene?
Ma buona festa a tutte le donne. Che non potranno dire la loro in politica, perché l'Italia ha meno sbocchi politici per le donne che molti paesi africani.
Buona festa a tutte le donne, che possono avere lo stesso lavoro degli uomini, ma solo se lavorano bovinamente come molti uomini.
Buona festa a tutte le donne, tutelate dalle violenze e dai soprusi solo in qualche scarabocchio di legge (dirli disegni mi pare eccessivo); mentre tutti sanno che la legge in Italia è fatta per essere aggirata.
Buona festa a tutte le donne, perché se sopravvivere in questo mondo diventa difficile, per loro lo è solitamente un po' di più.
E dietro ogni simbolo si nasconde spesso il niente, un po' come affermavo/negavo per il San Valentino.
Insomma, gran cosa festeggiare, ma ci sono anche piccoli aspetti fastidiosi. Prendiamo ad esempio l'evento 8 marzo originario, che conoscevo fin da bambino, come collegato a questa festività.
Una disgrazia avvenuta in realtà il 25 marzo, del 1911, in cui in un incendio, di una fabbrica americana, morirono 140 operaie, sfruttate in condizioni gravose.
Le operaie della "Triangle Shirtwaist Company" lavoravano da 60 a 72 ore alla settimana, per uno stipendio settimanale da 6 a 10 dollari.
Praticamente quello che capita adesso alle lavoratrici dell'est asiatico, a distanza di quasi un centinaio d'anni.
E le lavoratrici americane di oggi? Nemmeno per loro è cambiato granché, nella qualità del lavoro, rapportandola ai tempi in cui vivono. Eh sì, perché ritengo rilevante che ogni cosa sia rapportata al suo tempo.
Le discipline economiche e sociali, hanno infatti portato un cambiamento sempre più forte nel senso del lavoro. La riuscita più triste e strampalata, ottenuta nel Nord America, è che ora viene denigrata chi non vuole lavorarle, quelle 60 ore la settimana. Non è più una sfruttata chi lavora 60-70 ore la settimana, al contrario è considerata una fannullona chi non lo fa.
In una perversa deviazione dei valori, si è formata la nuova coscienza del lavoratore.
Il cambiamento dei tempi ha portato poi nuovi ruoli. La fabbrica moderna non è più quella delle cucitrici del 1911, ma un luogo dove si lavora con i computer, come se questo rendesse automaticamente nobile il lavoro, meno faticoso in ogni senso.
Adesso che la produzione industriale, anche americana, si appoggia fondamentalmente a prodotti dei paesi "poveri", sono fiorite le donne manager, impiegate con un livello superiore di cultura.
Anche self-employed, lavoratrici e lavoratori autonomi, un esercito al servizio del paese, che non può lavorare meno di quelle 70 ore settimanali, se non vuole sentirsi in colpa.
Hanno liberato i vecchi schiavi del lavoro, rendendoli schiavi di un nuovo modello sociale, che pur non chiedendolo esplicitamente, li vuole tutti stacanovisti.
Pena l'esclusione dal gruppo, dalla nazione, dalla bandiera.
Eppure il modello sociale non sa fornire loro una spiegazione del loro smarrimento, quando tornano a casa, dopo le dodici ore giornaliere di lavoro. Non sa spiegar loro come mai, in una mezza domenica festiva, scoprono di avere dei figli che si drogano e rubano, o perché il marito (o la moglie) hanno un amante.
Hanno lavorato tutta una vita, e non comprendono come mai la loro famiglia, la loro vita personale, è completamente allo sfascio. Non si capacitano del come possa accadere, che tutti i soldi guadagnati non abbiano comprato la felicità. Non sanno perché al terzo o al quarto matrimonio, stanno ancora cercando una cosa facile come il benessere.
In questa rappresentazione, che qualcuno può considerare impietosa o esagerata, ci vedo sempre più anche delle fette d'Italia. Come quel nord-est tanto florido e lavoratore, che adesso non sa più per chi produrre, vista la crescita a zero del paese.
La crescita zero del paese, che l'attuale Ministro dell'Economia ha definito "soddisfacente". Come dire: se tutto va bene siamo rovinati, e fortunatamente è andato tutto bene?
Ma buona festa a tutte le donne. Che non potranno dire la loro in politica, perché l'Italia ha meno sbocchi politici per le donne che molti paesi africani.
Buona festa a tutte le donne, che possono avere lo stesso lavoro degli uomini, ma solo se lavorano bovinamente come molti uomini.
Buona festa a tutte le donne, tutelate dalle violenze e dai soprusi solo in qualche scarabocchio di legge (dirli disegni mi pare eccessivo); mentre tutti sanno che la legge in Italia è fatta per essere aggirata.
Buona festa a tutte le donne, perché se sopravvivere in questo mondo diventa difficile, per loro lo è solitamente un po' di più.
domenica, marzo 05, 2006
La voce del padrone
Mi è capitato, mezz'ora fa, di ascoltare un intermezzo alla radio, indicato come campagna elettorale, in osservanza di una certa legge dell'anno duemila.
Ora, era talmente ridicolo nell'esposizione, che mi ha fatto pensare invece all'anno mille, ma andiamo per gradi.
La radio, citiamola pure, era Radiomontecarlo, emittente del Principato di Monaco, ma di cui non è difficile capire la proprietà.
Le voci dei candidati elettorali erano più d'una, alternate fra i due schieramenti.
Già questo dovrebbe mettere in allerta una persona attenta: possibile che tutta l'Italia si divida nettamente in due schieramenti? Guelfi o Ghibellini? Bianchi o Neri?
Eppure la nazione è assai più grande della Firenze medievale. Il punto è il teorema del gelataio, esposto brillantemente da Odifreddi nel libro C'era una volta un paradosso, che ho citato già altre volte.
Data una spiaggia, su cui due gelatai devono dividersi i clienti, all'inizio i venditori si mettono agli estremi, l'uno a sinistra, l'altro a destra. Poi si accorgono che in realtà più si spostano verso il centro, più hanno probabilità di avere clienti che non solo stanno al loro estremo, ma anche quelli che sono aldilà del centro, verso l'altra direzione. Così cominciano a spostarsi sempre più verso il centro, sicuri che chi viene dalla loro direzione non abbia gelataio più vicino.
Eccoli qui i nostri gelatai, ormai manifesti come centro-sinistra e come centro-destra, ad indicare che non intendono muoversi da un centro verso cui tutti vanno.
Non c'è un concetto di buono o cattivo, nel centro. E' fondamentalmente un messaggio di qualcosa che sta al centro, come se la media non fosse anche mediocrità.
Ma torniamo al messaggio che veniva proposto come equo.
In verità, il primo e il terzo personaggio, vengono descritti dalla commentatrice (che si sforza di tenere un tono neutro, freddo) come esponenti del governo in carica, elencandone anzitutto le funzioni attuali.
Il secondo viene invece descritto come rappresentante di uno schieramento diviso. E' evidente che questo tipo di apprezzamento non è così equo, neppure dal mio punto di vista, per cui quella persona può essere un perfetto idiota: non avrei mai l'arroganza di dire di essere equo, nel presentarlo come persona di uno schieramento diviso, indipendentemente dalla verità o no della cosa. E' evidente che la stessa cosa si possa dire di entrambi i gruppi, vista la manifesta disomogeneità, dalla corsa verso il centro.
Mentre la presentatrice, dalla voce àtona, ci rassicura che il messaggio è equo, un ascolto attento, psicologico(?) ce lo restituisce ben diverso. Indipendentemente da chi potesse essere migliore o peggiore.
La tendenza della radio in questione s'è manifestata quindi ben chiaramente.
Il punto è che la maggior parte della gente non s'indigna di fronte a certi comportamenti da manigoldi; se anzi è di vedute concordi con il padrone della voce, se ne rallegra, anziché avere orrore di certe cadute di stile.
In un mondo dove la comunicazione è così complessa, viene da pensare che in fondo la volgarità non sia nelle parole di chi l'esprime, ma nelle mani di chi la lascia rappresentare.
Il forte compromesso a cui sono stati sottoposti gl'italiani è quello che dice "Se vuoi davvero fare pulito della feccia, restaurare il benessere, avere certezza del futuro, devi dare tutto in mano a noi". Un po' come dire che il fine giustifica i mezzi.
Il punto è che verso quel fine non ha assolutamente intenzione di muoversi nessuno, mentre i mezzi sono in moto da tempo.
Gli abitanti stanziali del paese, che dal canto loro rappresentano fieramente la popolazione originaria, che viveva di pastorizia (oltre che di agricoltura), non sapendo più fare i pastori, sono divenuti ovini e bovini. Insomma, hanno detto "Sì" (o anche "Beeh" e "Muuh").
Ridicolo pensare che sappiamo già chi si mangerà i vegetariani (e non).
Ora, era talmente ridicolo nell'esposizione, che mi ha fatto pensare invece all'anno mille, ma andiamo per gradi.
La radio, citiamola pure, era Radiomontecarlo, emittente del Principato di Monaco, ma di cui non è difficile capire la proprietà.
Le voci dei candidati elettorali erano più d'una, alternate fra i due schieramenti.
Già questo dovrebbe mettere in allerta una persona attenta: possibile che tutta l'Italia si divida nettamente in due schieramenti? Guelfi o Ghibellini? Bianchi o Neri?
Eppure la nazione è assai più grande della Firenze medievale. Il punto è il teorema del gelataio, esposto brillantemente da Odifreddi nel libro C'era una volta un paradosso, che ho citato già altre volte.
Data una spiaggia, su cui due gelatai devono dividersi i clienti, all'inizio i venditori si mettono agli estremi, l'uno a sinistra, l'altro a destra. Poi si accorgono che in realtà più si spostano verso il centro, più hanno probabilità di avere clienti che non solo stanno al loro estremo, ma anche quelli che sono aldilà del centro, verso l'altra direzione. Così cominciano a spostarsi sempre più verso il centro, sicuri che chi viene dalla loro direzione non abbia gelataio più vicino.
Eccoli qui i nostri gelatai, ormai manifesti come centro-sinistra e come centro-destra, ad indicare che non intendono muoversi da un centro verso cui tutti vanno.
Non c'è un concetto di buono o cattivo, nel centro. E' fondamentalmente un messaggio di qualcosa che sta al centro, come se la media non fosse anche mediocrità.
Ma torniamo al messaggio che veniva proposto come equo.
In verità, il primo e il terzo personaggio, vengono descritti dalla commentatrice (che si sforza di tenere un tono neutro, freddo) come esponenti del governo in carica, elencandone anzitutto le funzioni attuali.
Il secondo viene invece descritto come rappresentante di uno schieramento diviso. E' evidente che questo tipo di apprezzamento non è così equo, neppure dal mio punto di vista, per cui quella persona può essere un perfetto idiota: non avrei mai l'arroganza di dire di essere equo, nel presentarlo come persona di uno schieramento diviso, indipendentemente dalla verità o no della cosa. E' evidente che la stessa cosa si possa dire di entrambi i gruppi, vista la manifesta disomogeneità, dalla corsa verso il centro.
Mentre la presentatrice, dalla voce àtona, ci rassicura che il messaggio è equo, un ascolto attento, psicologico(?) ce lo restituisce ben diverso. Indipendentemente da chi potesse essere migliore o peggiore.
La tendenza della radio in questione s'è manifestata quindi ben chiaramente.
Il punto è che la maggior parte della gente non s'indigna di fronte a certi comportamenti da manigoldi; se anzi è di vedute concordi con il padrone della voce, se ne rallegra, anziché avere orrore di certe cadute di stile.
In un mondo dove la comunicazione è così complessa, viene da pensare che in fondo la volgarità non sia nelle parole di chi l'esprime, ma nelle mani di chi la lascia rappresentare.
Il forte compromesso a cui sono stati sottoposti gl'italiani è quello che dice "Se vuoi davvero fare pulito della feccia, restaurare il benessere, avere certezza del futuro, devi dare tutto in mano a noi". Un po' come dire che il fine giustifica i mezzi.
Il punto è che verso quel fine non ha assolutamente intenzione di muoversi nessuno, mentre i mezzi sono in moto da tempo.
Gli abitanti stanziali del paese, che dal canto loro rappresentano fieramente la popolazione originaria, che viveva di pastorizia (oltre che di agricoltura), non sapendo più fare i pastori, sono divenuti ovini e bovini. Insomma, hanno detto "Sì" (o anche "Beeh" e "Muuh").
Ridicolo pensare che sappiamo già chi si mangerà i vegetariani (e non).
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