Leggendo una notizia d'agenzia, di pochi minuti fa, ho avuto lo spunto di riflessione su degli annosi problemi.
La giovane figlia di una signora molto nota, nel mondo dello spettacolo, ha avuto un serio incidente, cercando di fare un tuffo in mare di notte, finendo invece sugli scogli. Collegato al triste accaduto, che ha creato un grave trauma alla ragazza, leggo il fatto che sia stato multato il gestore di un bar, reo di aver venduto alcolici alla minorenne.
Il primo dato di fatto è che i limiti, posti dalla legge all'abuso di alcune sostanze, come gli alcolici o gli stupefacenti, sono spesso facilmente valicati.
Sfido chiunque a presentare un giovane visibilmente minorenne, in un bar o una tabaccheria, per riprovare il contrario. Non gli sarà mai negata una bottiglia di birra, e sospetto lo stesso per un pacchetto di sigarette.
Nessun limite ovviamente per chi è maggiorenne, anche se visibilmente ebbro: finché non infastidisce gli si versa tutto quel che paga.
Qualche limite è stato tentato per altre sostanze tossiche, generatrici di dipendenza al pari della nicotina, ma di effetto più forte.
Non è da sottovalutare il deciso cambiamento di mercato degli stupefacenti, che vedono un calo di narcotici come l'eroina, in favore di stimolanti come la cocaina. Dallo stato del tossicodipendente considerato ai margini della società, si è passati alla tossicodipendenza come accettazione nella società: il consumatore di cocaina è stimolato sul lavoro, si sente vivace con gli altri.
Il breve elenco fatto sopra non pretende di mettere tutti quei fenomeni allo stesso livello, quanto di marcarne l'escalation, il percorso incrementale.
Chi dovrebbe o potrebbe mettere dei limiti? E anche: perché dovrebbe farlo?
Trovo che la risposta sia molto più complessa di quanto il senso comune ci porti a pensare. La prima avversione che abbiamo per questi fenomeni di dipendenza, e di degrado della persona, è solitamente un insieme di dettami culturali. Questo ci porta a sopravvalutare o sottovalutare facilmente molti aspetti.
Anche sulle modalità di limitazione, si hanno esempi dal passato che riteniamo spesso validi, mentre magari è necessario ripensarli al tempo presente.
E' evidente che serva anzitutto una protezione verso chi è molto giovane, e quindi può rischiare maggiormente la salute, sia in visione della sua crescita fisica che psicologica.
L'ostacolo maggiore non sembra però essere il buonsenso dei molto giovani, quanto la mancanza di indicazioni educative dagli adulti. Serve un tipo di messaggio che sia assimilabile, sulla pericolosità di ciò che si va a fare. Un messaggio che chiaramente non viene passato, dalla famiglia da un lato, così come dal venditore del prodotto, dall'altro.
Investire di una responsabilità educativa il commerciante, dietro al bancone del bar o della tabaccheria, trova la resistenza della mentalità del profitto. Una bottiglia di birra venduta in meno equivale a una perdita; vendendola si crea inoltre un nuovo potenziale cliente.
La responsabilità morale non riesce sempre a superare questo pensiero, come non supera il pensiero di non pericolosità del gesto ("in fondo è solo una birra").
Questo secondo aspetto è esso stesso fuorviante. Se da una parte la pericolosità di una singola bottiglia di birra, poco alcolica, può essere effettivamente limitata, non si ha però garanzia che non sia la prima di una decina, o una dozzina. In questo caso dovrebbe aver supplito una precedente educazione familiare, aver dato un senso del limite per i propri eccessi.
La difficoltà prima, nell'educazione familiare, pare che sia quella della giusta misura, ovvero nel saper trovare una via di mezzo fra la rigidità (spesso tipica di ambienti più antichi) e il completo lassismo (più comune negli ambienti moderni).
Il mio pensiero è che ci sia una matrice comune all'educazione molto rigida e a quella molto permissiva: entrambe evitano di valorizzare l'individuo in oggetto. Non viene cioè educato al valore della persona.
Nel caso di eccesso di rigidità viene anteposto un valore morale, familiare o della società, come prioritario. Screditando in questo modo qualsiasi spinta della giovane o del giovane, ad affermarsi. Si costruisce l'immagine del mondo con pochi e indiscutibili valori superiori.
Quando invece la permissività decade nell'abbandono, le linee guida sono di per sé mancanti di ogni valore dato per importante. A niente viene dato un valore, men che meno a colei o colui che viene educato, in una visione che rende tutto il mondo paritetico, ma in quanto tutto al livello minimo.
L'alternanza e l'abbondanza di questi due modelli, con i loro eccessi, rende difficile chiarire quali sono i limiti e perché ci siano dei limiti.
Mimando queste due situazioni, la maggior parte della gente si allinea sulla posizione di forte chiusura (proibizionismo) o di eccessiva tolleranza (antiproibizionismo, se la parola potesse rendere l'immagine).
Riportando tutto sul piano pratico, sul rischio incrementale per la salute, quali limiti e soluzioni si dovrebbero porre?
E' difficile dire anche questo. Certamente, l'avere strumenti giuridici che vengono nei fatti scavalcati del senso comune, è disastroso (e c'includo l'inapplicato divieto di vendita di alcool e tabacchi ai minorenni). D'altra parte non è inasprendo questi meccanismi che si garantisce comprensione.
Il fenomeno più grave, in proposito alle tossicodipendenze più rilevanti, è poi a seguire: se non si risolvono in modo progressivo, impercettibile oserei dire, le cause delle dipendenze più semplici, non vedo grandi trovate.
Va lasciata sicuramente una libertà di scelta a chi è dotato degli strumenti per farlo. Questo significa che ad un minorenne, per cui l'alcool può essere anche un pericolo fisiologico al suo processo di crescita, va posto un limite. E' un discorso con implicazioni notevoli, perché neppure un adulto potrebbe invece riuscire a liberarsi dalla dipendenza della nicotina, vista la comprovata azione a livello fisiologico.
Ma in fondo, queste sono solo parole leggere. Suppongo che il mondo andrà avanti ancora a lungo, con la mazza di ferro e il guanto di velluto, senza curarsene.
Chissà.
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