Veloce come non mai, la conferma alle mie ipotesi recenti sulle liberalizzazioni, è arrivata come attesa.
Ho tre storielle sul tema, ancora da raccontare.
Qualche mese fa lessi un articoletto su il Venerdì (il settimanale abbinato al quotidiano La Repubblica) sul sindaco di un paese del centro Europa (forse di Praga?), che aveva preso a camuffarsi. Si truccava con barba e baffi finti, parrucca e abiti stravaganti, fingendosi un turista straniero.
A quel punto cominciava a farsi scarrozzare per le strade della sua città dai taxi, per capire se era vero che le tariffe verso gli stranieri erano spesso vere e proprie truffe. E scoprì che era tristemente vero, in qualche caso moltiplicate addirittura per quattro volte.
Mise in campo controlli, irrigidì le leggi, riuscendo a ridurre il problema, e tornando di tanto in tanto a camuffarsi da rockstar o da artista italiano, per verificare le migliorie.
L'articoletto mi fece ricordare che dei controlli erano stati fatti in modo formale anche a Firenze, di cui ne avevo letto gli esiti sui quotidiani, uno o due anni fa.
La situazione non era sconfortante, come con le tariffe del caso centroeuropeo, ma certamente non allegra. Un autista su tre abusava infatti del tassametro, facendo figurare cifre diverse, rubando sul cambio delle monete straniere, e anche dimenticando delle convenzioni verso certe categorie (per esempio le donne sole che viaggiano in taxi di notte, a cui spetta uno sconto sostanziale).
I controlli non andarono avanti troppo, infatti erano troppo complessi. Ogni volta doveva essere seguito un taxi dalla partenza alla destinazione, non facendosi scorgere, per poi aspettare la discesa del passeggero e confrontare quanto pagato con il tassametro di riscontro.
Come dire: il 30% degli autisti di taxi era disonesto, ma è troppo complicato multarli tutti. Fine della storia.
Nel '97 feci un viaggio negli Stati Uniti d'America, andando a trovare parecchi amici che vivono là. Anche fra le persone che andai a trovare c'erano degli appassionati viaggiatori, che quando non potevano girare per il resto del mondo, cercavano comunque di farlo nel proprio paese.
Una coppia di amici, in volo dalla costa orientale a quella occidentale degli USA, fece uno scalo a Chicago, dove per varie vicissitudini avrebbero dovuto sorbirsi parecchie ore di attesa per la coincidenza. Decisero allora di prendere un taxi e fare un giro per Chicago, visto che seppure americani, non l'avevano mai visitata.
I taxi americani sono qualcosa di totalmente diverso dalla concezione italiana di "auto che si noleggia col conducente". Anzitutto colpisce la gran quantità che se ne trova per le strade di una grande città. Poi è curiosa la varietà degli autisti di nazionalità straniera, che in qualche caso cercano di portare un tocco del proprio paese nella vettura, come in certi taxi pieni di chincaglierie colorate degne di un tempietto votivo. Indiani, pakistani, moltissimi, e dicono anche qualche italiano, seppure l'unico che ho conosciuto parlava con lo stretto accento del New England e ci teneva solo a raccontarmi che suo nonno era italiano, come dimostrato dal nome sulla targhetta. Ricordo che una notte, a Boston, la targhetta riportava una foto e un nome che decisamente non erano corrispondenti al conducente: vista l'ora tarda mi sono guardato dal farglielo notare, sono stato solo felice di essere riportato sano e salvo a casa.
Tornando agli amici a Chicago, trovarono invece un vero nativo di Chicago. Dopo un po' di chiacchiere capirono subito che il tipo era simpatico e disponibile, così decisero di farsi scarrozzare per tutta la città, mentre quello, da improvvisata guida turistica, raccontava loro di ogni piazza, monumento o jazz club storico.
Dopo che questa amica era tornata a casa, entusiasta del diversivo a Chicago, pensò di fare buon uso del nome del conducente, che nel frattempo si era annotata. Telefonò così alla compagnia di taxi di Chicago, per ringraziarli e per menzionare la persona favolosa che aveva trovato alla guida. La cosa però non fu facile: dopo un po' passaggi fra vari centralinisti e impiegati a disagio, riuscì a parlare con qualcuno che l'ascoltò fino alla fine. A quel punto, l'impiegato, sbigottito dalla telefonata le chiese "Ma lei... non ha chiamato per una lamentela?" "Ma no! Io ho chiamato per ringraziarvi! E per ringraziare questo autista!". L'uomo non riusciva a credere alle proprie orecchie.
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