mercoledì, giugno 25, 2008

Vegetali animati

Già qualche giorno fa, su un quotidiano, leggevo uno scritto del signor Umberto Veronesi, riguardo l'alimentazione umana e il consumo di carne. Quest'oggi trovo un secondo articoletto, e visto che già la prima volta mi aveva sollecitato dei commenti ne colgo l'occasione.

C'è anzitutto un tema interessante per la salute umana, e riguarda le patologie connesse a un'alimentazione troppo pesante, rispetto alle nostre reali necessità. Sicuramente il Veronesi è ben preparato sull'argomento, visto che si occupa di scienze mediche da lungo tempo, e sono altrettanto confidente che queste problematiche, spesso citate anche da altri, siano di primaria importanza.

L'articolo, o meglio i due articoli, sono però incentrati su un altro argomento. Tanto che il quotidiano di oggi intitola la sua indagine con la Terra salvata dai vegetariani.
Ora, questa affermazione, per loro primaria, assurge in realtà verso il ridicolo.
Le prime affermazioni del Veronesi non parlano infatti di tesi scientifiche, di ricerche mediche, ma di questioni etiche. Il punto di partenza del Veronesi, come per molti altri sostenitori del vegetarianesimo, è di tipo etico e morale. Chiaro che ogni etica o morale sia poi del tutto soggettiva, ben lontana dal divenire scienza.
Il primo comandamento del vegetariano moderno è "non puoi mangiare un animale, se ami gli animali". La trasposizione inquietante viene dal "non puoi mangiare un essere umano, se ami gli esseri umani", passando per quella che io definisco solitamente etica disneyana, un'etica in cui l'antropomorfizzazione viene spinta verso gli estremi. Mangereste Paperino o Pippo?
Il Veronesi si arrischia per una china assai pericolosa, infervorato dall'avversione per la carne, arrivando perfino a scrivere "Non c'è una differenza biologica fra animali". Se avete mai letto o sentito, anche solo per sbaglio, il termine biodiversità, c'è da rimanere perplessi. Com'è possibile che uno scienziato la neghi?

Ancora più discutibile è il ragionamento economico. A detta del Veronesi, le colture vengono oggi sprecate per alimentare animali, anziché per l'uso diretto umano: con il dirottamento dell'alimentazione verso il vegetarianesimo si auspica la risoluzione della fame nel mondo.
Neppure la fantasiosa etica degli animali antropomorfi riesce a spiegare questa conclusione, neanche gli animali di La Fontaine riuscirebbero a crederci. Davvero questo signore crede che le potenti lobbies finanziarie, dietro alle multinazionali della nutrizione, devolverebbero tutto in beneficienza, con un calo dei consumi di carne?

Vedo sempre pericolosità nei fanatismi, nel caso migliore solo verso i singoli propositori, nel caso peggiore di riflesso su chi ne subisce l'influenza.

Insistendo su un argomento che dovrebbe essere scientifico, il Veronesi ci ribadisce che alimentarsi senza prodotti di origine animale mantiene comunque sani, senza che niente ci venga a mancare. Come coniuga la nostra incapacità biologica di assorbire certe vitamine, minerali o proteine altrettanto rapidamente? Un esempio classico è quello del ferro, che non possiamo metabolizzare tanto velocemente dalle verdure come dalla carne -- sempre che non crediate ai cartoon di Braccio di Ferro.
Dalla mia esperienza, con i conoscenti che seguono alimentazione vegetariana, è ricorrente la carenza vitaminica, la debolezza fisica e quella del sistema immunitario. Evidentemente non ho un campione significativo, oppure non ho alcun interesse a perorare una causa. Costa meno la produzione di un chilo di carne o quella degli integratori alimentari?

Non ho dubbi sulla libertà d'opinione del Veronesi, così come non ne ho sull'alimentazione più sana con minori eccessi, resto invece scettico sulla manipolazione delle informazioni dietro principi settari.

E' facile comprendere quanto la nostra alimentazione sia eccessiva, basta confrontarla con quella dei paesi più poveri. E non si tratta neppure di discriminare troppo sul tipo di alimenti: anche solo un calcolo dei chilogrammi giornalieri di cibo sarebbe sufficiente.
Ma arrivare ad affermare che cambiando le abitudini alimentari si ridurrebbero i gas serra e la fame nel mondo è pura demagogia.
E' una favola che ricalca quelle della lotta al consumismo: il cibo stesso è divenuto un bene di consumo sempre maggiore, ridurne i consumi porterebbe a perdite economiche nelle multinazionali che decidono governi e guerre. Il Veronesi è convinto che non se la prenderebbero, che basti scegliere una cotoletta di soia al posto del vitello. Che sia solo pessimismo, il mio?

mercoledì, maggio 14, 2008

Salute alternativa

Poco vicino all'ingresso principale di un ospedale sono stato colto da un certo fastidio, nel vedere un giardinetto, che appare pertinenza della stessa struttura, con tanto di statuetta votiva.
Probabilmente non era (del tutto) lo scopo originario, forse la sua erezione alludeva al rinfocolare la religiosità (di un ben definito credo) in chi necessita di cure, per sé o per qualche persona cara. Già anche questo, da solo, è una forma di ricatto: non senti anche tu il bisogno di pregare?
Quasi come se i medici fossero solo accessori, e per tutti la soluzione finale fosse quella. Un monumento al cattivo gusto.

Mi ha ricordato quel certo disgusto la notizia che leggevo oggi sui quotidiani (mentre in rete è già più aggiornata), di una giovane deceduta. In breve: malata di diabete, sottoposta a cure d'insulina, i genitori le trovano una "cura alternativa". Una presunta specialista suggerisce loro che il diabete si curi con delle vitamine, sospendendo il farmaco vitale. Facile decorso: degenerazione di tutti gli organi, coma e infine la morte.
Quale genitore si sottrae a una struttura medica seria, per rincorrere una ciarlatana?
Ho già ben in mente il tipo. Spaventato dalla medicina e dalla chimica, con in mente il motto secondo cui "i nostri nonni non vi facevano così tanto ricorso" (senza avere però idea della carente eziologia del passato, così come dei malanni e della vita media di allora). Preoccupato prima delle cure naturali, che dell'efficacia delle cure.
Tutto bene se la malattia è un semplice raffreddore senza complicanze, oppure una contusione. Tutto bene nel senso che il decorso positivo, per certe banalità, è spesso assicurato anche per chi trascura di curarsi. Tutto male quando spinge a credere che una discutibile terapia alternativa abbia curato il sintomo.
Un errore fatale in questo caso.

L'ordine dei medici invita tutti a "stare in guardia e prestare la massima attenzione", contro simili ciarlatani. Ma che siano davvero così nascosti nel loro operato?
Qualche tempo fa mi ero imbattuto in sito abbastanza preoccupante, di un istituto che si prefiggeva di curare con particolari diete e altre tecniche non rivelate, le più svariate malattie. C'era tutto, nome e cognome dei presunti sanitari dell'istituto, così come innumerevoli testimonianze di casi curati felicemente, fra cui molti casi di iper/ipotiroidismo curati abolendo le normali terapie ormonali.
E se volete rabbrividire ancora basta vedere i forum che parlano di salute on-line. Non manca mai un messaggio di chi dichiara di essere guarito da qualche grave patologia con una vitamina, un frutto, un semplice esercizio fisico, o anche con una dose adeguata di acqua fresca. Per non parlare poi delle cure con qualche granello di zucchero (dette altrimenti omeopatia).

Fin qui, chi cercava alternative alla medicina, con una medicina alternativa, può solo scoprire che la salute alternativa è un'alternativa alla salute: resta da considerare bene se ci si può permettere.

venerdì, maggio 09, 2008

V per vendibile

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere una trasmissione televisiva, condotta dal signor Enrico Mentana, sul tema delle invettive pubbliche del signor Beppe Grillo.
I partecipanti erano un po' misti, e va detto che l'unico sostenitore sfrenato del Grillo sembrava essere un tale Montanari, qualificatosi come massimo esperto in Italia delle nanopatologie. Potete anche leggere sul suo weblog come ha interpretato il proprio intervento, e le ostilità degli altri presenti, ma se avete assistito alla trasmissione con un minimo di senso critico, non potrete che rimanere allibiti.

La prima cosa che mi lascia infastidito, in una qualsiasi forma d'intervista, sono coloro che rispondono fuori tema. Chiedete a Montanari cosa pensa dei residui dell'incenerimento, e lui vi risponderà che i risultati sono visibili dalle guerre in Iraq e Afghanistan, così come dal crollo delle torri gemelle di New York. Già a questa frase mi è apparso evidente che avevo di fronte un fanatico, che può essere maldestramente inteso per cretino, ma che purtroppo non lo è.
La differenza forse ci è più lampante quando qualche fanatico lancia una bomba, oppure diviene un omicida seriale, perché i fatti sono più forti.

Quando poi ha avallato le paradossali ipotesi di Grillo, secondo cui bruciando una tonnellata di rifiuti si producono due tonnellate di nanoparticolato, ha raggiunto mete invidiabili da qualsiasi alchimista medievale: la generazione della materia a partire dal nulla.
Curiosamente nel suo weblog inverte quanto affermato, cercando di accusare il signor Giugliano, che intervenendo con competenze da chimico cercava (invano) di dare un senso alla discussione.
E' interessante notare poi che in certi weblog, come quello del Montanari o del Grillo, la frequentazione dei commentatori è quasi esclusivamente di parte, dove ogni commento serve a darsi grandi pacche sulle spalle.

Tutte le colpe sul Montanari? Certamente no, infatti come dicevo la trasmissione era fortemente partigiana dal lato avverso, con personaggi come il signor Maurizio Gasparri, che riusciva facilmente a far scadere le discussioni con commenti inappropriati. L'unico a tenere toni equilibrati, senza esaltazioni o servilismi, era il signor Antonio Di Pietro.

Quello che provoca indignazione è l'arroganza con cui il Montanari sostiene ipotesi inconsistenti, finché si trova in assenza di contraddittorio, mentre di fronte ai fatti rimane del tutto inebetito. E' piuttosto aberrante che questo suo comportamento passi del tutto inosservato da parte dei suoi sostenitori.
Come può continuare a sostenere (sul suo weblog, di persona non poteva) che i termovalorizzatori non hanno un bilancio energetico positivo, quando l'esempio che gli veniva proposto era quello di un impianto che produce energia per decine di migliaia di famiglie?
Basta consultare i bilanci pubblici di certi impianti, chiedere alle famiglie che ne ottengono diretto beneficio, sembra una cosa semplice, per chi ama il ragionare sensato.

La sensazione che più mi pervade, di fronte a questi fanatismi, è che siano la matrice di una Scientology nostrana. E' evidente che di fronte a qualsiasi fatto, se si contrappone il crederlo falso per principio religioso, tutto diventa discutibile. Diventa credibile anche il paradosso della creazione della materia dal nulla.

Il Di Pietro sottolineava un punto interessante, sui guadagni del signor Grillo: se questi dichiara 4 milioni e 200 mila Euro al fisco, e ci paga le tasse (com'è giusto che sia), dov'è il problema?
E' senz'altro meglio interrogarsi su chi appare evidentemente ricco e dichiara cifre irrisorie.
I quattro milioni possono essere discutibili sotto il profilo morale: in fondo li raccoglie con una serie d'iniziative dichiarate a scopo benefico per la comunità, eppure la comunità riceve indietro solo una piccola parte dei proventi. Se molto rimane nelle tasche del Grillo, dovrebbe essere preoccupazione di chi lo finanzia (se non c'è alcuna truffa, come vogliamo sperare).
Le giornate del V-day non sembrano poi tanto di vendetta, vittoria, o altre finzioni letterarie amate da Grillo, quanto piuttosto della vendibilità: il primo prodotto in vendita è sicuramente l'immagine di questo signore. Con una buona dose di umorismo (in cui è sempre stato bravissimo), riesce a lanciare accuse ed epiteti ad ampio spettro.
Se poi qualcuno va a fargli le pulci, com'è successo qualche sera fa, si scopre che la denuncia di ben centotredici basi militari americane in Italia è piuttosto sovrastimata. Sembra che ne esistano solo sette, mentre il documento citato da Grillo era uno dei tanti fasulli in rete. Ma come dice lui, in rete c'è la verità.
Anche quella sulla sua denuncia dei redditi, ma quella non vuole che ci stia, è scomoda. Per quale motivo? Che male c'è nell'ammettere i suoi guadagni tranquillamente?

Il signor Eugenio Scalfari, di cui condivido una percentuale irrisoria di opinioni, ha smontato a suo modo le opinioni di Grillo. In tutta risposta Grillo ha fatto un articoletto tutto per Scalfari, spiegandoci che si tratta di una persona infida e malvagia. E' da notare che non controbatte alle parole di Scalfari, ma smonta il personaggio. In un mondo dove tutto è nell'apparire, ha studiato bene la subdola arma della distruzione dell'immagine.
Credo che nel mondo dell'intelligenza e della cultura sia piuttosto triste, vedere chi ricorre a distruggere l'immagine pubblica dei propri avversari, anziché avere fatti propri da esporre.

martedì, aprile 29, 2008

Quattro virgola quarantuno

Tale era la somma, in Euro, derivante dall'estinzione di un mio conto corrente.
Visto l'importo così esiguo, ero stato invitato a ritirarlo di persona dalla filiale di Cariprato, presso cui avevo il conto. Trattandosi di un'agenzia lontana dalla mia attuale residenza (uno dei buoni motivi per chiudere il conto), avevo progressivamente ridotto il credito, proponendomi di passare a ritirare le spettanze con comodo. Non valeva certo la pena fare chilometri e chilometri, specificamente per pochi spiccioli.
Dato che stamani ero in zona, ho pensato bene di riscuotere il mio credito, pensando che fosse un'inezia: quanto tempo avrei mai potuto impiegare?
Esattamente mezz'ora, questo è il tempo che ho impiegato. Perché l'importo non sembrava poi così rilevante: non me lo pagavano in contanti.
Il primo consulente ha dovuto cercare la pratica, e constatare che era stata liquidata con un assegno circolare. Quattro virgola quarantuno Euro, non trasferibile. "Ha un documento d'identità? Sa, devo farne una copia". Ovviamente ce l'avevo. Dopo la copia e la firma avevo il mio assegno, ovviamente da incassare.
Decido così d'incassarlo direttamente lì, anziché in un'altra banca. Paziento così in una lunga coda di persone, davanti ai due sportelli aperti, sui quattro disponibili.
Finalmente arriva il mio turno, così presento gioioso il foglietto colorato che mi verrà convertito in moneta sonante (letteralmente, visto l'importo). "Ha un documento d'identità?". Ovviamente, è quello di venti minuti prima. Quattro Euro e quarantuno centesimi, penso: ma quanto costa alla banca tutta questa operazione?
"Ah mi dispiace... non mi accetta l'operazione, dobbiamo aspettare, non c'è altro da fare"
Provo a ironizzare sull'importo, che magari ostacola l'incasso. L'impiegata chiama al telefono qualcun altro, chiede se ci sono problemi a incassare tale importo. Mi pento di aver anche solo pensato che fosse ironico.
Dopo alcuni minuti di tentate telefonate (l'assistenza tecnica della banca non risponde) e di passeggiate dell'addetta allo sportello, magicamente la situazione si risolve. Ricevo due monete da due Euro, due monete da venti centesimi, una moneta da un centesimo. Felice di tanta abbondanza non mi resta che andare.
Non posso evitare di pensare che se i 4,41 Euro fossero stati il resto dell'edicolante, o del supermercato, li avrei avuti in tempi più rapidi, senza dover attestare un paio di volte la mia identità.

Quanto costa mezz'ora del vostro lavoro? Mezz'ora del mio costa ben più di cinque Euro.
Mezz'ora del mio tempo libero, delle mie pause in cui scrivo un articolo di weblog, ha un costo esorbitante, tanto che nessuno può comprarsela.

martedì, aprile 15, 2008

Difficoltà espressive

In ogni attività umana, più o meno consciamente, esercitiamo delle scelte politiche, quando il nostro pensiero o la nostra azione interessano la vita pubblica. E' in fondo una definizione scarna, da dizionario, eppure inevitabile.

I miei ripetuti interventi sul significato di democrazia, sembrano invece a tratti dissonanti con il senso della politica. Sarebbe come chiedersi "ma se la democrazia è solo illusoria, quale significato hanno le scelte politiche in un paese che si dichiari tale?".

Giocando con l'universale linguaggio della matematica, ho fatto qualche somma, con alcuni dei voti risultanti dalla recentissima elezione politica.
Se sommiamo le preferenze di voto, andate a partiti che non verranno rappresentati alla Camera, otteniamo oltre tre milioni e mezzo di schede, mentre per il Senato sono oltre due milioni e novecentomila. Essendo ottimisti, prendiamo il risultato migliore, ovvero i poco meno di tre milioni finiti nel vuoto. Sul totale delle preferenze valide sono circa il 9% delle scelte.

E' sicuramente l'ennesima dimostrazione dell'impossibilità del concetto di democrazia, quando viene trasposto nella pratica. E non lo lamento perché io fossi rappresentato in qualche modo in quel nove percento. E' lecito però il dubbio che tutti noi, pur se rappresentati in un Parlamento, o in un Governo, si finisca per appartenere al gruppo di chi non ha alcuna rappresentanza reale.
Sarebbe del resto inattuabile, che una rappresentanza politica fosse del tutto uniforme con chi la rappresenta. A meno di essere tutti cloni perfetti, l'individualità ci differenzia, e cerchiamo di aggregarci con un best match, il migliore raggruppamento. Secondo idee politiche, ma anche secondo stili di vita, svaghi preferiti, interessi sportivi, e così via.

Va da sé che quel nove percento non ha avuto alcun peso sulla più importante scelta in un paese, quella riguardo al suo governo. Se quei tre milioni fossero spariti, in un sol giorno, sarebbero almeno cambiate le percentuali assegnate a chi ha avuto maggiori preferenze. Eppure è ancora più inquietante il ruolo di continuare ad esistere, per un diritto di scelta che non ha diritto di rappresentanza (pur con i limiti dell'individualità detti prima).
E c'è un senso logico che diamo a questo fenomeno, quello della stabilità di governo. Si parla di rendere meno frastagliato l'orizzonte politico, rendere dei blocchi più netti, perché il Governo sia uniforme.
E' molto interessante il percorso seguito, verso la cosiddetta stabilità. Si parte dall'individualità: a nessuno viene negata, tutti (i maggiorenni) possono esprimere un parere. Poi si suddividono dei macro gruppi (chiamiamoli partiti politici). Qui si opera una selezione, da chi ha la massima preferenza a scendere, smussando con un taglio netto chi non raggiunge una quota interessante.

Certo, mi si può fare osservare che tutto questo dipende dalle leggi elettorali, ma per arrivare alla fine della mia analisi è del tutto indifferente. L'obbiettivo finale, infatti, è sempre quello di creare un gruppo oligarchico, uno solo. Ben definito. Quando questo avviene, e nel processo è stata coinvolta la popolazione, lo definiamo democrazia. C'è un evidente paradosso, se non altro a livello linguistico.

Mi viene facile sollevare un paio di domande. La prima è sulla qualità della vita: la popolazione di un paese, si sente veramente rappresentata, ben governata, sapendo che l'obbiettivo è quello di avere stabilità dall'uniformità di pensiero?
Premessa l'individualità, come ricchezza sociale, è un po' anomalo vedersi felici nell'omologazione. Sicuramente meno oppressi dalla difficoltà nelle scelte individuali (che vengono assolte dal gruppo, secondo uno standard), ma altrettanto meno liberi, nelle stesse scelte.

La seconda domanda che mi pongo è sulla possibilità di scegliere la propria vita: chi non ama l'uniformità più o meno forzata, la classificazione e massificazione, può in qualche modo decidere un cambiamento?
Facciamo un'ipotesi, un po' astrusa, ma con qualche esempio pratico. Supponiamo di accettare un'approssimazione di democrazia su un livello più fine. Una sorta di riunione condominiale: tutti che decidono insieme, anche se si detestano, avendo di volta in volta qualche vittoria e qualche sconfitta. Se il condominio in questione fosse un Parlamento (dove le liti sono già adesso come quelle condominiali), e finanche un Governo, potrebbe esserci maggiore rappresentanza per tutti. E mettiamoci pure la proposta fatta da molti: che non si vedano sempre le stesse facce, che sia garantito un ricambio.
Insomma, fatta un'ipotesi di cambiamenti radicali, se davvero fosse desiderata, potrebbe mai essere cambiato tutto nel profondo? I rappresentanti che abbiamo eletto, farebbero un'azione di sacrificio nel più grande interesse popolare?
Se a questo punto vi viene da sorridere avete centrato il sarcasmo.

Nella mia umile opinione, qualsiasi visione sociale dovrà comunque scontrarsi con la difficoltà nel darne espressione. Come in un gioco di prestigio, vedo quel nove percento come apparso dalla bacchetta dell'illusionista: prima del trucco, nella realtà, era un quasi cento per cento.

lunedì, aprile 07, 2008

Alternative all'energia

Le problematiche ambientali stanno stimolando sempre di più i dibattiti sui metodi di produzione dell'energia, soprattutto quella elettrica.
Avevo già scritto di recente qualcosa sulla produzione elettrica, per citare alcune evidenti incongruenze. Un programma televisivo, a cui ho assistito casualmente lo scorso sabato, mi ha riportato a riflettere su altre palesi stonature, che spesso osservo.

L'energia da fonti rinnovabili è sicuramente interessante, per come si propone, ovvero per inesauribile nella scala dei tempi umani.
Il dettaglio che spesso appare trascurato, evitato, ignorato, è la chiave per il vero utilizzo di queste energie: come le convertiamo in qualcosa di utilizzabile per gli scopi umani?
L'illuminazione solare ci fornisce una buona fetta di energia, ma visto che non ce ne serviamo (come umani) per la fotosintesi, come si converte in un'altra forma?
Ormai hanno un po' tutti chiaro che esiste una qualche forma di pannelli solari, mentre è molto meno chiaro da dove vengano e cosa ci portino. Già sul secondo punto, la differenza sui pannelli solari termici e quelli fotovoltaici va spesso chiarita.
La forma di energia più versatile che sappiamo sfruttare è senza dubbio quella elettrica: la riconvertiamo in luce, caldo, freddo, moto, per non parlare delle applicazioni informatiche e di controllo, anche per altre forme di energia.

E' bello avere energia elettrica dalla luce solare? E' senz'altro stupendo, ma cosa ci costa?
Perché parlare di produzione a costo zero è assai grossolano.
Il pannello solare ha un costo, non indifferente, in termini economici ed energetici. Sì, perché produrre un pannello solare fotovoltaico costa anche energia. Il processo industriale, in cui si parte da un materiale che può essere a basso costo, come la sabbia silicea, è piuttosto complesso e dispendioso. Ci sono trasformazioni chimiche e fisiche, operazioni di precisione e controlli particolari. Evidentemente non ha un costo zero.

Qualcuno può obbiettare che in fondo conta il rispetto ambientale, per cui la produzione di energia elettrica dal sole è qualcosa di ottimale.
Vero. Se sei una pianta o un arbusto. Assai meno se sei un pannello solare.
A parte l'industria che lo produce (e che immette nell'ambiente quelle sostanze che si vogliono evitare, con un curioso mordersi la coda), ci sono altri due fattori: la vita utile e la manutenzione.
La vita utile del pannello solare non è infinita, in una ventina d'anni ha magari ridotto il suo rendimento (già basso in origine) a valori troppo bassi per essere utile.
Le stime ascoltate in televisione, e da chi ne parla come grande opportunità, dicono che in Italia ci vogliano una decina d'anni per ammortizzare il costo d'installazione. Ovviamente con tanto di incentivi statali: pagandoli interamente di tasca propria chissà quanto ci vuole. Rimangono quindi una decina d'anni in cui godersi l'energia "gratuita", la metà del ciclo vitale del pannello.
E quale può essere mai la manutenzione a cui mi riferivo?
Il pannello in sé non ne necessita, ma il pannello non è l'intero sistema. L'impianto completo necessita anche di batterie, che accumulino l'energia per sfruttare il suo livello medio (anziché avere corrente elettrica solo se c'è il sole splendente, e mai di notte o quando rannuvola).
Le batterie ad alta energia e ottima resa per questi usi sono tipicamente del tipo al piombo/elettrolita. La loro vita utile è di qualche anno, dopodiché non dovranno essere solo sostituite, ma anche smaltite e riciclate correttamente, vista l'elevata tossicità ambientale del piombo. Quanto costa in termini ambientali ed economici?

Tutto questo non significa certo che l'energia solare sia da scartare. Va sicuramente promossa, ma con il primo obbiettivo verso un suo sfruttamento migliore.
Sotto il sole che ride, come il simbolo di alcuni noti movimenti politici, ci sono nuvoloni piuttosto neri.

mercoledì, marzo 12, 2008

Dati numerici

La matematica non è un'opinione: con questa frase fatta tendiamo solitamente a credere ai numeri, ma non sempre.
Questa mia raccolta di opinioni personali, di citazioni e disamine, spesso parla di numeri, ma altrettanto spesso racconta di come la razionalità (anche numerica) sia in netto contrasto con l'emozionalità.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto, navigando su internet, in un filmato, ripreso da un recente spettacolo (comizio, all'armi, quel che volete) del signor Beppe Grillo. Ora, chi già ha letto i miei precedenti articoli su questo signore, potrebbe aver già capito un punto fondamentale delle mie opinioni: parte spesso da ottime cause, ma impiega metodi rozzi, piuttosto dubbi, finanche demagogici.

Il punto era sulle centrali nucleari, o per essere precisi sulle centrali termonucleari per la produzione di energia elettrica.
La mia idea sull'argomento è sintetizzabile in poche frasi. Molti anni fa, votai per lo smantellamento delle centrali ad energia nucleare in Italia: una posizione che ancora oggi trovo corretta, per quei tempi. Nei tempi moderni, attuali, convengo che potrebbero fornire un valido aiuto alle necessità energetiche. Provvisto che si attui una corretta gestione del loro ciclo vitale, delle loro scorie. Certo sarebbe meglio se avesse successo un progetto come quello di ITER, per una futura generazione di reattori nucleari a fusione (nessuna scoria, nessuna fonte d'inquinamento, sicurezza nel funzionamento). Energia nucleare da fissione (la tecnica attuale) in Italia? Su questo nutro ancora forti dubbi, ma non riserve assolute come vent'anni fa. Cosa mi preoccupa? Le cose fatte all'italiana, approssimative. Mi preoccupano molto di più degli inconvenienti noti (scorie, sicurezza), perché vedo come si affrontano certe cose in Italia, ogni giorno: con molta leggerezza.

Il signore suddetto, nel suo intervento (nelle brevi frasi che ne ho ascoltato), si limitava a condannare l'uso dell'energia nucleare, senza troppe parole (come ho fatto sopra). Però citava un numero, a sostegno della sua tesi sulla inutilità delle centrali elettriche ad energia nucleare. Il numero della bestia era l'incidenza di queste sulla produzione elettrica mondiale: a sua detta solo il 5% del totale, praticamente inefficaci.
Pur non avendo dati a portata di mano, ho commentato con chi mi stava vicino, che mi sembrava una cifra un po' bassa, per non parlare poi di una stima ristretta alle nazioni industrializzate.
Ho ripreso così un documento già citato in passato, con i dati dell'Agenzia Internazionale per l'Energia (che dovrebbe saperne qualcosa).
I dati ufficiali, a marzo 2007:
STATUS - Some 443 nuclear power plants (370 GW) are
in operation world wide providing 16% of global
electricity supply (25% in OECD countries).
Ovvero, il 16% dell'energia globale, e se si contano i soli paesi OCSE si tratta del 25% della fornitura elettrica.
Insomma, nella migliore delle ipotesi quel signore ha sbagliato del 320%, se vogliamo parlare di dati numerici. Sempre che crediate negli incidenti e nelle distrazioni: che in matematica non sono ammesse.

giovedì, febbraio 28, 2008

Proprietari del futuro

Leggendo il solito quotidiano in forma cartacea, nella rubrica dedicata alle lettere dei lettori, mi è saltato all'occhio un piccolo articolo.
Uno studente di liceo citava come il microcosmo giovanile, a partire dalla sua stessa scuola, sia così diverso da quello raccontato nei giornali e nei notiziari. Come siano più indistinte e nebulose le posizioni politiche dei giovani, che avocano posizioni con nomi di ideologie che ormai non conoscono più, come quelle comuniste o fasciste.
Ho trovato interessante la sua conclusione ad effetto, in cui si mette nettamente dal lato di chi è giovane oggi, rammentando che mentre il presente è di qualcun altro, il futuro non lo sarà: "oggi il presente è vostro, domani no".

A livello logico non fa una piega, considerando il domani come un futuro generico. E' ovvio che chi controlla oggi politica, informazione, economia, non lo farà nello stesso modo fra venti, cinquanta o cento anni.
Da un certo punto di vista è un sollievo saperlo, perché significa ricambio generazionale. Se da un lato la maggior parte di noi è terrorizzata all'idea di morire, dall'altro dovrebbe essere felice che ciò accada, perché la vita è cambiamento. Dopo la nostra vita ce ne saranno altre, così com'è già stato in passato. Riguardando la storia ad oggi si può anche dire che il ciclo di vita e morte, di miliardi di individui, ha portato un miglioramento per le generazioni successive.
Miglioramenti nello stile e nella qualità di vita, che certo non sono valsi in modo universale, che non hanno neppure migliorato in modo sicuro il pianeta (vedi gli eventi climatici). Quel che è certo è che per ogni epoca, se questa fosse rimasta inalterata, senza nuove nascite e morti, sarebbe stato disastroso.

Quello che il giovane studioso della cultura non ci dice esplicitamente è insito nell'osservazione stessa che ci pone.
Se oggi c'è qualcuno che dice proprio il presente, domani chi lo farà?
Il modo in cui pone la frase è anche sintomo della sua incertezza, del timore di vedere il futuro: infatti non scrive "oggi il presente è vostro, domani sarà nostro". Forse preoccupato di risultare arrogante, presuntuoso, finanche inopportuno.
In verità, sotto la mia lente, vedo solo il completamento del messaggio. Ci dice: abbiamo un senso civico diverso, non ci comprendete, saremo presenti nel futuro, ma non sappiamo come.
E in questo ha pienamente ragione.

La diseducazione culturale, iniziata già molti anni fa, sta progredendo a grandi passi.
Nel momento in cui dovesse superare il progresso culturale, sociale ed emotivo, della gente, ci sarà un evidente ritorno indietro. E' mia opinione che questo sia fra i possibili obbiettivi dei poteri politici e mediatici forti.
Cito ad esempio il livello raggiunto dalla comunicazione televisiva.
A me capita sempre più raramente di vedere qualcosa in televisione, se non per qualche fantasioso racconto di finzione o per dei notiziari. In entrambi i casi si tratta perlopiù di visioni inframmezzate da pubblicità, o dalla mia distrazione nel fare altro.
Poi ho avuto occasione di vedere di sfuggita, o anche solo di ascoltare, certi programmi seguiti da altri, molti comuni reality show. Eppure una rapida visione, un fugace ascolto di poche frasi, mi ha permesso di farmene un'idea: anche perché sono ripetizioni costanti di nuovi e vecchi stereotipi.
Il primo punto è certamente sulla parola reality, indubbiamente falsa, visto che certi spettacoli sono costruiti a tavolino. Al minimo vengono selezionati dei protagonisti con caratteristiche già ben precise: la ragazza seducente e licenziosa, il ragazzo un po' arrogante e piacente, e così via.
Il secondo punto è creare ambienti eterogenei, in cui far crescere nervosismi e litigi, ambizioni e invidie. I sentimenti negativi sono quelli più facilmente trasmissibili: tutti abbiamo un lato più attento alla negatività, probabilmente donatoci dalla nostra natura come difesa.
Lo scopo finale è l'attenzione: in una carambola dall'apparenza perpetua, si creano legami e alterchi, la cui alternanza mantiene vivo l'interesse dello spettatore.
Perché è importante tenere impegnata l'attenzione di chi assiste. Nasce tutto come svago, come proposta di divertimento, in cui si assiste alla vita di qualcun altro, ma da cui si finisce per essere dipendenti. Il desiderio compulsivo di conoscere cosa succederà nella prossima puntata diventa lo scopo di ogni visione.
E se questo era già possibile con un semplice romanzo a puntate, per raggiungere lo scopo è necessario dare di più allo spettatore. Le puntate non sono più una decina, ma migliaia, come in tutte le soap opera. Oppure si gioca sulla presenza costante, senza interruzione, come in quegli spettacoli che portano i protagonisti su un'isola tropicale, o chiusi in un ambiente ristretto, fino alle presunte scuole di spettacolo.
Qualunque sia lo scenario rimangono vivi i due punti detti sopra: simulazione di realtà, imbastitura di relazioni interpersonali alterne.

Perché tanto daffare per l'attenzione?
Perché siamo curiosi, abbiamo bisogno di mantenere attive le nostre percezioni, di pensare, d'inventare, di elaborare fantasie. Anche le persone dal livello intellettivo più basso sentono questa necessità tipicamente umana, se il tempo ce lo permette, ci è necessario. Se non abbiamo tempo ne soffriamo la mancanza. E se le capacità non sono sufficienti al costruttivismo, è un buon impegno anche osservare gli altri.
In una società così complessa come quella in cui viviamo, diventa sempre più probabile guardarsi intorno, come parte del nostro impegno. E che succede se guardandoci intorno ci fermiamo troppo a considerare i disagi sociali, economici, politici?
Statisticamente potrebbero essere sempre di più, coloro che mettono l'impegno in progetti sociali, economici e politici. A quel punto, i proprietari del presente più ampio, rischierebbero di perderne una fetta. Un esempio? Chi possiede del mio presente i ricavi economici, come una grande azienda (o meglio come gli oligarchi dell'economia) potrebbe accusare una perdita di potere.
Meglio allora inventare svaghi, giochi televisivi. Giochi dissuasivi. Se il soggetto è più complesso di un criceto, anche la ruota per criceti si può costruire più complessa.

Dove sono i proprietari del prossimo futuro, se già da oggi fanno ancora girare la ruota, senza capire che è solo l'invenzione di migliaia di anni fa, riadattata alle tracotanze dei padroni del presente?

mercoledì, febbraio 27, 2008

Informateci, informatici

Parlare della scienza dei calcolatori fa pensare a qualcosa di puramente tecnico, mentre nel quotidiano si tratta sempre più di sconfinamenti in ogni settore.
Il settore economico è inevitabile, visto che buona parte dello sviluppo informatico è ancora oggi una risorsa finanziaria. Credo che la visione del software come qualcosa di sempre libero, in qualsiasi settore, rimanga applicabile solo in contesti ben circoscritti.
L'esempio va in fondo visto al contrario: partiamo da qualcosa di apparentemente libero, gratuito, come uno sport o un hobby. Quando questo diventa di larga e importante diffusione finisce sempre per essere permeato da interessi economici. Figurarsi se sia poi possibile invertire il processo, de-finanziando un processo economico (come lo sviluppo del software) rendendolo solo ed esclusivamente gratuito.
Il denaro è in fondo parte di un fenomeno osmotico, che tende a vederlo diffuso in modo più o meno uniforme nelle attività umane. Purtroppo non segue la diffusione uniforme la quantità di denaro, ma questa è un'altra storia.
***
Scrivevo le parole sopra ieri, leggendo della (nuova) multa comminata a Microsoft, dalla commissione antitrust europea. Ben 899 milioni di Euro, per aver continuato ad ignorare la precedente sentenza, secondo cui avevano sborsato 497 milioni di Euro.
I motivi sono semplici, triti e ritriti. L'abuso di posizione dominante, ai danni di altri produttori, ma sicuramente ai danni degli utenti.
Ho letto qualche commento in cui i sostenitori della causa Microsoft affermano che in fondo è poca cosa, rispetto ai guadagni annuali dell'azienda, e che sicuramente caricherà i costi legali e le multe sugli utenti finali. Se è veramente così, allora non è certo motivo di rassegnazione, quanto di maggiore indignazione: chi può fermare un egemone americano? La legislazione europea, perlomeno, che speriamo rinnovi ancora le multe aumentandole di un ordine di grandezza: magari in quel modo saranno valutate più attentamente.
Ma ne riparlerò in seguito.

giovedì, febbraio 21, 2008

Traslochi differenziati

Fare un trasloco non inizia col primo mobile di casa a cui si cambia collocazione, e non termina con l'ultimo. C'è anche tutta una serie di attività collegate, come quelle burocratiche, giù fino all'aggiornare il servizio di igiene urbana, ovvero lo smaltimento rifiuti.

Nella municipalità adiacente a quella in cui ci siamo trasferiti è in funzione da molti anni un termovalorizzatore. Se vogliamo essere precisi, un contestatissimo termovalorizzatore, così come questi lo sono un po' ovunque, di recente.
I più accaniti contestatori sembrano essere gli abitanti limitrofi all'impianto: viene da pensare che possa essere naturale, per chi s'è trovata d'improvviso questa imponente struttura a un chilometro da casa. Certo, se si volesse essere un po' più precisi, bisognerebbe rammentare che le case le hanno costruite almeno una decina d'anni dopo che l'impianto era a pieno regime, magari lucrando sul terreno a basso costo. Sottigliezze.
La richiesta dei comitati negazionisti è la raccolta porta a porta, senza però specificare dove portare infine quel che si raccoglie: semplicemente non qui. Portano nomi utopici, se non parossistici, del tipo "comitato rifiuti zero". Evidentemente non hanno ben chiaro che ogni individuo produce rifiuti, scorie, materiale di scarto, fin anche al suo estremo interramento (o falò).

La zona precisa del mio trasferimento, per qualche ragione urbanistica, è la prima del circondario ad avere un sistema di raccolta più differenziato della media.
Anziché avere la differenziazione minima (carta, vetro, plastica, generico) abbiamo infatti anche un contenitore per i rifiuti organici, che immagino siano sfruttati come biomassa.
Tutto questo regolato da una chiave elettronica (chiamatela smart tag, RFID, o come volete). Che però funziona solo per gettare la parte organica e quella indifferenziata: carta e vetro/plastica sono d'uso libero.
La meraviglia della chiave elettronica è che promette anche tariffe personalizzate, pesando la quantità di rifiuti scaricati. Più o meno.

La gentile signorina del consorzio di gestione mi lascia tutti i depliant illustrativi. Perfino un pacco da una cinquantina di sacchetti di carta, in cui inserire i rifiuti organici e uno stand su cui tenerli in piedi. Dopo la breve spiegazione, la interrompo per un altro motivo: ho già visto l'impianto, ho visto come si usa, e ho un'annotazione da fare.
"La bocca d'entrata del contenitore per la carta è piccola, come dovrei fare per gettare una scatola di cartone, farla a striscioline?"
Mi spiega che è solo per la carta pulita: riviste, quotidiani. Non solo non comprendo quanto possa essere più sporca una scatola di cartone generica, ma non sa dirmi dove dovrei buttarla. Non hanno previsto un contenitore per nessun tipo di rifiuto più grande di una quarantina di centimetri.

Questa mattina, carico sull'auto le scatole vuote dei miei mobili economici, e faccio il giro dell'isolato, giusto cinquecento metri. Scarico il cartone in un cassonetto qualsiasi per la carta, dove non esistono chiavi elettroniche intelligenti, ma con modesta stupidità si riescono ancora a riciclare dei rifiuti.

mercoledì, gennaio 16, 2008

Potere, dovere e volere dell'essere incongrui

Con la complicità di un lungo viaggio in automobile, ieri mi sono ritrovato ad ascoltare molti programmi radiofonici. Dal nord Italia e sud del Tirolo, dove risuonavano le voci in tedesco e le orchestrine austriache, fin dove cominciavano le polemiche sull'ennesima polemica tutta italiana.
Se ancora non siete vittime del tormentone della settimana, oppure rileggete queste parole a distanza di tempo, il motivo di tanto dibattere era la mancata presenza del signor Joseph Alois Ratzinger all'apertura dell'anno accademico dell'università di Roma, "La Sapienza".

In realtà non c'era un gran dibattere sull'argomento. I toni erano di sdegno e meraviglia, con punte d'ipocrisia raramente toccate, da così tante persone, di così tanti pareri politici.
Per non parlare di chi faceva pesare la supposizione di una grande perdita d'immagine della nazione italiana, di fronte a chi vedeva la notizia dall'estero. In realtà le prime pagine dei grandi giornali stranieri vi hanno dedicato dei trafiletti minimi, di pura formalità.
Ma andiamo per ordine.

Uno sparuto gruppetto d'insegnanti dell'università suddetta, dopo che il rettore e il senato accademico avevano concordato d'invitare a parlare l'anzidetto Ratzinger, ha scritto una lettera di protesta. Nella protesta si chiedeva appunto di annullare l'evento, citando una frase del succitato signore, poco consona al contesto scientifico.
Se si ricorda bene, perfino un esimio scienziato qualche tempo fa fu allontanato dai convegni scientifici, dopo affermazioni che di scientifico avevano ben poco -- un promemoria: lo scopritore del DNA, che a quarant'anni di distanza è intervenuto con argomentazioni di discriminazione razziale. Dovrebbe suonare come un avvertimento: se intervieni in un confronto scientifico è naturale che ti si richieda di portare una visione scientifica, anche opinabile, ma scientifica.
Figurarsi lo scompiglio di chi vede nell'elenco dei relatori di un presentazione scientifica un personaggio che dichiara "il processo a Galileo fu ragionevole e giusto". Suona un po' come l'intervento di Jack lo squartatore in un convegno sulle vittime di stupri: con sufficiente pelo sullo stomaco si può considerare libertà di parola.

In fondo però non è stata la lettera di protesta ad aver scatenato l'ira funesta dei nostri. Fra alcuni commenti mi sono trovato d'accordo sul fatto che il predecessore di Ratzinger, in senso politico, dirigenziale (e per ultimo anche religioso) si sarebbe comportato diversamente: avrebbe sicuramente affrontato la critica.
In questo, il Ratzinger si è dimostrato molto più avanti, tanto avanti da essere paradossalmente anche piuttosto arretrato. In un periodo di recessione, di perdita di credibilità nel suo istituto e nella sua confessione, ha optato per una scelta tatticamente degna di Sun Tzu. Ha sfoderato la faccia più compassionevole che (compatibilmente) poteva mostrare, ed ha detto, con una parafrasi: ecco, vedete come sono maltrattato, neppure la libertà di parola ci rimane, siamo vessati e vittime.
C'è da dire che è risultato bravissimo, tanto che nessuno, nelle stanze di potere e rappresentanza, si è sentito di contrariarlo.

I firmatari della richiesta di coerenza, della ricerca di scientificità, sono riusciti invece in un clamoroso autogol, con uno sforzo così piccolo che secondo me ne sono ancora increduli.
Insomma, han fatto la figura degli ingenui, con così poche parole. La strumentalizzazione dei mezzi di comunicazione poi ha fatto il resto, come ne sono stato testimone ieri. Persino il canale radiofonico nazionale d'informazione sul traffico. Ha interrotto le programmazioni per declamare le tonanti proteste della Conferenza Episcopale Italiana. Eppure l'unica strada dal percorso difficile era divenuta quella del buonsenso, come al solito.
Si sono sprecati commenti che parlavano di facinorosi, alla stregua di terroristi, pronti con le bombe e le armi d'assalto, come si trattasse di un college americano. Immagini forti e inquietanti, come la grettezza di chi le esponeva.

L'operazione è riuscita, il laicismo è stato dipinto come Satana (questo il commento mattutino di Radio Maria), e finalmente potrà partire la prossima restaurazione.
C'è in fondo qualcuno però che non può, non deve e non vuole vedere un nuovo medioevo.

mercoledì, gennaio 09, 2008

Novità insignificanti

Un paio di settimane fa, mi è capitato di vedere, a casa di amici, lo spettacolo Reset, del signor Beppe Grillo.
Chi mi ha presentato il DVD ci teneva, affinché lo visionassi, perché a suo dire potevo essere scettico sulle affermazioni fatte dal Grillo, mentre l'ampia documentazione fattane ne rivelava la fondatezza.
Ho subito spiegato che non sono così scettico come immaginava l'amico, che non avevo dubbi sulla maggior parte delle affermazioni. Ed infatti, anche dopo aver visto lo show, sono rimasto della stessa opinione, con le solite riserve per qualche dato fornito. Piccole riserve, per una grande informazione.

Essendo passati parecchi giorni non ricordo neppure quali fossero le piccole incongruenze, ma ricordo benissimo la natura delle stesse. In qualche frase, il signore detto sopra, citava affermazioni di politici o tecnici a lui invisi, aggiungendo che non potevano essere altro che falsità, manipolazioni. A seguire, qualche minuto dopo, chiamava in causa i tecnici di parte, che finivano per dire le stesse cose prima negate.
Come dire: se vi dicono che il cielo è azzurro non credetelo vero, ve lo dicono delle persone bugiarde, credete a me, che l'ho visto azzurro perché sono un buono, un puro di cuore.
Se si è un bravo persuasore occulto, come in un esempio che ho fatto qualche tempo fa parlando di spin doctoring, il gioco funziona.

Tutto il resto è show, coreografia, presentazione teatrale che dalla satira s'incrocia con l'attivismo politico. Mentre lui, l'attore unico (se si escludono due o tre comparse), lancia il sasso e nasconde la mano, dice "io non faccio politica, smuovo le coscienze, voi la farete per me". Per lui.
Non ha l'aplomb del signor Al Gore nel documentario An Inconvenient Truth. Usa un linguaggio più ruspante, più adatto ad interessare il pubblico italiano.
E il gioco continua sul suo weblog, dove cita le altrui sconfitte e le proprie vittorie.
Nello spettacolo cita la vittoria sull'abolizione delle ricariche telefoniche della telefonia mobile, con a latere il promotore, che si appresta a definire un suo fan, e che non ha avuto l'interesse della Comunità Europea per una petizione popolare, se non perché lui ha interceduto.
Lui non fa politica, ma siede come una divinità minore, irascibile, al banchetto che divora le risorse del mondo. Ed ha pena per noi poveri esseri terreni.
Riempie la pagina web di bandierine, ogni campagna di sensibilizzazione ha un suo simbolo. Quando queste si risolvono vi appone il marchio di un timbro rosso, "obbiettivo raggiunto". Lui non fa politica, lui raggiunge obbiettivi.
Eppure ha pienamente ragione nel detenere quest'immagine, nel curarla con questo metodo: perché in effetti l'italiano medio non si può attirare in altro modo. Se le cose certe del vivere sono le tasse e la morte, ha ben scoperto che l'unico modo certo dell'essere ascoltati dagli italiani è parlar loro di quanto dovranno sborsare e di come dovranno morire.

Così ci racconta delle vicende Telecom, della finanza argentina, ma anche degli onnipresenti inceneritori di rifiuti.
In questi giorni, su quel weblog, campeggia una tabella che "ricorda" l'aumento di rischio per la salute nelle zone con inceneritori. La tabella viene riportata come proveniente dal sito di ARPA Piemonte, relativamente ad un recente congresso, solo che dal sito non capisco dove sia. Non dico che sia inesistente, solo che non l'ho trovata.
In compenso ho trovato altre presentazioni di quel congresso. In una di queste sono snocciolati tantissimi dati numerici sui termovalorizzatori (la forma più innovativa di inceneritori). La rilevanza è sui dati di sicurezza: comparando gli impianti recenti con zone senza bruciatori di rifiuti, con zone rurali e boscose, si scopre che la quantità d'inquinanti come la diossina, fuori da un inceneritore, è comparabile a quella in un bosco. Perché nei dati forniti da lui non c'era questa informazione?
Perché non ci dice che nelle città europee questi impianti sono spesso nei centri cittadini, senza nessun allarme nella popolazione?
Aumentiamo i rifiuti resi riciclabili: è sicuramente un'ottima cosa. Ma già che ci siamo, chi ci racconta di quella parte di rifiuti non differenziabili che va smaltita? Lui non può farlo, perché cedere anche minimamente al buonsenso, aprire strade diverse, farebbe disperdere la folla di sostenitori che ha incanalato in una via a senso unico.

Non gli sarebbe di sostegno citare che sul suo weblog c'è chi lo contesta, anche con ragioni valide, da porre nella discussione: l'importante è che facciano gruppo, massa. Nello spettacolo è chiaro, limpido, quando dice che la sua pagina web è fra le più consultate al mondo.
Piega i numeri, sotto la fucina della telecamera: più mi leggono, più ho ragione. Non conta ovviamente fra i frequentatori quelli che possano esserne detrattori.
Internet come pianeta libero, alternativo. Mentre ci arringa su Telecom Italia, rea di aver spiato i propri utenti, non ci spiega come si possa arrivare a contare il numero di utenti che leggono il suo weblog. Perché il metodo è lo stesso che per Telecom, il modo per spiare gli accessi web: nel suo caso è una giusta causa.
Allo stesso modo, chi legge qui il mio weblog viene spiato nelle sue preferenze da Google, proprietaria del servizio Blogger.
Dettagli.

Se vi capita, ditelo a questo signore, che porta tante novità, raccontandoci storie vecchie con mezzi nuovi: rischiano di essere tutte novità insignificanti.
Vi auguro piuttosto d'iniziare questo ulteriore ciclo del pianeta con novità buone e concrete.

mercoledì, novembre 14, 2007

Futuro possibile

Ho l'impressione sempre più spesso, quando torno in Italia, che siamo diventati un paese prigioniero delle paure. E la prima è quella del futuro. Declinata in varie forme. Fanno paura la società multietnica, i cambiamenti sociali, le scoperte scientifiche, sempre rappresentate come pericoli, la contemporaneità in generale. Si fa strada, perfino fra i giovani, la nostalgia di un passato molto idealizzato. Si combina una memoria corta e un speranza breve, e il risultato è l'immobilità.
Il passato sarà un buon rifugio, ma il futuro è l'unico posto dove possiamo andare.
Renzo Piano

Qual è il futuro più probabile che ci aspetta? Chissà quante volte ci poniamo la domanda, davanti agli eventi che ci attorniano, ma anche con quelli che in prima persona condizioniamo.
Il breve periodo citato sopra, da un'intervista al signor Renzo Piano, credo che sintetizzi in modo chiaro ed esemplare la sempre più comune visione del futuro. Lo si vive con timore, tanto da voler desiderare che non arrivi, chiedendosi con ansia come sarà, anche quando siamo deputati a costruirlo direttamente.
E quanti casi mi vengono alla mente, di questo comportamento.

Il caso di Piano è il progetto di una torre, nella città di Torino. I primi articoli che avevo visto, alimentati dai detrattori, avevano creato immagini tanto allucinanti, quanto false. Negli articoli successivi la cosa si ridimensionava, eppure non rendeva ancora il risultato finale, visto che nella realtà le due costruzioni comparate sarebbero a 2,4 km di distanza.
Un gioco di prospettiva, e la sollevazione del populismo è servita.
L'intervista di Piano è molto interessante, ma non la posso riportare per intero. Qualche estratto però rende bene l'idea di quel che stiamo alimentando, con l'idea dei buoni propositi
[...] costruire in verticale ha dei vantaggi. Qui per esempio, il vantaggio è di poter creare un grande parco per i torinesi. Il San Paolo [l'istituto bancario che ha commissionato l'opera] ha molto terreno, io potrei sdraiare la torre in orizzontale. E i verdi, per assurdo, sarebbero contenti di far sparire un parco.

Nelle immediate vicinanze di Firenze è in discussione, credo ormai da anni, la costruzione di un impianto d'incenerimento dei rifiuti. Nella zona, come spesso accade, ci sono decine di comitati cittadini contrari, che periodicamente organizzano manifestazioni, in alcune delle quali hanno avuto come sostenitore anche il signor Beppe Grillo.
La stessa zona è limitrofa niente meno che ad un'oasi faunistica: quale scempio, viene da pensare.
Ma se non avete mai transitato da quelle parti, forse è anche opportuno sapere che adiacente all'oasi faunistica si trova una discarica di dimensioni ciclopiche. Ha creato ormai colline geograficamente rilevanti, la cui fauna sono interi stormi di gabbiani. E' forse questa la vera oasi faunistica in pericolo?
C'è da credere che sia in pericolo assai grave, perché nel giro di pochi anni, due o tre al massimo, dovrà essere chiusa la discarica. Niente più rifiuti come cibo per i volatili, ma magari resterà l'odore della decomposizione, già oggi percepibile a parecchi chilometri di distanza, così da ricordare di vivere vicino a un'oasi faunistica.
Il presidente della Provincia ha iniziato una campagna a sostegno del futuro inceneritore, visto che il 2 dicembre prossimo sarà proposto un referendum popolare, per deciderne il futuro. Su un cartellone si estende una superficie d'acqua, da cui emergono due mani, come in gesto d'aiuto, mentre sopra si legge: "Problema: se una famiglia produce 5,7 kg di rifiuti al giorno e solo il 50% è riciclabile, tra quanto tempo saremo nella cacca?".
I numeri, purtroppo, non fanno breccia in chi solleva l'emozionalità popolare.

Lo stesso discorso è valido a meno di venti chilometri di distanza, dove un altro inceneritore genera da sempre polemiche. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la chiusura di questo per un eccesso nelle emissioni nocive, dopo moltissimi anni di funzionamento regolare.
Dalle analisi di questi giorni è risultato che ci sia stata una partita difettosa di carbone attivo, impiegato nei filtri. L'azienda di gestione ha cambiato fornitore, fatto nuovi test, e si sta preparando a riaprirlo, ma in quale clima?
I comitati del "no" si presentano casa per casa, facendo più terrorismo che informazione. Alla domanda posta loro "Perché non agite prima contro i vivai di piante, che stanno infiltrando diserbanti e altri inquinanti sicuramente tossici nelle falde acquifere da anni?" la risposta è stata "Ah, ma contro quelli chi può farcela?"
Quindi, non potendo combattere gli inquinatori dichiarati (perché troppo forti economicamente) han deciso di ripiegare sugli inquinanti probabili.
Quando mia nonna, abitante della zona, è stata fermata al mercato, per una distribuzione di volantini contro l'impianto di termovalorizzazione, ha detto di essere stufa di quelle proteste e ne ha rifiutato uno. La risposta del ragazzo che li propugnava è stata "Speriamo che tua sia la prossima a morire". E' questo il tipo di benessere che ci si augura di raggiungere?

La guerra alla radiofrequenza, come le emissioni dei telefoni cellulari, è un altro campo di battaglia in cui non si vuole vedere futuro.
Nonostante tante ricerche scientifiche, condotte in modo indipendente, che hanno assolto certe emissioni dalle cause di patologie, si preferisce ancora cercare qualcuno che le smentisca. Insomma, non è possibile che non siano estremamente dannosi, perché la tecnologia deve esserlo, in qualche modo.

Ieri ho assistito casualmente a una breve intervista televisiva, con argomento le centrali nucleari, realizzata in differita con domande uguali a un sostenitore e a un detrattore.
Il nodo delle centrali nucleari a fissione è sicuramente spinoso.
Tanti anni fa, al referendum abrogativo, fui decisamente contrario alle centrali in Italia. E sono convinto di aver fatto una buona scelta, in quei tempi. Ad oggi però trovo ragionevole che se ne torni a parlare, sia per le nuove tecnologie, sia per le stringenti necessità energetiche.
Non saprei capire però se siano la scelta migliore, visti gli aspetti negativi, come lo smaltimento di scorie (che negli impianti moderni è però ridotto, rispetto ad allora).
Sugli impianti nucleari a fusione sono tutti d'accordo per farli: che sia principalmente perché non sono ancora fattibili a livello tecnico?
Quello che però so capire è quando mi si raccontano alcune bugie (non tutte, purtroppo).
Il detrattore delle centrali nucleari, nell'intervista detta sopra, era un esponente parlamentare dei Verdi. Non ricordo il nome di questo signore, ma ricordo benissimo quello che ha detto (molto più importante).
Alla domanda su cosa ne pensasse del fatto che siamo attorniati in Europa da altre centrali nucleari, di paesi stranieri che ci vendono energia elettrica, ha sentenziato che non è vero, e che secondo il presidente dell'ENEL noi vendiamo energia elettrica all'estero. Devo dire che questa frase mi ha lasciato attonito, viste le relazioni dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, che ho avuto modo di leggere e commentare. Com'è possibile affermare ciò, quando dipendiamo per una percentuale così platealmente enorme dall'estero?
Alla seguente affermazione che poi l'energia nucleare è la più costosa in assoluto, viene nuovamente da chiedersi se abbia mai letto qualche resoconto reale di costi, come quello in breve sempre della IEA. Nonostante gli alti costi d'impianto e smaltimento, il costo totale risulta infatti paragonabile alle centrali a gas o carbone.
E se proprio vogliamo fare il conto dei costi, la generazione da energie rinnovabili è spesso svantaggiosa, addirittura il solare fotovoltaico è del tutto sconveniente: infatti il costo di generazione è già superiore al costo massimo dell'energia per gli utenti.

mercoledì, ottobre 24, 2007

Diritto alla povertà

Chiunque intraprenda una qualsiasi attività commerciale o professionale, come buona regola per la fine dell'anno fiscale, non può che imbattersi in qualche bilancio.
Se fino a qualche anno fa lo scopo era di capire come andasse in generale il proprio lavoro, adesso è sicuramente primario il confronto con i noti studi di settore, di cui avevo già scritto e riscritto, diciamo pure a sufficienza.

La breve nota del giorno insiste un po' sulla fatica nel diventare poveri. Perché se credevate che fosse impegnativo diventare ricchi, c'è anche da sapere che è costoso impoverirsi.
Aldilà della spregiudicatezza degli imprenditori, che magari hanno conformato alcune attività ad apparire poco redditizie, c'è la difficoltà di chi realmente non incrementa di anno in anno i propri incassi. Come nel mio caso.
E' infatti richiesto dal Ministero delle Finanze che ogni attività non abbia mai un fatturato ridotto, rispetto all'anno precedente, e che anzi sia in continua crescita. Dove questo non avviene, la differenza fra il reale e lo stimato viene intesa come importo evaso. A quel punto, per un procedimento automatico, viene emessa una cartella esattoriale per quell'importo, oltre una multa.
La situazione appare paradossale, tanto che pensando alla compilazione automatica della richiesta presupponevo che un ricorso avrebbe fornito il chiarimento necessario.
In realtà, da quanto ho appreso, nessun ricorso viene accettato: al limite viene fatto qualche sconto, diciamo centinaia di Euro, sulle migliaia.
Insomma, la povertà bisogna pagarsela.

Per dirla tutta: chi opera correttamente, onestamente, deve finire col preoccuparsi. Perché basta poco per arrivare a pagare multe e tasse inique.
Mentre i molti che vivono di sotterfugi, di piccoli e grandi raggiri, possono al massimo vedersi ripresa una parte di quel che hanno evaso.
E' triste osservare che continua ad essere punito chi professa l'onestà, qualunque schieramento si avvicendi al Governo del paese. E' evidente che sono sbagliati i metodi, o perversi gli intenti, se non entrambe le cose.

venerdì, ottobre 19, 2007

In formazione

La comunicazione che può passare da questo weblog è invero limitata, in parte per le mie capacità ed interessi, e in parte per lo scarso numero di lettori.
Ogni weblog è una sorta di diario pubblico, infatti per scopi diversi avrebbe anche nomi diversi, quale forum di discussione oppure pubblicazione on-line.

In questi giorni sta sconvolgendo la rete Internet italiana una proposta di legge, che ha iniziato il suo iter lo scorso agosto e il passato dodici ottobre ha superato l'approvazione del Consiglio dei Ministri.
Lo scopo della legge, come ci viene raccontato, è quello di regolamentare certe pubblicazioni che non siano iscritte al Registro degli Operatori di Comunicazione, richiedendone forzatamente l'adesione. Chi sono questi soggetti?
Praticamente chiunque pubblichi qualcosa, inclusi i weblog.

La legge è confusa, e non poco. L'opinione di Punto Informatico è che non vedrà il termine del suo iter, mentre altrove si leggono commenti piuttosto vaghi.
Scade quasi nel ridicolo l'affermazione del signor Ricardo Franco Levi, che alla domanda su chi saranno i soggetti a doversi iscrivere al ROC, sborsando denaro, risponde "Non spetta al governo stabilirlo, sarà l'Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute davvero alla registrazione."
Insomma, lui ha solo proposto la legge, poi sarà qualcuno altro a spiegargliela: noi che ne abbiamo letto qualche stralcio non facciamo fatica a capirne alcune applicazioni.

In poche parole, Internet è un mezzo troppo libero, è così facile scrivere qualsiasi opinione, senza che possa essere combattuta con le più severe norme contro la diffamazione a mezzo stampa. Qual'è la soluzione?
Nella perversa mentalità del signor Levi, sembra essere l'equiparazione di Internet a qualsiasi altro mezzo di comunicazione. Dove la libertà d'opinione viene tenuta sotto controllo, ed è più facile rivalersi con un indennizzo monetario, quale deterrente verso ogni pensiero.
In effetti pure queste righe potrebbero causarmi guai giudiziari, se quella legge si applicasse già, e se il Levi giudicasse infamante l'accusa di mente perversa.
E se il gestore di questo servizio fosse in Italia, ovviamente: in tutti i paesi che non hanno un governo totalitario infatti non c'è restrizione del genere.

La caparbia idiozia con cui si continuano a produrre disegni di legge (e purtroppo anche leggi) non cessa mai di stupirci.
Così come appare chiaro che quell'idiozia è un fenomeno totalmente trasversale, senza uno schieramento politico di riferimento: pare veramente improbabile, riuscire a costruire una formazione di politici atti a governare questo Paese con un minimo di sale in zucca.

mercoledì, ottobre 03, 2007

Otto per mille e altri numeri

"A chi destina l'otto per mille?" -- alla domanda della commercialista, alcuni anni or sono, risposi ingenuamente "Lasci pure in bianco, che vada allo Stato".
Ebbi invece un chiarimento inaspettato, che non solo rivelò la mia dabbenaggine, ma soprattutto l'astuzia con cui se ne avvaleva qualcun altro. Andiamo per ordine: strettamente inverso, com'è mio solito ragionare, fasullo emule di Sherlock Holmes.

Il quotidiano La Repubblica ha pubblicato un'inchiesta, giorni or sono, sulla destinazione dell'otto per mille dell'IRPEF (e un breve riassunto si trova anche sulla rete). Oggi ha ripreso l'argomento, probabilmente per le forti critiche ricevute, snocciolando così altri numeri.

"In fondo, se c'è chi li sceglie, avranno diritto di essere assegnati a piacere" è un commento che mi è pervenuto chiacchierando del primo articolo sul quotidiano.
Il ragionamento non fa una piega, se non ci fossero alcuni distinguo. Il primo riguarda sicuramente la modalità di raccolta, organizzata dallo Stato: perché raccogliere fondi in modo indiretto, anziché con una questua?
Perché se la carità volontaria ci costringe a frugare nelle tasche, il prelievo dalle imposte ci appare indolore: sono soldi che comunque avremmo sborsato.
Visto che il cittadino italiano medio non si identifica con lo Stato, che vive ogni tassa e imposta come profondamente inutile e ingiusta, non ha neppure coscienza di dove finiscano i soldi prelevati: li deve sborsare, tanto basta per lamentarsi.

Il racconto però, prende qui una piega da riassunto, visto che mi trovo solo ad esporre in breve quel che ci racconta l'articolo di giornale.
L'origine dell'otto per mille è da ricercarsi nel contributo dato dallo Stato per lo stipendio dei sacerdoti -- viene peraltro da chiedersi come mai vengano stipendiati dallo Stato italiano i rappresentanti di uno Stato estero (Città del Vaticano), ma non fermiamoci qui.
Se in origine serviva a quello, adesso non è più propriamente questo: i sacerdoti cattolici (originali destinatari dell'iniziativa) infatti sono diminuiti in numero, quindi i fondi raccolti sono notevolmente maggiori del necessario.
Dove vanno i soldi?

Nel caso della pubblicizzata emergenza tsunami, nei paesi del sud est asiatico, sei milioni di Euro andarono nelle spese pubblicitarie: realizzare un filmato di qualità, toccante, aveva i suoi costi.
Nell'opera caritatevole (quella pubblicizzata) sono finiti solo tre milioni di Euro, la metà del costo pubblicitario. Lo zero virgola tre per cento dei contributi dell'otto per mille, che per la Chiesa Cattolica si attesta sul miliardo di Euro l'anno.
Il contributo volontario sulle imposte ha fruttato così tanto? Non esattamente.

"..Se lei non specifica il destinatario dell'otto per mille, la quota non destinata a nessuno viene redistribuita fra tutti" -- a queste parole della commercialista risposi con un certo stupore, sentendomi pure un po' sciocco per non essermi documentato prima.
Quanti sono gl'italiani che non decidono un destinatario dell'otto per mille? Tanti, decisamente molti: quasi il sessanta percento.
Così, il maggior beneficiario del versamento, la Chiesa Cattolica, con meno del 37% delle firme, ottiene circa il 90% dell'importo disponibile. Con altre anomalie di contorno: è infatti l'unico beneficiario che riceve il denaro anticipatamente, mentre gli altri vengono saldati dallo Stato dopo circa tre anni.
Perché lo Stato non informa i cittadini di queste modalità? In fondo può esso stesso avvalersene, se i cittadini sottoscrivono di destinargli l'otto per mille.

Chissà quanto può rendere felici i poveri e gli emarginati il miliardo di Euro raccolto: la campagna pubblicitaria ci dice tutto quello che viene fatto con quei soldi.
Con tutti quei soldi?
In realtà l'investimento in opere di carità è solo il 20% del totale: il 29 settembre, per la prima volta, la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha pubblicato le cifre. Finora non aveva mai fornito cifre ufficiali, su un bilancio da un miliardo di Euro l'anno -- unico dei beneficiari a non rendere trasparenza.
Perché la CEI non redistribuisce l'intero importo in opere di carità, similmente alla Chiesa Evangelica Valdese?

Quindi adesso c'è almeno una chiarezza: 800 milioni di Euro l'anno, grazie ad un gioco di prestigio, passano dallo Stato italiano a quello vaticano, e oltre 500 milioni di Euro vi finiscono perché qualcuno non ha deciso dove andassero.

martedì, settembre 11, 2007

Il colore della rabbia

Qualche giorno fa si è tenuta la manifestazione organizzata dal signor Beppe Grillo, denominata V-Day, che nelle intenzioni originarie era la contrazione di "vaffanculo-day". C'è da dire che anzitutto sta tuttora impegnando le pagine dei giornali, e ancora non hanno affondato la notizia.

L'epiteto è all'indirizzo dei politici corrotti, e verso il sistema politico attuale, con tre proposte che ritengo legittime, oltre che interessanti.
I tre punti dicono no ai condannati in parlamento, no alla politica parlamentare come professione di vita (limitando a due anni il tempo massimo di eleggibilità) e sì all'indicazione dei parlamentari direttamente nelle preferenze elettorali. Tutte ipotesi che mi appaiono ragionevoli, tutte verso un buonsenso della politica, e della democrazia.

Sulle cronache locali leggo di comitati cittadini che si stanno costituendo, partendo dai manifestanti all'evento. Infervorati dal grande consenso popolare, sospinti dall'eco raggiunta.
Visto che buona parte dei manifestanti (se non tutti) provengono dagli schieramenti di sinistra, è evidente che questo movimento sarà il prossimo avversario del fantasioso partito democratico: un partito costruito a tavolino, da politici di professione, e rappresentativi dell'elettorato di centro-sinistra.
Eppure questo partito dei Grilli (come pare si vogliano far chiamare qui) non nasce senza precedenti. Se mettete insieme gli interessi del signor Grillo non potete che ritrovarci qualcosa di già sentito, ecologismo su un versante, avversione alla politica attuale sull'altro.
L'ispirazione alla natura era finora prerogativa dei Verdi, nati dalla spinta ecologica, anche dei fanatismi, approdati in parlamento, e pian piano assorbiti dal sistema.
L'odio per i politici del momento era, per esempio, uno dei moti ispiratori della Lega Nord, che proponeva un ribaltamento della politica, visto che non li rappresentava a dovere.
La deriva pronosticabile dei Grilli è quella di un nuovo partito, che frammenterà di nuovo il panorama politico, mentre la politica attuale sta cercando un'aggregazione quasi monolitica. Il passo a posteriori (come per i due esempi citati prima) è di essere di nuovo riuniti, diciamo fra una decina d'anni, dopo essere stati riassorbiti, nuovamente asserviti al sistema.

Perché faccio queste ipotesi? E' presto detto.
Il sistema politico attuale si è creato da solo, con pazienza e tanti anni di esperienza. E' in parte consapevole della propria fragilità, se confrontato con le necessità dei cittadini, ma sa anche che è possibile rimodulare, riprogrammare, i cittadini.
Il punto debole del grillismo è il solleticare solo una parte dell'elettorato, quella schierata a sinistra, come se il bisogno di legalità fosse una questione di parte. Non può fare lo stesso solletico a chi siede a destra, perché se anche fossero divertiti dal Grillo-comico, sarebbero raffreddati in primis dalle suo posizioni originarie, che sono sempre state di simpatia verso sinistra.
E' piuttosto raro trovare elettori che valutino obbiettivamente i propri candidati e quelli avversi: è molto più facile dichiarare sempre buoni i propri, e sempre cattivi quelli altrui. Il bipolarismo buoni assoluti/cattivi assoluti ha spesso la meglio sul buonsenso.

Però potrei anche sbagliare: magari voi riuscite a contare trecentomila italiani scesi in piazza, a protestare contro la politica, pur essendo sostenitori di tutte le forze politiche esistenti. E al contempo capaci di restare fedeli ai partiti d'origine, pur richiedendo loro un impegno diverso.
Se invece approdano tutti compatti ad un nuovo partito, degli insoddisfatti, dei verdi di rabbia, ho il timore che non ci sarà una grande svolta.

venerdì, settembre 07, 2007

Vissi d'arte, vissi d'amore

Negli elogi funebri si scorgono sovente dei vuoti, e dei maldestri rappezzamenti, sulle attività meno felici del caro estinto.
Un paio di veloci ricordi li ho avuti nella rapida scorsa che ho dato oggi, su un quotidiano, riguardo la prosopopea sulla morte del signor Luciano Pavarotti. Va da sé che ho sempre apprezzato molto le sue interpretazioni liriche, sebbene io non sia un esperto del settore: in ogni caso non le metterei in discussione.
Quello che ho ricordato, di meno nobile, erano due altre vicende, in parte dimenticate e manipolate.

Visto che era inevitabile che qualcuno lo ricordasse, sono stati subito prodotti articoletti per citare, nel passato di questo signore, anche le sue vicende giudiziarie.
Vicende trattate come se ne fosse uscito con grande galanteria, mentre in realtà non era mai stato smentito essere un truffatore verso il fisco. Aveva infine evitato le pene carcerarie non per assoluzione, ma perché una legge del tempo portava alla prescrizione e alla non perseguibilità, il falso in bilancio.
Non soddisfatto, dopo il non luogo a procedere per i motivi suddetti, ebbe anche a commentare con queste parole: "Finalmente è stata fatta giustizia". Come dire, legalizzando il furto, tutti i ladri si sentono giusti e giustificabili.

L'altra vicenda di cui invece non trovo menzione (ma confesso di non aver letto molto) è relativa ai concerti benefici, gli eventi detti Pavarotti & Friends.
Di questi ho letto solo grandi plausi, lodi, e ricordi al defunto da parte di rinomati artisti internazionali.
Eppure non era esattamente per questo che li ricordavo.
Se andate a pescare negli archivi di Report, il programma televisivo d'inchiesta, potete sapere nel dettaglio, per cosa li ricordavo.
Comunque guardiate la trasmissione Report, considerandola più o meno veritiera quando esprime opinioni, è piuttosto difficile passare oltre i numeri scritti. E i numeri sono decisamente scomodi, riguardo ai soldi che sono passati dalle opere di beneficenza, per le mani di società create come scatole vuote, che ad ogni transazione riescono a raschiare centinaia di migliaia di Euro. Per finire ai destinatari del denaro (in quel caso i bambini della Liberia), che hanno ricevuto quel poco denaro rimasto, ma solo come compenso per il dittatore che comprava armi e li ingaggiava come soldati.

In fondo suona così impietoso, additare le cattiverie commesse a un personaggio così bravo, generoso, munifico. Solo che io sono più dotato di senso pratico e memoria storica, non devo ingraziarmi nessuno, e soprattutto non ricavo denaro dai miei articoli: posso permettermi anche di raccontare quello che altri evitano.
Sarà chi legge, a decidere se questo signore è veramente vissuto di sola arte e d'amore.

martedì, agosto 28, 2007

La lettera elle

Qualche giorno fa leggevo un articolo di politica e cultura internazionale, al riguardo di una donna iraniana, di orientamento omosessuale, vittima di due soprusi.
Il primo accaduto nel suo paese d'origine, dove non solo le è vietata la sessualità, ma è persino condannata con la morte.
Il secondo è avvenuto a seguire, nel Regno Unito, dove ha chiesto asilo politico, ma le è stato negato, perché non ha portato prove concrete della sua omosessualità -- immagino che avrebbe dovuto condurre la sua compagna, a testimonianza, ma che sfortunatamente è già stata arrestata in Iran, e probabilmente giustiziata.

I britannici non sono europei, questo è palese. La frase non è mia, ma di un signore inglese, con cui mi capitò d'intrattenere dei rapporti di lavoro, alcuni anni fa.
Alla mia domanda, riguardo la possibile entrata della loro nazione nella moneta unica europea, rispose che prima o poi sarebbe avvenuto, ma che non sarebbe piaciuto a nessuno, sulle loro isole: "noi non siamo europei, siamo britannici".
Non credo però che nel resto d'Europa la situazione sarebbe stata facilmente a favore della lesbica iraniana. Forse in Olanda, o in qualche paese scandinavo, chissà.

Curiosamente, il giorno precedente, mi era capitato di vedere in televisione un episodio della serie the L Word.
Non ne avevo mai visti prima, e devo dire che si tratta di un immaginario decisamente raccapricciante. E non mi riferisco ai rapporti affettivi fra donne, tutt'altro.

Il taglio è anzitutto quello classico di molte serie americane moderne, con le molte storie intrecciate fra loro e una buona cura dell'immagine.
Il primo lato che mi è apparso inconsueto è quello dell'immagine delle protagoniste: tutte molto belle, tutte molto femminili, nemmeno un accenno androgino. Può essere un caso, ma ho spesso osservato come ci siano un po' di segni caratteristici dell'altro sesso, in molte persone omosessuali: e mi sembra la normalità. Non intendo che ci debba sempre essere un'esclusiva tendenza a somigliare in ogni modo all'altro sesso, ma nel mondo reale è comune vederlo spesso.
Le donne di the L word sono invece rappresentative solo di un campione che non ha simbolismi maschili, nessuna di loro si atteggia o veste in modo mascolino.
E' altrettanto possibile che la sessualità femminile con attrazione verso il femminile, sia in larga parte connotata da simbologie del tutto femminili, senza tendenze maschili. Eppure la prima impressione che ho avuto dalle storie narrate è rimasta la stessa fino alla fine dell'episodio.

Un chiarimento mi è venuto dal riflettere su tutto l'insieme, vedendo come venissero descritte le scene più intime dei rapporti fra le protagoniste. E qui non ho potuto che essere infastidito, perché ho realizzato chi fosse il target del telefilm: gli uomini.
Non avrebbe senso far vedere qualche lesbica mascolina, perché l'obbiettivo è di realizzare un prodotto che sfiora i confini della pornografia soft, dove gli spettatori sono probabilmente uomini, per i quali deve essere inscenato un tipo di rapporto gradevole.
Non sono i rapporti curiosi di Sex and the city, altra serie assai più famosa, dove l'ironia ci rende simpatica anche la finzione più sfrenata.
Trovo the L word quasi lesivo dell'immagine femminile, soprattutto delle lesbiche, che vengono rese caricaturali.
Solo uno degli avvenimenti dell'episodio si concludeva con una riflessione più profonda di una protagonista, accusata di essere una persona perversa in ogni suo agire, in quanto not straight. L'accusatrice era poi portatrice di quello che non è uno stereotipo della finzione: accusava di perversione, mentre aveva alle spalle una figlia disadattata, divenuta pornostar dopo il rapporto disagiato con la madre.
Questa riscossa finale, nello stile "ci date di peccatori, ma voi avete già peccati più grandi", forse ha risollevato un po' l'immagine o l'immaginario della sessualità lesbica. Di certo ha sottolineato la cura di facciata attraverso cui passano le società occidentali in decadenza.

La prima ipocrisia sta proprio nell'espressività. E' infatti comune per gli americani evitare le cattive parole, credendo che sia accettabile per un puritano pensarle, ma non dirle direttamente. In questo modo il volgare fuck diventa una F-word.
E allo stesso modo hanno trincerato lesbian dietro la L-word. Dimenticando deliberatamente che lesbian non è una cattiva parola, anche se esprime una condizione vietata in Iran e nei pensieri degli americani probi.
Forse però, visto il taglio del programma, la parola nascosta non è lesbian, ma lurker (alla lettera "guardone"), distintivo del bisogno instigato negli spettatori.

Guardatelo e fatevene un'idea: visto che non ho precetti di divieto, non ho parole da nascondere, suggerisco tranquillamente agli altri di farlo, anche se non mi è piaciuto granché.

mercoledì, agosto 22, 2007

Partiti per la tangente

Capita di frequente che le parole abbiano molteplici significati, per non parlare poi dei significati figurativi che attribuiamo loro, metafore, metonimie e così via.
Mentre il significato geometrico e matematico di tangente lo limitiamo a campi specifici, pare sempre più spesso che il significato secondario, meno comune, ricordi solo l'accezione negativa: quella sulle somme corrisposte illecitamente.
Chiederò quindi uno sforzo di fantasia per saltare da "quota spettante di un guadagno economico" (sia pur lecita) alla semplice "quota spettante". Quanto al resto del titolo, come sostantivo o aggettivo, rimane libertà di chi legge.

Mentre un po' di giorni addietro riflettevo su certe coalizioni politiche, che mi apparivano di risultato poco convincente, oggi ho letto di altre, assai diverse.
La carta vincente, del creare un nuovo soggetto politico, l'ha mostrata il signor Niccolò Ghedini, che smessi per un attimo i panni dell'avvocato salvatore di patrimoni, ha riferito
l'iniziativa è volta, nell'ambito della Cdl, a recuperare l'area del non-voto, che in Italia raggiunge ormai quasi il 20% dell'elettorato, e non certo a sostituirsi o a far concorrenza ai partiti della coalizione.
Anziché creare dall'inizio un calderone, in cui ficcare a forza i propri alleati, hanno studiato una doppia strategia: se gli altri compagni di merende saranno d'accordo, sarà il torpedone delle vacanze, ma se così non fosse sarà comunque un soggetto a se stante. Con un preciso obbiettivo: raccogliere tutti coloro che si sentono annoiati dalla politica, con il fine ultimo di accorparne i consensi. Riprendersi la quota spettante.
L'idea è in effetti assai efficace. Se un'azienda produce abbigliamento di lusso e abbigliamento sportivo, si può accorgere che una fascia intermedia di clienti vorrebbe avere anche dei capi intermedi: perché non creare una linea radical chic?
Ecco che questa soluzione mi appare vincente, per il bilancio di chi la pilota.
Ovvio che con un elettorato intelligente, con interessi primari diversi dall'ultimo reality show televisivo, non sarebbe una soluzione vincente.
Ma quella sarebbe la storia di una nazione diversa.