Fatta la premessa che questo mio intervento ha decisamente connotazioni tecniche, miste a quelle più generali, cercherò comunque di evitare il gergo.
C'è del vero, in proposito al software pubblico, relativamente alla diffusione sia del suo libero uso che di quel che si chiama il sorgente, cioè il testo da cui il computer compila un programma nella sua forma finale, quella che infine usiamo.
E' vero che usare liberamente un programma ci rende più felici di non aver speso un soldo.
E' vero che diffondere i sorgenti permetta di apprendere come si realizzano certe soluzioni, come funziona la parte creativa del processo.
C'è del falso nell'affermare che tutto quello che viene chiamato software aperto lo sia realmente.
Il primo terrore di chi regala il suo lavoro sembra proprio che altri ne ottengano un guadagno economico. Lo stesso tipo di terrore che ha chi vende il software.
Ci sono quindi delle licenze anche dietro al software aperto, che ti dicono che puoi usarlo come vuoi, ma secondo una regola.
Suona come la vecchia storia del libero arbitrio. Libertà, ma solo ammettendo di non essere indipendenti.
C'è dell'opinabile nell'affermare che chiunque possa prendere i sorgenti di un programma, quando è un sorgente aperto, e crearne una versione propria.
Sempre più spesso il software ha una complessità notevole, non a caso certi programmi vengono sviluppati e gestiti da comunità assai ampie.
C'è del deprecabile nel vedere come le comunità che gestiscono i sorgenti aperti sono fra quelle con la più forte chiusura mentale.
Perché sanno creare cose nuove, ma non sanno ascoltare, soprattutto le critiche. Sono abituati a sentire critiche soprattutto da chi sviluppa software commerciale, venduto a caro prezzo, che li critica per le mancanze di fondi, di piani industriali, di professionalità. Così prendono qualsiasi critica come fatta al loro movimento, anziché ad un prodotto o ad una funzionalità.
Riflettevo poco fa su una sommatoria di tutti questi fattori, in cui mi sono imbattuto da tempo, e continuo a osservare come sia sempre una conferma.
Scendendo nel tecnico.
Utilizzo sempre, come browser web, il gratuito ed evoluto Mozilla Firefox. Lo uso da tanto tempo, fin dalle sue prime versioni di prova. Anche quelle erano già un salto notevole, rispetto ad usare il terrificante Internet Explorer, e in ogni caso, fin da prima, usavo altri prodotti Mozilla/Netscape.
Ora, da utente coscienzioso, vista l'apertura della comunità Mozilla, fatta di decine (se non di centinaia) di sviluppatori, pensai bene anche di segnalare i difetti, visto che esiste un sito apposito per farlo.
I risultati delle mie segnalazioni sono stati deludenti, come (quasi) sempre mi è capitato con il software aperto.
Quando segnalai, oltre un paio d'anni fa, un problema nel gestire la memoria di sistema, scoprii che era già conosciuto da almeno un anno. Conosciuto, ma ignorato: gli sviluppatori preferivano filosofeggiare sull'approccio impiegato, anziché adottare una strategia.
Così, tutt'oggi, se utilizzate Firefox: aprendo cento finestre su delle pagine web, si occupa molta memoria di sistema (e questo mi sembra normale), ma chiudendone anche novantanove, la memoria non si libera più. Non finché viene chiuso del tutto il programma.
Stessa cosa per un altro difetto più particolare. Se lavorate in una rete di computer, e salvate con Firefox la copia di un file da internet, sul vostro disco fisso, potreste scoprire che non potete condividerlo con altri utenti della vostra rete. C'è una condizione in cui accade, ed è una condizione conosciuta, già segnalata. Solo che non c'è nessuna volontà di cambiamento, c'è paura del cambiamento: meglio farne una discussione filosofica.
E' software aperto, potrei cambiarlo da solo, no? Sfortunatamente rientra in quel software di estrema complessità, il solo pensiero di provarci mi scatena una noia indicibile.
Cosa ci stanno realmente regalando, senza che ne paghiamo alcun prezzo?
Perché un prezzo c'è sempre: è normale che vi sia, nel mondo reale. Forse non in quello di certi teorici del software. In quello di chi deve giustificare un fine al proprio lavoro, per pagarsi l'affitto o la spesa al supermercato, le cose sono ben diverse.
giovedì, aprile 20, 2006
venerdì, aprile 14, 2006
Mondi perfetti
Non nascondo mai la mia irritazione, nel leggere il weblog del signor Beppe Grillo.
Irritazione data principalmente da un motivo: il fatto che fra lui e le persone che denuncia, non ci sia poi molta differenza. Cerco di spiegarlo.
Spesso richiama a sé dei fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti, come l'inquinamento o altre disattenzioni della politica.
Il punto è che il modo in cui lo fa, riprende esattamente l'ottusità, il populismo, delle stesse persone che contesta.
La prima denuncia è di fenomeni descritti come "in Europa/Olanda/Germania/ecc. le cose sono fatte meglio". Ci racconta di paesi stranieri, come se solo sapendolo tutti gl'italiani volessero istantaneamente imitarli. In realtà, alla fine, sorte l'effetto esattamente opposto.
Perché gl'italiani non sono soltanto un altro popolo (e passo oltre alla mia opinione, ché sarebbe assai dura), ma pur di sentire la propria identità nazionale, preferiscono essere diversi da tutti quelli che cita. Quanto diversi? Anche più idioti, testardi, cocciuti, pur di essere diversi, di rimarcare la loro appartenenza.
Quindi trovo irritante che mi elenchi in quali nazioni europee la segnaletica stradale è stata rimossa agli incroci, per dare responsabilità agli automobilisti, nei confronti dei pedoni.
Qui, se prima non si cambia la mentalità della gente, non ha alcuno scopo cambiare le leggi.
Ecco perché quando leggo gli articoli del signor Grillo mi sento offeso, come dalle leggi emozionali che si promulgano continuamente. Una massa di provvedimenti, di regolamenti, che finiscono per divenire inapplicabili: c'è già una valanga di politici (vecchi e nuovi) pronti a scrivere leggi per metterci il proprio nome, e questo signore, con la scusa della comicità, vuole mettere anche lui il suo. Non ci spiega come applicherà le leggi che propone, non ci dice in quale nazione le veda applicabili seriamente -- e per favore, che non ci dica l'Italia, perché si passerebbe dalla comicità al suo parossismo, per non dire di peggio.
Il mondo perfetto, di questi teologi dell'ecologia, dei governanti del paese dei balocchi, non è qui.
E c'è un motivo: è inutile che ci dica come dipenda solo da chi governa, dipende da tutti.
L'arroganza con cui insiste sulle sue posizioni, me lo rende antipatico anche in quello che concordo con lui: non mi sorprende che finisca per esserlo infine con chi è in disaccordo.
Irritazione data principalmente da un motivo: il fatto che fra lui e le persone che denuncia, non ci sia poi molta differenza. Cerco di spiegarlo.
Spesso richiama a sé dei fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti, come l'inquinamento o altre disattenzioni della politica.
Il punto è che il modo in cui lo fa, riprende esattamente l'ottusità, il populismo, delle stesse persone che contesta.
La prima denuncia è di fenomeni descritti come "in Europa/Olanda/Germania/ecc. le cose sono fatte meglio". Ci racconta di paesi stranieri, come se solo sapendolo tutti gl'italiani volessero istantaneamente imitarli. In realtà, alla fine, sorte l'effetto esattamente opposto.
Perché gl'italiani non sono soltanto un altro popolo (e passo oltre alla mia opinione, ché sarebbe assai dura), ma pur di sentire la propria identità nazionale, preferiscono essere diversi da tutti quelli che cita. Quanto diversi? Anche più idioti, testardi, cocciuti, pur di essere diversi, di rimarcare la loro appartenenza.
Quindi trovo irritante che mi elenchi in quali nazioni europee la segnaletica stradale è stata rimossa agli incroci, per dare responsabilità agli automobilisti, nei confronti dei pedoni.
Qui, se prima non si cambia la mentalità della gente, non ha alcuno scopo cambiare le leggi.
Ecco perché quando leggo gli articoli del signor Grillo mi sento offeso, come dalle leggi emozionali che si promulgano continuamente. Una massa di provvedimenti, di regolamenti, che finiscono per divenire inapplicabili: c'è già una valanga di politici (vecchi e nuovi) pronti a scrivere leggi per metterci il proprio nome, e questo signore, con la scusa della comicità, vuole mettere anche lui il suo. Non ci spiega come applicherà le leggi che propone, non ci dice in quale nazione le veda applicabili seriamente -- e per favore, che non ci dica l'Italia, perché si passerebbe dalla comicità al suo parossismo, per non dire di peggio.
Il mondo perfetto, di questi teologi dell'ecologia, dei governanti del paese dei balocchi, non è qui.
E c'è un motivo: è inutile che ci dica come dipenda solo da chi governa, dipende da tutti.
L'arroganza con cui insiste sulle sue posizioni, me lo rende antipatico anche in quello che concordo con lui: non mi sorprende che finisca per esserlo infine con chi è in disaccordo.
martedì, aprile 11, 2006
Primi risultati politici
La tristezza del pessimista non è in ciò che teme (e pronostica) possa accadere, ma nello scoprire di aver indovinato.
Poco tempo fa esprimevo un concetto di tendenza al centralismo, come punto di presunta stabilità, a cui molti tendono. E che in effetti sembra aver fatto il suo gioco anche in queste ultime elezioni politiche -- seppure in questo momento io non abbia ancora in mano i dati definitivi.
L'immagine interessante è che alla metà della popolazione l'Italia va bene così com'è -- nonostante tutti gli avvenimenti a livello economico, oltre a quelli politici internazionali, degli ultimi anni.
Come dire, "non muoviamoci da questa posizione, buona o cattiva che sia, rimane la migliore".
La dimostrazione, come al solito, è che la media non rappresenta la virtù. Il centro tanto desiderato è come l'uovo da mettere in equilibrio su una delle sue convessità maggiori. Solo che Cristoforo Colombo è morto da un pezzo, per cui è meglio prepararsi all'ennesima frittata. Dove l'uovo lega gli avanzi, certo.
Avrei trovato più decorosa qualsiasi scelta avesse portato gl'Italiani verso una direzione o l'altra, allontanandosi dal centralismo, dalla paura degli estremi.
Non vanno sottovalutate poi le alleanze, quelle che hanno portato le figure politiche da un lato o dall'altro dello schieramento. Il sottile squilibrio è in fondo anche una scelta di partner, il saperseli rendere alleati. Creare insomma una coalizione da cinquanta percento.
Probabilmente questo ha anche portato alcuni elettori a scartare da un lato o dall'altro, rimanendo indecisi anche oggi, con questi risultati.
Insomma: se chiedete un'indicazione stradale, davanti ad un bivio, vi risponderanno probabilmente 'destra' o 'sinistra', difficile che qualcuno dica di restare fermi al centro, aspettando che la vostra destinazione vi raggiunga. L'Italia invece risponde così.
Poco tempo fa esprimevo un concetto di tendenza al centralismo, come punto di presunta stabilità, a cui molti tendono. E che in effetti sembra aver fatto il suo gioco anche in queste ultime elezioni politiche -- seppure in questo momento io non abbia ancora in mano i dati definitivi.
L'immagine interessante è che alla metà della popolazione l'Italia va bene così com'è -- nonostante tutti gli avvenimenti a livello economico, oltre a quelli politici internazionali, degli ultimi anni.
Come dire, "non muoviamoci da questa posizione, buona o cattiva che sia, rimane la migliore".
La dimostrazione, come al solito, è che la media non rappresenta la virtù. Il centro tanto desiderato è come l'uovo da mettere in equilibrio su una delle sue convessità maggiori. Solo che Cristoforo Colombo è morto da un pezzo, per cui è meglio prepararsi all'ennesima frittata. Dove l'uovo lega gli avanzi, certo.
Avrei trovato più decorosa qualsiasi scelta avesse portato gl'Italiani verso una direzione o l'altra, allontanandosi dal centralismo, dalla paura degli estremi.
Non vanno sottovalutate poi le alleanze, quelle che hanno portato le figure politiche da un lato o dall'altro dello schieramento. Il sottile squilibrio è in fondo anche una scelta di partner, il saperseli rendere alleati. Creare insomma una coalizione da cinquanta percento.
Probabilmente questo ha anche portato alcuni elettori a scartare da un lato o dall'altro, rimanendo indecisi anche oggi, con questi risultati.
Insomma: se chiedete un'indicazione stradale, davanti ad un bivio, vi risponderanno probabilmente 'destra' o 'sinistra', difficile che qualcuno dica di restare fermi al centro, aspettando che la vostra destinazione vi raggiunga. L'Italia invece risponde così.
domenica, aprile 09, 2006
Curiosa economia
Alcuni giorni fa, ascoltando la radio, ho sentito un commento che definirei come minimo curioso.
Un economista di fama (di cui purtroppo mi son perso il nome) veniva intervistato sugli ultimi dati economici, relativi allo stato delle famiglie italiane.
In particolare era in esame il crescente indebitamento delle famiglie, che pare aver toccato nuovi record, nel 2005. Il nostro esperto ha dichiarato che "il crescente indebitamento delle famiglie non è da vedersi come un dato del tutto negativo" (sic). Sì, perché a sua detta non siamo abituati ad avere molti debiti, mentre in qualche altra parte del mondo (forse si riferiva al resto dell'Europa? Sinceramente non lo ricordo) le famiglie sono abituate ad un maggior indebitamento.
Chissà se pensava anche alla propria famiglia, quando esponeva la didattica della povertà.
Io che sono malizioso, ho invece interpretato il messaggio diversamente.
Nel senso che l'indebitamento porta infine ricchezza nelle mani di chi lo finanzia, come le banche, che hanno riscosso nel 2005 un aumento degli utili del 66% rispetto all'anno precedente.
E questo non è un dato negativo, per le banche e per chi ne ha quote azionarie. Forse era questa la famiglia a cui pensava l'economista, quella degli azionisti bancari.
Ma per cosa s'indebitano le famiglie italiane?
Tempo fa avevo già letto, seppure con scarsa attenzione, alcuni articoli in proposito. Non perché non m'interessassero, ma perché rivelavano già nei titoli tutto quello che già pensavo.
Debiti per mantenere uno stile di vita decoroso, ma anche debiti per acquistare i nuovi prodotti hi-tech.
Le cassette postali sono ormai quotidianamente zeppe di comunicati pubblicitari multicolori, con al centro dell'attenzione le grandi catene di elettronica. Quelle che vendono dal televisore al frigorifero, in continua rincorsa ai prezzi. Che ormai rimangono gli unici a calare costantemente, vuoi per il miglioramento di certi processi tecnologici, vuoi per la delocalizzazione di certe produzioni in paesi poveri e sfruttabili all'inverosimile.
E i prodotti tecnologici sono spesso loro stessi le icone della propria pubblicità. Creati per appetire, colorati, dotati di sempre nuove funzionalità, di cui scopriamo non poter fare a meno.
Diventano rapidamente status symbol, riempiono il vuoto dell'esistenza dei loro proprietari. E la propria esistenza ha un valore tale per cui ci si può indebitare.
"L'indebitamento non è un dato del tutto negativo". Ancora ne sorrido.
Un economista di fama (di cui purtroppo mi son perso il nome) veniva intervistato sugli ultimi dati economici, relativi allo stato delle famiglie italiane.
In particolare era in esame il crescente indebitamento delle famiglie, che pare aver toccato nuovi record, nel 2005. Il nostro esperto ha dichiarato che "il crescente indebitamento delle famiglie non è da vedersi come un dato del tutto negativo" (sic). Sì, perché a sua detta non siamo abituati ad avere molti debiti, mentre in qualche altra parte del mondo (forse si riferiva al resto dell'Europa? Sinceramente non lo ricordo) le famiglie sono abituate ad un maggior indebitamento.
Chissà se pensava anche alla propria famiglia, quando esponeva la didattica della povertà.
Io che sono malizioso, ho invece interpretato il messaggio diversamente.
Nel senso che l'indebitamento porta infine ricchezza nelle mani di chi lo finanzia, come le banche, che hanno riscosso nel 2005 un aumento degli utili del 66% rispetto all'anno precedente.
E questo non è un dato negativo, per le banche e per chi ne ha quote azionarie. Forse era questa la famiglia a cui pensava l'economista, quella degli azionisti bancari.
Ma per cosa s'indebitano le famiglie italiane?
Tempo fa avevo già letto, seppure con scarsa attenzione, alcuni articoli in proposito. Non perché non m'interessassero, ma perché rivelavano già nei titoli tutto quello che già pensavo.
Debiti per mantenere uno stile di vita decoroso, ma anche debiti per acquistare i nuovi prodotti hi-tech.
Le cassette postali sono ormai quotidianamente zeppe di comunicati pubblicitari multicolori, con al centro dell'attenzione le grandi catene di elettronica. Quelle che vendono dal televisore al frigorifero, in continua rincorsa ai prezzi. Che ormai rimangono gli unici a calare costantemente, vuoi per il miglioramento di certi processi tecnologici, vuoi per la delocalizzazione di certe produzioni in paesi poveri e sfruttabili all'inverosimile.
E i prodotti tecnologici sono spesso loro stessi le icone della propria pubblicità. Creati per appetire, colorati, dotati di sempre nuove funzionalità, di cui scopriamo non poter fare a meno.
Diventano rapidamente status symbol, riempiono il vuoto dell'esistenza dei loro proprietari. E la propria esistenza ha un valore tale per cui ci si può indebitare.
"L'indebitamento non è un dato del tutto negativo". Ancora ne sorrido.
mercoledì, marzo 29, 2006
Computer fanatics
Molti anni fa era, agli albori dell'informatica per tutti, c'era una continua diatriba su quali fossero i computer migliori, i più innovativi, i più evoluti e prestanti.
Prestanti, perché questo termine esiste in italiano, mentre la mania per gli tecnicismi stranieri ha partorito creature aberranti, come il tanto diffuso performante.
Il mercato si è poi avviato verso sempre un più deciso bipolarismo, dove solo le architetture compatibili con il mondo Microsoft e quelle del mondo Apple, hanno cominciato a spartirsi la ricchezza del nuovo mondo, quello dei computer per tutti.
Leggendo dei brani, in un articolo del signor Vittorio Zucconi, ho ripensato, com'è inevitabile, ai fanatismi più assurdi, verso cui il mondo dell'informatica si è diretto.
Premesso che non sono un fanatico del mondo Microsoft, sottolineo che non lo sono sicuramente neppure del mondo Apple, pur essendo utente del primo, come in passato utente anche del secondo.
L'articolo di Zucconi è in realtà uno delle decine di articoli simili, che ho letto negli anni. Tutti che iniziano incensando la Apple per le sue mirabolanti invenzioni (senza aver innovato in niente di tecnologico), proseguendo nel lamento della dura vita di chi usa un sistema alternativo e meno diffuso, terminando col fatto che adesso si sono riscattati, perché il mondo è cambiato in meglio e grazie a loro.
Sembrano le tre fasi tipiche del fanatismo informatico, usate anche dagli utenti o sviluppatori di prodotti Microsoft. Hanno anche loro un Dio unico (il signor William Gates, contrapposto al signor Steve Jobs), che ha creato il cielo e la terra. Hanno le loro lamentele, hanno il mondo finalmente migliore grazie al brand per cui tifano.
Inutile dire che il loro settarismo, quella da cui Zucconi si sente affrrancato, rimane esattamente lì dov'era vent'anni fa.
Quello degli utenti Apple non è stato poi così sofferto, quasi imposto, come ce lo racconta. Entrare in un negozio dove si vendeva solo Apple, diciamo dieci anni fa, era come l'entrare in un negozio di Hi-Fi esoterico. Quei negozi dove ti vendono un pezzo di ferro che messo sotto un giradischi lo fa suonare meglio, oppure cavi elettrici per condurre gli elettroni nel modo giusto. Una bottega d'alchimia tecnologica, insomma, un santuario.
Gli utenti Apple vivevano come in uno stato di estasi mistica, predicando il vero verbo, guardando con astio e orrore verso la blasfemia di chi avrebbe potuto dir loro che in fondo "è solo un computer, non un tabernacolo di un santo".
Non sono rimasti soli, però. Mentre dal lato degli utenti di prodotti Microsoft la cosa era limitata a percentuali più ristrette di fanatici (in ogni caso fanatici esattamente allo stesso modo), si sono sviluppati i nuovi credo. Come quello dell'open source, un movimento che sicuramente ha anche molti buoni propositi, ma che tende ancor più all'esaltazione trascendentale.
Cito ad esempio l'onnipresente signor Richard Stallman, i cui scritti fanno pensare ad un profeta laico (la contraddizione è voluta).
Per non parlare di altre figure di spicco, come Larry Wall, che ha scritto i manuali del suo software suddividendoli con i nomi e le citazioni bibliche, e non in senso ironico.
La parte ridicola per la tecnologia è che per dimostrare la bontà di soluzioni tecnologiche si faccia ricorso al fanatismo, all'esaltazione di principi morali.
Prestanti, perché questo termine esiste in italiano, mentre la mania per gli tecnicismi stranieri ha partorito creature aberranti, come il tanto diffuso performante.
Il mercato si è poi avviato verso sempre un più deciso bipolarismo, dove solo le architetture compatibili con il mondo Microsoft e quelle del mondo Apple, hanno cominciato a spartirsi la ricchezza del nuovo mondo, quello dei computer per tutti.
Leggendo dei brani, in un articolo del signor Vittorio Zucconi, ho ripensato, com'è inevitabile, ai fanatismi più assurdi, verso cui il mondo dell'informatica si è diretto.
Premesso che non sono un fanatico del mondo Microsoft, sottolineo che non lo sono sicuramente neppure del mondo Apple, pur essendo utente del primo, come in passato utente anche del secondo.
L'articolo di Zucconi è in realtà uno delle decine di articoli simili, che ho letto negli anni. Tutti che iniziano incensando la Apple per le sue mirabolanti invenzioni (senza aver innovato in niente di tecnologico), proseguendo nel lamento della dura vita di chi usa un sistema alternativo e meno diffuso, terminando col fatto che adesso si sono riscattati, perché il mondo è cambiato in meglio e grazie a loro.
Sembrano le tre fasi tipiche del fanatismo informatico, usate anche dagli utenti o sviluppatori di prodotti Microsoft. Hanno anche loro un Dio unico (il signor William Gates, contrapposto al signor Steve Jobs), che ha creato il cielo e la terra. Hanno le loro lamentele, hanno il mondo finalmente migliore grazie al brand per cui tifano.
Inutile dire che il loro settarismo, quella da cui Zucconi si sente affrrancato, rimane esattamente lì dov'era vent'anni fa.
Quello degli utenti Apple non è stato poi così sofferto, quasi imposto, come ce lo racconta. Entrare in un negozio dove si vendeva solo Apple, diciamo dieci anni fa, era come l'entrare in un negozio di Hi-Fi esoterico. Quei negozi dove ti vendono un pezzo di ferro che messo sotto un giradischi lo fa suonare meglio, oppure cavi elettrici per condurre gli elettroni nel modo giusto. Una bottega d'alchimia tecnologica, insomma, un santuario.
Gli utenti Apple vivevano come in uno stato di estasi mistica, predicando il vero verbo, guardando con astio e orrore verso la blasfemia di chi avrebbe potuto dir loro che in fondo "è solo un computer, non un tabernacolo di un santo".
Non sono rimasti soli, però. Mentre dal lato degli utenti di prodotti Microsoft la cosa era limitata a percentuali più ristrette di fanatici (in ogni caso fanatici esattamente allo stesso modo), si sono sviluppati i nuovi credo. Come quello dell'open source, un movimento che sicuramente ha anche molti buoni propositi, ma che tende ancor più all'esaltazione trascendentale.
Cito ad esempio l'onnipresente signor Richard Stallman, i cui scritti fanno pensare ad un profeta laico (la contraddizione è voluta).
Per non parlare di altre figure di spicco, come Larry Wall, che ha scritto i manuali del suo software suddividendoli con i nomi e le citazioni bibliche, e non in senso ironico.
La parte ridicola per la tecnologia è che per dimostrare la bontà di soluzioni tecnologiche si faccia ricorso al fanatismo, all'esaltazione di principi morali.
martedì, marzo 28, 2006
Saper riconoscere gl'idioti
Qualche volta diventa un'impresa, vista la propensione alle idiozie per puro spirito emulativo.
Il signor Marcello Pera, già citato qui, incidentalmente Presidente del Senato (anche se il fatto, per fortuna, non ha alcun legame) ci lascia sempre nel dubbio.
Quando rilancia i fondamenti della società europea, a suo parere basata sulla matrice "giudeo-cristiana" (sic), lascia perlopiù interdetti. E' un po' l'effetto che ti fa uno che ti sfascia l'auto che hai lasciato ben parcheggiata, e poi ti urla contro: non capisci all'istante se è totalmente pazzo o se sta disperatamente cercando un altro responsabile.
Non si capisce infatti se abbia mai sentito parlare della filosofia della Grecia antica, visto che pone tutti quei concetti come fondati esclusivamente dopo l'avvento del Cristianesimo. Non si capisce se abbia mai sentito parlare delle civiltà Romana, e ancor prima Etrusca, e dei cambiamenti sociali che avevano già allora iniziato. Non si capisce se quando parla di fondamentalismi religiosi, pericolosi, li condanni o semplicemente li invidi.
A voi la decisione sul fatto che questo individuo sia un vero o un falso ossìmoro. Sarà per la mia cultura limitata, ma non mi è mai stato difficile comprenderlo, ogni volta che l'ho sentito proferire verbo.
Il signor Marcello Pera, già citato qui, incidentalmente Presidente del Senato (anche se il fatto, per fortuna, non ha alcun legame) ci lascia sempre nel dubbio.
Quando rilancia i fondamenti della società europea, a suo parere basata sulla matrice "giudeo-cristiana" (sic), lascia perlopiù interdetti. E' un po' l'effetto che ti fa uno che ti sfascia l'auto che hai lasciato ben parcheggiata, e poi ti urla contro: non capisci all'istante se è totalmente pazzo o se sta disperatamente cercando un altro responsabile.
Non si capisce infatti se abbia mai sentito parlare della filosofia della Grecia antica, visto che pone tutti quei concetti come fondati esclusivamente dopo l'avvento del Cristianesimo. Non si capisce se abbia mai sentito parlare delle civiltà Romana, e ancor prima Etrusca, e dei cambiamenti sociali che avevano già allora iniziato. Non si capisce se quando parla di fondamentalismi religiosi, pericolosi, li condanni o semplicemente li invidi.
A voi la decisione sul fatto che questo individuo sia un vero o un falso ossìmoro. Sarà per la mia cultura limitata, ma non mi è mai stato difficile comprenderlo, ogni volta che l'ho sentito proferire verbo.
lunedì, marzo 27, 2006
Vo(l)to elettronico
Credo che chiunque abbia letto un po' i giornali o le riviste che parlano di attualità, non si sia perso la situazione incresciosa degli intercettamenti telefonici, della manipolazione delle firme raccolte da un partito politico italiano, e mille altri risvolti.
La domanda, semplice, diretta, è: vi fidate del voto elettronico, dopo queste premesse?
E non perché l'elettronica e l'informatica siano inaffidabili, ovvio.
Dal mio punto di vista, prettamente tecnico, la robustezza della catena di un sistema è tutta nel suo anello più debole. Quindi in un sistema dove chi fa da giudice è anche allo stesso tempo un giocatore, diventa difficile pensare che non ci siano debolezze.
E dalla mia esperienza pratica, la sicurezza anche di chi si impegna, è solitamente risibile.
La domanda, semplice, diretta, è: vi fidate del voto elettronico, dopo queste premesse?
E non perché l'elettronica e l'informatica siano inaffidabili, ovvio.
Dal mio punto di vista, prettamente tecnico, la robustezza della catena di un sistema è tutta nel suo anello più debole. Quindi in un sistema dove chi fa da giudice è anche allo stesso tempo un giocatore, diventa difficile pensare che non ci siano debolezze.
E dalla mia esperienza pratica, la sicurezza anche di chi si impegna, è solitamente risibile.
Quanto costa un SMS?
Pare una domanda banale, eppure non sono così sicuro che lo sia.
Nonostante io operi nel settore delle tecnologie avanzate, sono solitamente moderato nel mostrare entusiasmo verso certi nuovi prodotti. Diciamo pure che sono molto critico, verso i falsi nuovi prodotti, quelli che ci bombardano in ogni comunicato commerciale e volantino pubblicitario stipato nella cassetta delle lettere.
Così, ho ancora un telefono cellulare del tipo che non invia SMS multipli, arrivato ai 160 caratteri si ferma e qui devo ingegnarmi su cosa fare -- soprattutto se il messaggio è per qualcuno che so non poter rispondere, ma che può leggerselo come una nota più tardi.
Ho quindi un dubbio, sui telefoni dotati invece di questa capacità di suddividere i messaggi: con quale criterio lo fanno? Non avendone mai usati, mi verrebbe da pensare che agiscano in base alla lunghezza: superata una lunghezza limite inizia lo spezzettamento.
Magari è una considerazione ingenua, forse esiste un metodo più intelligente per farlo.
Dagli SMS che ricevo però, il metodo non lo comprendo. L'unica cosa che comprendo è che spesso ricevo cose come: "Collegato 1/2: Ciao, come s" seguito da "Collegato 2/2: tai?"
Chi spedisce il messaggio ne paga quindi due? Per tre sole parole?
Nonostante io operi nel settore delle tecnologie avanzate, sono solitamente moderato nel mostrare entusiasmo verso certi nuovi prodotti. Diciamo pure che sono molto critico, verso i falsi nuovi prodotti, quelli che ci bombardano in ogni comunicato commerciale e volantino pubblicitario stipato nella cassetta delle lettere.
Così, ho ancora un telefono cellulare del tipo che non invia SMS multipli, arrivato ai 160 caratteri si ferma e qui devo ingegnarmi su cosa fare -- soprattutto se il messaggio è per qualcuno che so non poter rispondere, ma che può leggerselo come una nota più tardi.
Ho quindi un dubbio, sui telefoni dotati invece di questa capacità di suddividere i messaggi: con quale criterio lo fanno? Non avendone mai usati, mi verrebbe da pensare che agiscano in base alla lunghezza: superata una lunghezza limite inizia lo spezzettamento.
Magari è una considerazione ingenua, forse esiste un metodo più intelligente per farlo.
Dagli SMS che ricevo però, il metodo non lo comprendo. L'unica cosa che comprendo è che spesso ricevo cose come: "Collegato 1/2: Ciao, come s" seguito da "Collegato 2/2: tai?"
Chi spedisce il messaggio ne paga quindi due? Per tre sole parole?
domenica, marzo 26, 2006
Opinioni politiche
Tutti noi ne esprimiamo in fondo, coscienti o no di farlo. Anche la scelta di un gelato, di un colore per l'automobile, del tessuto di un indumento, tutto fa politica.
Gli apolitici sono in realtà degli utopisti, solitamente delusi dal non trovare una posizione esattamente coincidente con le loro idee. Certo vale per chi si dichiara tale e ne difende la posizione, mentre è piuttosto diverso per gli indifferenti verso la politica, che spesso sono i soggetti più facilmente manipolabili -- dalla politica, ovvio.
Verso la metà degli anni '80 ero molto più attivo a mia volta, verso la politica e il suo rapporto con i giovani, essendo ancora studente, in mezzo ai cambiamenti che mai sembravano favorevoli.
La protesta verso l'allora Ministero dell'Istruzione ed i suoi provvedimenti, dall'orwelliano 1984 proseguì fino all'85, in quello che qualcuno definì il movimento dei ragazzi dell'85.
Riflettevo giusto ieri sulle parole di una persona, che in una chiacchierata del tutto informale, mi ha colpito dicendo più o meno che "da giovani, si sceglie sempre uno schieramento, se stare a destra o a sinistra".
Quel che c'è di triste, nella riflessione, è il fatto che poi negli anni, molti perdano interesse verso qualsiasi obbiettivo politico. Cerchino la tranquillità della non-politica, lasciando le ideologie per i nuovi idoli, i simulacri del benessere.
Sembra quasi che rinuncino a qualsiasi coinvolgimento, nel timore che li distragga dal nuovo obbiettivo. Finiscono per esprimere opinioni politiche - dirette - solo quando la politica insidia il vitello d'oro. Allora si rivoltano maldestramente, lanciando strali contro gli eretici, avversi al nuovo Dio.
E qui ammetto che a mia volta ho allentato gli interessi verso la politica, non sono più l'attivista della mia giovinezza, anche se in realtà non ho perso interesse per la politica, non ho coltivato l'illusione di un ovattato mondo apolitico.
Quello che mi ha stancato, annoiato, è la gente stessa per cui potresti fare qualcosa. La domanda che mi sono posto è suonata come "ma davvero c'è chi merita di meglio? C'è davvero qualcuno per cui battersi?".
Se fossi minimamente religioso, la domanda non si porrebbe neppure: ovvio che il bene universale debba essere un obbiettivo primario.
Se avessi dei figli, una famiglia, mi sentirei altrettanto tenuto a perseguire quell'obbiettivo.
Come mai, le tante persone che hanno queste due condizioni, non si sentono altrettanto motivate a migliorare il futuro?
Nella metà degli anni '80, sempre quelli citati prima, nutrivo una certa avversione per gli articoli del signor Eugenio Scalfari, sul suo quotidiano (era fondatore e direttore de La Repubblica, per chi non lo ricorda). Le sue posizioni mi scatenavano sempre una certa irritazione.
Anche oggi, che i miei spigoli si sono smussati, lo trovo talvolta su quegli arroccamenti dell'intellettuale che protesta e si indigna, con un suo snobismo culturale.
Trovo invece abbastanza condivisibile il suo articolo di oggi, sull'inesistenza dei moderati.
In fondo il paese non si distanzia granché dalle finzioni letterarie di un romanzo di Benni, come in Spiriti, dove le forze che si contendono il potere si dividono fra moderati e moderisti.
Quel che trovo sicuramente condivisibile, nell'articolo di Scalfari, è l'ormai palese incapacità d'indignazione degli Italiani.
Se un tempo potevo stancarmi dell'italiano medio, con la sua mediocrità, adesso sono davvero inorridito davanti al fatto che neppure dietro le associazioni più potenti del paese ci sia più decoro. Anche falso decoro, come siamo abituati a mostrarlo benissimo in questo paese, ma decoro.
Un'associazione come Confindustria, che un tempo poteva farmi arrabbiare per le arroganti posizioni sul lavoro, adesso è talmente anestetizzata da rivoltarsi contro chi la vuole svegliare, perfino se è un suo membro, come il signor Della Valle.
Che ha semplicemente raccontato quello che tutti coloro che non sono ipnotizzati possono vedere, il fenomeno di un paese a rotta di collo verso il disastro economico, oggi per le famiglie più povere, domani per quelle più ricche.
Scarsa lungimiranza. Come si può credere che la nazione stia davvero andando bene così?
Eppure un disegno c'è, dietro a tutto questo. Faccio un'ipotesi inquietante, che mi è saltata alla mente giusto ora.
Supponiamo che l'impoverimento cresca ancora a dismisura. Qualcuno tempo fa lanciava l'ipotesi che fosse una manovra per garantire lavoratori a basso costo per le aziende, ma non penso sia il quadro completo.
Proseguiamo.
Supponiamo che l'impoverimento renda molto fragili la maggior parte delle aziende che ancora oggi galleggiano. Come alcuni avranno notato - non molti, altrimenti le cose sarebbero cambiate - ci sono, al contrario, delle aziende ad ampio spettro di attività che invece stanno crescendo; vuoi per la pubblicità, vuoi perché si stanno facendo spazio a gomitate sempre più forti.
In un futuro in cui una miriade di aziende medio-piccole (ma non solo) saranno in difficoltà, diverrà facile per un colosso acquisirle, colonizzarle. In quel futuro potrebbero esserci molti marchi italiani, ma una sola azienda a controllarli. A quel punto l'amministrazione dello Stato diverrà solo un'attività collaterale, un fantoccio per le relazioni internazionali; o anche per indire di tanto in tanto delle libere elezioni, che sponsorizzino partiti politici incapaci di cambiare uno Stato delle Cose.
Gli apolitici sono in realtà degli utopisti, solitamente delusi dal non trovare una posizione esattamente coincidente con le loro idee. Certo vale per chi si dichiara tale e ne difende la posizione, mentre è piuttosto diverso per gli indifferenti verso la politica, che spesso sono i soggetti più facilmente manipolabili -- dalla politica, ovvio.
Verso la metà degli anni '80 ero molto più attivo a mia volta, verso la politica e il suo rapporto con i giovani, essendo ancora studente, in mezzo ai cambiamenti che mai sembravano favorevoli.
La protesta verso l'allora Ministero dell'Istruzione ed i suoi provvedimenti, dall'orwelliano 1984 proseguì fino all'85, in quello che qualcuno definì il movimento dei ragazzi dell'85.
Riflettevo giusto ieri sulle parole di una persona, che in una chiacchierata del tutto informale, mi ha colpito dicendo più o meno che "da giovani, si sceglie sempre uno schieramento, se stare a destra o a sinistra".
Quel che c'è di triste, nella riflessione, è il fatto che poi negli anni, molti perdano interesse verso qualsiasi obbiettivo politico. Cerchino la tranquillità della non-politica, lasciando le ideologie per i nuovi idoli, i simulacri del benessere.
Sembra quasi che rinuncino a qualsiasi coinvolgimento, nel timore che li distragga dal nuovo obbiettivo. Finiscono per esprimere opinioni politiche - dirette - solo quando la politica insidia il vitello d'oro. Allora si rivoltano maldestramente, lanciando strali contro gli eretici, avversi al nuovo Dio.
E qui ammetto che a mia volta ho allentato gli interessi verso la politica, non sono più l'attivista della mia giovinezza, anche se in realtà non ho perso interesse per la politica, non ho coltivato l'illusione di un ovattato mondo apolitico.
Quello che mi ha stancato, annoiato, è la gente stessa per cui potresti fare qualcosa. La domanda che mi sono posto è suonata come "ma davvero c'è chi merita di meglio? C'è davvero qualcuno per cui battersi?".
Se fossi minimamente religioso, la domanda non si porrebbe neppure: ovvio che il bene universale debba essere un obbiettivo primario.
Se avessi dei figli, una famiglia, mi sentirei altrettanto tenuto a perseguire quell'obbiettivo.
Come mai, le tante persone che hanno queste due condizioni, non si sentono altrettanto motivate a migliorare il futuro?
Nella metà degli anni '80, sempre quelli citati prima, nutrivo una certa avversione per gli articoli del signor Eugenio Scalfari, sul suo quotidiano (era fondatore e direttore de La Repubblica, per chi non lo ricorda). Le sue posizioni mi scatenavano sempre una certa irritazione.
Anche oggi, che i miei spigoli si sono smussati, lo trovo talvolta su quegli arroccamenti dell'intellettuale che protesta e si indigna, con un suo snobismo culturale.
Trovo invece abbastanza condivisibile il suo articolo di oggi, sull'inesistenza dei moderati.
In fondo il paese non si distanzia granché dalle finzioni letterarie di un romanzo di Benni, come in Spiriti, dove le forze che si contendono il potere si dividono fra moderati e moderisti.
Quel che trovo sicuramente condivisibile, nell'articolo di Scalfari, è l'ormai palese incapacità d'indignazione degli Italiani.
Se un tempo potevo stancarmi dell'italiano medio, con la sua mediocrità, adesso sono davvero inorridito davanti al fatto che neppure dietro le associazioni più potenti del paese ci sia più decoro. Anche falso decoro, come siamo abituati a mostrarlo benissimo in questo paese, ma decoro.
Un'associazione come Confindustria, che un tempo poteva farmi arrabbiare per le arroganti posizioni sul lavoro, adesso è talmente anestetizzata da rivoltarsi contro chi la vuole svegliare, perfino se è un suo membro, come il signor Della Valle.
Che ha semplicemente raccontato quello che tutti coloro che non sono ipnotizzati possono vedere, il fenomeno di un paese a rotta di collo verso il disastro economico, oggi per le famiglie più povere, domani per quelle più ricche.
Scarsa lungimiranza. Come si può credere che la nazione stia davvero andando bene così?
Eppure un disegno c'è, dietro a tutto questo. Faccio un'ipotesi inquietante, che mi è saltata alla mente giusto ora.
Supponiamo che l'impoverimento cresca ancora a dismisura. Qualcuno tempo fa lanciava l'ipotesi che fosse una manovra per garantire lavoratori a basso costo per le aziende, ma non penso sia il quadro completo.
Proseguiamo.
Supponiamo che l'impoverimento renda molto fragili la maggior parte delle aziende che ancora oggi galleggiano. Come alcuni avranno notato - non molti, altrimenti le cose sarebbero cambiate - ci sono, al contrario, delle aziende ad ampio spettro di attività che invece stanno crescendo; vuoi per la pubblicità, vuoi perché si stanno facendo spazio a gomitate sempre più forti.
In un futuro in cui una miriade di aziende medio-piccole (ma non solo) saranno in difficoltà, diverrà facile per un colosso acquisirle, colonizzarle. In quel futuro potrebbero esserci molti marchi italiani, ma una sola azienda a controllarli. A quel punto l'amministrazione dello Stato diverrà solo un'attività collaterale, un fantoccio per le relazioni internazionali; o anche per indire di tanto in tanto delle libere elezioni, che sponsorizzino partiti politici incapaci di cambiare uno Stato delle Cose.
giovedì, marzo 23, 2006
Italia in zona verde
Faccio un misto delle recenti notizie, che di nuovo han sempre ben poco.
Il dipartimento di stato degli USA ha indicato il nostro paese come a rischio attentati, in concomitanza delle elezioni politiche ed amministrative. Un po' come certi stati del sud america, soprattutto quando il direttivo è distante dalle posizioni maccartiane. Devo dire che non mi sorprenderebbe se ci proponessero anche un appoggio militare, per sostenere queste elezioni, un po' come in Iraq.
C'è bisogno di garantire una zona verde come a Baghdad?
Sarebbe interessante sapere da chi vogliono ripulirla, l'Italia. Per saperlo basta in fondo seguire il loro vassallo (e non mi riferisco ad un rappresentante ufficiale).
Il dipartimento di stato degli USA ha indicato il nostro paese come a rischio attentati, in concomitanza delle elezioni politiche ed amministrative. Un po' come certi stati del sud america, soprattutto quando il direttivo è distante dalle posizioni maccartiane. Devo dire che non mi sorprenderebbe se ci proponessero anche un appoggio militare, per sostenere queste elezioni, un po' come in Iraq.
C'è bisogno di garantire una zona verde come a Baghdad?
Sarebbe interessante sapere da chi vogliono ripulirla, l'Italia. Per saperlo basta in fondo seguire il loro vassallo (e non mi riferisco ad un rappresentante ufficiale).
domenica, marzo 12, 2006
Guerriglia annunciata
Qualcuno scriveva tempo fa che le tragedie annunciate sono in fondo consolanti.
Perché ci danno una certezza della tragicità imminente, confermando il nostro bisogno di sicurezze, anche in negativo, ma che siano certe. Come dire: siamo impreparati a quel che di buono può succedere, fuori dal nostro controllo.
Ho appreso solo poco fa, dei disordini avvenuti a Milano stamani. Due sono i pensieri che vi ho collegato.
Il primo è il triste commento di Cassandra, visto che già da tempo immaginavo in cosa sarebbe sfociato, il disagio sociale. Già in altri articoli passati avevo ravvisato questa mia preoccupazione.
Il secondo pensiero è stato che probabilmente, oggi, non c'erano partite della serie A di calcio che fossero altrettanto importanti. Quelle che a latere portano solitamente lo stesso tipo di distruzione e violenza, ma a cui ormai siamo abituati. In quei casi non fa più notizia.
Curioso notare che la manifestazione, preparatasi come non autorizzata e violenta, anticipi invece un'altra manifestazione, autorizzata stavolta, che si svolgerà nel pomeriggio, da parte di altri gruppi che inneggiano alla violenza.
La differenza fra i due gruppi è probabilmente nello schieramento politico, ma quello che di sicuro è più interessante, rimane invece nella similitudine fra i due gruppi. Entrambi propongono infatti violenza come espressione del loro disagio sociale.
Questo però non fa notizia, svelarlo non è nell'interesse di chi manovra.
Il piccolo timoniere non ci tiene a far sapere di essere causa primaria degli scontri, con la sua sprovvedutezza. Nel frattempo è impegnato a stilare la lista di tutti quelli che vogliono il suo male, ultima entrata è una giornalista piuttosto nota, rea di non aver fatto le domande giuste, che ne santifichino l'immagine.
La poco nuova preoccupazione che ho, legata alle manifestazioni violente, è che anche la repressione lo diventi, con la strada spianata ad uno stato di polizia.
Non sarebbe del resto una sorpresa, vista l'attuale tendenza a completare il piano di rinascita democratica come dai documenti della loggia massonica di Licio Gelli.
Ennesima dimostrazione su come la parola democrazia non diventi solo vacua, ma anche tranquillamente abusata. Si veda infatti come viene definita in testa al documento: quale semplice adattamento del sistema esistente, senza citare che anche in una definizione da dizionario c'è un elemento di rilevante differenza, un popolo chiamato a scegliere.
Ma ormai siamo divenuti esperti in democrazia, visto il supporto a personaggi come il signor George Bush, che la sta esportando - a suo dire con successo - in tutto il mondo.
Speriamo che con la crisi economica, fra le varie importazioni dall'estero, non si finisca pure noi nella necessità d'importare democrazia dagli Stati Uniti d'America.
Perché ci danno una certezza della tragicità imminente, confermando il nostro bisogno di sicurezze, anche in negativo, ma che siano certe. Come dire: siamo impreparati a quel che di buono può succedere, fuori dal nostro controllo.
Ho appreso solo poco fa, dei disordini avvenuti a Milano stamani. Due sono i pensieri che vi ho collegato.
Il primo è il triste commento di Cassandra, visto che già da tempo immaginavo in cosa sarebbe sfociato, il disagio sociale. Già in altri articoli passati avevo ravvisato questa mia preoccupazione.
Il secondo pensiero è stato che probabilmente, oggi, non c'erano partite della serie A di calcio che fossero altrettanto importanti. Quelle che a latere portano solitamente lo stesso tipo di distruzione e violenza, ma a cui ormai siamo abituati. In quei casi non fa più notizia.
Curioso notare che la manifestazione, preparatasi come non autorizzata e violenta, anticipi invece un'altra manifestazione, autorizzata stavolta, che si svolgerà nel pomeriggio, da parte di altri gruppi che inneggiano alla violenza.
La differenza fra i due gruppi è probabilmente nello schieramento politico, ma quello che di sicuro è più interessante, rimane invece nella similitudine fra i due gruppi. Entrambi propongono infatti violenza come espressione del loro disagio sociale.
Questo però non fa notizia, svelarlo non è nell'interesse di chi manovra.
Il piccolo timoniere non ci tiene a far sapere di essere causa primaria degli scontri, con la sua sprovvedutezza. Nel frattempo è impegnato a stilare la lista di tutti quelli che vogliono il suo male, ultima entrata è una giornalista piuttosto nota, rea di non aver fatto le domande giuste, che ne santifichino l'immagine.
La poco nuova preoccupazione che ho, legata alle manifestazioni violente, è che anche la repressione lo diventi, con la strada spianata ad uno stato di polizia.
Non sarebbe del resto una sorpresa, vista l'attuale tendenza a completare il piano di rinascita democratica come dai documenti della loggia massonica di Licio Gelli.
Ennesima dimostrazione su come la parola democrazia non diventi solo vacua, ma anche tranquillamente abusata. Si veda infatti come viene definita in testa al documento: quale semplice adattamento del sistema esistente, senza citare che anche in una definizione da dizionario c'è un elemento di rilevante differenza, un popolo chiamato a scegliere.
Ma ormai siamo divenuti esperti in democrazia, visto il supporto a personaggi come il signor George Bush, che la sta esportando - a suo dire con successo - in tutto il mondo.
Speriamo che con la crisi economica, fra le varie importazioni dall'estero, non si finisca pure noi nella necessità d'importare democrazia dagli Stati Uniti d'America.
venerdì, marzo 10, 2006
Paura di perdersi
Un cardinale ha affermato recentemente di essere favorevole all'insegnamento della religione musulmana nelle scuole italiane, vista ormai la presenza di molti fedeli anche in Italia.
E' un evidente contrasto col senso moderno di scolarizzazione. Non l'insegnamento della religione musulmana, ovvio, ma l'insegnamento di qualsiasi religione, visto che si riduce già alla catechesi (nel caso della religione cattolica) -- avevo da tempo questa opinione, e oggi l'ho riletta in un'intervista alla signora Emma Bonino.
L'insegnamento di una religione (come dice la Bonino) è un fatto privato, chi vuole seguirne una ha il diritto di farlo fuori da una scuola.
Mentre non ha alcun diritto di mantenere con la forza, nei già difficili palinsesti scolastici, l'adorazione di alcunché.
Visto che l'ottocento è trascorso, e il novecento pure, vediamo di creare cultura del duemila, nelle scuole, punto.
Ora però, la curiosità è: come mai il rappresentante della religione dominante il Paese (visto che non è più religione di stato, non vedo come altro definirla, con tutte le sue ingerenze), l'esponente di una forte dottrina, decide di aprire verso i diretti concorrenti?
Perché c'è una paura più forte, rispetto al perdere i fedeli per un'altra religione. E' il terrore di perdere i fedeli verso l'ateismo.
Un po' come un venditore di hamburger, che avrà sicuramente più terrore di chi smette di mangiarli, rispetto a chi ne mangia da altri venditori -- se è un venditore capace.
Perché è un rischio accettabile quello di una seconda religione in gara per le scuole, rispetto a perdere del tutto la presa sulla scuola.
Come diceva un educatore cattolico del passato, "datemeli dai 5 ai 12 anni, e saranno nostri per tutta la vita". Perdersi questa occasione sarebbe un vero peccato.
E' un evidente contrasto col senso moderno di scolarizzazione. Non l'insegnamento della religione musulmana, ovvio, ma l'insegnamento di qualsiasi religione, visto che si riduce già alla catechesi (nel caso della religione cattolica) -- avevo da tempo questa opinione, e oggi l'ho riletta in un'intervista alla signora Emma Bonino.
L'insegnamento di una religione (come dice la Bonino) è un fatto privato, chi vuole seguirne una ha il diritto di farlo fuori da una scuola.
Mentre non ha alcun diritto di mantenere con la forza, nei già difficili palinsesti scolastici, l'adorazione di alcunché.
Visto che l'ottocento è trascorso, e il novecento pure, vediamo di creare cultura del duemila, nelle scuole, punto.
Ora però, la curiosità è: come mai il rappresentante della religione dominante il Paese (visto che non è più religione di stato, non vedo come altro definirla, con tutte le sue ingerenze), l'esponente di una forte dottrina, decide di aprire verso i diretti concorrenti?
Perché c'è una paura più forte, rispetto al perdere i fedeli per un'altra religione. E' il terrore di perdere i fedeli verso l'ateismo.
Un po' come un venditore di hamburger, che avrà sicuramente più terrore di chi smette di mangiarli, rispetto a chi ne mangia da altri venditori -- se è un venditore capace.
Perché è un rischio accettabile quello di una seconda religione in gara per le scuole, rispetto a perdere del tutto la presa sulla scuola.
Come diceva un educatore cattolico del passato, "datemeli dai 5 ai 12 anni, e saranno nostri per tutta la vita". Perdersi questa occasione sarebbe un vero peccato.
Chi comanda?
Le mie riflessioni sulla democrazia non sono poi tanto cambiate.
Continuo ad essere fortemente convinto che sia una delle tante idealizzazioni in cui ci sforziamo di credere, anche quando ogni cosa ci dimostra il contrario, un po' come le credenze religiose.
L'ultima dimostrazione è nelle chiacchiere intorno ad un confronto elettorale, che dicono doversi presentare in televisione la prossima settimana, forse.
Un confronto dove saranno messe in gioco regole rigidissime (o così ci raccontano), per evitare che uno dei due candidati rubi tempo o immagine all'altro.
Qualunque sia la vostra posizione, verso uno dei due schieramenti, è del tutto ininfluente, per quello che sto esponendo. Il punto è che il confronto servirà a far decidere gli incerti, perché saranno loro a decidere per voi. Già.
Guadagnato finalmente il centro dei consensi, da parte di entrambe le coalizioni, ora conterà solo chi è indeciso, chi non ha nessuna voglia di votare, chi vede tutte e due le parti come una presa in giro.
Chi ha deciso, chi prende posizioni, chi si schiera, grazie alla corsa verso il centro, non conta più niente.
La falsa democrazia è stata fatta convergere nella sola scelta di chi non sa cosa scegliere.
E il meccanismo è talmente richiuso su se stesso, che è ormai difficilissimo uscirne. Perché allontanandosi da questo centralismo si dà una forza imprecisata a tutti quelli che ci si sono seduti in mezzo.
Il terrore dell'instabilità sta concentrando tutti in un punto di massima instabilità, dove ormai basta una voce discorde per scatenare il caos.
Qualsiasi sia il risultato elettorale, ci sarà un solo gruppo di perdenti: gli italiani che voteranno con convinzione per uno schieramento.
C'è da aggiungere che come in ogni guerra, non ci saranno vincenti. O meglio, saranno poche centinaia, ben pochi in confronto ai milioni di elettori.
Chi c'è fra quelle centinaia? I politici che si rimetteranno in gioco, e poi i potenti del Paese, quelli che ancora fanno funzionare un po' di economia (anche se solo per le proprie tasche). Chiunque esca vincitore, loro ne rimarranno sempre amici, compari, camerati.
Non ho una ricetta, in quest'articolo. Non c'è una conclusione per cui dire "se facessero tutti come dico io... cambierebbe l'Italia". Perché non se ne possono applicare, di realistiche.
L'unica cosa che si può fare è mantenere viva la coscienza di quello che succede: tenere gli occhi aperti può allenarci per il futuro. Al presente non vedo nessun cambiamento epocale, se non delle scelte per il male minore.
Ho solo irritazione nel constatare chi comanda, per davvero.
Continuo ad essere fortemente convinto che sia una delle tante idealizzazioni in cui ci sforziamo di credere, anche quando ogni cosa ci dimostra il contrario, un po' come le credenze religiose.
L'ultima dimostrazione è nelle chiacchiere intorno ad un confronto elettorale, che dicono doversi presentare in televisione la prossima settimana, forse.
Un confronto dove saranno messe in gioco regole rigidissime (o così ci raccontano), per evitare che uno dei due candidati rubi tempo o immagine all'altro.
Qualunque sia la vostra posizione, verso uno dei due schieramenti, è del tutto ininfluente, per quello che sto esponendo. Il punto è che il confronto servirà a far decidere gli incerti, perché saranno loro a decidere per voi. Già.
Guadagnato finalmente il centro dei consensi, da parte di entrambe le coalizioni, ora conterà solo chi è indeciso, chi non ha nessuna voglia di votare, chi vede tutte e due le parti come una presa in giro.
Chi ha deciso, chi prende posizioni, chi si schiera, grazie alla corsa verso il centro, non conta più niente.
La falsa democrazia è stata fatta convergere nella sola scelta di chi non sa cosa scegliere.
E il meccanismo è talmente richiuso su se stesso, che è ormai difficilissimo uscirne. Perché allontanandosi da questo centralismo si dà una forza imprecisata a tutti quelli che ci si sono seduti in mezzo.
Il terrore dell'instabilità sta concentrando tutti in un punto di massima instabilità, dove ormai basta una voce discorde per scatenare il caos.
Qualsiasi sia il risultato elettorale, ci sarà un solo gruppo di perdenti: gli italiani che voteranno con convinzione per uno schieramento.
C'è da aggiungere che come in ogni guerra, non ci saranno vincenti. O meglio, saranno poche centinaia, ben pochi in confronto ai milioni di elettori.
Chi c'è fra quelle centinaia? I politici che si rimetteranno in gioco, e poi i potenti del Paese, quelli che ancora fanno funzionare un po' di economia (anche se solo per le proprie tasche). Chiunque esca vincitore, loro ne rimarranno sempre amici, compari, camerati.
Non ho una ricetta, in quest'articolo. Non c'è una conclusione per cui dire "se facessero tutti come dico io... cambierebbe l'Italia". Perché non se ne possono applicare, di realistiche.
L'unica cosa che si può fare è mantenere viva la coscienza di quello che succede: tenere gli occhi aperti può allenarci per il futuro. Al presente non vedo nessun cambiamento epocale, se non delle scelte per il male minore.
Ho solo irritazione nel constatare chi comanda, per davvero.
mercoledì, marzo 08, 2006
Otto marzo
Mentre tempo fa parlavo delle giornate contro, stavolta si tratta di una giornata a favore, visto il festeggiamento a nome delle donne.
E dietro ogni simbolo si nasconde spesso il niente, un po' come affermavo/negavo per il San Valentino.
Insomma, gran cosa festeggiare, ma ci sono anche piccoli aspetti fastidiosi. Prendiamo ad esempio l'evento 8 marzo originario, che conoscevo fin da bambino, come collegato a questa festività.
Una disgrazia avvenuta in realtà il 25 marzo, del 1911, in cui in un incendio, di una fabbrica americana, morirono 140 operaie, sfruttate in condizioni gravose.
Le operaie della "Triangle Shirtwaist Company" lavoravano da 60 a 72 ore alla settimana, per uno stipendio settimanale da 6 a 10 dollari.
Praticamente quello che capita adesso alle lavoratrici dell'est asiatico, a distanza di quasi un centinaio d'anni.
E le lavoratrici americane di oggi? Nemmeno per loro è cambiato granché, nella qualità del lavoro, rapportandola ai tempi in cui vivono. Eh sì, perché ritengo rilevante che ogni cosa sia rapportata al suo tempo.
Le discipline economiche e sociali, hanno infatti portato un cambiamento sempre più forte nel senso del lavoro. La riuscita più triste e strampalata, ottenuta nel Nord America, è che ora viene denigrata chi non vuole lavorarle, quelle 60 ore la settimana. Non è più una sfruttata chi lavora 60-70 ore la settimana, al contrario è considerata una fannullona chi non lo fa.
In una perversa deviazione dei valori, si è formata la nuova coscienza del lavoratore.
Il cambiamento dei tempi ha portato poi nuovi ruoli. La fabbrica moderna non è più quella delle cucitrici del 1911, ma un luogo dove si lavora con i computer, come se questo rendesse automaticamente nobile il lavoro, meno faticoso in ogni senso.
Adesso che la produzione industriale, anche americana, si appoggia fondamentalmente a prodotti dei paesi "poveri", sono fiorite le donne manager, impiegate con un livello superiore di cultura.
Anche self-employed, lavoratrici e lavoratori autonomi, un esercito al servizio del paese, che non può lavorare meno di quelle 70 ore settimanali, se non vuole sentirsi in colpa.
Hanno liberato i vecchi schiavi del lavoro, rendendoli schiavi di un nuovo modello sociale, che pur non chiedendolo esplicitamente, li vuole tutti stacanovisti.
Pena l'esclusione dal gruppo, dalla nazione, dalla bandiera.
Eppure il modello sociale non sa fornire loro una spiegazione del loro smarrimento, quando tornano a casa, dopo le dodici ore giornaliere di lavoro. Non sa spiegar loro come mai, in una mezza domenica festiva, scoprono di avere dei figli che si drogano e rubano, o perché il marito (o la moglie) hanno un amante.
Hanno lavorato tutta una vita, e non comprendono come mai la loro famiglia, la loro vita personale, è completamente allo sfascio. Non si capacitano del come possa accadere, che tutti i soldi guadagnati non abbiano comprato la felicità. Non sanno perché al terzo o al quarto matrimonio, stanno ancora cercando una cosa facile come il benessere.
In questa rappresentazione, che qualcuno può considerare impietosa o esagerata, ci vedo sempre più anche delle fette d'Italia. Come quel nord-est tanto florido e lavoratore, che adesso non sa più per chi produrre, vista la crescita a zero del paese.
La crescita zero del paese, che l'attuale Ministro dell'Economia ha definito "soddisfacente". Come dire: se tutto va bene siamo rovinati, e fortunatamente è andato tutto bene?
Ma buona festa a tutte le donne. Che non potranno dire la loro in politica, perché l'Italia ha meno sbocchi politici per le donne che molti paesi africani.
Buona festa a tutte le donne, che possono avere lo stesso lavoro degli uomini, ma solo se lavorano bovinamente come molti uomini.
Buona festa a tutte le donne, tutelate dalle violenze e dai soprusi solo in qualche scarabocchio di legge (dirli disegni mi pare eccessivo); mentre tutti sanno che la legge in Italia è fatta per essere aggirata.
Buona festa a tutte le donne, perché se sopravvivere in questo mondo diventa difficile, per loro lo è solitamente un po' di più.
E dietro ogni simbolo si nasconde spesso il niente, un po' come affermavo/negavo per il San Valentino.
Insomma, gran cosa festeggiare, ma ci sono anche piccoli aspetti fastidiosi. Prendiamo ad esempio l'evento 8 marzo originario, che conoscevo fin da bambino, come collegato a questa festività.
Una disgrazia avvenuta in realtà il 25 marzo, del 1911, in cui in un incendio, di una fabbrica americana, morirono 140 operaie, sfruttate in condizioni gravose.
Le operaie della "Triangle Shirtwaist Company" lavoravano da 60 a 72 ore alla settimana, per uno stipendio settimanale da 6 a 10 dollari.
Praticamente quello che capita adesso alle lavoratrici dell'est asiatico, a distanza di quasi un centinaio d'anni.
E le lavoratrici americane di oggi? Nemmeno per loro è cambiato granché, nella qualità del lavoro, rapportandola ai tempi in cui vivono. Eh sì, perché ritengo rilevante che ogni cosa sia rapportata al suo tempo.
Le discipline economiche e sociali, hanno infatti portato un cambiamento sempre più forte nel senso del lavoro. La riuscita più triste e strampalata, ottenuta nel Nord America, è che ora viene denigrata chi non vuole lavorarle, quelle 60 ore la settimana. Non è più una sfruttata chi lavora 60-70 ore la settimana, al contrario è considerata una fannullona chi non lo fa.
In una perversa deviazione dei valori, si è formata la nuova coscienza del lavoratore.
Il cambiamento dei tempi ha portato poi nuovi ruoli. La fabbrica moderna non è più quella delle cucitrici del 1911, ma un luogo dove si lavora con i computer, come se questo rendesse automaticamente nobile il lavoro, meno faticoso in ogni senso.
Adesso che la produzione industriale, anche americana, si appoggia fondamentalmente a prodotti dei paesi "poveri", sono fiorite le donne manager, impiegate con un livello superiore di cultura.
Anche self-employed, lavoratrici e lavoratori autonomi, un esercito al servizio del paese, che non può lavorare meno di quelle 70 ore settimanali, se non vuole sentirsi in colpa.
Hanno liberato i vecchi schiavi del lavoro, rendendoli schiavi di un nuovo modello sociale, che pur non chiedendolo esplicitamente, li vuole tutti stacanovisti.
Pena l'esclusione dal gruppo, dalla nazione, dalla bandiera.
Eppure il modello sociale non sa fornire loro una spiegazione del loro smarrimento, quando tornano a casa, dopo le dodici ore giornaliere di lavoro. Non sa spiegar loro come mai, in una mezza domenica festiva, scoprono di avere dei figli che si drogano e rubano, o perché il marito (o la moglie) hanno un amante.
Hanno lavorato tutta una vita, e non comprendono come mai la loro famiglia, la loro vita personale, è completamente allo sfascio. Non si capacitano del come possa accadere, che tutti i soldi guadagnati non abbiano comprato la felicità. Non sanno perché al terzo o al quarto matrimonio, stanno ancora cercando una cosa facile come il benessere.
In questa rappresentazione, che qualcuno può considerare impietosa o esagerata, ci vedo sempre più anche delle fette d'Italia. Come quel nord-est tanto florido e lavoratore, che adesso non sa più per chi produrre, vista la crescita a zero del paese.
La crescita zero del paese, che l'attuale Ministro dell'Economia ha definito "soddisfacente". Come dire: se tutto va bene siamo rovinati, e fortunatamente è andato tutto bene?
Ma buona festa a tutte le donne. Che non potranno dire la loro in politica, perché l'Italia ha meno sbocchi politici per le donne che molti paesi africani.
Buona festa a tutte le donne, che possono avere lo stesso lavoro degli uomini, ma solo se lavorano bovinamente come molti uomini.
Buona festa a tutte le donne, tutelate dalle violenze e dai soprusi solo in qualche scarabocchio di legge (dirli disegni mi pare eccessivo); mentre tutti sanno che la legge in Italia è fatta per essere aggirata.
Buona festa a tutte le donne, perché se sopravvivere in questo mondo diventa difficile, per loro lo è solitamente un po' di più.
domenica, marzo 05, 2006
La voce del padrone
Mi è capitato, mezz'ora fa, di ascoltare un intermezzo alla radio, indicato come campagna elettorale, in osservanza di una certa legge dell'anno duemila.
Ora, era talmente ridicolo nell'esposizione, che mi ha fatto pensare invece all'anno mille, ma andiamo per gradi.
La radio, citiamola pure, era Radiomontecarlo, emittente del Principato di Monaco, ma di cui non è difficile capire la proprietà.
Le voci dei candidati elettorali erano più d'una, alternate fra i due schieramenti.
Già questo dovrebbe mettere in allerta una persona attenta: possibile che tutta l'Italia si divida nettamente in due schieramenti? Guelfi o Ghibellini? Bianchi o Neri?
Eppure la nazione è assai più grande della Firenze medievale. Il punto è il teorema del gelataio, esposto brillantemente da Odifreddi nel libro C'era una volta un paradosso, che ho citato già altre volte.
Data una spiaggia, su cui due gelatai devono dividersi i clienti, all'inizio i venditori si mettono agli estremi, l'uno a sinistra, l'altro a destra. Poi si accorgono che in realtà più si spostano verso il centro, più hanno probabilità di avere clienti che non solo stanno al loro estremo, ma anche quelli che sono aldilà del centro, verso l'altra direzione. Così cominciano a spostarsi sempre più verso il centro, sicuri che chi viene dalla loro direzione non abbia gelataio più vicino.
Eccoli qui i nostri gelatai, ormai manifesti come centro-sinistra e come centro-destra, ad indicare che non intendono muoversi da un centro verso cui tutti vanno.
Non c'è un concetto di buono o cattivo, nel centro. E' fondamentalmente un messaggio di qualcosa che sta al centro, come se la media non fosse anche mediocrità.
Ma torniamo al messaggio che veniva proposto come equo.
In verità, il primo e il terzo personaggio, vengono descritti dalla commentatrice (che si sforza di tenere un tono neutro, freddo) come esponenti del governo in carica, elencandone anzitutto le funzioni attuali.
Il secondo viene invece descritto come rappresentante di uno schieramento diviso. E' evidente che questo tipo di apprezzamento non è così equo, neppure dal mio punto di vista, per cui quella persona può essere un perfetto idiota: non avrei mai l'arroganza di dire di essere equo, nel presentarlo come persona di uno schieramento diviso, indipendentemente dalla verità o no della cosa. E' evidente che la stessa cosa si possa dire di entrambi i gruppi, vista la manifesta disomogeneità, dalla corsa verso il centro.
Mentre la presentatrice, dalla voce àtona, ci rassicura che il messaggio è equo, un ascolto attento, psicologico(?) ce lo restituisce ben diverso. Indipendentemente da chi potesse essere migliore o peggiore.
La tendenza della radio in questione s'è manifestata quindi ben chiaramente.
Il punto è che la maggior parte della gente non s'indigna di fronte a certi comportamenti da manigoldi; se anzi è di vedute concordi con il padrone della voce, se ne rallegra, anziché avere orrore di certe cadute di stile.
In un mondo dove la comunicazione è così complessa, viene da pensare che in fondo la volgarità non sia nelle parole di chi l'esprime, ma nelle mani di chi la lascia rappresentare.
Il forte compromesso a cui sono stati sottoposti gl'italiani è quello che dice "Se vuoi davvero fare pulito della feccia, restaurare il benessere, avere certezza del futuro, devi dare tutto in mano a noi". Un po' come dire che il fine giustifica i mezzi.
Il punto è che verso quel fine non ha assolutamente intenzione di muoversi nessuno, mentre i mezzi sono in moto da tempo.
Gli abitanti stanziali del paese, che dal canto loro rappresentano fieramente la popolazione originaria, che viveva di pastorizia (oltre che di agricoltura), non sapendo più fare i pastori, sono divenuti ovini e bovini. Insomma, hanno detto "Sì" (o anche "Beeh" e "Muuh").
Ridicolo pensare che sappiamo già chi si mangerà i vegetariani (e non).
Ora, era talmente ridicolo nell'esposizione, che mi ha fatto pensare invece all'anno mille, ma andiamo per gradi.
La radio, citiamola pure, era Radiomontecarlo, emittente del Principato di Monaco, ma di cui non è difficile capire la proprietà.
Le voci dei candidati elettorali erano più d'una, alternate fra i due schieramenti.
Già questo dovrebbe mettere in allerta una persona attenta: possibile che tutta l'Italia si divida nettamente in due schieramenti? Guelfi o Ghibellini? Bianchi o Neri?
Eppure la nazione è assai più grande della Firenze medievale. Il punto è il teorema del gelataio, esposto brillantemente da Odifreddi nel libro C'era una volta un paradosso, che ho citato già altre volte.
Data una spiaggia, su cui due gelatai devono dividersi i clienti, all'inizio i venditori si mettono agli estremi, l'uno a sinistra, l'altro a destra. Poi si accorgono che in realtà più si spostano verso il centro, più hanno probabilità di avere clienti che non solo stanno al loro estremo, ma anche quelli che sono aldilà del centro, verso l'altra direzione. Così cominciano a spostarsi sempre più verso il centro, sicuri che chi viene dalla loro direzione non abbia gelataio più vicino.
Eccoli qui i nostri gelatai, ormai manifesti come centro-sinistra e come centro-destra, ad indicare che non intendono muoversi da un centro verso cui tutti vanno.
Non c'è un concetto di buono o cattivo, nel centro. E' fondamentalmente un messaggio di qualcosa che sta al centro, come se la media non fosse anche mediocrità.
Ma torniamo al messaggio che veniva proposto come equo.
In verità, il primo e il terzo personaggio, vengono descritti dalla commentatrice (che si sforza di tenere un tono neutro, freddo) come esponenti del governo in carica, elencandone anzitutto le funzioni attuali.
Il secondo viene invece descritto come rappresentante di uno schieramento diviso. E' evidente che questo tipo di apprezzamento non è così equo, neppure dal mio punto di vista, per cui quella persona può essere un perfetto idiota: non avrei mai l'arroganza di dire di essere equo, nel presentarlo come persona di uno schieramento diviso, indipendentemente dalla verità o no della cosa. E' evidente che la stessa cosa si possa dire di entrambi i gruppi, vista la manifesta disomogeneità, dalla corsa verso il centro.
Mentre la presentatrice, dalla voce àtona, ci rassicura che il messaggio è equo, un ascolto attento, psicologico(?) ce lo restituisce ben diverso. Indipendentemente da chi potesse essere migliore o peggiore.
La tendenza della radio in questione s'è manifestata quindi ben chiaramente.
Il punto è che la maggior parte della gente non s'indigna di fronte a certi comportamenti da manigoldi; se anzi è di vedute concordi con il padrone della voce, se ne rallegra, anziché avere orrore di certe cadute di stile.
In un mondo dove la comunicazione è così complessa, viene da pensare che in fondo la volgarità non sia nelle parole di chi l'esprime, ma nelle mani di chi la lascia rappresentare.
Il forte compromesso a cui sono stati sottoposti gl'italiani è quello che dice "Se vuoi davvero fare pulito della feccia, restaurare il benessere, avere certezza del futuro, devi dare tutto in mano a noi". Un po' come dire che il fine giustifica i mezzi.
Il punto è che verso quel fine non ha assolutamente intenzione di muoversi nessuno, mentre i mezzi sono in moto da tempo.
Gli abitanti stanziali del paese, che dal canto loro rappresentano fieramente la popolazione originaria, che viveva di pastorizia (oltre che di agricoltura), non sapendo più fare i pastori, sono divenuti ovini e bovini. Insomma, hanno detto "Sì" (o anche "Beeh" e "Muuh").
Ridicolo pensare che sappiamo già chi si mangerà i vegetariani (e non).
lunedì, febbraio 27, 2006
Insegnanti probi e meritevoli
Apprendo oggi che col decreto legge 250, del 5 dicembre, è stato aggiunto un nuovo tassello a quel che scrivevo tempo fa, sugli insegnanti di religione (Cattolica, ovviamente) nella scuola italiana.
Tale decreto dichiara infatti che quegli insegnanti, se provenienti da anni di supplenze e precariato, nel momento dell'entrata in ruolo non perdono i punteggi acquisiti e il livello di stipendio.
E tutti gli altri? Quelli che insegnano italiano, storia, matematica? Loro no. All'iscrizione in ruolo ripartono da zero, anche dopo vent'anni di lavoro.
Alla faccia del Gesù Cristo, e del tale Francesco d'Assisi, che s'erano disfatti d'ogni bene personale -- o così ci dicono... gli insegnanti di... religione?
Tale decreto dichiara infatti che quegli insegnanti, se provenienti da anni di supplenze e precariato, nel momento dell'entrata in ruolo non perdono i punteggi acquisiti e il livello di stipendio.
E tutti gli altri? Quelli che insegnano italiano, storia, matematica? Loro no. All'iscrizione in ruolo ripartono da zero, anche dopo vent'anni di lavoro.
Alla faccia del Gesù Cristo, e del tale Francesco d'Assisi, che s'erano disfatti d'ogni bene personale -- o così ci dicono... gli insegnanti di... religione?
domenica, febbraio 26, 2006
Strumenti di seduzione
Cos'è che rende seducenti? Restringiamo la domanda al campo affettivo, sentimentale.
Alcuni giorni fa ho assistito ad una scena dal vivo, in cui due giovani si baciavano, nel tumulto di un luogo affollato. Il modo in cui le labbra di lei restavano in attesa di quelle di lui, mi è sembrato immagine di una seduzione che vedo raramente, ormai.
Wolf ha obbiettato che potesse essere perché avevo bevuto un paio di drink. Non gli ho neppure risposto, ma penso che abbia interpretato il mio silenzio.
Il punto è che non vedo più così spesso immagini d'amore (o d'innamoramento, come poteva essere in questo caso) forti, cariche di sentimento. Spesso quel che osservo, sono azioni meccaniche, difficilmente cariche del desiderio di risvegliare le passioni. Molto più tese a soddisfare solo se stessi.
Un aneddoto, una frase letta, raccontata, mi ha scatenato una riflessione sulle qualità atipiche nel risvegliare i sensi, nelle capacità di sedurre. Ad esempio con l'intelligenza.
Raccontandola a Wolf, mi ha risposto qualcosa di profondo, del tipo "Seduco sempre con la mia intelligenza: d'altronde, come potrei riuscirci con la mia stupidità?"
Troverei difficile contraddirlo.
In questo fine settimana mi sono trovato in parecchie situazioni bizzarre, eppure la riflessione sul modo di porsi, mostrando la propria intelligenza, ne ha condizionato spesso lo svolgersi.
Ho riflettuto soprattutto sulla seduzione basata principalmente sull'aspetto fisico, quella che possiamo mettere in atto (o esserne oggetto) senza che ci sia conoscenza fra due persone. Sicuramente è quella che storicamente abbiamo più usato, fin dai tempi in cui non eravamo dotati di comunicazione verbale.
Adesso la nostra comunicazione non è solo verbale, è passata attraverso quella epistolare, per approdare a mezzi sempre più indiretti -- in una comunicazione tramite computer non c'è neppure la nostra calligrafia, l'incertezza del tratto, a comunicare emozione.
In fondo non dovrebbe esserci un compromesso? Qualcosa d'intermedio, che permetta di dire chi siamo, senza porre distanze, barriere?
E nell'essere noi stessi, siamo seducenti?
Non è finita: la riflessione era assai incompleta, un po' come fermarsi al mosto prima di vedere il vino. Magari la ripropongo quando sarà fermentata.
In compenso ho bevuto del buon vino, mentre ci pensavo.
Alcuni giorni fa ho assistito ad una scena dal vivo, in cui due giovani si baciavano, nel tumulto di un luogo affollato. Il modo in cui le labbra di lei restavano in attesa di quelle di lui, mi è sembrato immagine di una seduzione che vedo raramente, ormai.
Wolf ha obbiettato che potesse essere perché avevo bevuto un paio di drink. Non gli ho neppure risposto, ma penso che abbia interpretato il mio silenzio.
Il punto è che non vedo più così spesso immagini d'amore (o d'innamoramento, come poteva essere in questo caso) forti, cariche di sentimento. Spesso quel che osservo, sono azioni meccaniche, difficilmente cariche del desiderio di risvegliare le passioni. Molto più tese a soddisfare solo se stessi.
Un aneddoto, una frase letta, raccontata, mi ha scatenato una riflessione sulle qualità atipiche nel risvegliare i sensi, nelle capacità di sedurre. Ad esempio con l'intelligenza.
Raccontandola a Wolf, mi ha risposto qualcosa di profondo, del tipo "Seduco sempre con la mia intelligenza: d'altronde, come potrei riuscirci con la mia stupidità?"
Troverei difficile contraddirlo.
In questo fine settimana mi sono trovato in parecchie situazioni bizzarre, eppure la riflessione sul modo di porsi, mostrando la propria intelligenza, ne ha condizionato spesso lo svolgersi.
Ho riflettuto soprattutto sulla seduzione basata principalmente sull'aspetto fisico, quella che possiamo mettere in atto (o esserne oggetto) senza che ci sia conoscenza fra due persone. Sicuramente è quella che storicamente abbiamo più usato, fin dai tempi in cui non eravamo dotati di comunicazione verbale.
Adesso la nostra comunicazione non è solo verbale, è passata attraverso quella epistolare, per approdare a mezzi sempre più indiretti -- in una comunicazione tramite computer non c'è neppure la nostra calligrafia, l'incertezza del tratto, a comunicare emozione.
In fondo non dovrebbe esserci un compromesso? Qualcosa d'intermedio, che permetta di dire chi siamo, senza porre distanze, barriere?
E nell'essere noi stessi, siamo seducenti?
Non è finita: la riflessione era assai incompleta, un po' come fermarsi al mosto prima di vedere il vino. Magari la ripropongo quando sarà fermentata.
In compenso ho bevuto del buon vino, mentre ci pensavo.
domenica, febbraio 19, 2006
Attentato alla salute
La percezione dei pericoli negli alimenti è veramente bizzarra.
La Food and Drug Administration americana ha imposto le denuncia dei possibili allergeni, possibilmente presenti nei cibi pronti, così anche McDonald's ha dovuto ammettere la presenza di glutine e derivati del latte nelle proprie patatine.
Una vergogna per la compagnia, che aveva cercato di coprire la faccenda, sicuramente.
Allo stesso tempo un indice di quanto siano ingenui i consumatori. Oppure quanto sappiano vendere per ingenuità l'avidità di denaro, ricercato nelle cause giudiziarie che si scatenano.
Ricordo una puntata della trasmissione televisiva Report, dove avevano avuto piena impossibilità a sapere come siano ottenuti i grassi vegetali idrogenati e perché, chiedondolo ai produttori.
Insomma si può sapere che sono fra gl'ingredienti, ma non si si può sapere come vengano prodotti, non si può sapere quanto sono veramente dannosi (e in buona parte lo sono già, leggendo l'articolo di Report).
Insomma, ci scateniamo perché le patatine di McDonald's sono addizionate di farina e latte (alimenti dannosissimi, si sa), ma nessuno obbliga i produttori di grassi alimentari a fare chiarezza su quello che è il riempitivo, la componente più importante di tanti alimenti.
Vorrei ricordare fra l'altro che per legge, nell'elenco degli ingredienti, questi sono in ordine di quantità: leggere più spesso le confezioni è suggeribile.
Anche se non risolutivo, visto che spesso non vengono ben specificati -- come i vaghi "oli vegetali" e "grassi vegetali".
Però in qualche caso è educativo scoprire che certi prodotti, pubblicizzati come "buoni con leggerezza", non abbiano in verità nessuna dote di leggerezza, con percentuali di grassi spesso ben aldilà di quello che possiamo smaltire.
Consideriamo infatti un dato medio, come quello del massimo di grassi saturi smaltibili quotidianamente a 4 grammi.
Ora leggete la confusa etichetta di un qualsiasi prodotto. Già è difficile trovare i grassi suddivisi in saturi e insaturi, il che rende la cosa ardua. Se non sono specificati, si suppone siano del tipo peggiore, di cui non fa merito la menzione, per cui al 50% saturi.
Cioè di un prodotto con il 24% di grassi, ad esempio, bastano 30 grammi per superare la quantità di grassi saturi che smaltiamo in un giorno. Due-tre biscotti, di prodotto industriale, sono solitamente già aldilà del limite.
Persino il pane bianco, ha spesso additivi grassi, per donare un particolare sapore o consistenza, immagino.
Sinceramente, mi pare che la patatina di McDonald's sia meno rilevante di un sassolino che colpisce la luna.
La cosa più rilevante è che nel dare spazio alla protesta contro le multinazionali più in vista, si finisca per non avere più energie per chiedere chiarezza dove ce n'è veramente bisogno: perlomeno per noi non-americani.
La Food and Drug Administration americana ha imposto le denuncia dei possibili allergeni, possibilmente presenti nei cibi pronti, così anche McDonald's ha dovuto ammettere la presenza di glutine e derivati del latte nelle proprie patatine.
Una vergogna per la compagnia, che aveva cercato di coprire la faccenda, sicuramente.
Allo stesso tempo un indice di quanto siano ingenui i consumatori. Oppure quanto sappiano vendere per ingenuità l'avidità di denaro, ricercato nelle cause giudiziarie che si scatenano.
Ricordo una puntata della trasmissione televisiva Report, dove avevano avuto piena impossibilità a sapere come siano ottenuti i grassi vegetali idrogenati e perché, chiedondolo ai produttori.
Insomma si può sapere che sono fra gl'ingredienti, ma non si si può sapere come vengano prodotti, non si può sapere quanto sono veramente dannosi (e in buona parte lo sono già, leggendo l'articolo di Report).
Insomma, ci scateniamo perché le patatine di McDonald's sono addizionate di farina e latte (alimenti dannosissimi, si sa), ma nessuno obbliga i produttori di grassi alimentari a fare chiarezza su quello che è il riempitivo, la componente più importante di tanti alimenti.
Vorrei ricordare fra l'altro che per legge, nell'elenco degli ingredienti, questi sono in ordine di quantità: leggere più spesso le confezioni è suggeribile.
Anche se non risolutivo, visto che spesso non vengono ben specificati -- come i vaghi "oli vegetali" e "grassi vegetali".
Però in qualche caso è educativo scoprire che certi prodotti, pubblicizzati come "buoni con leggerezza", non abbiano in verità nessuna dote di leggerezza, con percentuali di grassi spesso ben aldilà di quello che possiamo smaltire.
Consideriamo infatti un dato medio, come quello del massimo di grassi saturi smaltibili quotidianamente a 4 grammi.
Ora leggete la confusa etichetta di un qualsiasi prodotto. Già è difficile trovare i grassi suddivisi in saturi e insaturi, il che rende la cosa ardua. Se non sono specificati, si suppone siano del tipo peggiore, di cui non fa merito la menzione, per cui al 50% saturi.
Cioè di un prodotto con il 24% di grassi, ad esempio, bastano 30 grammi per superare la quantità di grassi saturi che smaltiamo in un giorno. Due-tre biscotti, di prodotto industriale, sono solitamente già aldilà del limite.
Persino il pane bianco, ha spesso additivi grassi, per donare un particolare sapore o consistenza, immagino.
Sinceramente, mi pare che la patatina di McDonald's sia meno rilevante di un sassolino che colpisce la luna.
La cosa più rilevante è che nel dare spazio alla protesta contro le multinazionali più in vista, si finisca per non avere più energie per chiedere chiarezza dove ce n'è veramente bisogno: perlomeno per noi non-americani.
venerdì, febbraio 17, 2006
Sondaggi d'opinione
Sono solitamente avverso ai sondaggi d'opinione, in qualunque forma vengano.
Non al leggerne i risultati, che m'incuriosiscono sempre, ma nel partecipare.
Chiedere a mille persone la loro opinione su qualcosa è sicuramente rilevante per sapere cosa ne pensano, singolarmente, quelle mille persone. La statistica poi è altro.
Magari si riesce a prendere un campione abbastanza significativo, ma in fondo non c'è garanzia di farlo bene.
Quello in cui riescono bene, i sondaggi, è dare dei risultati che abbiano influenza sugli altri.
Così vale la pena di comunicare i risultati di tutti quelli che favoriscono l'immagine del proponente. Ad esempio, un'azienda produttrice di yogurt, televisori, scarpe, o qualsiasi altro bene di consumo, sarà felice di farci sapere che una notevole percentuale degli intervistati ha scelto il loro prodotto. Se così non fosse stato, possono rifare il sondaggio, o semplicemente ignorare il risultato.
La pubblicità dei primi in classifica è il fatto di essere i primi in classifica.
Un paio di giorni fa ascoltavo per radio il signor Vittorio Zucconi, giornalista da Washington, che raccontava di un interessante metodo di spin doctoring impiegato da un'azienda di sondaggi americana, durante una campagna elettorale del politico più alto in carica negli Stati Uniti d'America.
In gara con un altro concorrente, per una campagna regionale (non ricordo in quale stato e con chi), la sua azienda di statistiche chiamava al telefono per un sondaggio i cittadini americani.
Le domande erano sull'opinione che avevano del concorrente. Nell'apparenza tutto normale. Solo che le domande erano del tenore di "Lei voterebbe per il signor X anche se fosse rivelato che è gay e pedofilo?", "Lei voterebbe per il signor X anche se fosse coinvolto in un grave scandalo economico?"
L'obbiettivo era dunque di insinuare dubbi, di seminare diffidenza. E a quanto pare riuscì benissimo, visto che poi il signore in questione vinse quelle elezioni.
La finalità statistica dei sondaggi è praticamente in declino, non servono più a molto, se non hanno anche un effetto secondario.
Un buon motivo per non parteciparvi.
Un buon motivo per cui quando vengo interpellato telefonicamente non rilascio opinioni, e alla domanda "se non usa la nostra, allora quale altra compagnia telefonica sta usando?" rispondo "un'altra compagnia telefonica".
Non al leggerne i risultati, che m'incuriosiscono sempre, ma nel partecipare.
Chiedere a mille persone la loro opinione su qualcosa è sicuramente rilevante per sapere cosa ne pensano, singolarmente, quelle mille persone. La statistica poi è altro.
Magari si riesce a prendere un campione abbastanza significativo, ma in fondo non c'è garanzia di farlo bene.
Quello in cui riescono bene, i sondaggi, è dare dei risultati che abbiano influenza sugli altri.
Così vale la pena di comunicare i risultati di tutti quelli che favoriscono l'immagine del proponente. Ad esempio, un'azienda produttrice di yogurt, televisori, scarpe, o qualsiasi altro bene di consumo, sarà felice di farci sapere che una notevole percentuale degli intervistati ha scelto il loro prodotto. Se così non fosse stato, possono rifare il sondaggio, o semplicemente ignorare il risultato.
La pubblicità dei primi in classifica è il fatto di essere i primi in classifica.
Un paio di giorni fa ascoltavo per radio il signor Vittorio Zucconi, giornalista da Washington, che raccontava di un interessante metodo di spin doctoring impiegato da un'azienda di sondaggi americana, durante una campagna elettorale del politico più alto in carica negli Stati Uniti d'America.
In gara con un altro concorrente, per una campagna regionale (non ricordo in quale stato e con chi), la sua azienda di statistiche chiamava al telefono per un sondaggio i cittadini americani.
Le domande erano sull'opinione che avevano del concorrente. Nell'apparenza tutto normale. Solo che le domande erano del tenore di "Lei voterebbe per il signor X anche se fosse rivelato che è gay e pedofilo?", "Lei voterebbe per il signor X anche se fosse coinvolto in un grave scandalo economico?"
L'obbiettivo era dunque di insinuare dubbi, di seminare diffidenza. E a quanto pare riuscì benissimo, visto che poi il signore in questione vinse quelle elezioni.
La finalità statistica dei sondaggi è praticamente in declino, non servono più a molto, se non hanno anche un effetto secondario.
Un buon motivo per non parteciparvi.
Un buon motivo per cui quando vengo interpellato telefonicamente non rilascio opinioni, e alla domanda "se non usa la nostra, allora quale altra compagnia telefonica sta usando?" rispondo "un'altra compagnia telefonica".
Comportamenti criminali
Credo che l'istigazione al crimine sia un reato ovunque, e non sorprende che lo sia.
Fra l'altro, ha una facile presa, in un mondo dove la comunicazione è sempre più importante. Cento anni fa era più difficile che il racconto di un'impresa criminale varcasse i confini di stato. O che anche raccogliesse emuli, desiderosi di entrare nel mondo con qualche tipo d'impresa.
Il thriller classico ha spesso temi come gli omicidi seriali, e l'emulazione di questi da parte di altri soggetti psicologicamente instabili.
Non è poi difficile vedere applicazioni pratiche di questi comportamenti aberranti, siano essi di piccola o grande entità.
E' ben difficile cercare d'ingabbiare l'informazione dopo tutto, oltre che illiberale, nei paesi moderni, progressisti. Non si può insomma evitare di raccontare che qualcuno ha ucciso il vicino di casa, per la paura che tutti vogliano fare lo stesso, oppure omettere di parlare dei sassi lanciati dai cavalcavia autostradali, per impedire che qualcuno voglia emularlo.
L'unica arma efficace è l'educazione, la cura della persone. Non esclusivamente una cura in senso clinico, ma anche un curarsi di chi soffre di disagi di qualsiasi genere, inclusi quelli economici e sociali.
Qualcuno mi considererà fin troppo tollerante, pensando che la repressione sia sempre la vera cura. In realtà quel modello sta continuando a fallire fin dall'inizio dei tempi storici. Le pene sono solitamente adeguate al modello culturale e al momento storico, eppure non bastano mai come deterrente, neppure nei paesi che includono la pena capitale. E' evidente che vada percorsa anche un'altra strada, parallela e più avanzata, rispetto a quella della repressione.
Come detto però, non tutti la pensano così.
Voglio citare un esempio alquanto bizzarro, che mi ha scatenato la scrittura di questo articolo (nonostante le mie lunghe premesse).
In Australia, la colonia inglese fra Oceano Indiano e Pacifico, vigono tuttora delle leggi che viste dall'Europa non potremmo che definire ottocentesche, se non semplicemente anacronistiche.
In fatto di libertà individuali, di evoluzione sociale, sembrano infatti ancora legati alla figura del monarca-tutore, che indica al popolo-fanciullo la strada verso la vita, l'educazione insomma di un'intera nazione ribelle e immatura.
Un esempio banale è la classificazione della censura sui videogames.
Se da un lato si leggono articoli che ci parlano di buon rispetto dei diritti umani, dall'altra parte si legge anche che è una delle nazioni con il più forte livello di censura. Le due affermazioni mi appaiono stridenti, se messe a fianco: la censura non lede forse dei diritti?
Tanto è forte la censura, che i videogiochi sono consentiti solo hanno una classificazione massima MA15+ (da 15 anni in poi), mentre tutto quello che sarebbe classificabile R18+ (fruibile solo da chi ha superato i 18 anni) è di fatto censurato.
Quindi è possibile che un film violento, o pornografico, possa essere visionato da chi è maggiorenne, mentre gli è precluso in assoluto un videogioco.
Per quale motivo? Il pericolo dell'istigazione a comportamenti criminali. Così un videogame in cui il protagonista diventa un ladro di auto, o un assassino, diviene una esperienza proibita ai sudditi britannici down under (a testa in giù, nell'emisfero là di sotto).
La notizia che leggevo oggi era anche di un altro videogioco, di cui è stata dichiarato lo stato di pericolosità, in quanto i protagonisti sono dei graffitari, che scarabocchiano i muri cittadini -- e vietando il videogioco, immagino che gli australiani non sapranno mai di cosa si tratta, se sono ingenui come i propri governanti.
Che dire, è bello non vivere in Australia. Perlomeno non in quella del diciannovesimo secolo, contemporanea al nostro 2006.
Fra l'altro, ha una facile presa, in un mondo dove la comunicazione è sempre più importante. Cento anni fa era più difficile che il racconto di un'impresa criminale varcasse i confini di stato. O che anche raccogliesse emuli, desiderosi di entrare nel mondo con qualche tipo d'impresa.
Il thriller classico ha spesso temi come gli omicidi seriali, e l'emulazione di questi da parte di altri soggetti psicologicamente instabili.
Non è poi difficile vedere applicazioni pratiche di questi comportamenti aberranti, siano essi di piccola o grande entità.
E' ben difficile cercare d'ingabbiare l'informazione dopo tutto, oltre che illiberale, nei paesi moderni, progressisti. Non si può insomma evitare di raccontare che qualcuno ha ucciso il vicino di casa, per la paura che tutti vogliano fare lo stesso, oppure omettere di parlare dei sassi lanciati dai cavalcavia autostradali, per impedire che qualcuno voglia emularlo.
L'unica arma efficace è l'educazione, la cura della persone. Non esclusivamente una cura in senso clinico, ma anche un curarsi di chi soffre di disagi di qualsiasi genere, inclusi quelli economici e sociali.
Qualcuno mi considererà fin troppo tollerante, pensando che la repressione sia sempre la vera cura. In realtà quel modello sta continuando a fallire fin dall'inizio dei tempi storici. Le pene sono solitamente adeguate al modello culturale e al momento storico, eppure non bastano mai come deterrente, neppure nei paesi che includono la pena capitale. E' evidente che vada percorsa anche un'altra strada, parallela e più avanzata, rispetto a quella della repressione.
Come detto però, non tutti la pensano così.
Voglio citare un esempio alquanto bizzarro, che mi ha scatenato la scrittura di questo articolo (nonostante le mie lunghe premesse).
In Australia, la colonia inglese fra Oceano Indiano e Pacifico, vigono tuttora delle leggi che viste dall'Europa non potremmo che definire ottocentesche, se non semplicemente anacronistiche.
In fatto di libertà individuali, di evoluzione sociale, sembrano infatti ancora legati alla figura del monarca-tutore, che indica al popolo-fanciullo la strada verso la vita, l'educazione insomma di un'intera nazione ribelle e immatura.
Un esempio banale è la classificazione della censura sui videogames.
Se da un lato si leggono articoli che ci parlano di buon rispetto dei diritti umani, dall'altra parte si legge anche che è una delle nazioni con il più forte livello di censura. Le due affermazioni mi appaiono stridenti, se messe a fianco: la censura non lede forse dei diritti?
Tanto è forte la censura, che i videogiochi sono consentiti solo hanno una classificazione massima MA15+ (da 15 anni in poi), mentre tutto quello che sarebbe classificabile R18+ (fruibile solo da chi ha superato i 18 anni) è di fatto censurato.
Quindi è possibile che un film violento, o pornografico, possa essere visionato da chi è maggiorenne, mentre gli è precluso in assoluto un videogioco.
Per quale motivo? Il pericolo dell'istigazione a comportamenti criminali. Così un videogame in cui il protagonista diventa un ladro di auto, o un assassino, diviene una esperienza proibita ai sudditi britannici down under (a testa in giù, nell'emisfero là di sotto).
La notizia che leggevo oggi era anche di un altro videogioco, di cui è stata dichiarato lo stato di pericolosità, in quanto i protagonisti sono dei graffitari, che scarabocchiano i muri cittadini -- e vietando il videogioco, immagino che gli australiani non sapranno mai di cosa si tratta, se sono ingenui come i propri governanti.
Che dire, è bello non vivere in Australia. Perlomeno non in quella del diciannovesimo secolo, contemporanea al nostro 2006.
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