Mentre il mondo continua a crescere, nella nostra conoscenza (ed intendo sia scientifica così come più semplicemente di fatti, luoghi e persone), diventa inevitabile eseguire una cernita, una selezione. Nessuno di noi potrebbe mai tenere in mente troppe informazioni, qualunque sia la loro natura o rilevanza.
Quello che è rilevante è invece la modalità con cui selezioniamo il materiale utile da quello inutile.
Anzitutto partiamo dalla fonte delle nostre informazioni. Di un bel viaggio ricordiamo alcuni luoghi o divertimenti significativi, così come di un bel libro ci rimane l'immagine dei personaggi o dei luoghi che più abbiamo vissuto nel racconto. Questi sono due esempi di esperienze dirette, per quanto il termine (filosoficamente) possa divenire ambiguo talvolta.
Per quanto il racconto di un libro sia indiretto, l'averlo trovato interessante fornisce un'esperienza diretta su come lo abbiamo immaginato, percepito.
Nella quotidianità, per la gran parte di noi che non vive da eremita, i mezzi di comunicazione di massa sono una ricca fonte di esperienze che viviamo da molto indirettamente fino quasi ad essere dirette. Vedere in video un evento sportivo, o un documentario approfondito, ci porta ad un passo dalla sua esperienza diretta, se la rappresentazione fornita è sufficiente.
Eppure non è sempre possibile dare un'informazione sufficientemente completa, per cui chi narra, chi espone, normalmente è obbligato a creare versioni semplificate.
Quanta semplificazione c'è nei racconti di cronaca, politica, eventi sociali?
Senza un approccio critico, senza un'abitudine al pensiero analitico, si finisce per fare propria l'esperienza diretta che ci viene pilotata. In questo modo si finisce per vivere non solo un sottoinsieme del mondo, ma un sottoinsieme distorto del mondo.
Quale fatica, combattere la superficialità.
venerdì, luglio 04, 2014
sabato, dicembre 21, 2013
Carta stampabile
E' sempre interessante vedere quello che i mezzi di comunicazione più diffusi ci raccontano. Quello che trovo da approfondire è l'immagine descritta, in relazione all'immagine percepita (dagli utenti) e a quella reale, dei fatti.
Mentre il primo punto di vista è abbastanza chiaro e univoco, prendendo il mezzo di comunicazione come descrittivo, gli ultimi due sono difficili da ottenere.
Cosa percepiscono i lettori di un quotidiano, o i cittadini in generale, di un fatto di cronaca o di politica, è difficile da dirsi vista la vastità di pubblico.
Difficilissimo è poi dire quali siano i fatti reali di una notizia.
Prendo spesso ad esempio il quotidiano "La Repubblica", la cui importanza può derivare anche dall'essere il quotidiano più letto nel paese (assumendolo come dato reale).
La prima cosa che mi risulta semplice è notare la varietà di temi e di narrazioni, già anche dalla prima pagina della versione on-line. Desta perplessità il tono degli articoli: se l'apertura è data (praticamente sempre) da un articolo su notizie negative (delitti, inefficienze, scandali), gli altri articoli (soprattutto di spalla) hanno spesso tanti contenuti divagativi, magari anche divertenti.
Faccio un esempio. Oggi leggo di un'inefficienza della politica, di un suicidio di un disoccupato, e della povertà che avanza. Al contempo vedo i titoli sui campionati automobilistici, su quelli di calcio, elogi a case di cosmetici e menù di Natale leggeri, per non ingrassare.
Raccontato così, non mi lascia che un senso di indignazione, per come vengo trattato, in quanto lettore. Mi viene evidente pensare che ci debba essere un senso di compensazione, per necessità pubblicitarie. La politica non funziona, ma siamo forti nello sport. C'è chi muore di povertà, ma ci dobbiamo mettere a dieta per essere belli.
Questo tipo d'informazione mi appare decisamente disfunzionale, se non offensiva.
Non se le cavano poi molto meglio le testate più impegnate sui temi seri. Solitamente, per essere prese ancor più sul serio, si abbandonano ad iperboli per ogni notizia negativa. Appagano quello che definisco l'arrabbiato da bar, il frequentatore che non vede l'ora di poter ammonire più persone possibili dei disastri di politica, economia, ambiente.
Qui la bilancia deve essere fatta pesare decisamente su un lato: tutto è male, c'è un complotto ben preciso perché le cose vadano male. Qualcuno è anche solito aggiungere che una volta andavano meglio, e quasi nessuno lo contesta: la memoria storica è così breve che del passato si ricordano solo fatti meravigliosi (se non altro perché si era più giovani).
Meglio non approfondire poi la comunicazione delle riviste di moda o di costume. E' ovvio che in questo caso si cerca di portare tutto verso il bello e il piacere. E' un mondo felice, con i giusti vestiti, con la crema che cura(!) le imperfezioni e con il telefono cellulare più alla moda.
Per chi poi potesse dubitarne, ci sono chiari esempi di personaggi famosi e loro familiari, immagine della felicità. E quando non sono felici, per divorzi o litigi, è bello parlare di loro, anziché di noi: siamo felici di non essere nei loro panni, stavolta.
Esiste un modo di fare informazione senza raggirare i lettori o gli spettatori?
Probabilmente no: finirebbe per essere un po' troppo piatto, per essere interessante.
Magari però sarebbe bello riuscire a ridimensionare l'arrabbiatura dopo una brutta notizia, pensando di cambiare qualcosa nella società che ci circonda, anche in piccolo. E sarebbe bello arrabbiarsi dopo un articolo sulle meraviglie di qualche rimedio per la felicità, pensando che non sia ragionevole essere raggirati così facilmente.
Insomma, cercare i dati reali rimane quasi sempre a nostro carico. Difficile è dire quanti ne siano capaci, dopo essere stati disabituati al ragionamento logico da parte di ogni possibile mezzo, diseducati con vera facilità.
***
Arrivando alle previsioni per il nuovo anno, mi pare evidente che non ci siano le basi perché qualcosa in questo paese migliori. Siamo abituati come alle grandi dichiarazioni non si dia mai seguito a grandi fatti, per cui non ci sono risposte diverse dal solito.
L'unica soluzione possibile, a mio modesto parere, rimane sempre quella educativa. Per combattere i delitti di qualsiasi natura (anche di una classe politica corrotta o incapace) è necessario che una schiacciante maggioranza di persone si ritrovi in condizione di dimostrabile onestà. Questo può isolare e accerchiare i delinquenti, per poi renderli avulsi dalla società. Se invece il motivo primario per cui non si pagano le tasse è l'evasione a scopo di profitto, è difficile contestare l'esosità della politica.
Per assurdo, le aziende in bancarotta stanno facendo da giustificazione per chi invece evade arricchendosi: i secondi citano i primi ad esempio di come le code vadano male, fingendo che sia così anche per loro.
Mettiamo una pietra tombale su questo paese: non ci sono le prospettive perché alcunché vada mai bene, solo perché al massimo vada meno male del solito. E decisamente non basta.
Mentre il primo punto di vista è abbastanza chiaro e univoco, prendendo il mezzo di comunicazione come descrittivo, gli ultimi due sono difficili da ottenere.
Cosa percepiscono i lettori di un quotidiano, o i cittadini in generale, di un fatto di cronaca o di politica, è difficile da dirsi vista la vastità di pubblico.
Difficilissimo è poi dire quali siano i fatti reali di una notizia.
Prendo spesso ad esempio il quotidiano "La Repubblica", la cui importanza può derivare anche dall'essere il quotidiano più letto nel paese (assumendolo come dato reale).
La prima cosa che mi risulta semplice è notare la varietà di temi e di narrazioni, già anche dalla prima pagina della versione on-line. Desta perplessità il tono degli articoli: se l'apertura è data (praticamente sempre) da un articolo su notizie negative (delitti, inefficienze, scandali), gli altri articoli (soprattutto di spalla) hanno spesso tanti contenuti divagativi, magari anche divertenti.
Faccio un esempio. Oggi leggo di un'inefficienza della politica, di un suicidio di un disoccupato, e della povertà che avanza. Al contempo vedo i titoli sui campionati automobilistici, su quelli di calcio, elogi a case di cosmetici e menù di Natale leggeri, per non ingrassare.
Raccontato così, non mi lascia che un senso di indignazione, per come vengo trattato, in quanto lettore. Mi viene evidente pensare che ci debba essere un senso di compensazione, per necessità pubblicitarie. La politica non funziona, ma siamo forti nello sport. C'è chi muore di povertà, ma ci dobbiamo mettere a dieta per essere belli.
Questo tipo d'informazione mi appare decisamente disfunzionale, se non offensiva.
Non se le cavano poi molto meglio le testate più impegnate sui temi seri. Solitamente, per essere prese ancor più sul serio, si abbandonano ad iperboli per ogni notizia negativa. Appagano quello che definisco l'arrabbiato da bar, il frequentatore che non vede l'ora di poter ammonire più persone possibili dei disastri di politica, economia, ambiente.
Qui la bilancia deve essere fatta pesare decisamente su un lato: tutto è male, c'è un complotto ben preciso perché le cose vadano male. Qualcuno è anche solito aggiungere che una volta andavano meglio, e quasi nessuno lo contesta: la memoria storica è così breve che del passato si ricordano solo fatti meravigliosi (se non altro perché si era più giovani).
Meglio non approfondire poi la comunicazione delle riviste di moda o di costume. E' ovvio che in questo caso si cerca di portare tutto verso il bello e il piacere. E' un mondo felice, con i giusti vestiti, con la crema che cura(!) le imperfezioni e con il telefono cellulare più alla moda.
Per chi poi potesse dubitarne, ci sono chiari esempi di personaggi famosi e loro familiari, immagine della felicità. E quando non sono felici, per divorzi o litigi, è bello parlare di loro, anziché di noi: siamo felici di non essere nei loro panni, stavolta.
Esiste un modo di fare informazione senza raggirare i lettori o gli spettatori?
Probabilmente no: finirebbe per essere un po' troppo piatto, per essere interessante.
Magari però sarebbe bello riuscire a ridimensionare l'arrabbiatura dopo una brutta notizia, pensando di cambiare qualcosa nella società che ci circonda, anche in piccolo. E sarebbe bello arrabbiarsi dopo un articolo sulle meraviglie di qualche rimedio per la felicità, pensando che non sia ragionevole essere raggirati così facilmente.
Insomma, cercare i dati reali rimane quasi sempre a nostro carico. Difficile è dire quanti ne siano capaci, dopo essere stati disabituati al ragionamento logico da parte di ogni possibile mezzo, diseducati con vera facilità.
***
Arrivando alle previsioni per il nuovo anno, mi pare evidente che non ci siano le basi perché qualcosa in questo paese migliori. Siamo abituati come alle grandi dichiarazioni non si dia mai seguito a grandi fatti, per cui non ci sono risposte diverse dal solito.
L'unica soluzione possibile, a mio modesto parere, rimane sempre quella educativa. Per combattere i delitti di qualsiasi natura (anche di una classe politica corrotta o incapace) è necessario che una schiacciante maggioranza di persone si ritrovi in condizione di dimostrabile onestà. Questo può isolare e accerchiare i delinquenti, per poi renderli avulsi dalla società. Se invece il motivo primario per cui non si pagano le tasse è l'evasione a scopo di profitto, è difficile contestare l'esosità della politica.
Per assurdo, le aziende in bancarotta stanno facendo da giustificazione per chi invece evade arricchendosi: i secondi citano i primi ad esempio di come le code vadano male, fingendo che sia così anche per loro.
Mettiamo una pietra tombale su questo paese: non ci sono le prospettive perché alcunché vada mai bene, solo perché al massimo vada meno male del solito. E decisamente non basta.
venerdì, agosto 31, 2012
Energia punita
Ho letto nei giorni scorsi un breve reportage su un argomento che scatenava il mio interesse negli ultimi anni, la costruzione del reattore nucleare ITER, il più grande esperimento al mondo per generare energia da fusione atomica.
Spiegata in poche parole, l'energia da fusione potrebbe essere la vera fonte di energia quasi inesauribile (rispetto alla nostra vita sul pianeta), con un impatto ambientale zero, e con un'altissima sicurezza dell'impianto: le radiazioni prodotte sono infatti ben confinate, il più piccolo guasto non può che renderlo innocuo. La criticità tecnica di un simile sistema è infatti farlo funzionare: allorché smettesse di funzionare si estinguerebbe immediatamente tutto il processo di fusione.
L'energia da fusione è dello stesso tipo di quella prodotta dal nostro sole, ma che per i nostri piccolissimi scopi umani potrebbe essere prodotta con pochi grammi d'idrogeno, già in grado di fornire centinaia di MWh.
Un procedimento teoricamente semplice da comprendere, ma con delle enormi difficoltà realizzative, visto che gli atomi di quella piccola quantità di materia dovrebbero essere fusi e ricombinati alla temperatura di centinaia di milioni di gradi, in un anello che li tiene sospesi nel vuoto tramite potenti magneti. Una piccolissima massa infuocata, che se smettesse di muoversi come voluto cadrebbe nel reattore con un danno ambientale nullo (toccherebbe altri materiali, si spegnerebbe la reazione istantaneamente), ma carissimo a livello tecnico ed economico (il reattore ha un costo di miliardi di Euro).
ITER è diventato quindi il più grande esperimento mai realizzato al mondo, con un contributo tecnico ed economico di tutte le nazioni più avanzate a livello tecnologico e scientifico. Quasi la metà dei fondi provengono dall'Unione Europea, ed il restante è diviso equamente fra Stati Uniti, Giappone, Russia, Cina, India e Corea del Sud.
Ecco che qui sorgono le prime difficoltà: oltre a dividere le quote di partecipazione in denaro, come sono suddivisi i compiti della realizzazione tecnica e progettuale?
Il progetto sembra essere cresciuto in modo scoordinato, i costi sono lievitati, le parti che lo compongono hanno avuto difficoltà di accoppiamento fra loro, e altrettanto i tempi realistici di completamento sono cresciuti di parecchi anni.
E' opinione del tutto personale che aldilà delle complicazioni tecniche, ci sia una buona quantità di caos nel progetto, introdotta deliberatamente.
Pensiamo per un attimo alle altre fonti di energia. Per i combustibili fossili è ben chiara l'origine, e le guerre per i territori ricchi di risorse non sono delle novità. Qui invece è in ballo il know-how, la conoscenza tecnologica che permetta di replicare un impianto per la fusione nucleare ovunque: nessuno avrebbe particolari agevolazioni da risorse locali o siti geologici, il combustibile per un'intera centrale è in fondo disponibile anche in un secchio di acqua di mare. Non c'è quel vantaggio che permetterebbe ad alcune nazioni la supremazia energetica, se non per i costi d'impianto: una volta assodata la tecnologia, potrebbe essere portata ovunque.
Ecco che allora tutte le nazioni con maggior peso economico cercano di avere una posizione importante nella ricerca, ma in fondo nessuna di queste vuole che una delle altre raggiunga per prima la capacità di produrre un impianto in modo indipendente. Tutti giocatori, in un gioco dove cercano di raggiungere il traguardo in tempi più dilatati possibili: se tutti arrivano davvero in fondo, che vantaggio c'è ad essere pari merito?
Così, mentre la richiesta di energia cresce a velocità sempre più elevata, gli stati membri del progetto cercano di posticipare il raggiungimento di un obbiettivo comune.
Non bastassero i giochi di potere fra gli stati, all'interno di questi c'è poi chi si oppone al finanziamento di un progetto come ITER. In Europa, paradossalmente, il progetto è inviso ai Verdi, che temono un danno per i soldi sottratti agli investimenti nell'eolico e nel solare: produzione sì da fonti rinnovabili, ma i cui costi continuano ad essere ripianati da contributi continui di altri soldi, mentre si blocca qualsiasi futuro alternativo.
Lo stesso ITER non è poi il prodotto finale della ricerca, ma solo un grande e grosso laboratorio, che dovrebbe produrre conoscenza, tale da permettere, dopo un paio di generazioni di reattori di prova, di arrivare all'energia da fusione per tutti.
Il mio sconforto è che per quanto io possa essere longevo, non vedrò mai il risultato dell'energia da fusione per le masse, mentre continuiamo a dibatterci fra inquinamento ambientale ed eccessi di CO2.
Forse fra qualcosa come un centinaio d'anni, gli impianti a fusione nucleare potrebbero aver raggiunto la maturità da renderli pratici, mentre per ora continuiamo a punire la visione di un mondo migliore, finché non sarà deciso quanti soldi renderà e come spartirseli.
Spiegata in poche parole, l'energia da fusione potrebbe essere la vera fonte di energia quasi inesauribile (rispetto alla nostra vita sul pianeta), con un impatto ambientale zero, e con un'altissima sicurezza dell'impianto: le radiazioni prodotte sono infatti ben confinate, il più piccolo guasto non può che renderlo innocuo. La criticità tecnica di un simile sistema è infatti farlo funzionare: allorché smettesse di funzionare si estinguerebbe immediatamente tutto il processo di fusione.
L'energia da fusione è dello stesso tipo di quella prodotta dal nostro sole, ma che per i nostri piccolissimi scopi umani potrebbe essere prodotta con pochi grammi d'idrogeno, già in grado di fornire centinaia di MWh.
Un procedimento teoricamente semplice da comprendere, ma con delle enormi difficoltà realizzative, visto che gli atomi di quella piccola quantità di materia dovrebbero essere fusi e ricombinati alla temperatura di centinaia di milioni di gradi, in un anello che li tiene sospesi nel vuoto tramite potenti magneti. Una piccolissima massa infuocata, che se smettesse di muoversi come voluto cadrebbe nel reattore con un danno ambientale nullo (toccherebbe altri materiali, si spegnerebbe la reazione istantaneamente), ma carissimo a livello tecnico ed economico (il reattore ha un costo di miliardi di Euro).
ITER è diventato quindi il più grande esperimento mai realizzato al mondo, con un contributo tecnico ed economico di tutte le nazioni più avanzate a livello tecnologico e scientifico. Quasi la metà dei fondi provengono dall'Unione Europea, ed il restante è diviso equamente fra Stati Uniti, Giappone, Russia, Cina, India e Corea del Sud.
Ecco che qui sorgono le prime difficoltà: oltre a dividere le quote di partecipazione in denaro, come sono suddivisi i compiti della realizzazione tecnica e progettuale?
Il progetto sembra essere cresciuto in modo scoordinato, i costi sono lievitati, le parti che lo compongono hanno avuto difficoltà di accoppiamento fra loro, e altrettanto i tempi realistici di completamento sono cresciuti di parecchi anni.
E' opinione del tutto personale che aldilà delle complicazioni tecniche, ci sia una buona quantità di caos nel progetto, introdotta deliberatamente.
Pensiamo per un attimo alle altre fonti di energia. Per i combustibili fossili è ben chiara l'origine, e le guerre per i territori ricchi di risorse non sono delle novità. Qui invece è in ballo il know-how, la conoscenza tecnologica che permetta di replicare un impianto per la fusione nucleare ovunque: nessuno avrebbe particolari agevolazioni da risorse locali o siti geologici, il combustibile per un'intera centrale è in fondo disponibile anche in un secchio di acqua di mare. Non c'è quel vantaggio che permetterebbe ad alcune nazioni la supremazia energetica, se non per i costi d'impianto: una volta assodata la tecnologia, potrebbe essere portata ovunque.
Ecco che allora tutte le nazioni con maggior peso economico cercano di avere una posizione importante nella ricerca, ma in fondo nessuna di queste vuole che una delle altre raggiunga per prima la capacità di produrre un impianto in modo indipendente. Tutti giocatori, in un gioco dove cercano di raggiungere il traguardo in tempi più dilatati possibili: se tutti arrivano davvero in fondo, che vantaggio c'è ad essere pari merito?
Così, mentre la richiesta di energia cresce a velocità sempre più elevata, gli stati membri del progetto cercano di posticipare il raggiungimento di un obbiettivo comune.
Non bastassero i giochi di potere fra gli stati, all'interno di questi c'è poi chi si oppone al finanziamento di un progetto come ITER. In Europa, paradossalmente, il progetto è inviso ai Verdi, che temono un danno per i soldi sottratti agli investimenti nell'eolico e nel solare: produzione sì da fonti rinnovabili, ma i cui costi continuano ad essere ripianati da contributi continui di altri soldi, mentre si blocca qualsiasi futuro alternativo.
Lo stesso ITER non è poi il prodotto finale della ricerca, ma solo un grande e grosso laboratorio, che dovrebbe produrre conoscenza, tale da permettere, dopo un paio di generazioni di reattori di prova, di arrivare all'energia da fusione per tutti.
Il mio sconforto è che per quanto io possa essere longevo, non vedrò mai il risultato dell'energia da fusione per le masse, mentre continuiamo a dibatterci fra inquinamento ambientale ed eccessi di CO2.
Forse fra qualcosa come un centinaio d'anni, gli impianti a fusione nucleare potrebbero aver raggiunto la maturità da renderli pratici, mentre per ora continuiamo a punire la visione di un mondo migliore, finché non sarà deciso quanti soldi renderà e come spartirseli.
giovedì, gennaio 26, 2012
Moneta sonante
Per anni ho considerato i travellers cheque come denaro contante, o perlomeno così mi era stato riferito, quando ancora erano in voga (oggi è di sicuro più conveniente limitarsi alle carte di credito). Tant'è che in un mio lungo viaggio, di quasi una quindicina d'anni fa, ne portai un po' con me, e negli USA li spesi effettivamente come contante: mi venivano accettati tranquillamente come tali.
Lo scorso anno, pochi mesi fa, una rivista americana di settore, accettò un mio modesto contributo editoriale, e decise di premiarmi con una piccola somma in denaro. Anzi, in travellers cheque.
Qui comincia l'avventura, declamava un fumetto in rima del vecchio novecento.
Mi reco così presso la banca che gestisce i miei conti correnti, una filiale di Monte dei Paschi di Siena, e chiedo d'incassare i titoli: un documento da 100 dollari statunitensi, ed uno da 50, emessi da American Express.
La cassiera li guarda perplessa, mi chiede un attimo e va a parlottare con un responsabile. Torna e mi liquida con un "noi non li cambiamo", accompagnato da un gesto d'impotenza. Chiedo conferma di aver capito bene, e la ricevo di nuovo, così decido lasciar perdere, per il momento, e contattare prima American Express.
Scopro anzitutto che American Express, per chi non è titolare di qualche loro carta, è ben difficile da contattare. Non esiste un indirizzo e-mail di riferimento, i numeri telefonici sono tutti dedicati all'assistenza carte, tranne uno che riguarda l'emissione di travellers cheque: proviamo con questo.
Dopo qualche difficoltà linguistica, di chi mi risponde in "quasi italiano", ottengo i nomi di un paio di banche presso cui rivolgermi, per cui considero che in fondo è stato meno difficile del previsto. Sbagliando.
Entro nella filiale di Unicredit qui vicina che è il pomeriggio dell'ultimo venerdì dell'anno, c'è già aria di festività. Anche qui, i titoli American Express vengono guardati come un atto di proprietà del suolo marziano, chiedendomi di ritornare il successivo lunedì, dopo che si saranno informati.
Il lunedì hanno finalmente le idee chiare: loro non li cambiano, per chi non è cliente.
Decido allora di andare in una vicina filiale di Banca Intesa, la seconda consigliatami da American Express.
Qui, sfortunatamente, mi dicono che non trattano titoli esteri, ma che posso andare nell'altra loro filiale, ad alcuni chilometri. Prima di andare decido bene di telefonare, dato che neppure lì sono cliente.
Al telefono sento che si passano la voce un paio di persone, concludendo cordialmente "certo che li cambiamo, per chi è nostro cliente". Altro buco nell'acqua.
Torno a contattare American Express, che dopo lunga attesa al telefono mi mette in contatto con un operatore in inglese. Credendo che ci fosse stato un qui pro quo, chiedo (in inglese) se parla italiano, immaginandolo bilingue, solo che mi dice brevemente di attendere, per parlare con qualcuno in italiano. Suppongo quindi che la comunicazione sia stata passata solo all'operatore errato. Passano i minuti, finché non s'instaura una rocambolesca conversazione a tre: American Express ha messo in contatto un'interprete, che tradurrà fra me e il precedente operatore. Consolandomi di aver dato lavoro ad una traduttrice temporanea, riprendo a parlare. Pazientando di comprendere le frasi in inglese, aspettare la traduzione italiana, rispondere in italiano, e aspettare la traduzione in inglese, che avrei potuto fare direttamente io, seppure con minore professionalità.
L'operatore americano dice di cercare le filiali delle banche indicate sull'elenco del telefono, e chiamarle una per una, finché non ne trovo una che mi accetta il cambio, dato che le singole filiali hanno regole di cambio diverse: devo solo trovare quella che mi accetta i documenti.
Faccio una prova al telefono con un'altra banca locale, sempre del gruppo Intesa San Paolo, ma anche loro cambiano solo per i clienti, e l'impiegato ne approfitta al telefono per incitarmi più volte a divenire loro cliente.
Chiamo una filiale di Banca Popolare di Milano, ma con una certa perplessità mi dicono che certe cose si cambiano solo negli uffici di cambio.
A questo punto, avendone fatta una questione di principio più che d'importo, decido di chiedere direttamente chiarimenti alla direzione di Monte dei Paschi di Siena, visto che gestiscono i miei conti: se io fossi un ristoratore, o un tenutario di bed and breakfast, e un cliente americano mi pagasse con travellers cheque, come potrei incassarli? Dovrei avere il conto presso un'altra banca?
Anche qui il muro di gomma del call center è impenetrabile: chiamando alla sede centrale mi dicono che loro sono la direzione centrale, e non si occupano di certe cose. Mi lasciano un numero della direzione territoriale, a cui non risponde nessuno, a qualsiasi ora.
Lascio così dei messaggi dal sito web, e finalmente, dopo una settimana, mi arriva risposta via e-mail: la mia richiesta è stata reindirizzata alla mia filiale, per i chiarimenti.
Torno così da MPS, e con il capo cosparso di cenere mi dicono che possono cambiare i miei travellers cheque. Aggiungono che evidentemente il giorno della mia prima richiesta erano indaffarati e c'era stato un malinteso.
Intanto, il responsabile di filiale però fa una telefonata al loro ufficio estero, "tanto per avere chiarimenti".
Durante la chiamata si annota un po' di numeri su un foglio, e non ci metto molto a capire che sono i costi dell'operazione. Con disinvoltura, a fine chiamata, chiedo se quelli sono i costi per l'incasso: "eh sì... costa come incassare un assegno estero".
Ringrazio e dico no: mi sembra uno cifra spropositata, ben 46 Euro (quarantasei) per incassare un controvalore che al cambio è poco più di 110 Euro (se il cambio mi fosse stato favorevole, e sono pronto a credere che anche su quello avrebbero speculato).
Infine, prendo in considerazione l'ufficio di cambio del vicino aeroporto. Alla prima occasione passo di lì, e infine, pur con un certo costo, ottengo il mio cambio: un controvalore di 78 Euro. Certo, ho perso 38 Euro rispetto al cambio favorevole di quel giorno (sarebbero stati 116 Euro), ma mi è andata già meglio che con MPS.
Cosa sono quindi, i travellers cheque? Un costo per chi li acquista, e un costo pure maggiore per chi li incassa, perlomeno qui in Italia.
Magari presso qualcuna delle banche dette sopra (se ne fossi stato correntista) i costi d'incasso potevano essere più bassi. Ma le risposte avute non sono mai state di buon auspicio.
Un caloroso suggerimento? Evitare sempre i travellers cheque.
Lo scorso anno, pochi mesi fa, una rivista americana di settore, accettò un mio modesto contributo editoriale, e decise di premiarmi con una piccola somma in denaro. Anzi, in travellers cheque.
Qui comincia l'avventura, declamava un fumetto in rima del vecchio novecento.
Mi reco così presso la banca che gestisce i miei conti correnti, una filiale di Monte dei Paschi di Siena, e chiedo d'incassare i titoli: un documento da 100 dollari statunitensi, ed uno da 50, emessi da American Express.
La cassiera li guarda perplessa, mi chiede un attimo e va a parlottare con un responsabile. Torna e mi liquida con un "noi non li cambiamo", accompagnato da un gesto d'impotenza. Chiedo conferma di aver capito bene, e la ricevo di nuovo, così decido lasciar perdere, per il momento, e contattare prima American Express.
Scopro anzitutto che American Express, per chi non è titolare di qualche loro carta, è ben difficile da contattare. Non esiste un indirizzo e-mail di riferimento, i numeri telefonici sono tutti dedicati all'assistenza carte, tranne uno che riguarda l'emissione di travellers cheque: proviamo con questo.
Dopo qualche difficoltà linguistica, di chi mi risponde in "quasi italiano", ottengo i nomi di un paio di banche presso cui rivolgermi, per cui considero che in fondo è stato meno difficile del previsto. Sbagliando.
Entro nella filiale di Unicredit qui vicina che è il pomeriggio dell'ultimo venerdì dell'anno, c'è già aria di festività. Anche qui, i titoli American Express vengono guardati come un atto di proprietà del suolo marziano, chiedendomi di ritornare il successivo lunedì, dopo che si saranno informati.
Il lunedì hanno finalmente le idee chiare: loro non li cambiano, per chi non è cliente.
Decido allora di andare in una vicina filiale di Banca Intesa, la seconda consigliatami da American Express.
Qui, sfortunatamente, mi dicono che non trattano titoli esteri, ma che posso andare nell'altra loro filiale, ad alcuni chilometri. Prima di andare decido bene di telefonare, dato che neppure lì sono cliente.
Al telefono sento che si passano la voce un paio di persone, concludendo cordialmente "certo che li cambiamo, per chi è nostro cliente". Altro buco nell'acqua.
Torno a contattare American Express, che dopo lunga attesa al telefono mi mette in contatto con un operatore in inglese. Credendo che ci fosse stato un qui pro quo, chiedo (in inglese) se parla italiano, immaginandolo bilingue, solo che mi dice brevemente di attendere, per parlare con qualcuno in italiano. Suppongo quindi che la comunicazione sia stata passata solo all'operatore errato. Passano i minuti, finché non s'instaura una rocambolesca conversazione a tre: American Express ha messo in contatto un'interprete, che tradurrà fra me e il precedente operatore. Consolandomi di aver dato lavoro ad una traduttrice temporanea, riprendo a parlare. Pazientando di comprendere le frasi in inglese, aspettare la traduzione italiana, rispondere in italiano, e aspettare la traduzione in inglese, che avrei potuto fare direttamente io, seppure con minore professionalità.
L'operatore americano dice di cercare le filiali delle banche indicate sull'elenco del telefono, e chiamarle una per una, finché non ne trovo una che mi accetta il cambio, dato che le singole filiali hanno regole di cambio diverse: devo solo trovare quella che mi accetta i documenti.
Faccio una prova al telefono con un'altra banca locale, sempre del gruppo Intesa San Paolo, ma anche loro cambiano solo per i clienti, e l'impiegato ne approfitta al telefono per incitarmi più volte a divenire loro cliente.
Chiamo una filiale di Banca Popolare di Milano, ma con una certa perplessità mi dicono che certe cose si cambiano solo negli uffici di cambio.
A questo punto, avendone fatta una questione di principio più che d'importo, decido di chiedere direttamente chiarimenti alla direzione di Monte dei Paschi di Siena, visto che gestiscono i miei conti: se io fossi un ristoratore, o un tenutario di bed and breakfast, e un cliente americano mi pagasse con travellers cheque, come potrei incassarli? Dovrei avere il conto presso un'altra banca?
Anche qui il muro di gomma del call center è impenetrabile: chiamando alla sede centrale mi dicono che loro sono la direzione centrale, e non si occupano di certe cose. Mi lasciano un numero della direzione territoriale, a cui non risponde nessuno, a qualsiasi ora.
Lascio così dei messaggi dal sito web, e finalmente, dopo una settimana, mi arriva risposta via e-mail: la mia richiesta è stata reindirizzata alla mia filiale, per i chiarimenti.
Torno così da MPS, e con il capo cosparso di cenere mi dicono che possono cambiare i miei travellers cheque. Aggiungono che evidentemente il giorno della mia prima richiesta erano indaffarati e c'era stato un malinteso.
Intanto, il responsabile di filiale però fa una telefonata al loro ufficio estero, "tanto per avere chiarimenti".
Durante la chiamata si annota un po' di numeri su un foglio, e non ci metto molto a capire che sono i costi dell'operazione. Con disinvoltura, a fine chiamata, chiedo se quelli sono i costi per l'incasso: "eh sì... costa come incassare un assegno estero".
Ringrazio e dico no: mi sembra uno cifra spropositata, ben 46 Euro (quarantasei) per incassare un controvalore che al cambio è poco più di 110 Euro (se il cambio mi fosse stato favorevole, e sono pronto a credere che anche su quello avrebbero speculato).
Infine, prendo in considerazione l'ufficio di cambio del vicino aeroporto. Alla prima occasione passo di lì, e infine, pur con un certo costo, ottengo il mio cambio: un controvalore di 78 Euro. Certo, ho perso 38 Euro rispetto al cambio favorevole di quel giorno (sarebbero stati 116 Euro), ma mi è andata già meglio che con MPS.
Cosa sono quindi, i travellers cheque? Un costo per chi li acquista, e un costo pure maggiore per chi li incassa, perlomeno qui in Italia.
Magari presso qualcuna delle banche dette sopra (se ne fossi stato correntista) i costi d'incasso potevano essere più bassi. Ma le risposte avute non sono mai state di buon auspicio.
Un caloroso suggerimento? Evitare sempre i travellers cheque.
mercoledì, novembre 23, 2011
Ora ics
Leggo oggi un quotidiano cartaceo, "La Repubblica", che è in vendita con un inserto (più di 30 pagine, rilegate a parte), pretestuosamente intitolato alla fine del calendario Maya nel 2012. In realtà l'inserto è dedicato agli orologi, nella fattispecie orologi da polso.
Sfilano alla base delle pagine interne, sotto gli articoli, degli orologi recensiti, immagino bene a scopo pubblicitario. Breve descrizione, prezzo bene in evidenza. Conto 40 modelli di orologi, ve ne sono da 49 Euro, ma anche da 81500 Euro (ottantunomilacinquecento). Conto ancora meglio: i modelli sopra i 3000 Euro sono ben 27, quasi il 68% dell'offerta pubblicitaria indicata direttamente dall'editore -- escludo le pagine pubblicitarie esplicite delle aziende.
Quale messaggio leggere, da un quotidiano che fin dalla prima pagina ci parla di crisi finanziaria, di politici accusati per peculato, e che conclude così?
Nelle prime pagine le stoccate e la satira che soddisfa chi lamenta la povertà della nostra economia, ma in un inserto a parte il lusso dedicato a chi non ha risentito di crisi, e che magari si sta spartendo ancora più denari. Stride veramente, l'accoppiata fra le pubblicità dei voli a basso costo e l'imperante ondata pubblicitaria dei marchi di lusso. Qualche pagina per le pubblicità dei sottocosto e molte per i grandi marchi, o se vogliamo anche del sovracosto, dove per avere qualcosa il cliente è desideroso di spendere di più, per appagare la propria autostima ("valgo più degli altri in quanto posso spendere di più").
In tutto questo i grandi assenti: aziende e prodotti di fascia media, perlomeno nei costi.
Giorni fa mi è capitato di vedere parte della trasmissione (ormai non più soltanto televisiva) del signor Michele Santoro, tale Servizio pubblico. Se da un lato c'è da rallegrarsi, che qualcuno abbia trovato un modo per mostrare quello che la maggior parte dei media nasconde, dall'altro è uno sconforto sentire le solite lamentele.
Non parlo di chi ha perso lavoro, casa, o altro, nella totale indifferenza generale. Mi riferisco piuttosto a chi ha colto l'occasione della disgrazia per cominciare a costruirsi un mondo utopico, in cui vorrebbe vivere, e che non accetterà mai niente di diverso da quello. Non troverebbe accettabile un'uscita progressiva dalla crisi economica, ne vuole una subito, senza rimetterci niente, facendo pagare tutto a chi ha grandi capitali. Come pensare che una soluzione del genere sia fattibile, se non in un mondo utopico: è evidente che nessuno potrebbe imporre una tale rottura, nel mondo reale.
L'assurdo è che schiacciati dal reale, si preferisca pensare che l'unica soluzione sia nell'irreale. Comincio ad avere una certa nausea per le espressioni idiomatiche del momento, come quella sul timore dei "poteri forti": è evidente che chi ha un potere, sia forte, altrimenti non avrebbe potere. E' evidente che l'economia sia controllata da chi ha potere economico. La favola delle masse che dettano l'economia di un paese, per il benessere della popolazione, è naufragata miseramente, come dimostrato dalla condizione cinese (esempio in grande) o cubana (esempio in piccolo).
L'ideologia anarchica è impermeabile a qualsiasi buonsenso, al pari di quella che il capitalismo possa accrescersi a costo zero. Guardandosi intorno, ascoltando la gente, messi da parte telefoni cellulari e computer, non sembra si siano fatti grandi passi dal XIX secolo dell'era volgare.
Probabilmente non esiste una crisi solamente economica, le basi della crisi sono fortemente sociali, e qui diventa difficile capire per quale data del calendario sia possibile riemergere.
Qualcosa di azzeccato, nel calendario dei Maya c'è. Non si può pensare a un calendario perpetuo, siamo portati naturalmente a qualche deriva, dei punti nodali nei quali il vivere che pensavamo sostenibile improvvisamente non lo è più. Sono proprio curioso di vedere il limite del prossimo calendario in scadenza.
Sfilano alla base delle pagine interne, sotto gli articoli, degli orologi recensiti, immagino bene a scopo pubblicitario. Breve descrizione, prezzo bene in evidenza. Conto 40 modelli di orologi, ve ne sono da 49 Euro, ma anche da 81500 Euro (ottantunomilacinquecento). Conto ancora meglio: i modelli sopra i 3000 Euro sono ben 27, quasi il 68% dell'offerta pubblicitaria indicata direttamente dall'editore -- escludo le pagine pubblicitarie esplicite delle aziende.
Quale messaggio leggere, da un quotidiano che fin dalla prima pagina ci parla di crisi finanziaria, di politici accusati per peculato, e che conclude così?
Nelle prime pagine le stoccate e la satira che soddisfa chi lamenta la povertà della nostra economia, ma in un inserto a parte il lusso dedicato a chi non ha risentito di crisi, e che magari si sta spartendo ancora più denari. Stride veramente, l'accoppiata fra le pubblicità dei voli a basso costo e l'imperante ondata pubblicitaria dei marchi di lusso. Qualche pagina per le pubblicità dei sottocosto e molte per i grandi marchi, o se vogliamo anche del sovracosto, dove per avere qualcosa il cliente è desideroso di spendere di più, per appagare la propria autostima ("valgo più degli altri in quanto posso spendere di più").
In tutto questo i grandi assenti: aziende e prodotti di fascia media, perlomeno nei costi.
Giorni fa mi è capitato di vedere parte della trasmissione (ormai non più soltanto televisiva) del signor Michele Santoro, tale Servizio pubblico. Se da un lato c'è da rallegrarsi, che qualcuno abbia trovato un modo per mostrare quello che la maggior parte dei media nasconde, dall'altro è uno sconforto sentire le solite lamentele.
Non parlo di chi ha perso lavoro, casa, o altro, nella totale indifferenza generale. Mi riferisco piuttosto a chi ha colto l'occasione della disgrazia per cominciare a costruirsi un mondo utopico, in cui vorrebbe vivere, e che non accetterà mai niente di diverso da quello. Non troverebbe accettabile un'uscita progressiva dalla crisi economica, ne vuole una subito, senza rimetterci niente, facendo pagare tutto a chi ha grandi capitali. Come pensare che una soluzione del genere sia fattibile, se non in un mondo utopico: è evidente che nessuno potrebbe imporre una tale rottura, nel mondo reale.
L'assurdo è che schiacciati dal reale, si preferisca pensare che l'unica soluzione sia nell'irreale. Comincio ad avere una certa nausea per le espressioni idiomatiche del momento, come quella sul timore dei "poteri forti": è evidente che chi ha un potere, sia forte, altrimenti non avrebbe potere. E' evidente che l'economia sia controllata da chi ha potere economico. La favola delle masse che dettano l'economia di un paese, per il benessere della popolazione, è naufragata miseramente, come dimostrato dalla condizione cinese (esempio in grande) o cubana (esempio in piccolo).
L'ideologia anarchica è impermeabile a qualsiasi buonsenso, al pari di quella che il capitalismo possa accrescersi a costo zero. Guardandosi intorno, ascoltando la gente, messi da parte telefoni cellulari e computer, non sembra si siano fatti grandi passi dal XIX secolo dell'era volgare.
Probabilmente non esiste una crisi solamente economica, le basi della crisi sono fortemente sociali, e qui diventa difficile capire per quale data del calendario sia possibile riemergere.
Qualcosa di azzeccato, nel calendario dei Maya c'è. Non si può pensare a un calendario perpetuo, siamo portati naturalmente a qualche deriva, dei punti nodali nei quali il vivere che pensavamo sostenibile improvvisamente non lo è più. Sono proprio curioso di vedere il limite del prossimo calendario in scadenza.
mercoledì, novembre 16, 2011
Similitudini pericolose
Se c'è un argomento che mi causa arrabbiature considerevoli è la manipolazione intenzionale dei dati scientifici. Figurarsi poi se è collegata a scopi truffaldini, con schemi chiaramente di scarsa onestà intellettuale.
Una cosa è infatti sostenere affermazioni che poi si rivelano errate, come accade spesso nella normalità delle ricerche scientifiche. In questo caso, seppure a malincuore, non resta che fare un passo indietro e scegliere un'altra strada.
Altra cosa è continuare a tentare di piegare l'evidenza, in modo testardo o appunto fraudolento. Un caso fra tutti? Quello dell'omeopatia: leggete quel che cito, e scegliete da soli se appartiene a un caso di caparbietà o di mero interesse.
Un articolo recente, breve ed incisivo, viene dal signor Dario Bressanini, che ho già citato qui per altre faccende, e che in questo caso sguazza come un ippopotamo nel fango, essendo un chimico fisico.
Richiamo poi all'attenzione il sito originario dell'immagine che propongo, http://www.1023.org.uk/ ("Omeopatia, non c'è niente dentro") che rappresenta un breve compendio e una serie di esempi pratici, sull'inefficacia e persino la pericolosità dell'omeopatia. Eh sì, perché c'è un aspetto pericoloso di cui tener conto, che se anche (fortunatamente) non porta spesso a casi estremi, come quello recente del bimbo deceduto, ha un potenziale negativo considerevole.
Torna poi sempre utile il riferimento a James Randi, per chi ha dimestichezza con l'inglese nel suo intervento in video. In fondo quasi annoia anche me, dover sentire e leggere continuamente di questo premio Randi: un milione di dollari a chi dimostri come l'omeopatia funzioni, e nessuno che si faccia avanti per tentare di riscuoterlo. A ben pensarci, perché perdere la faccia per un solo, misero, milione di dollari americani, quando il business dell'omeopatia vale nel solo Regno Unito 40 milioni di sterline?
E dire che fra i sostenitori dell'omeopatia c'è chi lamenta di essere ostacolato dalle grandi compagnie farmaceutiche, per motivi di denaro.
Chissà qual è il rimedio più efficace per curarsi dalla cattiva scienza: quello dei simili di sicuro non funziona, visti i risultati.
Una cosa è infatti sostenere affermazioni che poi si rivelano errate, come accade spesso nella normalità delle ricerche scientifiche. In questo caso, seppure a malincuore, non resta che fare un passo indietro e scegliere un'altra strada.
Altra cosa è continuare a tentare di piegare l'evidenza, in modo testardo o appunto fraudolento. Un caso fra tutti? Quello dell'omeopatia: leggete quel che cito, e scegliete da soli se appartiene a un caso di caparbietà o di mero interesse.
Un articolo recente, breve ed incisivo, viene dal signor Dario Bressanini, che ho già citato qui per altre faccende, e che in questo caso sguazza come un ippopotamo nel fango, essendo un chimico fisico.
Richiamo poi all'attenzione il sito originario dell'immagine che propongo, http://www.1023.org.uk/ ("Omeopatia, non c'è niente dentro") che rappresenta un breve compendio e una serie di esempi pratici, sull'inefficacia e persino la pericolosità dell'omeopatia. Eh sì, perché c'è un aspetto pericoloso di cui tener conto, che se anche (fortunatamente) non porta spesso a casi estremi, come quello recente del bimbo deceduto, ha un potenziale negativo considerevole.
Torna poi sempre utile il riferimento a James Randi, per chi ha dimestichezza con l'inglese nel suo intervento in video. In fondo quasi annoia anche me, dover sentire e leggere continuamente di questo premio Randi: un milione di dollari a chi dimostri come l'omeopatia funzioni, e nessuno che si faccia avanti per tentare di riscuoterlo. A ben pensarci, perché perdere la faccia per un solo, misero, milione di dollari americani, quando il business dell'omeopatia vale nel solo Regno Unito 40 milioni di sterline?
E dire che fra i sostenitori dell'omeopatia c'è chi lamenta di essere ostacolato dalle grandi compagnie farmaceutiche, per motivi di denaro.
Chissà qual è il rimedio più efficace per curarsi dalla cattiva scienza: quello dei simili di sicuro non funziona, visti i risultati.
giovedì, ottobre 13, 2011
Morte di un personaggio
Il titolo non è teatrale, ma si riferisce alla dipartita di un personaggio importante, nei giorni scorsi. Qualcuno che ha posto basi molto importanti per l'informatica moderna (non dico rivoluzionarie, mi sembra sempre un eccesso parlare in tali termini). E non solo per l'informatica, ma per tutto quello che è il settore dell'elettronica moderna, dove ogni dispositivo ha quella che in gergo si dice "intelligenza" (pur senza avere relazione verso la definizione reale del termine).
Eletto dalla National Academy of Engineering, una delle più prestigiose onorificenze negli Stati Uniti d'America, per il suo contributo ai linguaggi di programmazione e dei sistemi operativi, il caro estinto ha condizionato in modo fondamentale lo sviluppo dell'informatica, tanto che i suoi maggiori successi sono tutt'ora fondamentali, dopo quarant'anni e passa.
Qualcuno può avere fin qui travisato la persona di cui sto parlando: mi riferisco al sig. Dennis M. Ritchie, ideatore e creatore del sistema operativo Unix (tutt'ora alla base della Internet, ha fornito le basi a tutti i sistemi operativi moderni, quali anche OS X e Windows, e il precursore di Linux), oltre al linguaggio di programmazione "C".
C'è da dire che la sua morte è passata in secondo piano, visto che pochi giorni prima era morto qualcuno che ha gettato scompiglio nelle prime pagine dei giornali, tutte impegnate ad accaparrarsi il migliore e più incisivo memoriale.
L'altro signore famoso invece non era citato dalla National Academy of Engineering, al contrario era ben servito da lancio pubblicitario per università ad indirizzo tecnologico. Che però non potevano elencare qualcosa di tecnologicamente rilevante (figurarsi "rivoluzionario", che non ho scritto per Ritchie), ma potevano saldamente offrirlo come esempio di management vincente.
Convertire la tecnologia in una setta, nel culto di un pezzo di plastica, è decisamente rilevante, dal punto di vista sociologico (e di rendimenti azionari, come ci mostrano gli indici), ed è il merito indiscusso del signor Steven Jobs. La sua nutrita pagina di descrizione su Wikipedia (mentre quella di Ritchie è decisamente scarna) ce lo descrive anche come titolare di ben 342 brevetti, che non pare poi granché, dati i mezzi attuali della sua compagnia, al confronto dei 1093 brevetti di Thomas A. Edison. In fondo trovo che sia più memorabile per aver trovato una strada per la fidelizzazione più efficace della stessa Scientology.
Rimango dell'idea che se qualcosa finisce per non essere inventato oggi, continua ad avere buone possibilità di esserlo domani, magari da qualcun altro. Così se il signor Ritchie non avesse realizzato Unix e linguaggio "C", forse oggi saremmo più o meno nella stessa condizione evolutiva (a livello informatico). Questa mia affermazione non toglie niente ai meriti di Ritchie: quel che ha ideato rimane importantissimo.
Lo stesso vale per il signor Jobs, che ha un po' il merito di chi brevetta la nuova carrozzeria di un'automobile, quando le automobili esistono già da tempo. E che ha mostrato una buona pervicacia anche dopo evidenti buchi nell'acqua: fate un paragone fra lo Apple Newton dei primi anni '90 e l'attuale iPad, evidentemente bastava insistere finché i tempi erano maturi, su una strada già ben descritta da altri.
Non dimentichiamo comunque che il settore informatico è sempre stato territorio di guerre di religione. Ogni nuovo arrivato si è sempre proclamato portavoce della Unica e Sola Verità, finendo talvolta deriso, altre acclamato.
Chi ha dato di più di solito è arrivato a farsi notare anche per le sue peculiarità, o per il solo essere eclettico. Questo mi fa pensare sempre a personaggi come il signor Richard M. Stallman, che sicuramente ha ideato a sua volta altre basi dell'informatica moderna, pur detenendo un particolare caratteraccio.
Eletto dalla National Academy of Engineering, una delle più prestigiose onorificenze negli Stati Uniti d'America, per il suo contributo ai linguaggi di programmazione e dei sistemi operativi, il caro estinto ha condizionato in modo fondamentale lo sviluppo dell'informatica, tanto che i suoi maggiori successi sono tutt'ora fondamentali, dopo quarant'anni e passa.
Qualcuno può avere fin qui travisato la persona di cui sto parlando: mi riferisco al sig. Dennis M. Ritchie, ideatore e creatore del sistema operativo Unix (tutt'ora alla base della Internet, ha fornito le basi a tutti i sistemi operativi moderni, quali anche OS X e Windows, e il precursore di Linux), oltre al linguaggio di programmazione "C".
C'è da dire che la sua morte è passata in secondo piano, visto che pochi giorni prima era morto qualcuno che ha gettato scompiglio nelle prime pagine dei giornali, tutte impegnate ad accaparrarsi il migliore e più incisivo memoriale.
L'altro signore famoso invece non era citato dalla National Academy of Engineering, al contrario era ben servito da lancio pubblicitario per università ad indirizzo tecnologico. Che però non potevano elencare qualcosa di tecnologicamente rilevante (figurarsi "rivoluzionario", che non ho scritto per Ritchie), ma potevano saldamente offrirlo come esempio di management vincente.
Convertire la tecnologia in una setta, nel culto di un pezzo di plastica, è decisamente rilevante, dal punto di vista sociologico (e di rendimenti azionari, come ci mostrano gli indici), ed è il merito indiscusso del signor Steven Jobs. La sua nutrita pagina di descrizione su Wikipedia (mentre quella di Ritchie è decisamente scarna) ce lo descrive anche come titolare di ben 342 brevetti, che non pare poi granché, dati i mezzi attuali della sua compagnia, al confronto dei 1093 brevetti di Thomas A. Edison. In fondo trovo che sia più memorabile per aver trovato una strada per la fidelizzazione più efficace della stessa Scientology.
Rimango dell'idea che se qualcosa finisce per non essere inventato oggi, continua ad avere buone possibilità di esserlo domani, magari da qualcun altro. Così se il signor Ritchie non avesse realizzato Unix e linguaggio "C", forse oggi saremmo più o meno nella stessa condizione evolutiva (a livello informatico). Questa mia affermazione non toglie niente ai meriti di Ritchie: quel che ha ideato rimane importantissimo.
Lo stesso vale per il signor Jobs, che ha un po' il merito di chi brevetta la nuova carrozzeria di un'automobile, quando le automobili esistono già da tempo. E che ha mostrato una buona pervicacia anche dopo evidenti buchi nell'acqua: fate un paragone fra lo Apple Newton dei primi anni '90 e l'attuale iPad, evidentemente bastava insistere finché i tempi erano maturi, su una strada già ben descritta da altri.
Non dimentichiamo comunque che il settore informatico è sempre stato territorio di guerre di religione. Ogni nuovo arrivato si è sempre proclamato portavoce della Unica e Sola Verità, finendo talvolta deriso, altre acclamato.
Chi ha dato di più di solito è arrivato a farsi notare anche per le sue peculiarità, o per il solo essere eclettico. Questo mi fa pensare sempre a personaggi come il signor Richard M. Stallman, che sicuramente ha ideato a sua volta altre basi dell'informatica moderna, pur detenendo un particolare caratteraccio.
Luoghi unici al mondo
La scorsa settimana ricevo una lettera raccomandata, e sfortunatamente, non essendo mai in casa alla consegna della posta, devo recarmi fino all'ufficio postale per ritirarla. Doppia scomodità, vuoi perché il personale dell'ufficio vive nell'ignavia ed indolenza, sia perché devo comunque dedicarvi il mio tempo.
La missiva proviene da Agenzia delle Entrate, che mi intima il pagamento di 119,03 Euro per un errore nella mia dichiarazione dei redditi 2010. Visto che ne delego la compilazione a dei professionisti, mi sento già sconfortato dal doverli chiamare e sgridare. Rientro così in ufficio e leggo meglio il documento.
Risulta così che a fronte di un "importo dovuto" di 0,00 (zero) Euro ho un "importo omesso" di ben 0,00 (zero) Euro, e che quindi vengo sanzionato per 115,70 Euro, oltre a 3,33 Euro di interessi.
Ecco la grande trovata, la rivincita tributaria, la ricetta anti crisi: sanzionare chi non deve alcunché?
Ma no, evidentemente c'è un disguido. Eppure non mi è chiaro, come può una cifra di zero Euro produrre ben 3,33 Euro d'interessi?
Giro copia del documento a chi segue la contabilità, chiedo così una spiegazione. Che mi arriva poco dopo, ed è ai limiti del ridicolo.
Praticamente, Agenzia delle Entrate non ha gli estremi di un versamento fiscale, eseguito comunque nei modi corretti. Così devo inoltrare nuovamente la documentazione del pagamento. Ah ecco. E di che documentazione si tratta? Di una ricevuta di pagamento, rilasciata da... Agenzia delle Entrate.
Quindi spendono i soldi di una raccomandata, il mio tempo per il ritiro, lo scambio di comunicazioni fra me e lo studio contabile, il tempo della commercialista che si presenta presso gli uffici di Agenzia delle Entrate, munita di mia autorizzazione e copia di un documento d'identità, per chiudere una pratica con un documento che loro hanno già.
A quanto ammonterebbero gli interessi che dovremmo detrarre, come contribuenti, dallo stipendio di chi legittima queste perversioni?
P.S.: La perla del titolo è nella pagina di giornale raffigurata, leggendo tutti i titoli (pubblicità compresa)
La missiva proviene da Agenzia delle Entrate, che mi intima il pagamento di 119,03 Euro per un errore nella mia dichiarazione dei redditi 2010. Visto che ne delego la compilazione a dei professionisti, mi sento già sconfortato dal doverli chiamare e sgridare. Rientro così in ufficio e leggo meglio il documento.
Risulta così che a fronte di un "importo dovuto" di 0,00 (zero) Euro ho un "importo omesso" di ben 0,00 (zero) Euro, e che quindi vengo sanzionato per 115,70 Euro, oltre a 3,33 Euro di interessi.
Ecco la grande trovata, la rivincita tributaria, la ricetta anti crisi: sanzionare chi non deve alcunché?
Ma no, evidentemente c'è un disguido. Eppure non mi è chiaro, come può una cifra di zero Euro produrre ben 3,33 Euro d'interessi?
Giro copia del documento a chi segue la contabilità, chiedo così una spiegazione. Che mi arriva poco dopo, ed è ai limiti del ridicolo.
Praticamente, Agenzia delle Entrate non ha gli estremi di un versamento fiscale, eseguito comunque nei modi corretti. Così devo inoltrare nuovamente la documentazione del pagamento. Ah ecco. E di che documentazione si tratta? Di una ricevuta di pagamento, rilasciata da... Agenzia delle Entrate.
Quindi spendono i soldi di una raccomandata, il mio tempo per il ritiro, lo scambio di comunicazioni fra me e lo studio contabile, il tempo della commercialista che si presenta presso gli uffici di Agenzia delle Entrate, munita di mia autorizzazione e copia di un documento d'identità, per chiudere una pratica con un documento che loro hanno già.
A quanto ammonterebbero gli interessi che dovremmo detrarre, come contribuenti, dallo stipendio di chi legittima queste perversioni?
P.S.: La perla del titolo è nella pagina di giornale raffigurata, leggendo tutti i titoli (pubblicità compresa)
martedì, agosto 23, 2011
Tavolette laiche
Torno con un breve racconto sui cosiddetti calcolatori personali a forma di tavoletta, o se vogliamo tablet PC, perché mi sono trovato veramente sorpreso ed emozionato nel leggerlo a mia volta.
In verità l'origine della storia non è certo un racconto di fantasia, ma una pubblicazione scientifica, relativa ad una conferenza dell'associazione per il calcolo automatico.
In questo ristretto universo dell'informatica contemporanea (periodo compreso entro poche settimane o mesi, da cui queste parole vengono scritte), dove è sufficiente uno show di presentazione per eleggere un prodotto a nuova tavola della legge, è veramente sorprendente leggere l'articolo di Alan Kay che ho pescato in rete. Un articolo che direi notevole per due o tre punti.
Il signor Kay ci racconta di un computer di uso personale ("posseduto dall'utente [...] con un costo non superiore a quello di un televisore"), portatile ("l'utente può trasportare facilmente il dispositivo con sé insieme ad altre cose"). Con una dotazione di funzioni che ci paiono quasi usuali: uno schermo piatto, tastiera sul lato inferiore o direttamente touch screen, interfacciabile con un sistema di trasferimento dati e ricarica della batteria (come USB), così come con una memoria di massa e con comunicazione diretta con altri dispositivi simili (come wi-fi o Bluetooth). E ancora, con interfaccia grafica adeguata alla visualizzazione, per finire col diventare un dispositivo principalmente di uso educativo, come un e-book reader.
Quello che ho descritto suona per tutti normale. Se poi aggiungessi che questo signor Kay ha lavorato anche per Apple, sembrerebbe pure ovvio.
Ma non ho ancora scritto qui alcuni dati fondamentali sull'articolo. La cosa più sconvolgente è che l'articolo è datato agosto 1972. Sì, risale esattamente a trentanove anni fa. Se fate anche solo mente locale, potrete realizzare che non solo in quell'epoca non esisteva ancora Apple, ma non esisteva niente che potesse sembrare un computer portatile, e perfino non esistevano i personal computer.
Il signor Kay lavorava infatti per Xerox, nei laboratori californiani dove venivano (realmente) inventate tutte quelle cose con cui oggi qualche santone del marketing cerca di stupirci: i personal computer, le interfacce grafiche a finestre, il mouse per computer, i tablet PC (per l'appunto), fino alle stampanti laser e ai sistemi di grafica professionale.
E' emozionante vedere quanto il signor Kay avesse predetto del futuro, con così poche realizzazioni pratiche nelle mani, ma senza strafare in fantascienza.
Appare invece sconsolante come negli anni a seguire, chiunque abbia beneficiato di quelle ricerche, abbia cercato di raggirare tutti con promesse di prodotti "innovativi", se non addirittura "magici". Penso al signor Steve Jobs, che ha impiegato una decina d'anni per vendere una copia dei sistemi Xerox su larga scala, passando per un flop clamoroso (per chi ha visto, come me, l'Apple "Lisa"). E dopo aver avuto come collaboratore nientemeno che Kay, ha impiegato quasi quarant'anni per creare la nuova copia di un progetto dei primi anni '70, per definirlo "un oggetto magico".
Semplicemente imbarazzante, per chi lo guarda dall'esterno, per un laico. Per chi invece segue la dottrina, l'ultima parola, dell'ultima convention, è il verbo. Alla faccia della storia.
In verità l'origine della storia non è certo un racconto di fantasia, ma una pubblicazione scientifica, relativa ad una conferenza dell'associazione per il calcolo automatico.
In questo ristretto universo dell'informatica contemporanea (periodo compreso entro poche settimane o mesi, da cui queste parole vengono scritte), dove è sufficiente uno show di presentazione per eleggere un prodotto a nuova tavola della legge, è veramente sorprendente leggere l'articolo di Alan Kay che ho pescato in rete. Un articolo che direi notevole per due o tre punti.
Il signor Kay ci racconta di un computer di uso personale ("posseduto dall'utente [...] con un costo non superiore a quello di un televisore"), portatile ("l'utente può trasportare facilmente il dispositivo con sé insieme ad altre cose"). Con una dotazione di funzioni che ci paiono quasi usuali: uno schermo piatto, tastiera sul lato inferiore o direttamente touch screen, interfacciabile con un sistema di trasferimento dati e ricarica della batteria (come USB), così come con una memoria di massa e con comunicazione diretta con altri dispositivi simili (come wi-fi o Bluetooth). E ancora, con interfaccia grafica adeguata alla visualizzazione, per finire col diventare un dispositivo principalmente di uso educativo, come un e-book reader.
Quello che ho descritto suona per tutti normale. Se poi aggiungessi che questo signor Kay ha lavorato anche per Apple, sembrerebbe pure ovvio.
Ma non ho ancora scritto qui alcuni dati fondamentali sull'articolo. La cosa più sconvolgente è che l'articolo è datato agosto 1972. Sì, risale esattamente a trentanove anni fa. Se fate anche solo mente locale, potrete realizzare che non solo in quell'epoca non esisteva ancora Apple, ma non esisteva niente che potesse sembrare un computer portatile, e perfino non esistevano i personal computer.
Il signor Kay lavorava infatti per Xerox, nei laboratori californiani dove venivano (realmente) inventate tutte quelle cose con cui oggi qualche santone del marketing cerca di stupirci: i personal computer, le interfacce grafiche a finestre, il mouse per computer, i tablet PC (per l'appunto), fino alle stampanti laser e ai sistemi di grafica professionale.
E' emozionante vedere quanto il signor Kay avesse predetto del futuro, con così poche realizzazioni pratiche nelle mani, ma senza strafare in fantascienza.
Appare invece sconsolante come negli anni a seguire, chiunque abbia beneficiato di quelle ricerche, abbia cercato di raggirare tutti con promesse di prodotti "innovativi", se non addirittura "magici". Penso al signor Steve Jobs, che ha impiegato una decina d'anni per vendere una copia dei sistemi Xerox su larga scala, passando per un flop clamoroso (per chi ha visto, come me, l'Apple "Lisa"). E dopo aver avuto come collaboratore nientemeno che Kay, ha impiegato quasi quarant'anni per creare la nuova copia di un progetto dei primi anni '70, per definirlo "un oggetto magico".
Semplicemente imbarazzante, per chi lo guarda dall'esterno, per un laico. Per chi invece segue la dottrina, l'ultima parola, dell'ultima convention, è il verbo. Alla faccia della storia.
lunedì, agosto 08, 2011
Vendite straordinarie
Dopo essere stato per un bel po' perplesso, sulle previsioni di vendite sciorinate da alcuni analisti del settore informatico, devo confessare che qualcosa mi ha fatto ricredere sul futuro dei PC e dei cosiddetti tablet.
L'annuncio ricorrente infatti è sempre stato quello che i tablet computer (ovvero quelli in forma di tavoletta, con tutto lo spazio occupato dall'area visiva, sensibile al tocco) avrebbero a breve surclassato le vendite di molti altri dispositivi. Si prevede così da mesi la fine imminente di sistemi desktop e ancora di quelli portatili notebook/netbook.
Quello che mi rendeva scettico è che spesso queste "previsioni di mercato" sono da prendersi più propriamente come "pubblicità di mercato", ovvero come indicazioni per spingere gli utenti all'acquisto della novità del momento, della nuova moda. Su questo piano non mi sono ricreduto, continuo ad essere più che certo come tali affermazioni siano in realtà pilotate dalle necessità commerciali.
I punti su cui molti focalizzavano la differenza dei sistemi, quale l'assenza di una reale tastiera e la differenza prestazionale di calcolo, rivelano in verità quello che ho intuito in seguito.
Ripensate all'informatica di vent'anni fa. Qualcuno magari la ricorda ancora, seppure si tenda a dimenticare rapidamente il tempo in cui i computer non erano così ubiqui. Pensandoci bene sembra ancora più strano chiamarli, alla lettera, calcolatori, visto che ne facciamo sempre meno (consapevolmente) uso per delle funzioni di calcolo. Sono invece divenuti estensione dei mezzi di comunicazione, anche di quelli convenzionali, come televisione e telefono.
Una ventina d'anni fa invece era meno comune pensare di tenere un computer in casa, a meno di non essere degli appassionati di nuove tecnologie. Qui in Italia non si era ancora diffusa Internet, e gli strumenti di calcolo evadevano molto più raramente dalle loro funzioni lavorative.
L'intuizione è stata che in fondo, l'utente medio, non ha alcun interesse su quel che fa un computer, ma solo su quello che gli permette di raggiungere. E non solo.
Diventa così inutile catalogare l'oggetto computer con troppi termini complessi: ha bisogno di essere semplice, esaltare i mezzi di comunicazione senza fatica, senza doversi domandare come funzioni.
In una curiosa parabola della complessità, si nasconde una curva in salita dell'evoluzione dell'uso: il tablet rende di nuovo semplice la fruizione dei contenuti, come nato dall'incrocio fra un televisore e il suo telecomando, con l'aggiunta dell'interattività. Un'interattività limitata, visto che pochi scriveranno romanzi con un tablet, accarezzandone lo schermo, e altrettanto pochi vi trasferiranno (per ora) delle attività lavorative complesse. Ma questo è il nocciolo: la caratteristica vincente è la fruibilità di ciò che si trova pronto, più che l'uso per creazioni complesse.
Il tablet è vincente, nel consumo delle informazioni, quando questo supera la produzione d'informazioni.
E' ovvio poi che ci siano considerazioni sui costi dell'oggetto, spesso non indifferenti, ma in breve potrebbero ridursi in modo significativo. Magari a quel punto cresceranno le vendite di uno o anche due ordini di grandezza.
L'annuncio ricorrente infatti è sempre stato quello che i tablet computer (ovvero quelli in forma di tavoletta, con tutto lo spazio occupato dall'area visiva, sensibile al tocco) avrebbero a breve surclassato le vendite di molti altri dispositivi. Si prevede così da mesi la fine imminente di sistemi desktop e ancora di quelli portatili notebook/netbook.
Quello che mi rendeva scettico è che spesso queste "previsioni di mercato" sono da prendersi più propriamente come "pubblicità di mercato", ovvero come indicazioni per spingere gli utenti all'acquisto della novità del momento, della nuova moda. Su questo piano non mi sono ricreduto, continuo ad essere più che certo come tali affermazioni siano in realtà pilotate dalle necessità commerciali.
I punti su cui molti focalizzavano la differenza dei sistemi, quale l'assenza di una reale tastiera e la differenza prestazionale di calcolo, rivelano in verità quello che ho intuito in seguito.
Ripensate all'informatica di vent'anni fa. Qualcuno magari la ricorda ancora, seppure si tenda a dimenticare rapidamente il tempo in cui i computer non erano così ubiqui. Pensandoci bene sembra ancora più strano chiamarli, alla lettera, calcolatori, visto che ne facciamo sempre meno (consapevolmente) uso per delle funzioni di calcolo. Sono invece divenuti estensione dei mezzi di comunicazione, anche di quelli convenzionali, come televisione e telefono.
Una ventina d'anni fa invece era meno comune pensare di tenere un computer in casa, a meno di non essere degli appassionati di nuove tecnologie. Qui in Italia non si era ancora diffusa Internet, e gli strumenti di calcolo evadevano molto più raramente dalle loro funzioni lavorative.
L'intuizione è stata che in fondo, l'utente medio, non ha alcun interesse su quel che fa un computer, ma solo su quello che gli permette di raggiungere. E non solo.
Diventa così inutile catalogare l'oggetto computer con troppi termini complessi: ha bisogno di essere semplice, esaltare i mezzi di comunicazione senza fatica, senza doversi domandare come funzioni.
In una curiosa parabola della complessità, si nasconde una curva in salita dell'evoluzione dell'uso: il tablet rende di nuovo semplice la fruizione dei contenuti, come nato dall'incrocio fra un televisore e il suo telecomando, con l'aggiunta dell'interattività. Un'interattività limitata, visto che pochi scriveranno romanzi con un tablet, accarezzandone lo schermo, e altrettanto pochi vi trasferiranno (per ora) delle attività lavorative complesse. Ma questo è il nocciolo: la caratteristica vincente è la fruibilità di ciò che si trova pronto, più che l'uso per creazioni complesse.
Il tablet è vincente, nel consumo delle informazioni, quando questo supera la produzione d'informazioni.
E' ovvio poi che ci siano considerazioni sui costi dell'oggetto, spesso non indifferenti, ma in breve potrebbero ridursi in modo significativo. Magari a quel punto cresceranno le vendite di uno o anche due ordini di grandezza.
venerdì, luglio 01, 2011
Adattamento critico
Torno spesso a citare i cosiddetti studi di settore, un po' perché mi riguardano, ma anche perché li trovo significativi di come la politica fiscale sia notoriamente scollegata dal mondo reale.
In teoria si tratta di calcoli e tabelle atte a chiarire se un libero professionista, un lavoratore autonomo, o un'impresa, sta dichiarando un reddito realistico, oppure è un possibile evasore fiscale. Questo sulla carta.
Nell'articolo che li riguarda, su Wikipedia, leggo persino che "[...] sono costruiti secondo un rigoroso procedimento statistico", e giù a sciorinare termini come cluster, regressione multipla, e tutto quello che si può in nome della statistica.
Per rendere chiaro il risultato che ottiene, tutta questa (presunta) alta matematica applicata, racconto un piccolo aneddoto.
Nella compilazione della dichiarazione dei redditi, la commercialista mi annota che possiamo sperimentare con i numeri se un determinato reddito è congruo, sul suo applicativo che ha sul computer: decidiamo allora di giocare un po', per vedere cosa succederebbe, cambiando alcuni parametri.
Anzitutto mi evidenzia che sono in atto i correttivi per la crisi, che vanno quindi a modificare i parametri anche per i redditi 2010. Ah bene, dico io, vediamo che succede allora se riportiamo esattamente i miei parametri di ore lavorate nel 2009, anno in cui fra crisi del settore e motivi di salute, ho toccato davvero un minimo storico.
Sorpresa: non sarei stato congruo.
Cosa significava in cifre? Che nell'anno 2010, pure con l'effetto della crisi, avrei dovuto guadagnare il 50% in più rispetto al 2009, a parità di ore lavorate. Come dire che nel 2009, con 10 ore di lavoro potevo guadagnare 400 Euro (lordi!), ma le stesse 10 ore di lavoro nel 2010 mi dovevano rendere almeno 600 Euro. Ma l'effetto di una crisi non è quello contrario?
Per i sapienti economisti del Ministero e dell'Agenzia dell'Entrate il risultato è invece del tutto contrario, e tramite un "rigoroso procedimento statistico" ci fanno sapere che se il mondo cade in un baratro economico, diventiamo tutti più ricchi. E chi non lo diventa è un ladro.
In teoria si tratta di calcoli e tabelle atte a chiarire se un libero professionista, un lavoratore autonomo, o un'impresa, sta dichiarando un reddito realistico, oppure è un possibile evasore fiscale. Questo sulla carta.
Nell'articolo che li riguarda, su Wikipedia, leggo persino che "[...] sono costruiti secondo un rigoroso procedimento statistico", e giù a sciorinare termini come cluster, regressione multipla, e tutto quello che si può in nome della statistica.
Per rendere chiaro il risultato che ottiene, tutta questa (presunta) alta matematica applicata, racconto un piccolo aneddoto.
Nella compilazione della dichiarazione dei redditi, la commercialista mi annota che possiamo sperimentare con i numeri se un determinato reddito è congruo, sul suo applicativo che ha sul computer: decidiamo allora di giocare un po', per vedere cosa succederebbe, cambiando alcuni parametri.
Anzitutto mi evidenzia che sono in atto i correttivi per la crisi, che vanno quindi a modificare i parametri anche per i redditi 2010. Ah bene, dico io, vediamo che succede allora se riportiamo esattamente i miei parametri di ore lavorate nel 2009, anno in cui fra crisi del settore e motivi di salute, ho toccato davvero un minimo storico.
Sorpresa: non sarei stato congruo.
Cosa significava in cifre? Che nell'anno 2010, pure con l'effetto della crisi, avrei dovuto guadagnare il 50% in più rispetto al 2009, a parità di ore lavorate. Come dire che nel 2009, con 10 ore di lavoro potevo guadagnare 400 Euro (lordi!), ma le stesse 10 ore di lavoro nel 2010 mi dovevano rendere almeno 600 Euro. Ma l'effetto di una crisi non è quello contrario?
Per i sapienti economisti del Ministero e dell'Agenzia dell'Entrate il risultato è invece del tutto contrario, e tramite un "rigoroso procedimento statistico" ci fanno sapere che se il mondo cade in un baratro economico, diventiamo tutti più ricchi. E chi non lo diventa è un ladro.
venerdì, giugno 03, 2011
Energie sconvenienti
Ho assistito casualmente ad uno di quegli spettacoli indecorosi (e probabilmente dati più spesso di quanto io sappia) trasmessi dai media italiani. Quelle insalate miste, in cui tutto si mette assieme, nella pretesa di varietà e completezza, ma il gusto finale rimane sempre deludente.
Il primo punto, invariabile, è che politica e scienza non sembrano proprio coniugabili. Mentre la prima tende ad aggiustare i fatti perché aderiscano alle idee, è scontato che la scienza non possa che costringere a piegare le idee all'evidenza dei fatti. Se aspettate di veder cadere una mela dall'albero, e ne cadono due, la scienza constaterà che per quanto imprevista, la caduta c'è stata (e la studierà), mentre la politica affermerà che la seconda mela è stata vittima delle pressioni di forze economiche e sociali avverse, in un atto sovversivo.
Oltre ai politici esperti, anche le persone semplici tendono a cercare le spiegazioni in altre persone, anziché capire i fatti. Con buona pace del pensiero scientifico.
Il tema era il prossimo referendum sul nucleare, ovvero sulla futura costruzione di centrali elettriche alimentate dall'energia da fissione nucleare.
Il fatto più curioso è che nonostante io abbia un parere negativo, sulla riapertura di centrali nucleari in Italia, ho assistito ad una bagarre che non ha mai sollevato nessuno dei temi per cui io sono contrario. Mi viene da pensare che qualcosa non funzioni: forse le mie preoccupazioni non sono una buona leva per l'opinione pubblica?
Il primo argomento, condito con immagini da cuore tenero, era per i postumi dell'incidente nucleare di Chernobyl, del 1986. Ora, assodato il fatto che ogni malattia o problema di salute, sia bene cercare di evitarlo per tutti, divento propriamente furioso, quando viene strumentalizzato. Così come prima di Natale si propinano le immagini della fame in Africa, per le raccolte fondi. E' chiaro che sia un metodo funzionante, se viene riproposto ad ogni occasione, e in particolare funziona bene se si presentano bambini sofferenti: l'immagine colpisce sempre.
Quello che mi fa infuriare è il fatto che tali presentazioni di solito non vengono usate per dimostrare dei fatti, ma solo per colpire a livello emotivo. Non accetto mai i ricatti, se si vogliono presentare fatti è sufficiente un foglio scritto, non una sapiente regia cinematografica.
Se vogliamo restare in ambito di comunicazione di massa, mi viene da ricordare come lo stesso documentario di Al Gore di alcuni anni fa, An inconvenient truth, sapeva rendere ottimamente certi problemi, senza usare una manciata di bambini sofferenti come spettacolo. Ma torniamo alla divulgazione scientifica, quella che non fa presa sull'elettorato ignorante, da carpire con modi più rozzi.
Vorrei che ogni tanto qualcun altro ci pensasse bene, all'incapacità figurativa e di comprensione, che alimentiamo in questo modo. Se dico che fare un certo lavoro, senza le adeguate norme di sicurezza, può essere pericoloso, quasi nessuno lo comprende. Se mostro la foto di una persona smembrata, in mezzo al sangue, allora ho qualche possibilità che sia compreso il concetto. Questo è il primo aspetto preoccupante.
Sinceramente ho sentito tante di quelle volgarità, banalità e assurdità, sia dai nuclearisti che dai contrari, che non so quali citare per prime.
Un signore, qualificatosi come portavoce di Greenpeace in Italia, nel tentativo di dichiarare l'estrema fragilità delle centrali nucleari, ha richiamato il recente incidente di Fukushima, affermando che è bastata "quella poca acqua" (sic) a creare un disastro. Immagino che con "quella poca acqua" intendesse quel piccolo tsunami che ha fatto oltre 15mila morti accertati e altrettanti fra feriti e dispersi. Fortuna che il piccolo terremoto che l'ha preceduto non avesse già danneggiato la centrale, ma come ha detto lui, bastano questi piccoli eventi a creare grandi disastri. Solo se c'è una centrale nucleare in zona, ovviamente.
Una rappresentante del Governo ha aggirato per tutto il tempo dello spettacolo (non si può definire altrimenti) la domanda sul fatto che l'esecutivo ha prodotto un decreto per cercare di raggirare gli italiani al voto - fingendo uno stop al nucleare, dichiarato poi fasullo dallo stesso Presidente del Consiglio ad un capo di stato straniero, in un evento pubblico.
La favola poi più amata da tutti, è che per la produzione energetica abbiamo già delle alternative meno inquinanti. Fatevele elencare, perché c'è di che sorridere.
Le energie cosiddette rinnovabili sono purtroppo, allo stato attuale, solo integrative, rispetto al bisogno energetico reale. L'eolico non inquina, ma neppure gli accaniti ecologisti lo vogliono: perché deturpa i paesaggi. Il solare fotovoltaico viene gradito solo in piccoli impianti, i cui costi sono alti e sostenuti solo da forti incentivi statali (come dire che lavoriamo, per pagare le tasse, che pagano una fonte di energia altrimenti troppo cara). L'idroelettrico e il geotermico sono utilissimi, ma non possono certo coprire grandi fabbisogni.
E non parliamo a questo punto delle non rinnovabili: carbone e petrolio producono CO2, e per quanto filtrati possono causare inquinamento atmosferico anche da prodotti tossici - si stimano 2 milioni di morti l'anno per questo (purtroppo non ho sottomano un filmato in cui far vedere qualche decina di persone mentre muoiono per tumore ai polmoni).
Immagino che con i gas naturali, per quanto siano ridotti molti inquinanti, rimanga comunque il grosso problema CO2, e quindi siamo alle solite.
Oggi leggevo un articolo sul reattore ITER, progetto grandioso, che seguo da anni, ma di cui chissà se vedrò mai i risultati pratici, nella mia vita.
Nel frattempo qualcosa di diverso si deve pur fare.
Non ho dimenticato di elencare i motivi per cui trovo complicata o pericolosa, la realizzazione di nuovi impianti nucleari in questo paese. Sono sempre i soliti, che ho citato spesso: se non sappiamo neppure smaltire i rifiuti urbani, come ci possiamo occupare di smaltire scorie nucleari? Se non sappiamo neppure costruire una scuola, con la sicurezza che resista a un terremoto, e non sappiamo risolvere le infiltrazioni criminali negli appalti di un'autostrada, come possiamo costruire in sicurezza una centrale nucleare?
Solo che questi argomenti non si possono toccare, per due motivi. Il primo è di orgoglio nazionale: nessuno vuole sentirsi raccontare troppe incapacità degli Italiani.
Il secondo motivo è che non abbiamo ancora a portata di mano un video, con telecronaca, che mostra il crollo disastroso di una centrale nucleare sul suolo Italiano: fino ad allora, fino alla prova documentale, come si potrebbe mai convincere l'italiano medio di quel che accade in Italia?
Il primo punto, invariabile, è che politica e scienza non sembrano proprio coniugabili. Mentre la prima tende ad aggiustare i fatti perché aderiscano alle idee, è scontato che la scienza non possa che costringere a piegare le idee all'evidenza dei fatti. Se aspettate di veder cadere una mela dall'albero, e ne cadono due, la scienza constaterà che per quanto imprevista, la caduta c'è stata (e la studierà), mentre la politica affermerà che la seconda mela è stata vittima delle pressioni di forze economiche e sociali avverse, in un atto sovversivo.
Oltre ai politici esperti, anche le persone semplici tendono a cercare le spiegazioni in altre persone, anziché capire i fatti. Con buona pace del pensiero scientifico.
Il tema era il prossimo referendum sul nucleare, ovvero sulla futura costruzione di centrali elettriche alimentate dall'energia da fissione nucleare.
Il fatto più curioso è che nonostante io abbia un parere negativo, sulla riapertura di centrali nucleari in Italia, ho assistito ad una bagarre che non ha mai sollevato nessuno dei temi per cui io sono contrario. Mi viene da pensare che qualcosa non funzioni: forse le mie preoccupazioni non sono una buona leva per l'opinione pubblica?
Il primo argomento, condito con immagini da cuore tenero, era per i postumi dell'incidente nucleare di Chernobyl, del 1986. Ora, assodato il fatto che ogni malattia o problema di salute, sia bene cercare di evitarlo per tutti, divento propriamente furioso, quando viene strumentalizzato. Così come prima di Natale si propinano le immagini della fame in Africa, per le raccolte fondi. E' chiaro che sia un metodo funzionante, se viene riproposto ad ogni occasione, e in particolare funziona bene se si presentano bambini sofferenti: l'immagine colpisce sempre.
Quello che mi fa infuriare è il fatto che tali presentazioni di solito non vengono usate per dimostrare dei fatti, ma solo per colpire a livello emotivo. Non accetto mai i ricatti, se si vogliono presentare fatti è sufficiente un foglio scritto, non una sapiente regia cinematografica.
Se vogliamo restare in ambito di comunicazione di massa, mi viene da ricordare come lo stesso documentario di Al Gore di alcuni anni fa, An inconvenient truth, sapeva rendere ottimamente certi problemi, senza usare una manciata di bambini sofferenti come spettacolo. Ma torniamo alla divulgazione scientifica, quella che non fa presa sull'elettorato ignorante, da carpire con modi più rozzi.
Vorrei che ogni tanto qualcun altro ci pensasse bene, all'incapacità figurativa e di comprensione, che alimentiamo in questo modo. Se dico che fare un certo lavoro, senza le adeguate norme di sicurezza, può essere pericoloso, quasi nessuno lo comprende. Se mostro la foto di una persona smembrata, in mezzo al sangue, allora ho qualche possibilità che sia compreso il concetto. Questo è il primo aspetto preoccupante.
Sinceramente ho sentito tante di quelle volgarità, banalità e assurdità, sia dai nuclearisti che dai contrari, che non so quali citare per prime.
Un signore, qualificatosi come portavoce di Greenpeace in Italia, nel tentativo di dichiarare l'estrema fragilità delle centrali nucleari, ha richiamato il recente incidente di Fukushima, affermando che è bastata "quella poca acqua" (sic) a creare un disastro. Immagino che con "quella poca acqua" intendesse quel piccolo tsunami che ha fatto oltre 15mila morti accertati e altrettanti fra feriti e dispersi. Fortuna che il piccolo terremoto che l'ha preceduto non avesse già danneggiato la centrale, ma come ha detto lui, bastano questi piccoli eventi a creare grandi disastri. Solo se c'è una centrale nucleare in zona, ovviamente.
Una rappresentante del Governo ha aggirato per tutto il tempo dello spettacolo (non si può definire altrimenti) la domanda sul fatto che l'esecutivo ha prodotto un decreto per cercare di raggirare gli italiani al voto - fingendo uno stop al nucleare, dichiarato poi fasullo dallo stesso Presidente del Consiglio ad un capo di stato straniero, in un evento pubblico.
La favola poi più amata da tutti, è che per la produzione energetica abbiamo già delle alternative meno inquinanti. Fatevele elencare, perché c'è di che sorridere.
Le energie cosiddette rinnovabili sono purtroppo, allo stato attuale, solo integrative, rispetto al bisogno energetico reale. L'eolico non inquina, ma neppure gli accaniti ecologisti lo vogliono: perché deturpa i paesaggi. Il solare fotovoltaico viene gradito solo in piccoli impianti, i cui costi sono alti e sostenuti solo da forti incentivi statali (come dire che lavoriamo, per pagare le tasse, che pagano una fonte di energia altrimenti troppo cara). L'idroelettrico e il geotermico sono utilissimi, ma non possono certo coprire grandi fabbisogni.
E non parliamo a questo punto delle non rinnovabili: carbone e petrolio producono CO2, e per quanto filtrati possono causare inquinamento atmosferico anche da prodotti tossici - si stimano 2 milioni di morti l'anno per questo (purtroppo non ho sottomano un filmato in cui far vedere qualche decina di persone mentre muoiono per tumore ai polmoni).
Immagino che con i gas naturali, per quanto siano ridotti molti inquinanti, rimanga comunque il grosso problema CO2, e quindi siamo alle solite.
Oggi leggevo un articolo sul reattore ITER, progetto grandioso, che seguo da anni, ma di cui chissà se vedrò mai i risultati pratici, nella mia vita.
Nel frattempo qualcosa di diverso si deve pur fare.
Non ho dimenticato di elencare i motivi per cui trovo complicata o pericolosa, la realizzazione di nuovi impianti nucleari in questo paese. Sono sempre i soliti, che ho citato spesso: se non sappiamo neppure smaltire i rifiuti urbani, come ci possiamo occupare di smaltire scorie nucleari? Se non sappiamo neppure costruire una scuola, con la sicurezza che resista a un terremoto, e non sappiamo risolvere le infiltrazioni criminali negli appalti di un'autostrada, come possiamo costruire in sicurezza una centrale nucleare?
Solo che questi argomenti non si possono toccare, per due motivi. Il primo è di orgoglio nazionale: nessuno vuole sentirsi raccontare troppe incapacità degli Italiani.
Il secondo motivo è che non abbiamo ancora a portata di mano un video, con telecronaca, che mostra il crollo disastroso di una centrale nucleare sul suolo Italiano: fino ad allora, fino alla prova documentale, come si potrebbe mai convincere l'italiano medio di quel che accade in Italia?
sabato, aprile 02, 2011
Squilibri ambientali
Lo sconvolgimento ambientale e sociale di qualche settimana fa in Giappone, dalla somma di un forte terremoto, seguito da un maremoto e poi da un grave incidente nucleare, ha risollevato il livello di preoccupazione per questo tipo di produzione energetica. Sicuramente c'è chi è sempre stato preoccupato, ed ha colto l'occasione di essere più ascoltato del solito, mentre chi proponeva la reinstallazione di nuovi impianti nel nostro paese ha dovuto fare qualche passo indietro.
Quello che ho trovato più interessante, al solito, è il vortice di cifre in cui siamo stati coinvolti, dai mezzi d'informazione. La cultura scientifica dell'italiano medio è sicuramente a livelli indecorosamente bassi, se ne trae la facile conclusione in ogni occasione. Figurarsi l'effetto di notiziari di vario genere che cominciano a sciorinare con disinvoltura microSievert e milliSievert, ogni tanto sbagliando fra i due (e quindi di un fattore mille), poi mischiando le dosi dell'esposizione oraria, giornaliera e annuale, infine dandoci le misure del livello di radioattività locale in Becquerel, che ovviamente misura qualcosa di diverso.
Un risultato è che qualcuno si sia sentito in immediato pericolo di radioattività, fin da noi, per il solo fatto che questa venisse misurata e resa nota. In condizioni normali, senza incidenti (noti) in corso, non si sarebbe altrettanto sentito in pericolo, visto che nessuno citava misure in relazioni ai fatti. Questo è un chiaro indice di scarsa cultura scientifica, ma anche un'indicazione di come l'informazione sia facilmente manipolabile.
Leggo poi oggi un articolo di una testata giornalistica on-line, che cita un po' di fatti e documenti sugli incidenti giapponesi recenti. Eppure, come in un deja-vu, ancora non ho finito di leggere e già ho compreso due cose.
La prima è che la morale di l'ha scritto sarà sempre quella della Cassandra giornalistica, quindi che tutto il male derivato da questo incidente era annunciato, prevedibile, dal solo fatto che si stesse usando energia atomica. Un po' come la conclusione di quel cretino che ha bollato il disastro come "castigo divino" (disponibile a questo link, se avete la pazienza di ascoltare qualcuno che dice "fortunati coloro che sono morti"), riportato su una radio italiana voce del fondamentalismo cattolico - e mai la parola cretino poteva essere meno adeguata, visto che nell'etimologia è equivalente a cristiano (nessuno se la prenda, se riporto alla lettera una voce del dizionario italiano).
La seconda conclusione dell'articolo detto sopra, è che l'incidente è avvenuto perché non è stata garantita la sicurezza degli impianti, come altri analoghi della stessa area. Si legge che quindi si poteva sapere di un possibile tsunami di quella entità, perché una centrale ancora più vicina all'epicentro aveva le necessarie norme di sicurezza e non ha riportato danni. Nel caso di Fukushima invece, si legge che erano mancati controlli di sicurezza da anni.
L'ironia delle conclusioni è che smentiscono quanto detto per spiegare l'incidente: se l'incidente è avvenuto perché l'impianto non era sicuro, mentre con le normali norme di sicurezza non ci sarebbe stato disastro, non era sufficiente garantire le normali norme di sicurezza?
Il giornalista conclude invece che per la sicurezza dell'ambiente, non si debbano seguire le misure di sicurezza (che lui stesso descrive come adeguate), ma che semplicemente si evitino gli impianti nucleari. Certo è una soluzione possibile, ma c'è un difetto non indifferente nel ragionamento.
Andiamo per esempi più semplici, magari comprensibili da tutti.
Se il custode di una grande cisterna di benzina si fuma una sigaretta, e provoca un'esplosione con decine di morti e centinaia di feriti, cosa se ne deduce? Dal ragionamento del giornalista succitato, viene una conclusione secondo cui la benzina è pericolosissima, sapevamo già che inquina, e infine genera morti e distruzione. Non resta che bandirne l'uso già da domani.
E che succede se si pensa ad una tragedia come quella del Vajont? Si cerca di evitare la costruzione di qualsiasi diga futura e si cancella la produzione idroelettrica, oppure si affrontano i problemi di sicurezza?
A fugare qualsiasi cattiva interpretazione, sottolineo bene un fatto: il ragionamento non ha niente a che vedere con gli altri svantaggi dell'energia nucleare. Lo smaltimento dello scorie, anche in una centrale perfettamente funzionante e manutenuta, rimane un problema a sé, è ovvio.
Il punto è sulla deriva oscurantista a cui siamo sottoposti quotidianamente, alla falsa sicurezza a cui ci affidiamo ciecamente, semplicemente evitando qualcosa; all'estremo, evitando qualsiasi cosa. Perché il limite per ciò che è accettabile, non pericoloso, è veramente labile. Un bicchiere d'acqua fresca è salutare, ma pochi litri d'acqua ci fanno annegare.
Il primo squilibrio con cui l'ambiente ha a che fare siamo noi, con il nostro terrore di fare qualcosa o la sprovvedutezza con cui si fa del tutto.
Trovare l'equità, da accettare come compromesso, è difficile. In quanto il nostro vivere è in ogni caso una parziale modifica dell'ambiente, da farsi con il limite di non perderne il controllo. Vivere senza modificare il nostro ambiente è del tutto improbabile, se non finanche impossibile, visto lo sviluppo della nostra specie.
Postilla: e il nucleare in Italia? Beh, appena saremo sicuri di costruire qualsiasi casa, scuola, ospedale, con i muri che non crollano alla prima pioggia, forse si potrà pensare a qualche progetto più ambizioso.
E almeno nel costruire edifici stabili non è un problema tecnico, per quelli abbiamo già le soluzioni.
Quello che ho trovato più interessante, al solito, è il vortice di cifre in cui siamo stati coinvolti, dai mezzi d'informazione. La cultura scientifica dell'italiano medio è sicuramente a livelli indecorosamente bassi, se ne trae la facile conclusione in ogni occasione. Figurarsi l'effetto di notiziari di vario genere che cominciano a sciorinare con disinvoltura microSievert e milliSievert, ogni tanto sbagliando fra i due (e quindi di un fattore mille), poi mischiando le dosi dell'esposizione oraria, giornaliera e annuale, infine dandoci le misure del livello di radioattività locale in Becquerel, che ovviamente misura qualcosa di diverso.
Un risultato è che qualcuno si sia sentito in immediato pericolo di radioattività, fin da noi, per il solo fatto che questa venisse misurata e resa nota. In condizioni normali, senza incidenti (noti) in corso, non si sarebbe altrettanto sentito in pericolo, visto che nessuno citava misure in relazioni ai fatti. Questo è un chiaro indice di scarsa cultura scientifica, ma anche un'indicazione di come l'informazione sia facilmente manipolabile.
Leggo poi oggi un articolo di una testata giornalistica on-line, che cita un po' di fatti e documenti sugli incidenti giapponesi recenti. Eppure, come in un deja-vu, ancora non ho finito di leggere e già ho compreso due cose.
La prima è che la morale di l'ha scritto sarà sempre quella della Cassandra giornalistica, quindi che tutto il male derivato da questo incidente era annunciato, prevedibile, dal solo fatto che si stesse usando energia atomica. Un po' come la conclusione di quel cretino che ha bollato il disastro come "castigo divino" (disponibile a questo link, se avete la pazienza di ascoltare qualcuno che dice "fortunati coloro che sono morti"), riportato su una radio italiana voce del fondamentalismo cattolico - e mai la parola cretino poteva essere meno adeguata, visto che nell'etimologia è equivalente a cristiano (nessuno se la prenda, se riporto alla lettera una voce del dizionario italiano).
La seconda conclusione dell'articolo detto sopra, è che l'incidente è avvenuto perché non è stata garantita la sicurezza degli impianti, come altri analoghi della stessa area. Si legge che quindi si poteva sapere di un possibile tsunami di quella entità, perché una centrale ancora più vicina all'epicentro aveva le necessarie norme di sicurezza e non ha riportato danni. Nel caso di Fukushima invece, si legge che erano mancati controlli di sicurezza da anni.
L'ironia delle conclusioni è che smentiscono quanto detto per spiegare l'incidente: se l'incidente è avvenuto perché l'impianto non era sicuro, mentre con le normali norme di sicurezza non ci sarebbe stato disastro, non era sufficiente garantire le normali norme di sicurezza?
Il giornalista conclude invece che per la sicurezza dell'ambiente, non si debbano seguire le misure di sicurezza (che lui stesso descrive come adeguate), ma che semplicemente si evitino gli impianti nucleari. Certo è una soluzione possibile, ma c'è un difetto non indifferente nel ragionamento.
Andiamo per esempi più semplici, magari comprensibili da tutti.
Se il custode di una grande cisterna di benzina si fuma una sigaretta, e provoca un'esplosione con decine di morti e centinaia di feriti, cosa se ne deduce? Dal ragionamento del giornalista succitato, viene una conclusione secondo cui la benzina è pericolosissima, sapevamo già che inquina, e infine genera morti e distruzione. Non resta che bandirne l'uso già da domani.
E che succede se si pensa ad una tragedia come quella del Vajont? Si cerca di evitare la costruzione di qualsiasi diga futura e si cancella la produzione idroelettrica, oppure si affrontano i problemi di sicurezza?
A fugare qualsiasi cattiva interpretazione, sottolineo bene un fatto: il ragionamento non ha niente a che vedere con gli altri svantaggi dell'energia nucleare. Lo smaltimento dello scorie, anche in una centrale perfettamente funzionante e manutenuta, rimane un problema a sé, è ovvio.
Il punto è sulla deriva oscurantista a cui siamo sottoposti quotidianamente, alla falsa sicurezza a cui ci affidiamo ciecamente, semplicemente evitando qualcosa; all'estremo, evitando qualsiasi cosa. Perché il limite per ciò che è accettabile, non pericoloso, è veramente labile. Un bicchiere d'acqua fresca è salutare, ma pochi litri d'acqua ci fanno annegare.
Il primo squilibrio con cui l'ambiente ha a che fare siamo noi, con il nostro terrore di fare qualcosa o la sprovvedutezza con cui si fa del tutto.
Trovare l'equità, da accettare come compromesso, è difficile. In quanto il nostro vivere è in ogni caso una parziale modifica dell'ambiente, da farsi con il limite di non perderne il controllo. Vivere senza modificare il nostro ambiente è del tutto improbabile, se non finanche impossibile, visto lo sviluppo della nostra specie.
Postilla: e il nucleare in Italia? Beh, appena saremo sicuri di costruire qualsiasi casa, scuola, ospedale, con i muri che non crollano alla prima pioggia, forse si potrà pensare a qualche progetto più ambizioso.
E almeno nel costruire edifici stabili non è un problema tecnico, per quelli abbiamo già le soluzioni.
mercoledì, dicembre 22, 2010
Plastici ecologismi
C'è del vero nell'affermazione secondo cui molti rifiuti vengano spesso abbandonati nell'ambiente. E' infatti facile osservarlo un po' ovunque nel mondo, seppure in misure diverse, e con impatto diverso.
Con l'imminenza del nuovo anno si torna quindi a parlare dei tanto odiati sacchetti di plastica per gli acquisti, che verranno banditi da una legge a partire dal primo gennaio (salvo l'esaurimento delle scorte).
Ne leggevo qualche dato in un articolo in rete, che in realtà partiva da una notizia del mondo politico, legata alla legge in questione. L'articolo comincia a elencare numeri e nomi di chi avrebbe fatto ricerche esaustive sull'argomento (ecologico), e qui inizia ad inciampare nelle solite leggerezze, per amore di notorietà anziché di cronaca.
Prima ci racconta che "Uno studio dell'Agenzia per l'Ambiente del governo australiano ha dimostrato che un chilo di sacchetti provoca emissioni di CO2 per circa 2.109 Kg". Ora la citazione troppo precisa della fonte originale ha creato il primo inghippo: il punto decimale dei paesi britannici è qui un separatore di migliaia, per cui paiono eccessive le oltre due tonnellate, a partire da un chilogrammo. Magari erano 2,109 kg (con la cappa minuscola, sì), ma prodotti come? Nel ciclo completo dalla fabbricazione allo smaltimento? Bruciando il sacchetto? Non si sa, ma non importa: l'importante è dare un numero alla bestia.
Poi leggiamo nel seguito delle varie alternative, come i sacchetti in tessuto, magari di cotone, ma con un avvertenza "Meno indicato il cotone da coltivazione non biologica: i pesticidi usati per produrlo, possono inquinare e in alcuni casi, comportano un elevato impiego d’energia."
Evidentemente l'articolista ha consultato altri vecchi articoli, poco edotti sull'argomento. Il cotone non biologico è infatti l'esempio che più dovrebbe infastidire i sostenitori del biologico ad oltranza. Già, perché il cotone ottenuto per manipolazione genetica (il cotone BT) ha avuto successo proprio per aver azzerato l'uso dei pesticidi, aumentando la produzione (quindi con minori costi e energia impiegata), ed aumentando in modo evidente la salute di chi lo produce, oltre a migliorarne la qualità di vita.
Se però non avete letto la storia del cotone BT, tanto vi basta: fa male all'ambiente, questo è il messaggio, vero o meno. Così come i sacchetti di plastica, di cui non sappiamo però quale percentuale (qui da noi, dove si legifera in merito) finisce per inquinare (se abbandonati nell'ambiente). Ci raccontano dell'inquinamento studiato in Australia, dei rifiuti galleggianti nell'Oceano Pacifico, ma al contempo non sono in grado di smaltire i rifiuti delle città campane.
Questo metodo del legiferare, anziché dell'educare, tratta la popolazione come bambini ritardati, a cui si tolgono dalle mani i giocattoli pericolosi. Viene da chiedersi se siamo così dannosi in modo irreversibile, o se lo è chi emana leggi. Se questi ultimi sono al livello dei giornalisti che ne scrivono, non ho dubbi sulla preponderanza della seconda ipotesi.
Con l'imminenza del nuovo anno si torna quindi a parlare dei tanto odiati sacchetti di plastica per gli acquisti, che verranno banditi da una legge a partire dal primo gennaio (salvo l'esaurimento delle scorte).
Ne leggevo qualche dato in un articolo in rete, che in realtà partiva da una notizia del mondo politico, legata alla legge in questione. L'articolo comincia a elencare numeri e nomi di chi avrebbe fatto ricerche esaustive sull'argomento (ecologico), e qui inizia ad inciampare nelle solite leggerezze, per amore di notorietà anziché di cronaca.
Prima ci racconta che "Uno studio dell'Agenzia per l'Ambiente del governo australiano ha dimostrato che un chilo di sacchetti provoca emissioni di CO2 per circa 2.109 Kg". Ora la citazione troppo precisa della fonte originale ha creato il primo inghippo: il punto decimale dei paesi britannici è qui un separatore di migliaia, per cui paiono eccessive le oltre due tonnellate, a partire da un chilogrammo. Magari erano 2,109 kg (con la cappa minuscola, sì), ma prodotti come? Nel ciclo completo dalla fabbricazione allo smaltimento? Bruciando il sacchetto? Non si sa, ma non importa: l'importante è dare un numero alla bestia.
Poi leggiamo nel seguito delle varie alternative, come i sacchetti in tessuto, magari di cotone, ma con un avvertenza "Meno indicato il cotone da coltivazione non biologica: i pesticidi usati per produrlo, possono inquinare e in alcuni casi, comportano un elevato impiego d’energia."
Evidentemente l'articolista ha consultato altri vecchi articoli, poco edotti sull'argomento. Il cotone non biologico è infatti l'esempio che più dovrebbe infastidire i sostenitori del biologico ad oltranza. Già, perché il cotone ottenuto per manipolazione genetica (il cotone BT) ha avuto successo proprio per aver azzerato l'uso dei pesticidi, aumentando la produzione (quindi con minori costi e energia impiegata), ed aumentando in modo evidente la salute di chi lo produce, oltre a migliorarne la qualità di vita.
Se però non avete letto la storia del cotone BT, tanto vi basta: fa male all'ambiente, questo è il messaggio, vero o meno. Così come i sacchetti di plastica, di cui non sappiamo però quale percentuale (qui da noi, dove si legifera in merito) finisce per inquinare (se abbandonati nell'ambiente). Ci raccontano dell'inquinamento studiato in Australia, dei rifiuti galleggianti nell'Oceano Pacifico, ma al contempo non sono in grado di smaltire i rifiuti delle città campane.
Questo metodo del legiferare, anziché dell'educare, tratta la popolazione come bambini ritardati, a cui si tolgono dalle mani i giocattoli pericolosi. Viene da chiedersi se siamo così dannosi in modo irreversibile, o se lo è chi emana leggi. Se questi ultimi sono al livello dei giornalisti che ne scrivono, non ho dubbi sulla preponderanza della seconda ipotesi.
lunedì, novembre 29, 2010
Rivelazioni clamorose?
Han destato clamore le rivelazioni del sito WikiLeaks, sulle annotazioni e le relazioni dei diplomatici statunitensi su uomini e donne influenti di un po' tutto il mondo. Così perlomeno leggo dai vari giornali e contenitori di notizie.
Personalmente ero incuriosito dal poter leggere chissà quali notizie scottanti, mentre si son viste ufficializzate tutte cose più meno note.
Prendiamo il caso di un personaggio italiano, quel signore che ricopre una carica rilevante nel Governo in carica. Fonti diplomatiche americane lo descrivono come "incapace, vanitoso, debole e stanco per i troppi party". C'era bisogno di un rapporto con il numero di protocollo di un ufficio del governo statunitense, per trovare scritta in rete una simile descrizione? Se ne fosse stato chiesto dettaglio a qualche cittadino italiano, magari vittima della crisi economica e del già precedente sfascio istituzionale, non sarebbe stato difficile ottenere lo stesso. Diciamo pure che si sarebbe ottenuto un giudizio anche più duro.
Le diplomazie richiedono invece toni pacati, angoli smussati, pareri evitati. Il clamore dunque è tutto nei fatti (del tutto naturali) che un diplomatico descrive ai propri superiori con franchezza, rispetto a ciò che vede, percepisce, desume. Finanche esprimendo solamente un parere o un'opinione personale.
Qualcuno credeva ancora che tutto uno stato potesse avere un'opinione unica, una visione unica, un'espressione unica?
Ci voleva quindi WikiLeaks, per scoprire che clamorosamente, mentre gli Stati Uniti d'America stringevano mani ed alleanze con il nostro Paese, avevano decine di funzionari in disaccordo, e che consigliavano poca fiducia verso i nostri politici. Che notizia.
Dal poco che ho letto, anche i pareri su altri capi di stato, e persone influenti, non disegnano alcuno scenario più inquietante di quello che vede chiunque, con gli occhi aperti. Ma era opportuno non dirlo, perlomeno in pubblico.
Il falso moralismo è persino più dilagante della diplomazia, in fondo. Forse lo affermo perché abito in Italia, dove su questa disciplina abbiamo maestri illustri. Citiamo alla rinfusa un po' tutti i politici, ma si distingue in questo senso anche un potere forte come quello della Chiesa Cattolica, ospitata qui a nostre spese da sempre. Penso così alle giornate di celebrazione della famiglia cattolica, solitamente presiedute da pluridivorziati, fuori dalle leggi del cattolicesimo, ma dentro quelle del potere e del denaro. Oppure ai funerali solenni per qualche ex-dittatore con decine di migliaia di morti e torturati al seguito, ma negati ai singoli sofferenti che chiedono il diritto per se stessi alla morte.
Non ci sconvolge quindi che un tenutario di postribolo amministri part-time la nazione, figurarsi se poi gli viene anche riconosciuto il merito di riuscire a conciliare due cose talmente diverse.
Sempre su un quotidiano, qualche settimana fa, venivano riportati i risultati di alcuni sondaggi. Premesso brevemente che trovo i sondaggi scientificamente inapplicabili, ne erano significativi in ogni caso alcuni risultati, quasi indipendentemente dalle cifre numeriche.
Nel primo dei due si chiedeva all'intervistato cosa ne pensava di quel signore detto sopra, che in carica per il Governo dell'Italia, si concedeva frequenti distrazioni con giovani anche minorenni, in gruppi, a pagamento. Oltre un 30% di questi rispondeva che non c'è niente di male, probabilmente ripensando che ogni signorotto medievale faceva sicuramente lo stesso.
La seconda domanda verteva sulla telefonata fatta da questo signore, per togliere dagli impicci una delle sue conquiste, minorenne, rea di furto, detenuta in Questura a Milano. Alla questione se fosse grave, l'aver fatto pressione sui poliziotti, per la liberazione della fanciulla, condendo l'insistenza con una fandonia, i "no" e i "non saprei" superavano ampiamente il 40%. Insomma, quasi per la metà degli intervistati, le bugie e l'arroganza di un potente, di fronte alla legge, sono cosa accettabile.
E io dovrei trovare clamoroso WikiLeaks?
Cerco disperatamente qualcuno che mi spieghi l'interesse degli italiani per i serial polizieschi e i thriller: quale interesse ne possono avere, dalla visione, se la quasi totalità di questi si conclude con l'arresto dei malfattori?
Visto che promuovono con il voto e con le opinioni, dei delinquenti al potere, trovo le cose piuttosto discordanti.
Pensate quale clamorosa rivelazione, se un politico straniero si chiedesse in pubblico com'è possibile che non ci si ribelli a una casta di politici così spudoratamente disonesta, capace di trascinare il resto del Paese nel baratro economico, salvando gli interessi di pochi oligarchi. Certo se lo chiedono i comuni cittadini, di altri paesi del mondo, quando pensano all'Italia, ma questo non fa clamore.
La prossima clamorosa rivelazione sarà sul sole che splende anche dietro alle nubi. Ma da qui resterà difficile da credere, perché non si annunciano schiarite.
Personalmente ero incuriosito dal poter leggere chissà quali notizie scottanti, mentre si son viste ufficializzate tutte cose più meno note.
Prendiamo il caso di un personaggio italiano, quel signore che ricopre una carica rilevante nel Governo in carica. Fonti diplomatiche americane lo descrivono come "incapace, vanitoso, debole e stanco per i troppi party". C'era bisogno di un rapporto con il numero di protocollo di un ufficio del governo statunitense, per trovare scritta in rete una simile descrizione? Se ne fosse stato chiesto dettaglio a qualche cittadino italiano, magari vittima della crisi economica e del già precedente sfascio istituzionale, non sarebbe stato difficile ottenere lo stesso. Diciamo pure che si sarebbe ottenuto un giudizio anche più duro.
Le diplomazie richiedono invece toni pacati, angoli smussati, pareri evitati. Il clamore dunque è tutto nei fatti (del tutto naturali) che un diplomatico descrive ai propri superiori con franchezza, rispetto a ciò che vede, percepisce, desume. Finanche esprimendo solamente un parere o un'opinione personale.
Qualcuno credeva ancora che tutto uno stato potesse avere un'opinione unica, una visione unica, un'espressione unica?
Ci voleva quindi WikiLeaks, per scoprire che clamorosamente, mentre gli Stati Uniti d'America stringevano mani ed alleanze con il nostro Paese, avevano decine di funzionari in disaccordo, e che consigliavano poca fiducia verso i nostri politici. Che notizia.
Dal poco che ho letto, anche i pareri su altri capi di stato, e persone influenti, non disegnano alcuno scenario più inquietante di quello che vede chiunque, con gli occhi aperti. Ma era opportuno non dirlo, perlomeno in pubblico.
Il falso moralismo è persino più dilagante della diplomazia, in fondo. Forse lo affermo perché abito in Italia, dove su questa disciplina abbiamo maestri illustri. Citiamo alla rinfusa un po' tutti i politici, ma si distingue in questo senso anche un potere forte come quello della Chiesa Cattolica, ospitata qui a nostre spese da sempre. Penso così alle giornate di celebrazione della famiglia cattolica, solitamente presiedute da pluridivorziati, fuori dalle leggi del cattolicesimo, ma dentro quelle del potere e del denaro. Oppure ai funerali solenni per qualche ex-dittatore con decine di migliaia di morti e torturati al seguito, ma negati ai singoli sofferenti che chiedono il diritto per se stessi alla morte.
Non ci sconvolge quindi che un tenutario di postribolo amministri part-time la nazione, figurarsi se poi gli viene anche riconosciuto il merito di riuscire a conciliare due cose talmente diverse.
Sempre su un quotidiano, qualche settimana fa, venivano riportati i risultati di alcuni sondaggi. Premesso brevemente che trovo i sondaggi scientificamente inapplicabili, ne erano significativi in ogni caso alcuni risultati, quasi indipendentemente dalle cifre numeriche.
Nel primo dei due si chiedeva all'intervistato cosa ne pensava di quel signore detto sopra, che in carica per il Governo dell'Italia, si concedeva frequenti distrazioni con giovani anche minorenni, in gruppi, a pagamento. Oltre un 30% di questi rispondeva che non c'è niente di male, probabilmente ripensando che ogni signorotto medievale faceva sicuramente lo stesso.
La seconda domanda verteva sulla telefonata fatta da questo signore, per togliere dagli impicci una delle sue conquiste, minorenne, rea di furto, detenuta in Questura a Milano. Alla questione se fosse grave, l'aver fatto pressione sui poliziotti, per la liberazione della fanciulla, condendo l'insistenza con una fandonia, i "no" e i "non saprei" superavano ampiamente il 40%. Insomma, quasi per la metà degli intervistati, le bugie e l'arroganza di un potente, di fronte alla legge, sono cosa accettabile.
E io dovrei trovare clamoroso WikiLeaks?
Cerco disperatamente qualcuno che mi spieghi l'interesse degli italiani per i serial polizieschi e i thriller: quale interesse ne possono avere, dalla visione, se la quasi totalità di questi si conclude con l'arresto dei malfattori?
Visto che promuovono con il voto e con le opinioni, dei delinquenti al potere, trovo le cose piuttosto discordanti.
Pensate quale clamorosa rivelazione, se un politico straniero si chiedesse in pubblico com'è possibile che non ci si ribelli a una casta di politici così spudoratamente disonesta, capace di trascinare il resto del Paese nel baratro economico, salvando gli interessi di pochi oligarchi. Certo se lo chiedono i comuni cittadini, di altri paesi del mondo, quando pensano all'Italia, ma questo non fa clamore.
La prossima clamorosa rivelazione sarà sul sole che splende anche dietro alle nubi. Ma da qui resterà difficile da credere, perché non si annunciano schiarite.
venerdì, ottobre 22, 2010
Meditazioni Truffaldine
Ogni qualvolta mi trovo a vedere, leggere, ascoltare, i mezzi d'informazione, trovo ormai inevitabile adottare un atteggiamento critico. C'è da dire che non è un male avere proprie opinioni, è altrettanto un bene avere conoscenze allargate su tutto quello che ci riguarda, e per finire è sano accogliere ogni informazione con mente critica, anziché passiva.
Se l'atteggiamento critico mi permette spesso di vedere oltre i dati forniti da articoli roboanti, allo stesso modo ha peggiorato il modo in cui acquisivo conoscenze generali, ad esempio leggendo qualche giornale quotidiano.
La prima grande delusione è che ormai non ci si salva più dalla manipolazione, non esiste più una semplice cronaca dei fatti su nessun mezzo d'informazione. Ogni notizia viene commentata, alla ricerca delle spigolature piccanti, del trigger point come lo definirebbero gli anglofoni, il punto critico che scatena l'interesse, il grilletto che fa sparare in alto il nostro interesse.
Sconsolatamente si applica a un po' tutto. Vada per gli articoli di politica, in fondo con quelli è facile premunirsi e cercare di interpretare i fatti secondo il punto di vista di alcuni commentatori. I fatti e misfatti di cronaca nera seguono lo stesso andamento, i giornalisti cercano di darci più informazioni di quelle che hanno a disposizione. Così è per l'economia e la finanza, passando per la moda e la cultura, finendo anche per toccare quello che dovrebbe essere informazione scientifica.
Leggevo quest'oggi un quotidiano, uno di quelli ancora composti da fogli di carta, nonostante qualche articolo del passato li avesse già condannati alla fine, in favore dei giornali elettronici.
Come ogni giorno mi districavo nell'analisi dei contenuti, per cercare di trovare le notizie originarie, senza gli abbellimenti, fuori dalle trovate sceniche. Già questo è appunto difficoltoso.
Mi imbatto così in una paginata in proposito ad una scuola, italiana, dove gli alunni sono diventati tutti più bravi e più buoni, seguendo la Meditazione Trascendentale (MT o TM, a seconda della vostra lingua madre). Ora, avendo letto un interessante approfondimento qualche tempo fa, ho compreso subito che in quest'articolo non avrei trovato nessuna notizia rivoluzionaria.
Il signor Giuseppe Videtti, che firma l'articolo, evidentemente non ha avuto molte fonti per il suo articolo, tranne i comunicati degli adepti della Maharishi University. Di sicuro non ha letto l'interessante "Fandonie - Flim Flam!" di James Randi, dove un capitolo è dedicato all'imbarazzante organizzazione suddetta, e alle sue paradossali affermazioni. Sarebbe stato sufficiente anche solo consultare le pagine di Wikipedia sulla MT, che pur essendo poco neutrali, secondo la politica stessa del sito, forniscono interessanti spunti su cui... meditare. Un segnale interessante viene sempre da quelle discipline che offrono risultati in proporzione a quanto si pagano i corsi avanzati.
Solitamente si hanno dei sospetti, se qualcuno vi offre a cento Euro i numeri per vincere sicuramente centomila Euro con l'estrazione del Lotto. Se poi vi aggiunge che con mille Euro ve ne farà vincere almeno un milione, e siete un minimo svegli, potete seriamente cominciare a dubitare della sua buona fede.
Con la Meditazione Trascendentale pare invece che non sia così, evidentemente i suoi sostenitori sono ben selezionati fra chi non ha i dubbi suesposti, oppure fra chi si spartisce gli incassi (quelli veri).
In fondo perché dubitare, se un tale metodo afferma di portare talmente tanto benessere, provato scientificamente, da far azzerare la criminalità in una città, e condurre il capo della polizia a licenziare i dipendenti per mancanza di misfatti?
Forse perché la ricerca scientifica citata in proposito, cercandola nel mondo reale, non esiste, non risulta pubblicata. Ah.
Forse perché qualcuno ha preso in mano il numero di denunce e di arresti, di quella città, e conti alla mano scopre che non solo non sono azzerati, ma sono aumentati come tutta la media nazionale. Ah.
Forse perché telefonando al capo della polizia, per chiedere chiarimenti sulla loro inattività si sente rispondere con una risata, e con il bando di arruolamento di nuovi agenti. Ah.
In fondo il mondo non è tanto più triste perché non troviamo nuovi guru che ci salvano come promesso, ma perché troviamo tanti nuovi truffatori che fanno grandi affari, grazie anche alla nostra ingenuità (oltre che alla loro bravura nel raggiro).
E non mi riferisco solo a chi promette di meditare levitando in aria (com'era nel programma della MT, fra le tante cose), ma anche a chi ci confeziona quotidiani cosiddetti d'informazione. Che più propriamente nascondono qualche informazione sparsa, in pagine di racconti fantasiosi, racconti aneddotici, superstizione assurta a verità assoluta, piccoli e grandi raggiri, il tutto condito infine dai messaggi pubblicitari espliciti.
Penso proprio che nel mondo della carta stampata, si possa scegliere oggi in una vasta gamma di deformazioni dell'informazione, parlando più propriamente di quotidiani di disinformazione. Da quelli spudorati, che in fondo (anche se gretti) offendono con moderazione il buonsenso, a queste fandonie ben congegnate (e in questo c'è una scienza), gravemente offensive.
Che dire, c'è di che meditare.
Se l'atteggiamento critico mi permette spesso di vedere oltre i dati forniti da articoli roboanti, allo stesso modo ha peggiorato il modo in cui acquisivo conoscenze generali, ad esempio leggendo qualche giornale quotidiano.
La prima grande delusione è che ormai non ci si salva più dalla manipolazione, non esiste più una semplice cronaca dei fatti su nessun mezzo d'informazione. Ogni notizia viene commentata, alla ricerca delle spigolature piccanti, del trigger point come lo definirebbero gli anglofoni, il punto critico che scatena l'interesse, il grilletto che fa sparare in alto il nostro interesse.
Sconsolatamente si applica a un po' tutto. Vada per gli articoli di politica, in fondo con quelli è facile premunirsi e cercare di interpretare i fatti secondo il punto di vista di alcuni commentatori. I fatti e misfatti di cronaca nera seguono lo stesso andamento, i giornalisti cercano di darci più informazioni di quelle che hanno a disposizione. Così è per l'economia e la finanza, passando per la moda e la cultura, finendo anche per toccare quello che dovrebbe essere informazione scientifica.
Leggevo quest'oggi un quotidiano, uno di quelli ancora composti da fogli di carta, nonostante qualche articolo del passato li avesse già condannati alla fine, in favore dei giornali elettronici.
Come ogni giorno mi districavo nell'analisi dei contenuti, per cercare di trovare le notizie originarie, senza gli abbellimenti, fuori dalle trovate sceniche. Già questo è appunto difficoltoso.
Mi imbatto così in una paginata in proposito ad una scuola, italiana, dove gli alunni sono diventati tutti più bravi e più buoni, seguendo la Meditazione Trascendentale (MT o TM, a seconda della vostra lingua madre). Ora, avendo letto un interessante approfondimento qualche tempo fa, ho compreso subito che in quest'articolo non avrei trovato nessuna notizia rivoluzionaria.
Il signor Giuseppe Videtti, che firma l'articolo, evidentemente non ha avuto molte fonti per il suo articolo, tranne i comunicati degli adepti della Maharishi University. Di sicuro non ha letto l'interessante "Fandonie - Flim Flam!" di James Randi, dove un capitolo è dedicato all'imbarazzante organizzazione suddetta, e alle sue paradossali affermazioni. Sarebbe stato sufficiente anche solo consultare le pagine di Wikipedia sulla MT, che pur essendo poco neutrali, secondo la politica stessa del sito, forniscono interessanti spunti su cui... meditare. Un segnale interessante viene sempre da quelle discipline che offrono risultati in proporzione a quanto si pagano i corsi avanzati.
Solitamente si hanno dei sospetti, se qualcuno vi offre a cento Euro i numeri per vincere sicuramente centomila Euro con l'estrazione del Lotto. Se poi vi aggiunge che con mille Euro ve ne farà vincere almeno un milione, e siete un minimo svegli, potete seriamente cominciare a dubitare della sua buona fede.
Con la Meditazione Trascendentale pare invece che non sia così, evidentemente i suoi sostenitori sono ben selezionati fra chi non ha i dubbi suesposti, oppure fra chi si spartisce gli incassi (quelli veri).
In fondo perché dubitare, se un tale metodo afferma di portare talmente tanto benessere, provato scientificamente, da far azzerare la criminalità in una città, e condurre il capo della polizia a licenziare i dipendenti per mancanza di misfatti?
Forse perché la ricerca scientifica citata in proposito, cercandola nel mondo reale, non esiste, non risulta pubblicata. Ah.
Forse perché qualcuno ha preso in mano il numero di denunce e di arresti, di quella città, e conti alla mano scopre che non solo non sono azzerati, ma sono aumentati come tutta la media nazionale. Ah.
Forse perché telefonando al capo della polizia, per chiedere chiarimenti sulla loro inattività si sente rispondere con una risata, e con il bando di arruolamento di nuovi agenti. Ah.
In fondo il mondo non è tanto più triste perché non troviamo nuovi guru che ci salvano come promesso, ma perché troviamo tanti nuovi truffatori che fanno grandi affari, grazie anche alla nostra ingenuità (oltre che alla loro bravura nel raggiro).
E non mi riferisco solo a chi promette di meditare levitando in aria (com'era nel programma della MT, fra le tante cose), ma anche a chi ci confeziona quotidiani cosiddetti d'informazione. Che più propriamente nascondono qualche informazione sparsa, in pagine di racconti fantasiosi, racconti aneddotici, superstizione assurta a verità assoluta, piccoli e grandi raggiri, il tutto condito infine dai messaggi pubblicitari espliciti.
Penso proprio che nel mondo della carta stampata, si possa scegliere oggi in una vasta gamma di deformazioni dell'informazione, parlando più propriamente di quotidiani di disinformazione. Da quelli spudorati, che in fondo (anche se gretti) offendono con moderazione il buonsenso, a queste fandonie ben congegnate (e in questo c'è una scienza), gravemente offensive.
Che dire, c'è di che meditare.
martedì, giugno 08, 2010
Vite inesperte
Non appena si ha l'età per procreare, con maturità, si tende a valutare chi è molto più giovane con dei paternalismi. Il fenomeno si esaspera solitamente nelle espressioni che vogliono i giovani "non più come una volta".
Sotto un profilo sociologico, ma anche filosofico, l'espressione è ovviamente ridicola. Ovviamente, sia i giovani, che i vecchi, ma anche le persone di mezz'età e i bambini, non sono mai un'esatta replica del passato. Si scopre così, inevitabilmente, che gli stessi periodi della nostra età, in tempi diversi, hanno usi e costumi diversi, anche restando nella stessa città o paese. Questa scoperta genera spesso disappunto, in chi è abituato a pensarsi come al meglio per i propri ideali, la propria famiglia, o ad esempio il proprio gruppo sociale.
Cercando invece di tendere al meglio, aggiornandosi con i tempi, si vive con minori sorprese di sdegno, e un maggiore senso di comprensione degli altri.
Cosa ricordate di migliore, nei tempi andati? Qualcosa può essere comunque migliorato, in quelli odierni, oltre ad essere cambiato.
Ricordo da sempre delle persone superficiali, di ogni età, così come le vedo oggi. Rimane un po' difficoltoso giudicarle dal punto di vista di una diversa età, restando attento a non cadere nel tranello detto sopra: si rischia sempre di valutarle con comportamenti inadeguati, dal punto di vista del nostro presente.
Ciò detto, con le cautele del caso, vado quindi a sottoscrivere il grave rischio di superficialità dei più giovani, in questo ventunesimo secolo.
La prima causa è da attribuirsi alla velocità dei consumi, che a ben vedere non è molto distante dai dieci o venti anni prima, ma con delle varianti. I genitori degli anni '60 o '70 del secolo scorso erano infatti lì a beneficiare del boom economico (per quanto ci fossero alti e bassi col petrolio o altre commodities, come si dice oggi), ma pur sempre con il fiato sul collo della generazione precedente, sopravvissuta alle guerre. C'è stato quindi un progressivo rilassamento del rapporto genitori-figli, inizialmente con diretto legame all'incremento di benessere economico e sociale. Le generazioni più giovani sono quindi fra le più "spensierate", fin dal rapporto con i propri genitori. Tutto bene? Non proprio.
Il rilassamento del rapporto genitori-figli è anche entrato in una fase di lassismo, nell'ingenuo tentativo di dare ai figli una maggiore libertà di quella che avevano goduto i genitori. Sfortunatamente non sono stati forniti gli elementi per godere della propria libertà. Dopo essere cresciuti senza qualcuno che spiegasse loro quanto sia prezioso avere una libertà da spendere, sono così approdati al concetto che sia del tutto automatico averla.
Si sono così creati tanti pericolosi automatismi, come quello del denaro, o quello dei sentimenti. Ogni cosa banalizzata, per essere comunemente disponibile.
Alla riflessione c'ero arrivato da tempo, ma oggi me l'ha portata alla mente la recensione di un libro, del signor Alberto Bracci Testasecca.
Mi trovo d'accordo con questo signore, sulla banalizzazione delle emozioni, per cui sono a rischio i più giovani, seguaci di un'ideologia a loro stessi sconosciuta come tale, ma in cui fedelmente si riconoscono. Lo sfrontato ottimismo del felice finale, per cui esistono fragili simboli da possedere li rende pericolosi per se stessi, così come per il futuro del pianeta. Quando penso a qualche figlio gravemente disabile, che nel proseguo naturale della vita prima o poi dovrà vivere senza l'aiuto dei genitori, penso anche che le disabilità emotive e intellettive possono essere altrettanto catastrofiche.
Il Bracci Testasecca si augura che "nel giro di un paio di generazioni" l'umanità impari a tenere sotto controllo i nuovi mezzi di comunicazione, quali Internet, per non esserne più contagiati in modo virale. Ma ho il timore che sia fin troppo ottimista; infatti sono io a definire virale l'informazione che sfugge al controllo, e nello stesso modo sarà sempre avanti rispetto alla capacità dell'organismo d'imparare a tenerla sotto controllo.
E' sufficiente pensare a quanto velocemente sono avanzate tutte le tecnologie, negli ultimi cinquant'anni. Il passo è ormai molto più veloce delle nostre capacità di metabolizzazione: se anche ogni progresso si fermasse adesso, per dieci o vent'anni, sarebbe molto difficile riempire il divario che si è creato finora.
Molte cose rimarranno sempre fuori controllo, ma le soluzioni saranno di riportare al controllo solo quelle fondamentali (come la tutela dell'ambiente), accettare la variabilità di altre (penso alle emozioni), e superare l'angoscia per quelle che hanno anche connotati positivi nel loro caos (come con Internet).
Sotto un profilo sociologico, ma anche filosofico, l'espressione è ovviamente ridicola. Ovviamente, sia i giovani, che i vecchi, ma anche le persone di mezz'età e i bambini, non sono mai un'esatta replica del passato. Si scopre così, inevitabilmente, che gli stessi periodi della nostra età, in tempi diversi, hanno usi e costumi diversi, anche restando nella stessa città o paese. Questa scoperta genera spesso disappunto, in chi è abituato a pensarsi come al meglio per i propri ideali, la propria famiglia, o ad esempio il proprio gruppo sociale.
Cercando invece di tendere al meglio, aggiornandosi con i tempi, si vive con minori sorprese di sdegno, e un maggiore senso di comprensione degli altri.
Cosa ricordate di migliore, nei tempi andati? Qualcosa può essere comunque migliorato, in quelli odierni, oltre ad essere cambiato.
Ricordo da sempre delle persone superficiali, di ogni età, così come le vedo oggi. Rimane un po' difficoltoso giudicarle dal punto di vista di una diversa età, restando attento a non cadere nel tranello detto sopra: si rischia sempre di valutarle con comportamenti inadeguati, dal punto di vista del nostro presente.
Ciò detto, con le cautele del caso, vado quindi a sottoscrivere il grave rischio di superficialità dei più giovani, in questo ventunesimo secolo.
La prima causa è da attribuirsi alla velocità dei consumi, che a ben vedere non è molto distante dai dieci o venti anni prima, ma con delle varianti. I genitori degli anni '60 o '70 del secolo scorso erano infatti lì a beneficiare del boom economico (per quanto ci fossero alti e bassi col petrolio o altre commodities, come si dice oggi), ma pur sempre con il fiato sul collo della generazione precedente, sopravvissuta alle guerre. C'è stato quindi un progressivo rilassamento del rapporto genitori-figli, inizialmente con diretto legame all'incremento di benessere economico e sociale. Le generazioni più giovani sono quindi fra le più "spensierate", fin dal rapporto con i propri genitori. Tutto bene? Non proprio.
Il rilassamento del rapporto genitori-figli è anche entrato in una fase di lassismo, nell'ingenuo tentativo di dare ai figli una maggiore libertà di quella che avevano goduto i genitori. Sfortunatamente non sono stati forniti gli elementi per godere della propria libertà. Dopo essere cresciuti senza qualcuno che spiegasse loro quanto sia prezioso avere una libertà da spendere, sono così approdati al concetto che sia del tutto automatico averla.
Si sono così creati tanti pericolosi automatismi, come quello del denaro, o quello dei sentimenti. Ogni cosa banalizzata, per essere comunemente disponibile.
Alla riflessione c'ero arrivato da tempo, ma oggi me l'ha portata alla mente la recensione di un libro, del signor Alberto Bracci Testasecca.
Mi trovo d'accordo con questo signore, sulla banalizzazione delle emozioni, per cui sono a rischio i più giovani, seguaci di un'ideologia a loro stessi sconosciuta come tale, ma in cui fedelmente si riconoscono. Lo sfrontato ottimismo del felice finale, per cui esistono fragili simboli da possedere li rende pericolosi per se stessi, così come per il futuro del pianeta. Quando penso a qualche figlio gravemente disabile, che nel proseguo naturale della vita prima o poi dovrà vivere senza l'aiuto dei genitori, penso anche che le disabilità emotive e intellettive possono essere altrettanto catastrofiche.
Il Bracci Testasecca si augura che "nel giro di un paio di generazioni" l'umanità impari a tenere sotto controllo i nuovi mezzi di comunicazione, quali Internet, per non esserne più contagiati in modo virale. Ma ho il timore che sia fin troppo ottimista; infatti sono io a definire virale l'informazione che sfugge al controllo, e nello stesso modo sarà sempre avanti rispetto alla capacità dell'organismo d'imparare a tenerla sotto controllo.
E' sufficiente pensare a quanto velocemente sono avanzate tutte le tecnologie, negli ultimi cinquant'anni. Il passo è ormai molto più veloce delle nostre capacità di metabolizzazione: se anche ogni progresso si fermasse adesso, per dieci o vent'anni, sarebbe molto difficile riempire il divario che si è creato finora.
Molte cose rimarranno sempre fuori controllo, ma le soluzioni saranno di riportare al controllo solo quelle fondamentali (come la tutela dell'ambiente), accettare la variabilità di altre (penso alle emozioni), e superare l'angoscia per quelle che hanno anche connotati positivi nel loro caos (come con Internet).
venerdì, maggio 28, 2010
Tecnologia redditizia
In ogni ambito si riescono sempre a trovare fenomeni ricorrenti, tanto da far diventare noioso chi li cita. In fondo anche chi parla di nuove tasse, già simili alle vecchie, tende ad annoiare il proprio pubblico, visto come si sta affermando il "guardare al futuro" (ovvero dimenticando le nefandezze passate, per non accumularne).
Figurarsi com'è noioso sentire sempre le stesse lagne su certi prodotti della tecnologia, o sui loro produttori. In effetti questo breve articolo è in parte la copia di uno vecchio, ma non per colpa mia: quanto per il ripetersi dei fatti.
Posso però discolparmi grazie ad un diverso spunto, e a una lunga serie di premonizioni.
Raccontato in questo modo sembra quasi che io intervenga in una crociata contro un singolo produttore, ma in fondo è solo una facile critica verso chi si mette più in mostra.
Partiamo con la nostra piccola parabola sugli e-book e i loro risvolti economici.
Chi vuole leggersi un buon libro, ma anche una rivista, è ancora molto legato alla produzione cartacea. La carta costa, di stampa, magazzini, distribuzione. Qualcuno cerca di convincerci che costa anche di ecologia, vista l'origine principale, dal legno. In realtà quest'ultimo aspetto è una mossa d'anticipo, tanto per cavalcare l'onda delle aziende ecocompatibili, quelle benvolute dai consumatori: essere ecologisti (non importa se veri o falsi) aumenta i margini d'impresa.
Ecco allora i quotidiani che sbarcano su Internet, per sperimentare e guadagnare e-soldi (che ben si pronuncia anche come i-soldi), prima tramite forti entrate pubblicitarie, poi tramite servizi a pagamento che catturano gli utenti.
Anche il quotidiano del gruppo Espresso, La Repubblica, per cui lavora il signor Vittorio Zucconi, si cimenta nell'impresa da anni. Quattro anni fa se ne uscì anche con un annuncio accattivante, per chi segue le nuove tecnologie, promettendo un'edizione elettronica per gli e-reader, i piccoli lettori da usarsi come libri elettronici. Evidentemente l'iniziativa non riesce granché, vuoi perché il mercato non è pronto al quotidiano elettronico, vuoi perché gli utenti non investono (bei soldi) in e-reader, cadendo così (apparentemente) dimenticata.
In fondo sono parecchi anni che tutti ci parlano di uffici paperless, di documentazione immateriale, o di smaterializzazione della documentazione, ma tutt'ora passiamo per decine o centinaia di moduli cartacei ogni anno. Neppure chi potrebbe risparmiare molto denaro sembra volerlo fare, costringendoci a compilare moduli bancari, fiscali, postali, ospedalieri, da amanuensi, per poi (forse) riportarli approssimativamente in formato elettronico: magari continuando a conservare anche il cartaceo.
Insomma, tutti questi grandi vantaggi, ma nessuno che li sfrutta. Figurarsi chi deve spendere soldi in un dispositivo tecnologico aggiuntivo, per comprare poi libri elettronici (o e-book) che costano quasi quanto la versione cartacea, e trovarsi infine in mille complicazioni per copiarli, trasferirli, o semplicemente prestarli.
L'editoria però non desiste. Così con il nuovo dispositivo di Apple in arrivo, cominciano gli articoli di lode, sul quotidiano succitato. Ogni notizia viene amplificata, colorata, edulcorata, per aggiungere desiderio nei consumatori: perlomeno questa è la mia sensazione, finché tutto si esplica.
Il quotidiano riverente ha (guarda caso) la sua edizione elettronica specifica per la nuova piattaforma multimediale. E qui sta il nesso: gli articoli hanno prodotto gratuitamente una campagna pubblicitaria per entrambi. La multimedialità garantisce poi l'appetibilità che era difettosa nei precedenti e-reader, in bianco e nero e poco propensi alla diffusione dei video. Infatti la pubblicità vive oggi di immagini in movimento e colori, molto più di quanto sia necessario per la cronaca.
Qual è quindi la "libertà senza limiti" di cui ci scrive lo Zucconi nel suo brillante articolo?
Evidentemente pensa alla libertà d'infarcire il suo giornale con nuovi (e più remunerativi) annunci pubblicitari, certo non alla libertà d'uso degli utenti. Provate a leggere da quella tavoletta elettronica un quotidiano, all'aperto in una giornata di sole, e scoprirete che la vera magia era nell'edizione cartacea, consultabile più facilmente da chiunque, liberamente riutilizzabile, liberamente scambiabile anche con uno sconosciuto sul tram.
Addirittura l'articolo dello Zucconi parte dalle recenti minacce all'informazione libera: come se i contenuti di un quotidiano divenissero liberi solo per essere in formato elettronico. Contenuti elettronici che passeranno attraverso un DRM che ne eviti le copie, che pagheranno un dazio elettronico di un fornitore unico di servizio (Apple), con una miriade di vincoli e intrusione nella privacy di chi li scaricherà e/o li leggerà. Non me ne voglia lo Zucconi, se lo valuto quantomeno male informato, se non addirittura servile complice di un meccanismo di progressiva lesione della libertà d'informazione e della libertà d'utenza.
E' quasi ridicolo il parossismo della liberazione dagli oligarchi informatici, che sembra condurre spesso ben lontano dal fornire libera scelta agli utenti, nell'endiadi Microsoft/Apple, specchio di sola avidità. Altro che tecnologia e innovazione, questi hanno ben altro in mente. A meno che non si vedano come attività finalizzate a ingrassare i bilanci.
Figurarsi com'è noioso sentire sempre le stesse lagne su certi prodotti della tecnologia, o sui loro produttori. In effetti questo breve articolo è in parte la copia di uno vecchio, ma non per colpa mia: quanto per il ripetersi dei fatti.
Posso però discolparmi grazie ad un diverso spunto, e a una lunga serie di premonizioni.
Raccontato in questo modo sembra quasi che io intervenga in una crociata contro un singolo produttore, ma in fondo è solo una facile critica verso chi si mette più in mostra.
Partiamo con la nostra piccola parabola sugli e-book e i loro risvolti economici.
Chi vuole leggersi un buon libro, ma anche una rivista, è ancora molto legato alla produzione cartacea. La carta costa, di stampa, magazzini, distribuzione. Qualcuno cerca di convincerci che costa anche di ecologia, vista l'origine principale, dal legno. In realtà quest'ultimo aspetto è una mossa d'anticipo, tanto per cavalcare l'onda delle aziende ecocompatibili, quelle benvolute dai consumatori: essere ecologisti (non importa se veri o falsi) aumenta i margini d'impresa.
Ecco allora i quotidiani che sbarcano su Internet, per sperimentare e guadagnare e-soldi (che ben si pronuncia anche come i-soldi), prima tramite forti entrate pubblicitarie, poi tramite servizi a pagamento che catturano gli utenti.
Anche il quotidiano del gruppo Espresso, La Repubblica, per cui lavora il signor Vittorio Zucconi, si cimenta nell'impresa da anni. Quattro anni fa se ne uscì anche con un annuncio accattivante, per chi segue le nuove tecnologie, promettendo un'edizione elettronica per gli e-reader, i piccoli lettori da usarsi come libri elettronici. Evidentemente l'iniziativa non riesce granché, vuoi perché il mercato non è pronto al quotidiano elettronico, vuoi perché gli utenti non investono (bei soldi) in e-reader, cadendo così (apparentemente) dimenticata.
In fondo sono parecchi anni che tutti ci parlano di uffici paperless, di documentazione immateriale, o di smaterializzazione della documentazione, ma tutt'ora passiamo per decine o centinaia di moduli cartacei ogni anno. Neppure chi potrebbe risparmiare molto denaro sembra volerlo fare, costringendoci a compilare moduli bancari, fiscali, postali, ospedalieri, da amanuensi, per poi (forse) riportarli approssimativamente in formato elettronico: magari continuando a conservare anche il cartaceo.
Insomma, tutti questi grandi vantaggi, ma nessuno che li sfrutta. Figurarsi chi deve spendere soldi in un dispositivo tecnologico aggiuntivo, per comprare poi libri elettronici (o e-book) che costano quasi quanto la versione cartacea, e trovarsi infine in mille complicazioni per copiarli, trasferirli, o semplicemente prestarli.
L'editoria però non desiste. Così con il nuovo dispositivo di Apple in arrivo, cominciano gli articoli di lode, sul quotidiano succitato. Ogni notizia viene amplificata, colorata, edulcorata, per aggiungere desiderio nei consumatori: perlomeno questa è la mia sensazione, finché tutto si esplica.
Il quotidiano riverente ha (guarda caso) la sua edizione elettronica specifica per la nuova piattaforma multimediale. E qui sta il nesso: gli articoli hanno prodotto gratuitamente una campagna pubblicitaria per entrambi. La multimedialità garantisce poi l'appetibilità che era difettosa nei precedenti e-reader, in bianco e nero e poco propensi alla diffusione dei video. Infatti la pubblicità vive oggi di immagini in movimento e colori, molto più di quanto sia necessario per la cronaca.
Qual è quindi la "libertà senza limiti" di cui ci scrive lo Zucconi nel suo brillante articolo?
Evidentemente pensa alla libertà d'infarcire il suo giornale con nuovi (e più remunerativi) annunci pubblicitari, certo non alla libertà d'uso degli utenti. Provate a leggere da quella tavoletta elettronica un quotidiano, all'aperto in una giornata di sole, e scoprirete che la vera magia era nell'edizione cartacea, consultabile più facilmente da chiunque, liberamente riutilizzabile, liberamente scambiabile anche con uno sconosciuto sul tram.
Addirittura l'articolo dello Zucconi parte dalle recenti minacce all'informazione libera: come se i contenuti di un quotidiano divenissero liberi solo per essere in formato elettronico. Contenuti elettronici che passeranno attraverso un DRM che ne eviti le copie, che pagheranno un dazio elettronico di un fornitore unico di servizio (Apple), con una miriade di vincoli e intrusione nella privacy di chi li scaricherà e/o li leggerà. Non me ne voglia lo Zucconi, se lo valuto quantomeno male informato, se non addirittura servile complice di un meccanismo di progressiva lesione della libertà d'informazione e della libertà d'utenza.
E' quasi ridicolo il parossismo della liberazione dagli oligarchi informatici, che sembra condurre spesso ben lontano dal fornire libera scelta agli utenti, nell'endiadi Microsoft/Apple, specchio di sola avidità. Altro che tecnologia e innovazione, questi hanno ben altro in mente. A meno che non si vedano come attività finalizzate a ingrassare i bilanci.
mercoledì, marzo 31, 2010
Politica in numeri
Nei risultati elettorali il vortice dei numeri, fra le proiezioni dei risultati e i sondaggi (o exit-poll, per chi non parla o non riesce a parlare italiano), finisce spesso per confonderci un po' le idee.
Se da un lato finisce per essere chiaro quali e quante posizioni saranno occupate dai candidati (ad esempio in numero di seggi, o di assegnazioni), poco si legge di quel che è stato il coinvolgimento popolare. Solitamente viene condensato nella percentuale di votanti (o per converso di astenuti), mentre non vedo nei grandi titoli qualche calcolo pratico.
Faccio qualche esempio pratico, di natura puramente matematica o sociologica, piuttosto che politica. La prima considerazione dei vari movimenti (a livello pubblico) è sempre sulle percentuali: dalla comparazione con le percentuali di più o meno analoghe elezioni precedenti, ci dicono come sono andate (a loro parere) le loro prestazioni. Peccato che le percentuali non contino il numero d'individui, ma siano appunto volutamente una misura che non è influenzata dal numero di partecipanti al voto. Così finisce che qualche movimento politico dichiari che le cose per loro sono andate moderatamente bene, visto che hanno mantenuto la stessa percentuale sul totale, e qualcun altro si dichiara pure entusiasta di aver guadagnato punti percentuali, ma magari hanno entrambi perso elettori.
Vediamo un po' di numeri, partendo dai partiti maggiori. In questa tornata di Amministrative 2010, rispetto alle Europee del 2009, il PDL passa dal 35,3% al 26,78%, ma se contiamo la differenza sui suoi stessi elettori, da 10.807.327 a 5.843.420, ha subito un calo di quasi il 45% delle preferenze, come dire dimezzato. Il PD che fa mostra di uno stabile 26,1% nelle due tornate, in realtà ha perso il 27% di elettori. La Lega Nord, con l'emozione di essere salita dal 10,2% al 12,28% sul totale, nei fatti ha avuto un calo di elettori del 12%.
Fate pure il calcolo di tutti gli altri, e il risultato è sempre lo stesso: nessuno avrebbe di che esultare, se lo scopo fosse quello di soddisfare i cittadini.
Certo mi si può obbiettare che ci sono stati cambiamenti, partiti scomparsi o diverse alleanze, ma non su cifre così significative.
Si può poi additare che alcuni tipi di elezioni siano più sentiti, rispetto ad altri: ma che senso ha credere che la politica che amministra una regione sia meno importante di quella che amministra lo Stato?
Penso che un primo fattore interessante sia la volatilità di certe preferenze. Alcuni movimenti politici sembrano appoggiati da una base più costante (anche se più piccola nei numeri), altri hanno un grande consenso, ma incostante e volubile: se non si fa una campagna di grandi promesse, l'elettorato non si sente adulato e accarezzato a sufficienza da impegnarsi nell'esercizio di voto di pochi minuti.
Quei milioni d'italiani scomparsi, fra un'elezione e l'altra, una cifra ben impressionante, nella loro incoerenza decidono ben di più delle centinaia di migliaia che seguono assiduamente i partiti minori.
La democrazia si dimostra di nuovo come un esercizio del tutto utopico, dove chi combatte strenuamente per un qualsiasi ideale è infine ininfluente, facilmente cancellabile da un un gruppo sufficientemente ampio di ignavi e indolenti. La matematica ha così ragione di quello che ingannevolmente crediamo vero (la democrazia), solo perché accarezza la nostra etica e la nostra morale.
Visto che poi Loli mi rimprovera di non mettere immagini consone al tema, spero stavolta di aver azzeccato l'argomento: come non ritrarre il giusto contenitore?
Se da un lato finisce per essere chiaro quali e quante posizioni saranno occupate dai candidati (ad esempio in numero di seggi, o di assegnazioni), poco si legge di quel che è stato il coinvolgimento popolare. Solitamente viene condensato nella percentuale di votanti (o per converso di astenuti), mentre non vedo nei grandi titoli qualche calcolo pratico.
Faccio qualche esempio pratico, di natura puramente matematica o sociologica, piuttosto che politica. La prima considerazione dei vari movimenti (a livello pubblico) è sempre sulle percentuali: dalla comparazione con le percentuali di più o meno analoghe elezioni precedenti, ci dicono come sono andate (a loro parere) le loro prestazioni. Peccato che le percentuali non contino il numero d'individui, ma siano appunto volutamente una misura che non è influenzata dal numero di partecipanti al voto. Così finisce che qualche movimento politico dichiari che le cose per loro sono andate moderatamente bene, visto che hanno mantenuto la stessa percentuale sul totale, e qualcun altro si dichiara pure entusiasta di aver guadagnato punti percentuali, ma magari hanno entrambi perso elettori.
Vediamo un po' di numeri, partendo dai partiti maggiori. In questa tornata di Amministrative 2010, rispetto alle Europee del 2009, il PDL passa dal 35,3% al 26,78%, ma se contiamo la differenza sui suoi stessi elettori, da 10.807.327 a 5.843.420, ha subito un calo di quasi il 45% delle preferenze, come dire dimezzato. Il PD che fa mostra di uno stabile 26,1% nelle due tornate, in realtà ha perso il 27% di elettori. La Lega Nord, con l'emozione di essere salita dal 10,2% al 12,28% sul totale, nei fatti ha avuto un calo di elettori del 12%.
Fate pure il calcolo di tutti gli altri, e il risultato è sempre lo stesso: nessuno avrebbe di che esultare, se lo scopo fosse quello di soddisfare i cittadini.
Certo mi si può obbiettare che ci sono stati cambiamenti, partiti scomparsi o diverse alleanze, ma non su cifre così significative.
Si può poi additare che alcuni tipi di elezioni siano più sentiti, rispetto ad altri: ma che senso ha credere che la politica che amministra una regione sia meno importante di quella che amministra lo Stato?
Penso che un primo fattore interessante sia la volatilità di certe preferenze. Alcuni movimenti politici sembrano appoggiati da una base più costante (anche se più piccola nei numeri), altri hanno un grande consenso, ma incostante e volubile: se non si fa una campagna di grandi promesse, l'elettorato non si sente adulato e accarezzato a sufficienza da impegnarsi nell'esercizio di voto di pochi minuti.
Quei milioni d'italiani scomparsi, fra un'elezione e l'altra, una cifra ben impressionante, nella loro incoerenza decidono ben di più delle centinaia di migliaia che seguono assiduamente i partiti minori.
La democrazia si dimostra di nuovo come un esercizio del tutto utopico, dove chi combatte strenuamente per un qualsiasi ideale è infine ininfluente, facilmente cancellabile da un un gruppo sufficientemente ampio di ignavi e indolenti. La matematica ha così ragione di quello che ingannevolmente crediamo vero (la democrazia), solo perché accarezza la nostra etica e la nostra morale.
Visto che poi Loli mi rimprovera di non mettere immagini consone al tema, spero stavolta di aver azzeccato l'argomento: come non ritrarre il giusto contenitore?
lunedì, marzo 01, 2010
Banali unità di misura
Nel rapporto fra noi e l'ambiente che ci circonda definiamo sempre delle unità di misura, per descrivere quanto quello che ci circonda sia piccolo o grande. Non a caso le unità di misura primitive avevano origine da parti anatomiche o comunque da delle quantità a misura d'uomo. Ne rimane viva testimonianza nei paesi che tutt'ora impiegano quello che definisco tutt'ora, scherzosamente, il sistema di misura anatomico, contrapposto al Sistema Internazionale.
Curiosità vuole che mentre il progresso in alcune tecnologie cresceva rapidamente in paesi come gli Stati Uniti d'America, il sistema di misura non veniva aggiornato ai progressi scientifici. Così accade che in settori come quello dell'elettronica, sempre in grande evoluzione, le unità di misura di lunghezza più usate rimangano i pollici e i mil (millesimi di pollice).
Un'osservazione analoga mi capita spesso con i formati di data e ora. Mentre la suddivisione del tempo ha uno standard più largamente accettato (con l'adozione del calendario Giuliano prima e di quello Gregoriano poi), il modo in cui si scrivono le parti di questa misura (anno, mese, giorno) differisce nelle varie parti del mondo. L'idea che mi sono fatto è sempre legata alla nostra idea antropocentrica, si mette quindi al centro della misura quello che più si avvicina al nostro sentire, al nostro misurare. Così l'europeo vede spesso da vicino il trascorrere del giorno, seguito da mese ed anno, mentre invece gli anglofoni del nord America forse sentono più distintivo sapere qual è il mese, per poi dirne il giorno e l'anno. Dal punto di vista scientifico sarebbe più sensato l'ordine delle date usato in Giappone, con anno, mese e giorno: in fondo le espressioni numeriche hanno senso da quelle di misura più grande verso quella più piccola. Mentre probabilmente per i giapponesi è solo una diversa questione di percezione, e di come hanno recepito il calendario europeo.
Tutto è grande, tutto è piccolo. Analogamente, tutto è complesso, tutto è semplice: dipende da quanto è distante da noi.
Capire come si usano una matita o un paio di forbici, è semplice, è vicino alla nostra comprensione. Capire come funziona un grosso macchinario diventa complesso, lontano dalla nostra comprensione: tanto più è misterioso il suo scopo.
La nostra percezione di semplicità o di complessità, si lascia spesso ingannare da come percepiamo lo scopo di un oggetto o di un procedimento. Imbottigliare dell'acqua è semplice, perché dev'essere complesso imbottigliare un farmaco? Far viaggiare un'automobile è alla portata di tutti, perché dev'essere complesso far viaggiare un treno? Altro vale per un aereo: perché la nostra esperienza diretta è ben più difficilmente legata ai velivoli, che ai veicoli terrestri.
Viviamo quindi con un calderone d'idee spesso sbagliate, quando si cerca di dividere quel che è facile da quello che è difficile.
Un amico, dopo aver raccontato alla figlia di occuparsi del progetto di cose elettroniche, s'era sentito chiedere "allora, se ho bisogno di un telefonino [n.d.r. telefono cellulare] puoi costruirmelo tu?". In fondo che ci vuole, è solo elettronica, se ne vendono tanti, possono essere oggetti semplici, no?
Le tecnologie elettroniche sono un mondo d'esempio, per chi vi ha lavorato e seguito il loro sviluppo degli ultimi trent'anni. Qui infatti si è passati rapidamente da oggetti piuttosto rudimentali, a prodotti raffinati e complessi. Quello che un tempo poteva essere il lavoro di poche persone, su un apparecchio di larga diffusione come un telefono, è divenuto un'impresa impegnativa per aziende di grosso calibro, come investimenti tecnologici e finanziari.
Il fatto però di poter acquistare il prodotto finito, a basso costo, e di poterlo usare, senza troppa fatica, spinge a credere che si tratti di oggetti banali, ancor più semplici.
Questo fenomeno della banalizzazione sta crescendo a mio avviso in modo inusualmente preoccupante. Se da un lato l'obbiettivo ottimale di ogni prodotto elettronico, anche complesso, è di essere facilmente utilizzabile, dall'altro sta conducendo a un livello d'incultura progressivo.
Anziché far acquisire la soddisfazione di avere accesso facile a funzioni altrimenti complesse, si è prodotta l'insoddisfazione di aver accesso a cose di qualsiasi maggior complessità, altrettanto facilmente.
Non sono dell'idea che ogni cosa debba sempre essere sviscerata nella sua più profonda complessità, ma vorrei vedere più spesso riconosciuto il lavoro d'ingegno, così come quello produttivo, mentre al contrario viene quotidianamente sminuito (anche nelle produzioni asiatiche a basso costo e bassa qualità).
In un'intervista che leggevo oggi, il compositore Ryuichi Sakamoto menzionava come la musica non viene più pensata come un lavoro che ha un suo costo. Precisava come inoltre stia addirittura cambiando il paradigma per cui si scaricano gli mp3, sostituito da un ascolto su YouTube: la differenza può risultare sottile, ma effettivamente nel secondo caso non ci si preoccupa nemmeno più del brano musicale, ma del solo ascolto. Un consumo che non tratta neppure più il bene di cui fa uso (o abuso).
La sua memoria di quel che poteva accadere cento e passa anni fa, di quando non esisteva nessun tipo di musica registrata, ma solo dal vivo, riporta a quella misura più vicina alla complessità dell'opera (musicale, in questo caso).
Sono d'accordo con Sakamoto, quando dice di non sapere come si possano cambiare le cose, e che in qualche modo andremo avanti, anche quando il nostro lavoro non viene riconosciuto. Vedo però la crescita di grandi spazi bui, dove nessuno ha più il righello giusto, per misurare il lavoro e la cultura.
Curiosità vuole che mentre il progresso in alcune tecnologie cresceva rapidamente in paesi come gli Stati Uniti d'America, il sistema di misura non veniva aggiornato ai progressi scientifici. Così accade che in settori come quello dell'elettronica, sempre in grande evoluzione, le unità di misura di lunghezza più usate rimangano i pollici e i mil (millesimi di pollice).
Un'osservazione analoga mi capita spesso con i formati di data e ora. Mentre la suddivisione del tempo ha uno standard più largamente accettato (con l'adozione del calendario Giuliano prima e di quello Gregoriano poi), il modo in cui si scrivono le parti di questa misura (anno, mese, giorno) differisce nelle varie parti del mondo. L'idea che mi sono fatto è sempre legata alla nostra idea antropocentrica, si mette quindi al centro della misura quello che più si avvicina al nostro sentire, al nostro misurare. Così l'europeo vede spesso da vicino il trascorrere del giorno, seguito da mese ed anno, mentre invece gli anglofoni del nord America forse sentono più distintivo sapere qual è il mese, per poi dirne il giorno e l'anno. Dal punto di vista scientifico sarebbe più sensato l'ordine delle date usato in Giappone, con anno, mese e giorno: in fondo le espressioni numeriche hanno senso da quelle di misura più grande verso quella più piccola. Mentre probabilmente per i giapponesi è solo una diversa questione di percezione, e di come hanno recepito il calendario europeo.
Tutto è grande, tutto è piccolo. Analogamente, tutto è complesso, tutto è semplice: dipende da quanto è distante da noi.
Capire come si usano una matita o un paio di forbici, è semplice, è vicino alla nostra comprensione. Capire come funziona un grosso macchinario diventa complesso, lontano dalla nostra comprensione: tanto più è misterioso il suo scopo.
La nostra percezione di semplicità o di complessità, si lascia spesso ingannare da come percepiamo lo scopo di un oggetto o di un procedimento. Imbottigliare dell'acqua è semplice, perché dev'essere complesso imbottigliare un farmaco? Far viaggiare un'automobile è alla portata di tutti, perché dev'essere complesso far viaggiare un treno? Altro vale per un aereo: perché la nostra esperienza diretta è ben più difficilmente legata ai velivoli, che ai veicoli terrestri.
Viviamo quindi con un calderone d'idee spesso sbagliate, quando si cerca di dividere quel che è facile da quello che è difficile.
Un amico, dopo aver raccontato alla figlia di occuparsi del progetto di cose elettroniche, s'era sentito chiedere "allora, se ho bisogno di un telefonino [n.d.r. telefono cellulare] puoi costruirmelo tu?". In fondo che ci vuole, è solo elettronica, se ne vendono tanti, possono essere oggetti semplici, no?
Le tecnologie elettroniche sono un mondo d'esempio, per chi vi ha lavorato e seguito il loro sviluppo degli ultimi trent'anni. Qui infatti si è passati rapidamente da oggetti piuttosto rudimentali, a prodotti raffinati e complessi. Quello che un tempo poteva essere il lavoro di poche persone, su un apparecchio di larga diffusione come un telefono, è divenuto un'impresa impegnativa per aziende di grosso calibro, come investimenti tecnologici e finanziari.
Il fatto però di poter acquistare il prodotto finito, a basso costo, e di poterlo usare, senza troppa fatica, spinge a credere che si tratti di oggetti banali, ancor più semplici.
Questo fenomeno della banalizzazione sta crescendo a mio avviso in modo inusualmente preoccupante. Se da un lato l'obbiettivo ottimale di ogni prodotto elettronico, anche complesso, è di essere facilmente utilizzabile, dall'altro sta conducendo a un livello d'incultura progressivo.
Anziché far acquisire la soddisfazione di avere accesso facile a funzioni altrimenti complesse, si è prodotta l'insoddisfazione di aver accesso a cose di qualsiasi maggior complessità, altrettanto facilmente.
Non sono dell'idea che ogni cosa debba sempre essere sviscerata nella sua più profonda complessità, ma vorrei vedere più spesso riconosciuto il lavoro d'ingegno, così come quello produttivo, mentre al contrario viene quotidianamente sminuito (anche nelle produzioni asiatiche a basso costo e bassa qualità).
In un'intervista che leggevo oggi, il compositore Ryuichi Sakamoto menzionava come la musica non viene più pensata come un lavoro che ha un suo costo. Precisava come inoltre stia addirittura cambiando il paradigma per cui si scaricano gli mp3, sostituito da un ascolto su YouTube: la differenza può risultare sottile, ma effettivamente nel secondo caso non ci si preoccupa nemmeno più del brano musicale, ma del solo ascolto. Un consumo che non tratta neppure più il bene di cui fa uso (o abuso).
La sua memoria di quel che poteva accadere cento e passa anni fa, di quando non esisteva nessun tipo di musica registrata, ma solo dal vivo, riporta a quella misura più vicina alla complessità dell'opera (musicale, in questo caso).
Sono d'accordo con Sakamoto, quando dice di non sapere come si possano cambiare le cose, e che in qualche modo andremo avanti, anche quando il nostro lavoro non viene riconosciuto. Vedo però la crescita di grandi spazi bui, dove nessuno ha più il righello giusto, per misurare il lavoro e la cultura.
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