Non so quante volte ho letto e sentito quelle frasi famose, che descrivono il mondo intorno allo giuoco del calcio come violento e contro cui è necessario prendere provvedimenti. Di solito avviene dopo qualche evento tragico eclatante, come quello avvenuto nello scorso venerdì sera, in cui un agente di polizia è caduto morto (o se preferite vittima) in uno scontro.
Tanta indignazione popolare crea una seria stonatura, se la confrontiamo con quello che succede ogni volta che si presenta lo spettacolo di una partita di calcio. Perché a ben vedere, che prima o poi ci scappasse (di nuovo) il morto non doveva sorprendere nessuno. Ad ogni turno di campionato si replicano violenze e danneggiamenti, che ormai non fanno più notizia, tranne che per i casi particolari, ovviamente.
Quello che mi ha infastidito, nel vedere le scene della guerriglia urbana, che hanno portato alla recente tragedia, è il motivo dietro alla guerriglia.
Non erano scene di battaglia da qualche ex-repubblica sovietica, e neppure dalla Birmania o Indonesia. Non erano neppure gli argentini o i boliviani.
Erano semplicemente dei violenti, senza rivendicazioni sociali o umanitarie da fare, ma per i quali non abbiamo strumenti educativi e di contenimento. Così è stato sancito, da sempre, che le distruzioni siano ammissibili, tollerate, impunite, quando il pretesto è una partita di calcio.
La vera vergogna è di essere cittadini di una nazione che ha tollerato finora questo fatto.
domenica, febbraio 04, 2007
mercoledì, gennaio 31, 2007
Pax
Purtroppo i miei articoli da weblog si son rarefatti, per un'odissea telematica, sull'abilitazione di una nuova linea ADSL: non appena si sarà conclusa ne narrerò il tragicomico svolgimento.
Nel frattempo vorrei però bastonare a dovere tutti coloro che si occupano della vicenda sui cosiddetti pacs.
Come spesso accade, è una di quelle notizie che impegnano la stampa per giorni, se non settimane, e che ascolto, leggo, quasi in modo passivo. Si segue un giornale televisivo, uno radiofonico, si legge un quotidiano, e non si evita che questa non-notizia venga sviscerata fino al ridicolo. In fondo è una passività, visto che non abbiamo modo d'intervenire sui media. Se poi credete che i talk-show, gli spettacoli della chiacchiera, siano un mondo attivo, con orde (selezionate) di gente con il diritto ad insultarsi pubblicamente, o a diffondere plateali sciocchezze, se davvero lo credete, allora è pure peggio.
In fondo il mondo della comunicazione è riuscito nel suo intento. I mezzi di comunicazione, presi sempre d'assalto da chi voleva dire la sua, hanno reagito con un format che permettesse loro di uscirne con una splendida immagine. Quando in televisione si è cominciata a vedere la gente comune, non solo giornalisti, artisti, conduttori di programmi, le cose sono apparentemente cambiate.
Spesso sono stati sufficienti degli artifici. Come introdurre attori che impersonificassero gente comune, nelle trasmissioni televisive che si fingono concorsi a premi, ma anche in quelle dove si chiedono opinioni.
Tolti i filtri, i mascheramenti, le manipolazioni, non c'è quasi più partecipazione attiva: viene infatti concessa solo quando è ben noto che non altera lo status quo.
Messa da parte l'inutile (in questa fase) opinione pubblica, torniamo a questi famigerati pacs.
Il primo ossimoro della storia, che mi ha risvegliato il desiderio di scriverne, è il signor Giuseppe Betori, nella sua figura di Segretario Generale della CEI (che non ha niente a che fare con gli autorevoli documenti del CEI/IEC).
La sua frase, che ho trovato in un chiaro virgolettato, riassumeva che lo Stato "vuole legiferare troppo".
Leggetela come volete, ma il significato letterale è alquanto semplice. Perché non ha detto che lo Stato voglia legiferare in modo a lui sfavorevole, oppure a suo parere ingiusto: questi sono commenti accettabili da chiunque in fondo. Perfino un ladro ed assassino potrebbe obbiettare che lo Stato legiferi in modo a lui sfavorevole.
Il Betori ha invece usato una parola chiave: troppo. E per il troppo c'è la cura, ovvero il limite. E la cura contro quello che Betori considera troppo è appunto il suo giudizio di limite alle competenze di uno stato sovrano.
A ben vedere ce n'è da riempire un articolo e procedere ad aprire un fascicolo per sovversione dello stato democratico. Cosa che ovviamente non accadrà, perché lo Stato Italiano, chiaramente, non è sovrano su tutto quel che lo riguarda. Ci sono cose per cui rimane vassallo.
L'ipocrisia seguente è dei politicanti, dove tutti hanno dimostrato la loro inutilità, in ogni schieramento politico e carica istituzionale.
Hanno dimostrato che loro, pure in carica, non saprebbero far valere le pretese di una democrazia. Perché il terrore è che l'elettorato, facilmente manipolabile dagli avversari, potrebbe punirli.
Così stan cercando una via di mezzo, un guado nelle acque pericolose.
C'è poi chi beneficerebbe o meno di questi pacs.
E' evidente che una coppia di conviventi, eterosessuali, possa scegliere per il regolare matrimonio, l'unione civile. Certo possono esserci casi particolari, ma a prima vista mi sembra che per questi soggetti ci sia già la soluzione: basta prendersi la responsabilità di andare davanti all'ufficiale di rito civile.
Per i conviventi omosessuali è invece ben diversa la faccenda, per cui è chiaro che questi pacs siano una facilitazione per loro. E se la motivazione dell'unione riconosciuta è economica, legale, amministrativa, non vedo perché negarla.
Una famiglia non convenzionale è accettabile?
Penso proprio di sì, se vogliamo parlare di libertà personale. Ovvio che se la libertà personale non è ammessa per tutto, come accade nella quasi totalità delle fedi religiose, ci sono dei limiti.
Chi vuole essere religioso, seguire una precisa dottrina, non può ovviamente trasgredire. Così non avrebbe alcun senso l'esistenza di una coppia omosessuale che vuol essere cattolica praticante.
Come non avrebbe senso che il signor Silvio Berlusconi entrasse in una chiesa con l'attuale moglie, visto che ha contravvenuto ad un Sacramento Cattolico (divorziando, nonostante un matrimonio religioso e contraendone uno civile).
E ha ancor meno senso la condotta del signor Pier Ferdinando Casini, che rappresenta un partito politico d'ispirazione cattolica, è divorziato da un matrimonio cattolico, ed ha infine una relazione ed un figlio fuori dal matrimonio sia civile che religioso.
Viene da chiedersi cosa intendono per istituzione della famiglia questi signori, quando la difendono tanto: come possono parlare di famiglia in senso cattolico, se neppure loro seguono ciò che predicano?
Ma non sono i soli, se spulciate nella vita privata di tanti predicatori scoprirete gli stessi risultati. In un paese come gli Stati Uniti d'America, dove l'estremismo religioso è molto forte, questi personaggi avrebbero sicuramente visto la loro disfatta politica. Ma non qui da noi, dove amiamo farci dileggiare, canzonare, anche sui fatti più evidenti.
Paritur pax bello.
Nel frattempo vorrei però bastonare a dovere tutti coloro che si occupano della vicenda sui cosiddetti pacs.
Come spesso accade, è una di quelle notizie che impegnano la stampa per giorni, se non settimane, e che ascolto, leggo, quasi in modo passivo. Si segue un giornale televisivo, uno radiofonico, si legge un quotidiano, e non si evita che questa non-notizia venga sviscerata fino al ridicolo. In fondo è una passività, visto che non abbiamo modo d'intervenire sui media. Se poi credete che i talk-show, gli spettacoli della chiacchiera, siano un mondo attivo, con orde (selezionate) di gente con il diritto ad insultarsi pubblicamente, o a diffondere plateali sciocchezze, se davvero lo credete, allora è pure peggio.
In fondo il mondo della comunicazione è riuscito nel suo intento. I mezzi di comunicazione, presi sempre d'assalto da chi voleva dire la sua, hanno reagito con un format che permettesse loro di uscirne con una splendida immagine. Quando in televisione si è cominciata a vedere la gente comune, non solo giornalisti, artisti, conduttori di programmi, le cose sono apparentemente cambiate.
Spesso sono stati sufficienti degli artifici. Come introdurre attori che impersonificassero gente comune, nelle trasmissioni televisive che si fingono concorsi a premi, ma anche in quelle dove si chiedono opinioni.
Tolti i filtri, i mascheramenti, le manipolazioni, non c'è quasi più partecipazione attiva: viene infatti concessa solo quando è ben noto che non altera lo status quo.
Messa da parte l'inutile (in questa fase) opinione pubblica, torniamo a questi famigerati pacs.
Il primo ossimoro della storia, che mi ha risvegliato il desiderio di scriverne, è il signor Giuseppe Betori, nella sua figura di Segretario Generale della CEI (che non ha niente a che fare con gli autorevoli documenti del CEI/IEC).
La sua frase, che ho trovato in un chiaro virgolettato, riassumeva che lo Stato "vuole legiferare troppo".
Leggetela come volete, ma il significato letterale è alquanto semplice. Perché non ha detto che lo Stato voglia legiferare in modo a lui sfavorevole, oppure a suo parere ingiusto: questi sono commenti accettabili da chiunque in fondo. Perfino un ladro ed assassino potrebbe obbiettare che lo Stato legiferi in modo a lui sfavorevole.
Il Betori ha invece usato una parola chiave: troppo. E per il troppo c'è la cura, ovvero il limite. E la cura contro quello che Betori considera troppo è appunto il suo giudizio di limite alle competenze di uno stato sovrano.
A ben vedere ce n'è da riempire un articolo e procedere ad aprire un fascicolo per sovversione dello stato democratico. Cosa che ovviamente non accadrà, perché lo Stato Italiano, chiaramente, non è sovrano su tutto quel che lo riguarda. Ci sono cose per cui rimane vassallo.
L'ipocrisia seguente è dei politicanti, dove tutti hanno dimostrato la loro inutilità, in ogni schieramento politico e carica istituzionale.
Hanno dimostrato che loro, pure in carica, non saprebbero far valere le pretese di una democrazia. Perché il terrore è che l'elettorato, facilmente manipolabile dagli avversari, potrebbe punirli.
Così stan cercando una via di mezzo, un guado nelle acque pericolose.
C'è poi chi beneficerebbe o meno di questi pacs.
E' evidente che una coppia di conviventi, eterosessuali, possa scegliere per il regolare matrimonio, l'unione civile. Certo possono esserci casi particolari, ma a prima vista mi sembra che per questi soggetti ci sia già la soluzione: basta prendersi la responsabilità di andare davanti all'ufficiale di rito civile.
Per i conviventi omosessuali è invece ben diversa la faccenda, per cui è chiaro che questi pacs siano una facilitazione per loro. E se la motivazione dell'unione riconosciuta è economica, legale, amministrativa, non vedo perché negarla.
Una famiglia non convenzionale è accettabile?
Penso proprio di sì, se vogliamo parlare di libertà personale. Ovvio che se la libertà personale non è ammessa per tutto, come accade nella quasi totalità delle fedi religiose, ci sono dei limiti.
Chi vuole essere religioso, seguire una precisa dottrina, non può ovviamente trasgredire. Così non avrebbe alcun senso l'esistenza di una coppia omosessuale che vuol essere cattolica praticante.
Come non avrebbe senso che il signor Silvio Berlusconi entrasse in una chiesa con l'attuale moglie, visto che ha contravvenuto ad un Sacramento Cattolico (divorziando, nonostante un matrimonio religioso e contraendone uno civile).
E ha ancor meno senso la condotta del signor Pier Ferdinando Casini, che rappresenta un partito politico d'ispirazione cattolica, è divorziato da un matrimonio cattolico, ed ha infine una relazione ed un figlio fuori dal matrimonio sia civile che religioso.
Viene da chiedersi cosa intendono per istituzione della famiglia questi signori, quando la difendono tanto: come possono parlare di famiglia in senso cattolico, se neppure loro seguono ciò che predicano?
Ma non sono i soli, se spulciate nella vita privata di tanti predicatori scoprirete gli stessi risultati. In un paese come gli Stati Uniti d'America, dove l'estremismo religioso è molto forte, questi personaggi avrebbero sicuramente visto la loro disfatta politica. Ma non qui da noi, dove amiamo farci dileggiare, canzonare, anche sui fatti più evidenti.
Paritur pax bello.
giovedì, gennaio 18, 2007
Sotto contratto
Quanti di voi dedicano il giusto tempo a leggere i contratti?
E non parlo del contratto per la casa, o quello di lavoro, ma dei contratti minori, quelli dei servizi che vogliamo presto e subito, senza pensarci troppo.
Negli ultimi anni ho imparato a leggerli sempre più spesso con attenzione, per rilevare delle situazioni estremamente preoccupanti.
Gestori telefonici e di servizi Internet, ma anche produttori di software e di beni d'ogni genere: tutti sembrano avere come redattori degli avvocati arrivisti e un po' furboni. Ed hanno ben donde di esserlo, visto che facilmente ne vengono ripagati: solo alla risoluzione dei contratti gli utenti scoprono infatti che qualcosa non va, che hanno firmato una vera e propria truffa.
Un caso che mi era parso eclatante si trova nel documento di contratto di un fornitore di connessioni ADSL a basso costo, tale Siportal. Nel contratto, che deve essere accettato in toto dall'utente, per avere dirito al servizio, vi si leggono fatti inquietanti. All'articolo 19, punto (b), risulta infatti che per ottenere il servizio si cede al fornitore ogni propria informazione personale: loro le gestiranno solo in modo lecito, ci tengono a sottolineare, ma tutto quel che farete in Internet, dalla loro connessione, verrà controllato per scopi commerciali e pubblicitari. Senza limite di alcun tipo.
Trovando il fatto piuttosto insolito, feci un esposto al Garante per la Protezione dei Dati Personali, citando il dettaglio e gli articoli di legge che a mio parere venivano contravvenuti.
E' passato un bel po' di tempo, e devo dire che non ho visto né risposte dal Garante, né cambiamenti a quel contratto. Traete voi le conclusioni.
Mi chiedo peraltro per quanto ancora riuscirà a sopravvivere questo weblog. Sì, perché forse l'unica cosa a salvarlo è il suo pubblico, ridotto forse a 2-3 lettori.
Come mai dovrei preoccuparmi?
Il gestore del servizio, Google, ha pensato bene di modernizzare il weblog, così propone un nuovo servizio, che prima o poi dovrò accettare anch'io, se voglio continuare a scriver qui. Nel nuovo servizio, il contratto d'uso è di nuovo un documento preoccupante.
Se leggete anche i due soli paragrafi relativi ai "contenuti che incitano all'odio" e la "diffamazione/calunnia", appare evidente che quel che scrivo, spesso fortemente critico, può essere facilmente considerato contrario ai divieti. E in quel caso rimosso, da loro.
E non crediate che sia finita qui, di contratti vessatori ne incontro ogni giorno, leggendo con un minimo d'attenzione.
Cito solo un ultimo esempio, che molti spesso dimenticano. Tutto il software commerciale è solitamente fornito come licenza d'uso. Questo significa che la vostra versione di Microsoft Windows o di Microsoft Office non è in realtà... vostra. Ne avete la licenza d'uso, che vi costa i quattro o cinquecento Euro di un pacchetto Office, ma in realtà vi può essere ritirata e cancellata in qualsiasi momento: non avete alcun diritto su di essa. E l'avete accettato quando avete giudicato prolissi e noiosi tutti quei documenti su cui cliccare Ok, prima di avviare il programma.
Attenzione ai prossimi Ok.
E non parlo del contratto per la casa, o quello di lavoro, ma dei contratti minori, quelli dei servizi che vogliamo presto e subito, senza pensarci troppo.
Negli ultimi anni ho imparato a leggerli sempre più spesso con attenzione, per rilevare delle situazioni estremamente preoccupanti.
Gestori telefonici e di servizi Internet, ma anche produttori di software e di beni d'ogni genere: tutti sembrano avere come redattori degli avvocati arrivisti e un po' furboni. Ed hanno ben donde di esserlo, visto che facilmente ne vengono ripagati: solo alla risoluzione dei contratti gli utenti scoprono infatti che qualcosa non va, che hanno firmato una vera e propria truffa.
Un caso che mi era parso eclatante si trova nel documento di contratto di un fornitore di connessioni ADSL a basso costo, tale Siportal. Nel contratto, che deve essere accettato in toto dall'utente, per avere dirito al servizio, vi si leggono fatti inquietanti. All'articolo 19, punto (b), risulta infatti che per ottenere il servizio si cede al fornitore ogni propria informazione personale: loro le gestiranno solo in modo lecito, ci tengono a sottolineare, ma tutto quel che farete in Internet, dalla loro connessione, verrà controllato per scopi commerciali e pubblicitari. Senza limite di alcun tipo.
Trovando il fatto piuttosto insolito, feci un esposto al Garante per la Protezione dei Dati Personali, citando il dettaglio e gli articoli di legge che a mio parere venivano contravvenuti.
E' passato un bel po' di tempo, e devo dire che non ho visto né risposte dal Garante, né cambiamenti a quel contratto. Traete voi le conclusioni.
Mi chiedo peraltro per quanto ancora riuscirà a sopravvivere questo weblog. Sì, perché forse l'unica cosa a salvarlo è il suo pubblico, ridotto forse a 2-3 lettori.
Come mai dovrei preoccuparmi?
Il gestore del servizio, Google, ha pensato bene di modernizzare il weblog, così propone un nuovo servizio, che prima o poi dovrò accettare anch'io, se voglio continuare a scriver qui. Nel nuovo servizio, il contratto d'uso è di nuovo un documento preoccupante.
Se leggete anche i due soli paragrafi relativi ai "contenuti che incitano all'odio" e la "diffamazione/calunnia", appare evidente che quel che scrivo, spesso fortemente critico, può essere facilmente considerato contrario ai divieti. E in quel caso rimosso, da loro.
E non crediate che sia finita qui, di contratti vessatori ne incontro ogni giorno, leggendo con un minimo d'attenzione.
Cito solo un ultimo esempio, che molti spesso dimenticano. Tutto il software commerciale è solitamente fornito come licenza d'uso. Questo significa che la vostra versione di Microsoft Windows o di Microsoft Office non è in realtà... vostra. Ne avete la licenza d'uso, che vi costa i quattro o cinquecento Euro di un pacchetto Office, ma in realtà vi può essere ritirata e cancellata in qualsiasi momento: non avete alcun diritto su di essa. E l'avete accettato quando avete giudicato prolissi e noiosi tutti quei documenti su cui cliccare Ok, prima di avviare il programma.
Attenzione ai prossimi Ok.
Il valore dei morti
Negli ultimi anni, quasi con mistero, sono spariti dalle notizie i morti.
Sì, avete letto bene: in nessun incidente, disgrazia o cataclisma, ci sono più morti. Si parla sempre di vittime e feriti, ma di morti non più. La parola morto ha scatenato il senso di terrore nei notiziari, che sempre più richiedono una grande ipocrisia, per raggiungere i grandi ascolti.
Mentre venivano sdoganate tutte le parole volgari, il plateale turpiloquio, la rozzezza simbolo di profondo disagio culturale, qualche parola, pur lecita e non indelicata, veniva abolita.
Questo abuso del linguaggio, che dovrebbe indignare chiunque ami il linguaggio libero, ha invece creato una nuova falsa libertà, quella di potersi esprimere con un frasario un tempo considerato proibito. Così per poter citare i nomi volgari di organi e atti sessuali, ci siamo giocati la libertà di usare il resto del vocabolario.
Ma quanto pesano questi morti?
Già molte volte ho citato ad esempio la morte del signor Bettino Craxi, partendo dagli abusi della simbologia -- quella del latitante, condannato dai tribunali in patria, che espatria per sfuggire alla legge e poi accusare tutti di volergli del male.
Un altro caso che poi mi è rimasto in mente, dagli ultimi anni, è quello del signor Carlo Giuliani, morto (in quanto vittima e deceduto) negli scontri di protesta contro l'incontro G8 del luglio 2001, a Genova.
Non ci voleva una grande scienza per capire i fatti dalle foto e dai filmati di quell'evento. Durante gli scontri di piazza, durante una ritirata dagli attacchi dei Carabinieri, i manifestanti più violenti li hanno inseguiti, fra questi il Giuliani. Nel confronto ammazzo-te/ammazzi-me, è andata che il Giuliani non ha avuto il tempo di avere la meglio, ed anziché uccidere è stato ucciso.
Una vera disgrazia, comunque fosse andata la faccenda, chiunque ne fosse uscito vivo e morto.
Eppure non è stata interpretata così.
Complici gli abusi dei militari e della Polizia sui manifestanti, la morte del Giuliani è stata resa un assurdo simbolo di martirio. La decisione era tutta su chi rendere vittime e carnefici, già a monte delle dimostrazioni di piazza.
Così ad oggi ci sono addirittura proposte di comuni che vogliono mettere il nome di Giuliani a piazze e vie, come se fosse paragonabile a quello di Garibaldi o Mazzini. E non è tutto. Periodicamente, quando si parla di eventi sociopolitici c'è sempre pronta l'intervista o la citazione, su quello che ne pensa la madre. Che non ha la minima preoccupazione di parlare del figlio come un violento, ucciso mentre portava un passamontagna nero, assalendo altre persone, ma continua con una ridicola difesa ed atto accusatorio nei confronti degli altri.
In questo è in effetti in linea con tutte le madri, sia di figli buoni che cattivi.
Da morti diventano tutti buoni. Perché non è bello parlare male dei morti. E delle vittime.
Una vittima è ancora più intoccabile di un morto, perché è caduta a causa di qualcuno o di qualcosa.
Ecco perché una vittima vale di più di un morto, a parità di risultati.
Ecco perché siamo ostaggi di un mondo della comunicazione dove le parole vengono storpiate, con un'ipocrisia che sfiora il ridicolo. Questo per il politicamente corretto, dove si preferisce dire diversamente abili, anziché disabili, che sposta la problematica di chi porta un handicap (a mio avviso in modo realmente offensivo).
Chi conia e utilizza certe terminologie, dai politici ai giornalisti, ai sociologi, non mi si rivela altro che diversamente intelligente. Di ampia diversità, direi.
Sì, avete letto bene: in nessun incidente, disgrazia o cataclisma, ci sono più morti. Si parla sempre di vittime e feriti, ma di morti non più. La parola morto ha scatenato il senso di terrore nei notiziari, che sempre più richiedono una grande ipocrisia, per raggiungere i grandi ascolti.
Mentre venivano sdoganate tutte le parole volgari, il plateale turpiloquio, la rozzezza simbolo di profondo disagio culturale, qualche parola, pur lecita e non indelicata, veniva abolita.
Questo abuso del linguaggio, che dovrebbe indignare chiunque ami il linguaggio libero, ha invece creato una nuova falsa libertà, quella di potersi esprimere con un frasario un tempo considerato proibito. Così per poter citare i nomi volgari di organi e atti sessuali, ci siamo giocati la libertà di usare il resto del vocabolario.
Ma quanto pesano questi morti?
Già molte volte ho citato ad esempio la morte del signor Bettino Craxi, partendo dagli abusi della simbologia -- quella del latitante, condannato dai tribunali in patria, che espatria per sfuggire alla legge e poi accusare tutti di volergli del male.
Un altro caso che poi mi è rimasto in mente, dagli ultimi anni, è quello del signor Carlo Giuliani, morto (in quanto vittima e deceduto) negli scontri di protesta contro l'incontro G8 del luglio 2001, a Genova.
Non ci voleva una grande scienza per capire i fatti dalle foto e dai filmati di quell'evento. Durante gli scontri di piazza, durante una ritirata dagli attacchi dei Carabinieri, i manifestanti più violenti li hanno inseguiti, fra questi il Giuliani. Nel confronto ammazzo-te/ammazzi-me, è andata che il Giuliani non ha avuto il tempo di avere la meglio, ed anziché uccidere è stato ucciso.
Una vera disgrazia, comunque fosse andata la faccenda, chiunque ne fosse uscito vivo e morto.
Eppure non è stata interpretata così.
Complici gli abusi dei militari e della Polizia sui manifestanti, la morte del Giuliani è stata resa un assurdo simbolo di martirio. La decisione era tutta su chi rendere vittime e carnefici, già a monte delle dimostrazioni di piazza.
Così ad oggi ci sono addirittura proposte di comuni che vogliono mettere il nome di Giuliani a piazze e vie, come se fosse paragonabile a quello di Garibaldi o Mazzini. E non è tutto. Periodicamente, quando si parla di eventi sociopolitici c'è sempre pronta l'intervista o la citazione, su quello che ne pensa la madre. Che non ha la minima preoccupazione di parlare del figlio come un violento, ucciso mentre portava un passamontagna nero, assalendo altre persone, ma continua con una ridicola difesa ed atto accusatorio nei confronti degli altri.
In questo è in effetti in linea con tutte le madri, sia di figli buoni che cattivi.
Da morti diventano tutti buoni. Perché non è bello parlare male dei morti. E delle vittime.
Una vittima è ancora più intoccabile di un morto, perché è caduta a causa di qualcuno o di qualcosa.
Ecco perché una vittima vale di più di un morto, a parità di risultati.
Ecco perché siamo ostaggi di un mondo della comunicazione dove le parole vengono storpiate, con un'ipocrisia che sfiora il ridicolo. Questo per il politicamente corretto, dove si preferisce dire diversamente abili, anziché disabili, che sposta la problematica di chi porta un handicap (a mio avviso in modo realmente offensivo).
Chi conia e utilizza certe terminologie, dai politici ai giornalisti, ai sociologi, non mi si rivela altro che diversamente intelligente. Di ampia diversità, direi.
venerdì, gennaio 12, 2007
Cinismo o realismo?
Sono piuttosto avverso all'insistere con i commenti sui fatti che sconvolgono l'opinione pubblica, perché di solito non vi si cela granché di stimolante per il ragionamento. Certo non è una regola, ma in qualche modo pesa sul mio modo di accettare le notizie.
Già due persone hanno chiesto, in modo più o meno diretto, che ne pensavo di un recente fatto di cronaca, commentato anche un articolo di giornale.
Il signor Gabriele Romagnoli, che firma il suddetto articolo, mi trova d'accordo sulle sue conclusioni. Trovo facilmente condivisibile il fatto che esista un po' ovunque il vicino di casa psicotico, che ti vuole vedere nei guai, se non morto. E su questo è sicuramente d'accordo anche chi mi ha raccontato una storiella, due sere fa, su una vicina di casa che ungeva le scale d'olio d'oliva, per attentare deliberatamente alla sua salute.
Gli argomenti del Romagnoli sarebbero invero una piacevole fonte di chiacchierata, viste le variazioni sul tema che se ne possono trarre.
Un esempio è quello, dove per sfumatura semantica e profilo psicologico, vedo diversamente la frase in cui scrive che "[affermazione scontata] è che l'uomo sia un animale socievole". La mia espressione spesso usata è invece che "l'uomo è un animale sociale": questo prende nella giusta considerazione l'interazione dell'uomo con i suoi simili. La socialità infatti non implica necessariamente socievolezza, com'è il caso di un vicino di casa con intenti da assassino seriale.
La socialità umana non detta che venga ricercata sempre e con chiunque. Il gruppo di rapinatori o stupratori, che opera in accordo, è infatti un esempio di socialità applicata al gruppo, mentre al contrario non implica certo socievolezza verso l'intera comunità umana.
Quello che ha osservato Loli, parlandone per telefono, è che si sa come certe cose possano succedere, eppure il momento in cui succedono è traumatico, non solo per l'evento in sé.
E' in effetti come se una parte di noi volesse scongiurare la possibilità che possa succedere davvero.
La mia posizione è invece passibile di cinismo, per quanto io la consideri una forma di percezione del realismo. Non sono infatti sorpreso da certi eventi tragici, per almeno due motivi.
Il primo motivo è ovviamente la lontananza della tragedia: quando qualcosa di minimo accade a persone vicine, anche appena conosciute, siamo più sensibili per il legame di conoscenza.
Il secondo motivo (anche se non hanno un ordine d'importanza) è che la violenza, di qualsiasi tipo, non è cosa nuova. Questo non significa essere indifferenti alla violenza, ma giungere alla comprensione che non è eradicabile, anche se tutto è contro di essa.
Vorrei tanto che potesse esistere quanto prima un mondo privato della maggior parte delle violenze, ma purtroppo non è così facile. Gene Roddenberry, il creatore di Star Trek, raccontava storie del ventiquattresimo secolo, perché voleva credere fermamente in un futuro senza fame, guerre e violenze. Eppure chissà se sarà sufficiente aspettare solo altri tre secoli per raggiungere quel futuro.
Una mancanza del Romagnoli, nell'articolo suddetto, è però il mea culpa che dovrebbe fare qualsiasi giornalista, prima di dire che in fondo nell'orrore raccontato non ci sono novità.
Insomma, il caso efferato è la quotidianità, se si estrae dal contesto giornalistico.
Un esempio recente è la minore eco ricevuta dalla notizia della donna uccisa a Corleone, probabilmente sempre da un vicino di casa.
In questo caso mancavano gli elementi per l'interesse popolare (non ci sono bambini uccisi, la vittima è una sola, non c'è il sospetto che uno "straniero" abbia ucciso), e i giornali, le televisioni, hanno compiuto il loro dovere servile: lasciare spazio alle notizie più rilevanti.
Così se venissi ucciso dal mio vicino psicopatico (e qualcuno ne ha l'aspetto) non farei notizia, ma posso sentirmi confortato per l'avere come dirimpettai anche dei cinesi piuttosto loschi: con loro diverrei sicuramente famoso. E io che sto cercando una nuova casa più spaziosa: avere la fortuna a portata di mano e lasciarsela scappare!
Già due persone hanno chiesto, in modo più o meno diretto, che ne pensavo di un recente fatto di cronaca, commentato anche un articolo di giornale.
Il signor Gabriele Romagnoli, che firma il suddetto articolo, mi trova d'accordo sulle sue conclusioni. Trovo facilmente condivisibile il fatto che esista un po' ovunque il vicino di casa psicotico, che ti vuole vedere nei guai, se non morto. E su questo è sicuramente d'accordo anche chi mi ha raccontato una storiella, due sere fa, su una vicina di casa che ungeva le scale d'olio d'oliva, per attentare deliberatamente alla sua salute.
Gli argomenti del Romagnoli sarebbero invero una piacevole fonte di chiacchierata, viste le variazioni sul tema che se ne possono trarre.
Un esempio è quello, dove per sfumatura semantica e profilo psicologico, vedo diversamente la frase in cui scrive che "[affermazione scontata] è che l'uomo sia un animale socievole". La mia espressione spesso usata è invece che "l'uomo è un animale sociale": questo prende nella giusta considerazione l'interazione dell'uomo con i suoi simili. La socialità infatti non implica necessariamente socievolezza, com'è il caso di un vicino di casa con intenti da assassino seriale.
La socialità umana non detta che venga ricercata sempre e con chiunque. Il gruppo di rapinatori o stupratori, che opera in accordo, è infatti un esempio di socialità applicata al gruppo, mentre al contrario non implica certo socievolezza verso l'intera comunità umana.
Quello che ha osservato Loli, parlandone per telefono, è che si sa come certe cose possano succedere, eppure il momento in cui succedono è traumatico, non solo per l'evento in sé.
E' in effetti come se una parte di noi volesse scongiurare la possibilità che possa succedere davvero.
La mia posizione è invece passibile di cinismo, per quanto io la consideri una forma di percezione del realismo. Non sono infatti sorpreso da certi eventi tragici, per almeno due motivi.
Il primo motivo è ovviamente la lontananza della tragedia: quando qualcosa di minimo accade a persone vicine, anche appena conosciute, siamo più sensibili per il legame di conoscenza.
Il secondo motivo (anche se non hanno un ordine d'importanza) è che la violenza, di qualsiasi tipo, non è cosa nuova. Questo non significa essere indifferenti alla violenza, ma giungere alla comprensione che non è eradicabile, anche se tutto è contro di essa.
Vorrei tanto che potesse esistere quanto prima un mondo privato della maggior parte delle violenze, ma purtroppo non è così facile. Gene Roddenberry, il creatore di Star Trek, raccontava storie del ventiquattresimo secolo, perché voleva credere fermamente in un futuro senza fame, guerre e violenze. Eppure chissà se sarà sufficiente aspettare solo altri tre secoli per raggiungere quel futuro.
Una mancanza del Romagnoli, nell'articolo suddetto, è però il mea culpa che dovrebbe fare qualsiasi giornalista, prima di dire che in fondo nell'orrore raccontato non ci sono novità.
Insomma, il caso efferato è la quotidianità, se si estrae dal contesto giornalistico.
Un esempio recente è la minore eco ricevuta dalla notizia della donna uccisa a Corleone, probabilmente sempre da un vicino di casa.
In questo caso mancavano gli elementi per l'interesse popolare (non ci sono bambini uccisi, la vittima è una sola, non c'è il sospetto che uno "straniero" abbia ucciso), e i giornali, le televisioni, hanno compiuto il loro dovere servile: lasciare spazio alle notizie più rilevanti.
Così se venissi ucciso dal mio vicino psicopatico (e qualcuno ne ha l'aspetto) non farei notizia, ma posso sentirmi confortato per l'avere come dirimpettai anche dei cinesi piuttosto loschi: con loro diverrei sicuramente famoso. E io che sto cercando una nuova casa più spaziosa: avere la fortuna a portata di mano e lasciarsela scappare!
e-dioti o iDioti?
Mi ero trattenuto dal commentare il nuovo prodotto svelato da Apple qualche giorno fa, anche perché mi sembrava di sparare sulla Croce Rossa. Oggi però credo meriti un breve commento.
Il gergo di internet aveva fatto scuola, con il prefisso e- usato e abusato in ogni modo, dal più comune (e dotato di senso) e-mail per indicare la posta elettronica (electronic mail), allo e-business. E non dimentichiamo lo e-government, usato senza ritegno anche in Italia. Solo che qui, anziché prendere il significato della traduzione letterale, si sa bene cosa indica: come far spendere alle istituzioni dei soldi in apparati informatici, che non verranno applicati al loro proprio uso, ma finiranno in mano dei lavoratori al più basso grado di competenza.
Apple ha invece fatto proprio, come oggetto di design, il prefisso i, seguito da un nome con iniziale maiuscola (iMac, iBook, iPod, e così via).
Sorprendentemente non sono stati seguiti da Microsoft, in questa pratica compulsiva: probabilmente non c'erano più lettere iniziali degne di marchio. Microsoft si è accontentata del suo marchio .net, oltre alle tante X (partirono con ActiveX, e con Xbox sono riusciti addirittura a metterne due in quattro lettere).
Il nuovo prodotto Apple è nientemeno che un telefono cellulare, capace di instaurare conversazioni telefoniche (mi auguro), di riprodurre brani musicali, di collegarsi ad Internet, dotato infine di una fotocamera e schermo sensibile al tocco.
Sorprendente, vero?
Se la vostra risposta è "non tanto, ho già un telefono Nokia/Motorola/ecc. che fa le stesse cose, da due anni", beh, allora non avete letto la notizia con attenzione. La novità non stava nelle caratteristiche tecniche, altrimenti avreste obiettato che non è neppure un telefono UMTS, che la fotocamera ha solo risoluzione di un paio di megapixel, e così via.
La notizia era che Apple ha sfornato un nuovo prodotto, e tanto basta per i fanatici del marchio. Se poi è un prodotto già vecchiotto, prima di uscire, non ha importanza: chi osserverebbe mai che un'opera di Mondrian o Kandinsky è vecchiotta, se mettete in mostra un'originale nel vostro salotto?
Insomma, soddisfa chi se la rimira. Se poi ha incidentalmente una funzionalità tecnologica, allora sarà in ogni caso eccelsa.
In ogni caso vi rimangono comunque i suggerimenti di The Register su come impiegarlo.
Se però il vostro artista preferito dipinge un quadro, puntando sul nome dell'opera, e lo intitola la gioconda, potrebbe venirvi il dubbio che non sia di grande originalità.
Così lo Apple iPhone, dati gli unici suoi vanti, il nome del produttore e l'originalità del design, perde inaspettatamente uno dei due. Già, perché il nome iPhone è un marchio registrato di un prodotto Cisco Systems.
Però è un prodotto Apple, ed è stato pubblicizzato da Steve Jobs, davanti a un selezionato pubblico adorante, dove ha pure dimostrato come si potessero ordinare dei caffè via Internet, tramite l'eccelso dispositivo. Che fortuna.
Il gergo di internet aveva fatto scuola, con il prefisso e- usato e abusato in ogni modo, dal più comune (e dotato di senso) e-mail per indicare la posta elettronica (electronic mail), allo e-business. E non dimentichiamo lo e-government, usato senza ritegno anche in Italia. Solo che qui, anziché prendere il significato della traduzione letterale, si sa bene cosa indica: come far spendere alle istituzioni dei soldi in apparati informatici, che non verranno applicati al loro proprio uso, ma finiranno in mano dei lavoratori al più basso grado di competenza.
Apple ha invece fatto proprio, come oggetto di design, il prefisso i, seguito da un nome con iniziale maiuscola (iMac, iBook, iPod, e così via).
Sorprendentemente non sono stati seguiti da Microsoft, in questa pratica compulsiva: probabilmente non c'erano più lettere iniziali degne di marchio. Microsoft si è accontentata del suo marchio .net, oltre alle tante X (partirono con ActiveX, e con Xbox sono riusciti addirittura a metterne due in quattro lettere).
Il nuovo prodotto Apple è nientemeno che un telefono cellulare, capace di instaurare conversazioni telefoniche (mi auguro), di riprodurre brani musicali, di collegarsi ad Internet, dotato infine di una fotocamera e schermo sensibile al tocco.
Sorprendente, vero?
Se la vostra risposta è "non tanto, ho già un telefono Nokia/Motorola/ecc. che fa le stesse cose, da due anni", beh, allora non avete letto la notizia con attenzione. La novità non stava nelle caratteristiche tecniche, altrimenti avreste obiettato che non è neppure un telefono UMTS, che la fotocamera ha solo risoluzione di un paio di megapixel, e così via.
La notizia era che Apple ha sfornato un nuovo prodotto, e tanto basta per i fanatici del marchio. Se poi è un prodotto già vecchiotto, prima di uscire, non ha importanza: chi osserverebbe mai che un'opera di Mondrian o Kandinsky è vecchiotta, se mettete in mostra un'originale nel vostro salotto?
Insomma, soddisfa chi se la rimira. Se poi ha incidentalmente una funzionalità tecnologica, allora sarà in ogni caso eccelsa.
In ogni caso vi rimangono comunque i suggerimenti di The Register su come impiegarlo.
Se però il vostro artista preferito dipinge un quadro, puntando sul nome dell'opera, e lo intitola la gioconda, potrebbe venirvi il dubbio che non sia di grande originalità.
Così lo Apple iPhone, dati gli unici suoi vanti, il nome del produttore e l'originalità del design, perde inaspettatamente uno dei due. Già, perché il nome iPhone è un marchio registrato di un prodotto Cisco Systems.
Però è un prodotto Apple, ed è stato pubblicizzato da Steve Jobs, davanti a un selezionato pubblico adorante, dove ha pure dimostrato come si potessero ordinare dei caffè via Internet, tramite l'eccelso dispositivo. Che fortuna.
martedì, gennaio 09, 2007
Filantropi e filastrocche
Spesse volte vorrei annotarmi da qualche parte le scabrosità, le spigolature, le ruvidità che si apprendono dai mezzi di comunicazione. Articoli di quotidiani, giornali televisivi, e perfino i messaggi pubblicitari, mi conducono a riflessioni sulla profondità dei contenuti e le implicazioni collaterali.
Finisco poi per non annotarmi niente, sia perché sono davvero troppi gli spunti, sia perché sono davvero troppo per sopportare di vederseli scritti di nuovo anche qui.
Come i discorsi del sedicesimo/sedicente Benedetto, che dimostra piena incapacità nel gestire le vicende dell'organico clericale (vedi la vicenda dell'arcivescovo polacco, ex-spia), ma che non cessa con l'arroganza di dichiarare incivile chi non segue la morale cattolica (vedi le invettive sui PACS).
Una faccenduola invece collaterale, per chi come noi vive lontano dai paesi africani, mi è arrivata come lettura e come ascolto in radio, in due fasi. Che mi hanno spinto a mettere per iscritto l'indignazione.
Un articolo di ieri su La Repubblica, firmato dal signor Vittorio Zucconi, citava dati, da un'inchiesta del Los Angeles Times, sugli affari del signor William Gates e la sua famigerata fondazione.
L'articolo dello Zucconi ha un piglio moderno, quello del nuovo modo di fare giornalismo all'americana. O meglio, il modo di fare giornalismo di parte, in modo che apparentemente non sembri così. Probabilmente quel metodo ha anche una certa presa sul pubblico, negli Stati Uniti d'America, mentre qui è un po' dubbio.
La descrizione parte dal fatto, nei suoi dettagli: la Bill & Melinda Gates Foundation, spende soldi in beneficienza, sì, ma ad un costo per chi la riceve. Questo di per sé esclude già il termine beneficienza, ma il gioco di denaro è assai complesso, per essere liquidato così.
I signori Gates investono prima in compagnie petrolifere, farmaceutiche, producendo inquinanti e danno economico alle nazioni in via di sviluppo, in seguito, con un ramo separato della fondazione, donano soldi alle stesse popolazioni, con un fattore diciamo del 50% rispetto agli introiti.
Così possono prima causare il cancro e diffondere l'AIDS, per poi vendere i farmaci e regalare scuole per l'infanzia.
La conclusione dello Zucconi si evince già prima della metà del suo articolo, quando in proposito alle attività nel settore informatico del signor Gates scrive "è stato ripetutamente accusato e incriminato per pratiche contro la concorrenza, negli Stati Uniti come alla Commissione Europea, nel tentativo, finora sostanzialmente vano, di spezzare il suo impero".
La decisione europea non aveva nessuna intenzione di combattere una grossa multinazionale, che fra l'altro aveva già avuto vittorie negli USA per le amicizie che legano Gates al presidente in carica. Il punto era di evitare il soffocamento di un settore, evitando che si giungesse ad un monopolio legalizzato. Il tono dell'articolo invece è costantemente lamentoso, con un pover'uomo che non riesce a fare il miliardario come vorrebbe, perché limitato da cattivissime organizzazioni come la Comunità Europea.
Ma non si ferma qui.
Il finale ad effetto, dopo tanto prologo, è che non si può negare come Gates stia sfruttando popolazioni povere, forte del potere economico, in un continente così disastrato. Ma, prosegue lo Zucconi, è un male necessario, perché se non facesse un po' di morti e feriti, come ci si potrebbe aspettare che arrivino anche aiuti economici e umanitari? Ci spiega che se non fosse Gates a pilotare il settore farmaceutico, lo farebbero altri, molto più avidi, che non destinerebbero nemmeno un soldo in beneficienza.
Insomma, Gates è il minore dei mali, quindi per lo Zucconi non si può che gioirne. Il cancro è una gioia a seconda di chi te lo causa?
Lascio a voi la scelta di un epiteto colorito per definire l'articolista e la buona e felice famigliola Gates.
Finisco poi per non annotarmi niente, sia perché sono davvero troppi gli spunti, sia perché sono davvero troppo per sopportare di vederseli scritti di nuovo anche qui.
Come i discorsi del sedicesimo/sedicente Benedetto, che dimostra piena incapacità nel gestire le vicende dell'organico clericale (vedi la vicenda dell'arcivescovo polacco, ex-spia), ma che non cessa con l'arroganza di dichiarare incivile chi non segue la morale cattolica (vedi le invettive sui PACS).
Una faccenduola invece collaterale, per chi come noi vive lontano dai paesi africani, mi è arrivata come lettura e come ascolto in radio, in due fasi. Che mi hanno spinto a mettere per iscritto l'indignazione.
Un articolo di ieri su La Repubblica, firmato dal signor Vittorio Zucconi, citava dati, da un'inchiesta del Los Angeles Times, sugli affari del signor William Gates e la sua famigerata fondazione.
L'articolo dello Zucconi ha un piglio moderno, quello del nuovo modo di fare giornalismo all'americana. O meglio, il modo di fare giornalismo di parte, in modo che apparentemente non sembri così. Probabilmente quel metodo ha anche una certa presa sul pubblico, negli Stati Uniti d'America, mentre qui è un po' dubbio.
La descrizione parte dal fatto, nei suoi dettagli: la Bill & Melinda Gates Foundation, spende soldi in beneficienza, sì, ma ad un costo per chi la riceve. Questo di per sé esclude già il termine beneficienza, ma il gioco di denaro è assai complesso, per essere liquidato così.
I signori Gates investono prima in compagnie petrolifere, farmaceutiche, producendo inquinanti e danno economico alle nazioni in via di sviluppo, in seguito, con un ramo separato della fondazione, donano soldi alle stesse popolazioni, con un fattore diciamo del 50% rispetto agli introiti.
Così possono prima causare il cancro e diffondere l'AIDS, per poi vendere i farmaci e regalare scuole per l'infanzia.
La conclusione dello Zucconi si evince già prima della metà del suo articolo, quando in proposito alle attività nel settore informatico del signor Gates scrive "è stato ripetutamente accusato e incriminato per pratiche contro la concorrenza, negli Stati Uniti come alla Commissione Europea, nel tentativo, finora sostanzialmente vano, di spezzare il suo impero".
La decisione europea non aveva nessuna intenzione di combattere una grossa multinazionale, che fra l'altro aveva già avuto vittorie negli USA per le amicizie che legano Gates al presidente in carica. Il punto era di evitare il soffocamento di un settore, evitando che si giungesse ad un monopolio legalizzato. Il tono dell'articolo invece è costantemente lamentoso, con un pover'uomo che non riesce a fare il miliardario come vorrebbe, perché limitato da cattivissime organizzazioni come la Comunità Europea.
Ma non si ferma qui.
Il finale ad effetto, dopo tanto prologo, è che non si può negare come Gates stia sfruttando popolazioni povere, forte del potere economico, in un continente così disastrato. Ma, prosegue lo Zucconi, è un male necessario, perché se non facesse un po' di morti e feriti, come ci si potrebbe aspettare che arrivino anche aiuti economici e umanitari? Ci spiega che se non fosse Gates a pilotare il settore farmaceutico, lo farebbero altri, molto più avidi, che non destinerebbero nemmeno un soldo in beneficienza.
Insomma, Gates è il minore dei mali, quindi per lo Zucconi non si può che gioirne. Il cancro è una gioia a seconda di chi te lo causa?
Lascio a voi la scelta di un epiteto colorito per definire l'articolista e la buona e felice famigliola Gates.
venerdì, gennaio 05, 2007
Gente d'ogni specie
Esperti alla guida - 2
Nel guazzabuglio di parole che ho compilato ieri mi ero dimenticato un punto.
Il signor Ken Livingstone, che casualmente copre anche la carica di sindaco della citta di Londra, ha opinioni assai precise sui guidatori delle auto a quattro ruote motrici: a suo parere si tratta d'idioti o di contadini. I primi le guidano in città, i secondi in campagna, e tanto è sufficiente per lui.
Il fortunato Livingstone, che non ha mai affrontato avventure come un suo più antico omonimo, si deve essere perso i terreni accidentati, gli acquitrini, le trappole improvvise. Se fosse sindaco di qualche città italiana dovrebbe cautelarsi infatti, perché quel tipo d'imprevisti sono ormai più comuni nella cerchia urbana di città come Firenze, che fuori dalle mura.
Cantieri infiniti, buche scavate dove già non ce n'era una, pietre sconnesse fino a rendere certe strade un percorso da cingolati, fanno ricredere sul tipo di mezzo necessario. Fortunatamente non vivo in una città come Firenze, appunto, ma giro per le periferie e mi avvicino alle campagne, così da poter tranquillamente usare una normale berlina. Altrimenti una fuoristrada sarebbe strettamente necessaria.
Famosi fino in fondo
Quando con "fondo" penso al letterale "fondo del barile", appaiono citazioni consone come l'entrata in classifica, nella lista Who's who delle personalità britanniche degne di nota, del signor Jonathan Ive.
Se vi chiedete chi sia questo signore, posso riassumervi che è riuscito in un compito in effetti delicato: ha reso simboli d'arte delle scatole vuote (di contenuti e significati). In realtà le scatole non erano vuote nel senso del contenuto fisico, ma trattandosi di prodotti come gli Apple iMac e iPod erano in realtà vuote nel senso tecnologico. Niente d'innovativo, prodotti che nessun consumatore vorrebbe, visto che per le funzionalità tecnologiche ne esistono tanti altri, ma che il tocco del designer ha reso oggetti di culto.
Una sorta di ritratto alla Marylin Monroe dell'informatica, l'icona decadente di un mondo vuoto, portata fino all'autodistruzione per il distruttivismo insito nel modello stesso. Che dire, almeno il dipinto di Andy Warhol era multicolore, mentre il minimalismo di Ive ricorda qualche asettico strumento da farmacista. Suppongo che Apple non produrrà mai una bilancia per neonati o un misuratore di glucosio per diabetici, visto che hanno già quel design. Però potrebbero smentirmi: quando qualcosa è già stato inventato e funziona non sanno esimersi dal farne una copia con caratteristiche ridotte.
Nel guazzabuglio di parole che ho compilato ieri mi ero dimenticato un punto.
Il signor Ken Livingstone, che casualmente copre anche la carica di sindaco della citta di Londra, ha opinioni assai precise sui guidatori delle auto a quattro ruote motrici: a suo parere si tratta d'idioti o di contadini. I primi le guidano in città, i secondi in campagna, e tanto è sufficiente per lui.
Il fortunato Livingstone, che non ha mai affrontato avventure come un suo più antico omonimo, si deve essere perso i terreni accidentati, gli acquitrini, le trappole improvvise. Se fosse sindaco di qualche città italiana dovrebbe cautelarsi infatti, perché quel tipo d'imprevisti sono ormai più comuni nella cerchia urbana di città come Firenze, che fuori dalle mura.
Cantieri infiniti, buche scavate dove già non ce n'era una, pietre sconnesse fino a rendere certe strade un percorso da cingolati, fanno ricredere sul tipo di mezzo necessario. Fortunatamente non vivo in una città come Firenze, appunto, ma giro per le periferie e mi avvicino alle campagne, così da poter tranquillamente usare una normale berlina. Altrimenti una fuoristrada sarebbe strettamente necessaria.
Famosi fino in fondo
Quando con "fondo" penso al letterale "fondo del barile", appaiono citazioni consone come l'entrata in classifica, nella lista Who's who delle personalità britanniche degne di nota, del signor Jonathan Ive.
Se vi chiedete chi sia questo signore, posso riassumervi che è riuscito in un compito in effetti delicato: ha reso simboli d'arte delle scatole vuote (di contenuti e significati). In realtà le scatole non erano vuote nel senso del contenuto fisico, ma trattandosi di prodotti come gli Apple iMac e iPod erano in realtà vuote nel senso tecnologico. Niente d'innovativo, prodotti che nessun consumatore vorrebbe, visto che per le funzionalità tecnologiche ne esistono tanti altri, ma che il tocco del designer ha reso oggetti di culto.
Una sorta di ritratto alla Marylin Monroe dell'informatica, l'icona decadente di un mondo vuoto, portata fino all'autodistruzione per il distruttivismo insito nel modello stesso. Che dire, almeno il dipinto di Andy Warhol era multicolore, mentre il minimalismo di Ive ricorda qualche asettico strumento da farmacista. Suppongo che Apple non produrrà mai una bilancia per neonati o un misuratore di glucosio per diabetici, visto che hanno già quel design. Però potrebbero smentirmi: quando qualcosa è già stato inventato e funziona non sanno esimersi dal farne una copia con caratteristiche ridotte.
giovedì, gennaio 04, 2007
Esperti alla guida
Immaginate un esperto di autoveicoli, qualcuno che abbia studiato con estrema passione la meccanica e la termodinamica, l'elettronica dei mezzi e la psicologia dei guidatori. Vorreste averlo come istruttore di scuola guida? Probabilmente sì, sapendo che magari potrebbe introdurvi con dei buoni argomenti.Supponiamo che però, nel contempo, veniate a sapere che questo esperto non ha mai realmente guidato un'automobile. Se l'è studiate tutte, le ha viste guidare, ma per scelta personale lui non lo farebbe mai. E' un fenomeno quantomeno curioso, se non assurdo, ma l'assurdità rende chiaro un altro parallelo, con un caso più realistico, che mi ha suggerito l'analogia.
Quali sono i suggerimenti che un prete cattolico può dare a due futuri sposi, tanto da farne un corso prematrimoniale?
Confermando quel che mi è stato detto una volta, cioè che io ho un flusso di pensiero non lineare (e lo considero uno splendido complimento), torno invece all'argomento automobilistico.
La rivista New Scientist ha pubblicato uno studio sui guidatori dei cosiddetti sport utility vehicles (SUV), che tanto hanno acquisito diffusione anche da noi.
La preferenza degli automobilisti verso questo tipo di mezzi, che spesso sono un incrocio fra automobili di grandi dimensioni e fuoristrada a quattro ruote motrici, è sicuramente dettata da alcune percezioni facilmente indovinabili.
Avere la sensazione di migliore controllo della strada, vedendola da una posizione più in alto, è sicuramente una di queste. C'è anche la sensazione che un mezzo di maggiori dimensioni sia più robusto. Non sottovaluto poi l'appagamento di sfoggiare un veicolo grande, che a mio parere è anche la molla primaria del meccanismo che ha reso altrettanto diffuse le cosiddette automobili station wagon. Il senso del "grosso è bello" ha insomma conquistato anche i guidatori e le guidatrici italiane, riempiendo con alcuni chili in più di acciaio quel vuoto della persona che cresce quotidianamente.
Penso infatti che non sia difficile individuare in certi simboli il desiderio di affermazione, il bisogno di sentirsi considerati come persone speciali. Sono valide anche altre simbologie, come l'estensione, tutta maschile, del proprio membro virile, attraverso un simbolo sociale quale la dimensione della propria automobile. Probabilmente sono ben altri simboli ad appagare invece le donne, che non mostrano spesso questa necessità in termini automobilistici, quanto in altri settori (gusto estetico, simboli di femminilità).
La preoccupazione dell'articolista di New Scientist, come dei ricercatori che hanno condotto lo studio, è principalmente sul senso di falsa sicurezza, indotto da alcuni veicoli.
Le dimensioni del mezzo fanno infatti pensare, all'ingenuo guidatore, che anche in caso di collisione si sia tutelati in modo direttamente proporzionale. In realtà questo non è proprio così, e non solo perché gli incidenti reali non sono lineari come i crash test. Un esempio è la riluttanza all'uso delle cinture di sicurezza e l'eccessivo affidamento agli airbag, che hanno il loro migliore effetto sotto i 30-50 km/h di velocità.
Tutti i moderni meccanismi di sicurezza, come anche l'assistenza nelle frenate di emergenza, oppure il controllo elettronico contro i tamponamenti, sono benvenuti. Nessuno di questi però può salvare da un urto ad alta velocità (già ad un centinaio di chilometri orari è assai normale uscire seriamente feriti o morti da una collisione, qualsiasi sia il mezzo).
Un'altra falsa sicurezza, che ho notato in molti automobilisti, è la scarsa attenzione verso la sicurezza offerta dagli altri. Chi in autostrada si avvicina troppo al veicolo che lo precede, non ha infatti la percezione che la sua sicurezza è data principalmente dalle capacità dell'altro guidatore e dell'altro mezzo: se questo infatti rallenta improvvisamente per un guasto, non serve quasi a niente avere un mezzo molto migliore. Se il veicolo che precede è assai vetusto, e subisce lo scoppio di uno pneumatico, se lo ritroverà sul cofano chi segue, per quanto guidi un'automobile moderna e prestante. Come per molte altre situazioni: nel momento in cui si crea una catena, il difetto più grave è pari a quello dell'anello più debole.
Così sono ben pochi a ricordare che il rischio ribaltamento di un'automobile molto alta (quale un SUV) è maggiore rispetto a veicoli più bassi da terra, e che sicuramente si può compensare solo con un'andatura più moderata.
Il corollario di queste considerazioni è a mio parere un'automobile ben precisa.
Parecchi anni fa Daimler-Benz, con il marchio Mercedes, immesse sul mercato la serie A, un'automobile pensata per aggredire il settore delle monovolume compatte, con un prodotto di sicura eleganza.
Mentre un gruppo di giornalisti del settore automobilistico la stavano provando, per rilasciarle il premio di auto dell'anno, si generò un clamoroso incidente. In una semplice curva, ai sessanta chilometri orari, l'automobile perse completamente aderenza dal terreno e si adagiò su un fianco, con qualche trauma per gli occupanti.
Ora, mentre è comune vedere incidenti di tante auto, dove per l'alta velocità capitano slittamenti fuori dalla sede stradale, il ribaltamento sul fianco, senza interventi esterni, è di solito incidentale per velocità assai più elevate. Questo fa pensare che il veicolo in questione sia seriamente pensato male, fino dall'origine, per la distribuzione dei pesi.
La soluzione del costruttore fu d'impiegare un ottimo controllo elettronico della stabilità, per rendere così sicura su strada un'automobile fondamentalmente ideata male. Tutt'oggi non è quindi incomprensibile vedere quel modello che si ribalta sul fianco, in caso d'incidente con un urto dall'esterno (che non può essere corretto dal sistema elettronico).
L'elettronica aiuta, ma anche quando riesce a fare qualcosa che non capite non crediate sia un miracolo.
martedì, gennaio 02, 2007
Finestra con Vista
Felice anno nuovo.
E tenete gli occhi aperti, anche se non basteranno per capire cosa c'è in vista. O in Vista, se vogliamo essere più precisi.
L'infausto nome che accompagna il nuovo sistema operativo di Microsoft, crea un delizioso calembour nella pronuncia italiana, window-svista.
Come mai tanta generosità dall'azienda americana, da regalare la nuova versione a più utenti possibile?
Va ricordato che infatti ne potranno beneficiare molti utenti. Tutti coloro che acquistano (nei due mesi antecedenti il rilascio del nuovo sistema operativo) dei nuovi calcolatori, di qualsiasi fatta, purché recanti la scritta Windows Vista Capable.
La risposta, non tanto misteriosa per gli addetti al settore, è anche nella dettagliata analisi del signor Peter Gutmann, che approfondisce bene anche tutti quelli che sono gli effetti collaterali.
Se volete la conclusione è presto detta: l'obbiettivo è creare delle licenze d'uso che portino soldi sicuri a Microsoft, con il forte appoggio delle grandi industrie americane del settore audiovisivo (cinematografico e musicale, per citarne un paio).
Il tentativo era già in corso da tempo, con varie pressioni anche sui costruttori dei sistemi di lettura e scrittura di DVD. Se a quel tempo l'insistenza era sul rendere fondamentale l'uso dei formati di Windows Media Player - per avere royalties da ogni unità prodotta - stavolta il gioco è molto più complesso.
Vorrei soffermarmi a raccontare alcune delle novità elencate dal Gutmann, qualche perla degna di nota.
Le compagnie cinematografiche, in primis, stanno cercando da anni di stringere sempre di più i loro prodotti in un castello a prova d'assedio. Le mura del castello sono i sistemi crittografici di protezione contro le copie e le visioni (o gli ascolti) non autorizzate.
Con Vista, la stessa Microsoft ha redatto specifiche di prodotto da un lato assai complesse e rigide, ma al tempo stesso fumose.
La preoccupazione per i contenuti audio e video ad alta qualità è che possa esserci un qualsiasi canale di comunicazione in cui questi passino senza protezione. Il transito dei dati, dal lettore di DVD, al processore, alla scheda video, fino al monitor, deve essere protetto nel modo più stringente. In questo sforzo hanno coinvolto tutti i produttori delle parti elettroniche interne: per essere compatibili con i contenuti premium del nuovo Vista, dovranno includere una gran quantità di sistemi crittografici.
In cosa si traduce?
Semplice: le parti hardware saranno più complesse e costose, le parti software più complesse e lente.
Ma non finisce lì.
I contenuti premium diverranno il fulcro di Vista: questi non sono certo gli ormai obsoleti DVD, ma i nuovi (ancora costosissimi) dischi Blu-Ray e HD-DVD.
Se l'utente dei contenuti premium va premiato, l'utente dei restanti va tenuto sotto controllo (per evitare che i vecchi DVD siano facilmente copiati e visualizzati). Così il loro contenuto verrà peggiorato nella visione e nell'ascolto. In quella che sembra una fiera dell'assurdo, verrà peggiorata la visione dei DVD per chi usa impianti video e audio di altissima qualità, con le connessioni digitali in fibra ottica o S/PDIF: perché il segnale che ne esce è di qualità troppo elevata e può essere facilmente duplicato.
Come verrà peggiorata l'immagine o il video? In modo automatico, nascosto all'utente.
Così, come descrive il Gutmann, se un medico vorrà visualizzare delle immagini di una radiografia, per accertare la presenza di un tumore, potrebbe ritrovarsi con Vista che sfoca l'immagine inavvertitamente, e non vederlo.
E non finisce neppure qui.
Visto che tutto è centrato sul combattere la fruibilità illegale, sono richiesti dei controlli paranoici su tutto.
Supponiamo che un utente australiano abbia una scheda video simile alla vostra. Potete pensare che i suoi guai non vi riguardino, se la vostra funziona alla perfezione. Questo valeva prima di Vista, infatti.
Se l'australiano si ritrova però con un componente software che smette di funzionare con la sua scheda video, la cosa non passa inosservata. Viene registrata, e in caso grave la sua scheda video viene dichiarata sgradita. Anche se potrebbe ancora funzionare, e non ha guasti irreparabili.
Incidentalmente tutto questo viene registrato, inviato a Microsoft, catalogato. Al prossimo aggiornamento potreste scoprire (magari insieme ad altri centomila utenti) che la vostra scheda video è dichiarata sgradita a livello globale, Vista non la supporterà più. E se si tratta di una scheda un po' vecchiotta, per cui nessuno indaga sul problema, non funzionerà mai più.
In teoria, avrete un computer a orologeria, che a discrezione di Microsoft potrebbe venire interdetto completamente nel suo funzionamento, prima o poi.
E ancora non siamo alla fine.
Potreste desiderare di usare un altro sistema operativo, magari gratuito, open source.
Eppure non vi salverà da tutti i costi: i componenti hardware, per ammortizzare i costi, verranno sempre pensati per Vista. Dovrete comunque pagare il costo delle complicazioni aggiunte per Vista, anche se non lo usate.
Per non parlare dei cosiddetti driver, quelle parti di un sistema operativo che fanno funzionare le singole componenti del calcolatore (scheda video, scheda audio, eccetera).
Per la compatibilità con la presunta sicurezza di Vista, le informazioni su queste parti diverranno segreti non divulgabili: nessuno potrà realizzare una versione di Linux o FreeBSD funzionante a pieno per il vostro audio e video, perché sarà illegale.
E la fine delle cattive notizie non ha mai fine.
Sarà interessante vedere se nella Comunità Europea vincerà il solito servilismo verso il potere commerciale o se riuscirà a spuntarla qualche obbligo di apertura, che in ogni caso arriverà troppo tardi, quando i giochi saranno già fatti: com'è accaduto già con Internet Explorer e Windows Media Player.
Vedete un po' voi cosa c'è, fuori dalla finestra.
E tenete gli occhi aperti, anche se non basteranno per capire cosa c'è in vista. O in Vista, se vogliamo essere più precisi.
L'infausto nome che accompagna il nuovo sistema operativo di Microsoft, crea un delizioso calembour nella pronuncia italiana, window-svista.
Come mai tanta generosità dall'azienda americana, da regalare la nuova versione a più utenti possibile?
Va ricordato che infatti ne potranno beneficiare molti utenti. Tutti coloro che acquistano (nei due mesi antecedenti il rilascio del nuovo sistema operativo) dei nuovi calcolatori, di qualsiasi fatta, purché recanti la scritta Windows Vista Capable.
La risposta, non tanto misteriosa per gli addetti al settore, è anche nella dettagliata analisi del signor Peter Gutmann, che approfondisce bene anche tutti quelli che sono gli effetti collaterali.
Se volete la conclusione è presto detta: l'obbiettivo è creare delle licenze d'uso che portino soldi sicuri a Microsoft, con il forte appoggio delle grandi industrie americane del settore audiovisivo (cinematografico e musicale, per citarne un paio).
Il tentativo era già in corso da tempo, con varie pressioni anche sui costruttori dei sistemi di lettura e scrittura di DVD. Se a quel tempo l'insistenza era sul rendere fondamentale l'uso dei formati di Windows Media Player - per avere royalties da ogni unità prodotta - stavolta il gioco è molto più complesso.
Vorrei soffermarmi a raccontare alcune delle novità elencate dal Gutmann, qualche perla degna di nota.
Le compagnie cinematografiche, in primis, stanno cercando da anni di stringere sempre di più i loro prodotti in un castello a prova d'assedio. Le mura del castello sono i sistemi crittografici di protezione contro le copie e le visioni (o gli ascolti) non autorizzate.
Con Vista, la stessa Microsoft ha redatto specifiche di prodotto da un lato assai complesse e rigide, ma al tempo stesso fumose.
La preoccupazione per i contenuti audio e video ad alta qualità è che possa esserci un qualsiasi canale di comunicazione in cui questi passino senza protezione. Il transito dei dati, dal lettore di DVD, al processore, alla scheda video, fino al monitor, deve essere protetto nel modo più stringente. In questo sforzo hanno coinvolto tutti i produttori delle parti elettroniche interne: per essere compatibili con i contenuti premium del nuovo Vista, dovranno includere una gran quantità di sistemi crittografici.
In cosa si traduce?
Semplice: le parti hardware saranno più complesse e costose, le parti software più complesse e lente.
Ma non finisce lì.
I contenuti premium diverranno il fulcro di Vista: questi non sono certo gli ormai obsoleti DVD, ma i nuovi (ancora costosissimi) dischi Blu-Ray e HD-DVD.
Se l'utente dei contenuti premium va premiato, l'utente dei restanti va tenuto sotto controllo (per evitare che i vecchi DVD siano facilmente copiati e visualizzati). Così il loro contenuto verrà peggiorato nella visione e nell'ascolto. In quella che sembra una fiera dell'assurdo, verrà peggiorata la visione dei DVD per chi usa impianti video e audio di altissima qualità, con le connessioni digitali in fibra ottica o S/PDIF: perché il segnale che ne esce è di qualità troppo elevata e può essere facilmente duplicato.
Come verrà peggiorata l'immagine o il video? In modo automatico, nascosto all'utente.
Così, come descrive il Gutmann, se un medico vorrà visualizzare delle immagini di una radiografia, per accertare la presenza di un tumore, potrebbe ritrovarsi con Vista che sfoca l'immagine inavvertitamente, e non vederlo.
E non finisce neppure qui.
Visto che tutto è centrato sul combattere la fruibilità illegale, sono richiesti dei controlli paranoici su tutto.
Supponiamo che un utente australiano abbia una scheda video simile alla vostra. Potete pensare che i suoi guai non vi riguardino, se la vostra funziona alla perfezione. Questo valeva prima di Vista, infatti.
Se l'australiano si ritrova però con un componente software che smette di funzionare con la sua scheda video, la cosa non passa inosservata. Viene registrata, e in caso grave la sua scheda video viene dichiarata sgradita. Anche se potrebbe ancora funzionare, e non ha guasti irreparabili.
Incidentalmente tutto questo viene registrato, inviato a Microsoft, catalogato. Al prossimo aggiornamento potreste scoprire (magari insieme ad altri centomila utenti) che la vostra scheda video è dichiarata sgradita a livello globale, Vista non la supporterà più. E se si tratta di una scheda un po' vecchiotta, per cui nessuno indaga sul problema, non funzionerà mai più.
In teoria, avrete un computer a orologeria, che a discrezione di Microsoft potrebbe venire interdetto completamente nel suo funzionamento, prima o poi.
E ancora non siamo alla fine.
Potreste desiderare di usare un altro sistema operativo, magari gratuito, open source.
Eppure non vi salverà da tutti i costi: i componenti hardware, per ammortizzare i costi, verranno sempre pensati per Vista. Dovrete comunque pagare il costo delle complicazioni aggiunte per Vista, anche se non lo usate.
Per non parlare dei cosiddetti driver, quelle parti di un sistema operativo che fanno funzionare le singole componenti del calcolatore (scheda video, scheda audio, eccetera).
Per la compatibilità con la presunta sicurezza di Vista, le informazioni su queste parti diverranno segreti non divulgabili: nessuno potrà realizzare una versione di Linux o FreeBSD funzionante a pieno per il vostro audio e video, perché sarà illegale.
E la fine delle cattive notizie non ha mai fine.
Sarà interessante vedere se nella Comunità Europea vincerà il solito servilismo verso il potere commerciale o se riuscirà a spuntarla qualche obbligo di apertura, che in ogni caso arriverà troppo tardi, quando i giochi saranno già fatti: com'è accaduto già con Internet Explorer e Windows Media Player.
Vedete un po' voi cosa c'è, fuori dalla finestra.
mercoledì, dicembre 27, 2006
Buon Natale

Sì, è vero, il Natale se n'è andato già, ma per chi è contrario alla sua celebrazione consumistica (come lo sono io), si può dire in ogni occasione. Oppure no?
Leggevo qualche settimana prima della festività di varie polemiche, sulle modalità di manifestare l'evento. Principalmente in alcune scuole primarie, dove qualcuno aveva suggerito di non far cantare ai bambini le canzoncine tipiche, affinché non fossero sgradite ai piccoli di religione non cristiana.
A ben vedere non c'era niente di cui preoccuparsi: cosa c'è di religioso, ormai, nelle celebrazioni natalizie?
Il centro della festa è tutto pagano, dalla simbologia del Babbo Natale, ai doni, finanche alle decorazioni. Talmente consumistico da far dimenticare qualsiasi origine religiosa della festa, per chi non frequenta i luoghi di culto che la sostengono.
Quindi buon natale a tutti voi, così come buon anno. In fondo anche l'anno nuovo ha come principale distinzione solo il cambio di numero all'unità di misura temporale più grande, fra quelle percepite dalla maggior parte di noi. Collegarci una festività è nuovamente pagano, possiamo goderne tutti come semplice occasione di festa.
E come auguriamo buon anno, auguriamo anche il buon giorno, ogni giorno: sembra proprio che certi passaggi temporali, che consideriamo notevoli, siano delle vere feste -- inclusi compleanni e anniversari.
Qualunque sia il vostro evento, non posso far altro che augurarvi che sia accompagnato da qualcosa di buono.
venerdì, dicembre 22, 2006
Finanza inquieta
Ho appreso che è stata approvata la legge finanziaria, tanto contestata e finora tanto confusa.
Non mi occupo molto di economia e di finanza, sono settori che non comprendo granché. Certo non mi passano inosservate certe notizie, come quella data da un giornale televisivo qualche giorno fa, dove si citava che in Italia ci sono solo 56mila persone a denunciare un reddito superiore ai 200mila Euro annui. Viene un po' difficile crederlo, visti alcuni beni di lusso in notevole crescita, come certi autoveicoli.
Quel che mi chiedo, con molta curiosità, è come accada che io, non esperto dei temi che riguardano il denaro, riesca facilmente a capire un concetto che ai più pare assurdo. Il concetto che uno Stato, per funzionare, necessiti di denaro per le funzioni pubbliche. Ma anche il concetto che l'economia del Paese debba essere mantenuta al passo con gli altri paesi europei.
Questo punto sembra suonare decisamente stonato alla maggioranza degli italiani. Infatti vogliono sentirsi dire che le tasse vengono abbassate, anche quando non è possibile. Preferiscono infatti veder calare di qualche punto percentuale le tasse e le imposte, senza considerare che l'indebitamento pubblico produrrà altri effetti a catena.
E' ampiamente dimostrato ad esempio, che l'enorme balzo dei prezzi all'avvento dell'Euro ha funzionato alla perfezione: non era una tassa, non era un'imposta, ma qualcosa che nessuno poteva definire, così pian piano è stato accettato. E' stato accettato che la scusa dell'Euro arricchisse tutti i commercianti e professionisti disonesti, perché si poteva ricondurre tutto a qualcosa di vago ("E' aumentato tutto a causa dell'Euro..."). Chissà se vale la pena di aggiungere poi che niente del genere è successo negli altri paesi europei.
Le tasse invece hanno un'origine più precisa, definita. Perfino i politici cercano in ogni modo di spiegarle, con acrobazie ridicole.
In buona sostanza, se supponessimo di aumentare dello 0.1% le tasse, di chi guadagna oltre 200mila Euro, avrebbe effetti socialmente più sconvolgenti che aumentare del 1% il costo del pane.
Perché la tassazione è vista come solo prelievo di denaro, di cui nessuno spiega l'investimento. E anche se non devi pagarli tu quei soldi, spunta subito chi t'insinua il dubbio: e quello basta.
Tempo fa dicevo che il politico che dovesse davvero dire che c'è da risanare l'economia dello Stato, che servono soldi per ridurre il debito pubblico, non verrebbe mai votato.
Ed è altrettanto sicuro che ad oggi ben pochi elettori del Governo in carica siano convinti della loro scelta. Perché se il precedente aveva raccontato le favole di centro-destra, erano sicuri che l'attuale avrebbe raccontato le favole di centro-sinistra, senza che mai si dovessero affrontare i fatti sull'economia reale.
E' stato un esempio chiaro quello di un'intervista che ho visto in televisione, a dei manifestanti dell'opposizione al Governo, durante le proteste di piazza contro la legge finanziaria. Una ragazza giovanissima, su domanda, ha chiarito benissimo il concetto: "No, non ho un lavoro adesso [come non ce l'avevo durante il Governo precedente], ma Berlusconi sapeva farci sognare, invece con Prodi non è così". Non importa in fondo chi governa o cosa ottiene, ma che sappia far sognare il mondo migliore.
Con questo non sono automaticamente benevolo nei confronti dell'esecutivo in carica. Devo però osservare un fatto reale: i debiti dello Stato ci sono, qualcuno li deve pagare. E non credo proprio che li pagherà qualche nazione straniera, come accade per gli stati imperialisti.
C'è poi un fatto pratico per cui non posso esprimermi in dettaglio: finora nessuno aveva ancora capito bene quali fossero tutte le misure di questa legge finanziaria, neppure chi la stava formulando. Tutti però avevano chiaro che sarebbe costata dei soldi, in tasse, imposte, balzelli. Nessun giornalista s'è preso la briga di chiedere, fra la gente che si opponeva, quali fossero i provvedimenti precisi che contestavano.
Che fosse per il bollo auto rincarato? Qualcuno magari pagherà 4-500 Euro in più di bollo all'anno è vero. Per un'automobile che ha un prezzo di mercato di oltre 200mila Euro, non è difficile. E tale automobile consuma almeno 20-25 litri di benzina per 100 km, come dire che il rincaro del bollo equivale a 1200 km di benzina (senza costare assicurazione, manutenzione). Praticamente una goccia nel mare, per un veicolo tanto costoso da acquistare e manutenere.
L'unica cosa che mi è chiara, per ora, è che si stia scatenando un gran polverone. I risultati di questa legge finanziaria saranno probabilmente chiari verso la fine del prossimo anno, ma per allora ci saranno altre bufere a confonderli.
Non mi occupo molto di economia e di finanza, sono settori che non comprendo granché. Certo non mi passano inosservate certe notizie, come quella data da un giornale televisivo qualche giorno fa, dove si citava che in Italia ci sono solo 56mila persone a denunciare un reddito superiore ai 200mila Euro annui. Viene un po' difficile crederlo, visti alcuni beni di lusso in notevole crescita, come certi autoveicoli.
Quel che mi chiedo, con molta curiosità, è come accada che io, non esperto dei temi che riguardano il denaro, riesca facilmente a capire un concetto che ai più pare assurdo. Il concetto che uno Stato, per funzionare, necessiti di denaro per le funzioni pubbliche. Ma anche il concetto che l'economia del Paese debba essere mantenuta al passo con gli altri paesi europei.
Questo punto sembra suonare decisamente stonato alla maggioranza degli italiani. Infatti vogliono sentirsi dire che le tasse vengono abbassate, anche quando non è possibile. Preferiscono infatti veder calare di qualche punto percentuale le tasse e le imposte, senza considerare che l'indebitamento pubblico produrrà altri effetti a catena.
E' ampiamente dimostrato ad esempio, che l'enorme balzo dei prezzi all'avvento dell'Euro ha funzionato alla perfezione: non era una tassa, non era un'imposta, ma qualcosa che nessuno poteva definire, così pian piano è stato accettato. E' stato accettato che la scusa dell'Euro arricchisse tutti i commercianti e professionisti disonesti, perché si poteva ricondurre tutto a qualcosa di vago ("E' aumentato tutto a causa dell'Euro..."). Chissà se vale la pena di aggiungere poi che niente del genere è successo negli altri paesi europei.
Le tasse invece hanno un'origine più precisa, definita. Perfino i politici cercano in ogni modo di spiegarle, con acrobazie ridicole.
In buona sostanza, se supponessimo di aumentare dello 0.1% le tasse, di chi guadagna oltre 200mila Euro, avrebbe effetti socialmente più sconvolgenti che aumentare del 1% il costo del pane.
Perché la tassazione è vista come solo prelievo di denaro, di cui nessuno spiega l'investimento. E anche se non devi pagarli tu quei soldi, spunta subito chi t'insinua il dubbio: e quello basta.
Tempo fa dicevo che il politico che dovesse davvero dire che c'è da risanare l'economia dello Stato, che servono soldi per ridurre il debito pubblico, non verrebbe mai votato.
Ed è altrettanto sicuro che ad oggi ben pochi elettori del Governo in carica siano convinti della loro scelta. Perché se il precedente aveva raccontato le favole di centro-destra, erano sicuri che l'attuale avrebbe raccontato le favole di centro-sinistra, senza che mai si dovessero affrontare i fatti sull'economia reale.
E' stato un esempio chiaro quello di un'intervista che ho visto in televisione, a dei manifestanti dell'opposizione al Governo, durante le proteste di piazza contro la legge finanziaria. Una ragazza giovanissima, su domanda, ha chiarito benissimo il concetto: "No, non ho un lavoro adesso [come non ce l'avevo durante il Governo precedente], ma Berlusconi sapeva farci sognare, invece con Prodi non è così". Non importa in fondo chi governa o cosa ottiene, ma che sappia far sognare il mondo migliore.
Con questo non sono automaticamente benevolo nei confronti dell'esecutivo in carica. Devo però osservare un fatto reale: i debiti dello Stato ci sono, qualcuno li deve pagare. E non credo proprio che li pagherà qualche nazione straniera, come accade per gli stati imperialisti.
C'è poi un fatto pratico per cui non posso esprimermi in dettaglio: finora nessuno aveva ancora capito bene quali fossero tutte le misure di questa legge finanziaria, neppure chi la stava formulando. Tutti però avevano chiaro che sarebbe costata dei soldi, in tasse, imposte, balzelli. Nessun giornalista s'è preso la briga di chiedere, fra la gente che si opponeva, quali fossero i provvedimenti precisi che contestavano.
Che fosse per il bollo auto rincarato? Qualcuno magari pagherà 4-500 Euro in più di bollo all'anno è vero. Per un'automobile che ha un prezzo di mercato di oltre 200mila Euro, non è difficile. E tale automobile consuma almeno 20-25 litri di benzina per 100 km, come dire che il rincaro del bollo equivale a 1200 km di benzina (senza costare assicurazione, manutenzione). Praticamente una goccia nel mare, per un veicolo tanto costoso da acquistare e manutenere.
L'unica cosa che mi è chiara, per ora, è che si stia scatenando un gran polverone. I risultati di questa legge finanziaria saranno probabilmente chiari verso la fine del prossimo anno, ma per allora ci saranno altre bufere a confonderli.
lunedì, dicembre 11, 2006
L'arte della guerra
Vorrei mettere per un attimo da parte il significato primario di guerra, intesa come lotta in senso fisico, per approfondire altri tipi di guerra.
Chi ha letto Sun Tzi (o come ci hanno erroneamente abituati i testi anglofoni, Sun Tzu) sa bene che la strategia è importante, la filosofia del guerreggiare è fondamentale per chi vuole giungere a degli obbiettivi.
In quell'ottica è importante anche saper dare ordini adeguati, ad ogni livello della catena di comando. Mentre gli alti ufficiali vengono edotti su maggiori dettagli, per le schiere più basse servono ordini semplici, che non si prestino a troppe interpretazioni.
E l'arte della guerra deve essere stata rispolverata in qualche incontro cruciale del signor Joseph Alois Ratzinger, Capo di Stato di una piccola sovranità europea.
Non avevo ancora l'immagine chiara (probabilmente perché non sono uno stratega) fino a qualche giorno fa, quando in una frase detta da questo signore stavo per cadere in una banale trappola linguistica.
La facile trappola era quella degli opposti, in cui il Ratzinger citava qualcosa di contraddittorio in termini. Citando infatti che a suo dire la laicità deve avere simboli religiosi, faceva pensare a un principio di demenza senile, mentre l'intenzionalità era espressione di notevole acutezza ed arguzia.
Ma partiamo da qualcosa di più lontano nel tempo.
Nel suo contestato (ma anche molto acclamato) discorso di Ratisbona inserì qualche accenno che agitò il mondo islamico, con frasi forti sulla religione musulmana e i suoi simboli. Apparentemente sembrava solo una caduta di stile, una frase sfuggita.
In questa sembra di nuovo scagliarsi in qualcosa che poi ridimensionerà. E se guardiamo bene, le sue incursioni si stanno facendo più frequenti. Sta perseguendo uno scopo ben chiaro, con un disegno preciso, fatto a tavolino.
Sta saggiando il potere del nemico, tramite l'arma della democrazia -- o dell'approssimazione più nota della democrazia, come preferisco dire, con un senso logico.
Cosa permette a tante organizzazioni di malintenzionati di sopravvivere facilmente? Il senso di democrazia, che ci costringe a lasciare a tutti più spazio possibile per esprimersi.
Negli stati autoritario, soprattutto dove non esiste la suddivisione fra religione e politica, come Iran, Stati Uniti d'America, Città del Vaticano, è invece ben difficile proporre modelli alternativi.
Non solo i modelli alternativi sono avversi al potere consolidato, ma il legame fra politica e religione fa sì che la contrarietà al governo divenga automaticamente offesa alla fede.
Il signor Ratzinger ha quindi dei problemi di base, come la decadenza del potere che rappresenta, di fronte alle evoluzioni sociali (sia negative che positive) e necessita quindi di armi per contenerne gli effetti.
Fatto un elenco dei punti caldi su cui intervenire si passa quindi all'azione: le altre religioni di grande diffusione, la dignità del vivere che non necessita di scelte religiose, sono fra i principali destabilizzatori.
Del resto perché non sfruttare le armi del nemico stesso? E' quindi da saggiare la democrazia, con piccoli e precisi attacchi.
Chi è il destinatario dei messaggi?
La truppa, quella che deve avere ordini semplici, del tipo "attacca questo nemico, attaccalo perché ti vuole uccidere, sopprimere".
Ecco chiarito a cosa serve la proposta della "laicità con simboli religiosi". E' il chiaro messaggio per i fedeli, a cui dice di accettare i laici, ma solo se sono religiosi: in questo modo non dice di negare la laicità, ma di accettarla in forma inesistente. Immagino che il prossimo passo sarà di dichiarare brave persone tutti gli atei che vanno in chiesa a pregare.
Va quindi tutta la mia stima al signor Ratzinger, per la sua capacità tecnica e strategica, per la brillante e ingegnosa campagna di guerra che sta muovendo. Sono infatti sicuro che sia una delle mosse migliori, rischiosa, ma ponderata.
Sui risultati che otterrà non sono però tanto sicuro. In primis per la complessità dello scenario, dove il rischio di tirare troppo la corda è piuttosto alto. Ma in fondo, un bravo condottiero deve avere anche un pizzico di follia e molta spregiudicatezza.
Al contrario, per la sua posizione a capo di una confessione religiosa, ha semplicemente il mio disgusto. Ma non per quello che posso pensare io delle confessioni religiose, visto che non le condivido. Per questo non diventano però nemici da sconfiggere, come ne vede egli nella laicità. Ad esempio, dal poco che ne conosco, provo stima per il Dalai Lama, sia per il suo impegno sociale, umano, che per il modo corretto di tenere la religione lontano dai governi.
Il disgusto è per la palese incoerenza del Ratzinger verso i propositi di tolleranza ed eguaglianza della religione cristiana, che sa citare solo in frasi ad hoc, mentre nel contesto generale è nettamente per l'intolleranza e la discriminazione.
Il disgusto è per l'arroganza, la violenza con cui agisce per porre in esclusiva i suoi simboli religiosi, che ormai hanno la stessa valenza dei cartelloni pubblicitari su una tangenziale. Solo che lui vuole l'esclusiva per tutta Italia, e ben pochi hanno di che obbiettare.
Chi ha letto Sun Tzi (o come ci hanno erroneamente abituati i testi anglofoni, Sun Tzu) sa bene che la strategia è importante, la filosofia del guerreggiare è fondamentale per chi vuole giungere a degli obbiettivi.
In quell'ottica è importante anche saper dare ordini adeguati, ad ogni livello della catena di comando. Mentre gli alti ufficiali vengono edotti su maggiori dettagli, per le schiere più basse servono ordini semplici, che non si prestino a troppe interpretazioni.
E l'arte della guerra deve essere stata rispolverata in qualche incontro cruciale del signor Joseph Alois Ratzinger, Capo di Stato di una piccola sovranità europea.
Non avevo ancora l'immagine chiara (probabilmente perché non sono uno stratega) fino a qualche giorno fa, quando in una frase detta da questo signore stavo per cadere in una banale trappola linguistica.
La facile trappola era quella degli opposti, in cui il Ratzinger citava qualcosa di contraddittorio in termini. Citando infatti che a suo dire la laicità deve avere simboli religiosi, faceva pensare a un principio di demenza senile, mentre l'intenzionalità era espressione di notevole acutezza ed arguzia.
Ma partiamo da qualcosa di più lontano nel tempo.
Nel suo contestato (ma anche molto acclamato) discorso di Ratisbona inserì qualche accenno che agitò il mondo islamico, con frasi forti sulla religione musulmana e i suoi simboli. Apparentemente sembrava solo una caduta di stile, una frase sfuggita.
In questa sembra di nuovo scagliarsi in qualcosa che poi ridimensionerà. E se guardiamo bene, le sue incursioni si stanno facendo più frequenti. Sta perseguendo uno scopo ben chiaro, con un disegno preciso, fatto a tavolino.
Sta saggiando il potere del nemico, tramite l'arma della democrazia -- o dell'approssimazione più nota della democrazia, come preferisco dire, con un senso logico.
Disturbalo con azioni improvvise, spingilo a muoversi e studia il tipo di azione che adotta per fronteggiarti. Intanto, tieni a riposo il grosso delle truppe.
Sun Tzi, L'arte della guerra
Cosa permette a tante organizzazioni di malintenzionati di sopravvivere facilmente? Il senso di democrazia, che ci costringe a lasciare a tutti più spazio possibile per esprimersi.
Negli stati autoritario, soprattutto dove non esiste la suddivisione fra religione e politica, come Iran, Stati Uniti d'America, Città del Vaticano, è invece ben difficile proporre modelli alternativi.
Non solo i modelli alternativi sono avversi al potere consolidato, ma il legame fra politica e religione fa sì che la contrarietà al governo divenga automaticamente offesa alla fede.
Il signor Ratzinger ha quindi dei problemi di base, come la decadenza del potere che rappresenta, di fronte alle evoluzioni sociali (sia negative che positive) e necessita quindi di armi per contenerne gli effetti.
Fatto un elenco dei punti caldi su cui intervenire si passa quindi all'azione: le altre religioni di grande diffusione, la dignità del vivere che non necessita di scelte religiose, sono fra i principali destabilizzatori.
Del resto perché non sfruttare le armi del nemico stesso? E' quindi da saggiare la democrazia, con piccoli e precisi attacchi.
La forma che vince i molti, non appare ai molti. Dopo la vittoria, la mia forma sarà palese a tutti. Prima della vittoria, nessuno sa la forma che impiegherò.
Chi è il destinatario dei messaggi?
La truppa, quella che deve avere ordini semplici, del tipo "attacca questo nemico, attaccalo perché ti vuole uccidere, sopprimere".
Ecco chiarito a cosa serve la proposta della "laicità con simboli religiosi". E' il chiaro messaggio per i fedeli, a cui dice di accettare i laici, ma solo se sono religiosi: in questo modo non dice di negare la laicità, ma di accettarla in forma inesistente. Immagino che il prossimo passo sarà di dichiarare brave persone tutti gli atei che vanno in chiesa a pregare.
Ricorda, la guerra si fonda sull’inganno. Il movimento si fonda sui vantaggi che ne vuoi conseguire. La divisione e riunione delle tue truppe si fonda sulla situazione che vuoi determinare.
Va quindi tutta la mia stima al signor Ratzinger, per la sua capacità tecnica e strategica, per la brillante e ingegnosa campagna di guerra che sta muovendo. Sono infatti sicuro che sia una delle mosse migliori, rischiosa, ma ponderata.
Sui risultati che otterrà non sono però tanto sicuro. In primis per la complessità dello scenario, dove il rischio di tirare troppo la corda è piuttosto alto. Ma in fondo, un bravo condottiero deve avere anche un pizzico di follia e molta spregiudicatezza.
Al contrario, per la sua posizione a capo di una confessione religiosa, ha semplicemente il mio disgusto. Ma non per quello che posso pensare io delle confessioni religiose, visto che non le condivido. Per questo non diventano però nemici da sconfiggere, come ne vede egli nella laicità. Ad esempio, dal poco che ne conosco, provo stima per il Dalai Lama, sia per il suo impegno sociale, umano, che per il modo corretto di tenere la religione lontano dai governi.
Il disgusto è per la palese incoerenza del Ratzinger verso i propositi di tolleranza ed eguaglianza della religione cristiana, che sa citare solo in frasi ad hoc, mentre nel contesto generale è nettamente per l'intolleranza e la discriminazione.
Il disgusto è per l'arroganza, la violenza con cui agisce per porre in esclusiva i suoi simboli religiosi, che ormai hanno la stessa valenza dei cartelloni pubblicitari su una tangenziale. Solo che lui vuole l'esclusiva per tutta Italia, e ben pochi hanno di che obbiettare.
mercoledì, dicembre 06, 2006
Patemi
Mentre la tradizione anglosassone poggia sul tacchino, per il giorno del ringraziamento, mi veniva da pensare che nel mondo ebraico ha una sua rilevanza l'oca, comunque la si cucini.
Volatili a parte, il riferimento alle ricette yiddish mi è sovvenuto durante la visione di un breve programma televisivo, di soli dieci minuti, trasmesso a seguire il telegiornale serale di Rai Due.
I dieci minuti, il breve tempo, ha fatto vincere la mia curiosità sull'argomento (il fenomeno tangentopoli, di una quindicina d'anni fa). Altrimenti l'avrebbe avuta facilmente vinta il fastidio di sentir parlare la signora Stefania Craxi, figlia del più noto Bettino Craxi.
L'altro ospite in intervista era il signor Primo Greganti, personaggio dello scandalo sul finanziamento illegale ai partiti, condannato a tre anni di prigionia, che pare aver scontato.
Quello che sta cercando di fare da anni la signora Craxi è di propagandare, post mortem, il messaggio ben chiaro del padre. Riconosciuto colpevole di aver intascato soldi illeciti, condannato in contumacia, era appunto fuggito in Tunisia, per non scontare la pena. Con un assunto chiaro, quanto scostumato.
Il signor Bettino Craxi infatti disse che sì, aveva avuto soldi illegali, ma che tutti lo facevano: per questo motivo chiedeva appunto che lui non dovesse scontare nessuna pena.
Suonava un po' come un ladro, che colto in flagranza di reato non si nasconde, ma denuncia che il mondo è pieno di ladri, per cui non vede perché se la prendano proprio con lui.
La signora Craxi pone poi sempre un accento ammonitorio sulle grandi gesta del padre, come statista. Sinceramente non ho nessuna difficoltà ad accettare che ne avesse le doti, come posso trovare possibile che ne avessero anche Nixon, Stalin, Mussolini e anche Hitler, infatti credo che nessuno ricordi questi personaggi come negativi per essere stati grandi statisti, quanto per altro.
E il signor Bettino Craxi non fu condannato in quanto statista, ma come ladro e reo confesso.
E il predetto Primo Greganti? Sinceramente non ricordo molto di lui: ha scontato la sua pena? Bene, è giusto che sia così.
Ha fatto un'annotazione doverosa, il Greganti, a fine intervista, quando ormai i secondi volgevano al termine: Bettino Craxi, per sua ammissione, disse di aver ricevuto 50 miliardi di lire sotto forma illecita, per il suo partito. Nessuno può dire che fosse una calunnia.
Se il patè di fegato d'oca è l'unica forma in cui avete visto il fegato, vi siete persi il modo di vederlo al naturale: negli ultimi secondi di trasmissione televisiva era ben visibile, impigliato nei denti della signora Craxi.
Volatili a parte, il riferimento alle ricette yiddish mi è sovvenuto durante la visione di un breve programma televisivo, di soli dieci minuti, trasmesso a seguire il telegiornale serale di Rai Due.
I dieci minuti, il breve tempo, ha fatto vincere la mia curiosità sull'argomento (il fenomeno tangentopoli, di una quindicina d'anni fa). Altrimenti l'avrebbe avuta facilmente vinta il fastidio di sentir parlare la signora Stefania Craxi, figlia del più noto Bettino Craxi.
L'altro ospite in intervista era il signor Primo Greganti, personaggio dello scandalo sul finanziamento illegale ai partiti, condannato a tre anni di prigionia, che pare aver scontato.
Quello che sta cercando di fare da anni la signora Craxi è di propagandare, post mortem, il messaggio ben chiaro del padre. Riconosciuto colpevole di aver intascato soldi illeciti, condannato in contumacia, era appunto fuggito in Tunisia, per non scontare la pena. Con un assunto chiaro, quanto scostumato.
Il signor Bettino Craxi infatti disse che sì, aveva avuto soldi illegali, ma che tutti lo facevano: per questo motivo chiedeva appunto che lui non dovesse scontare nessuna pena.
Suonava un po' come un ladro, che colto in flagranza di reato non si nasconde, ma denuncia che il mondo è pieno di ladri, per cui non vede perché se la prendano proprio con lui.
La signora Craxi pone poi sempre un accento ammonitorio sulle grandi gesta del padre, come statista. Sinceramente non ho nessuna difficoltà ad accettare che ne avesse le doti, come posso trovare possibile che ne avessero anche Nixon, Stalin, Mussolini e anche Hitler, infatti credo che nessuno ricordi questi personaggi come negativi per essere stati grandi statisti, quanto per altro.
E il signor Bettino Craxi non fu condannato in quanto statista, ma come ladro e reo confesso.
E il predetto Primo Greganti? Sinceramente non ricordo molto di lui: ha scontato la sua pena? Bene, è giusto che sia così.
Ha fatto un'annotazione doverosa, il Greganti, a fine intervista, quando ormai i secondi volgevano al termine: Bettino Craxi, per sua ammissione, disse di aver ricevuto 50 miliardi di lire sotto forma illecita, per il suo partito. Nessuno può dire che fosse una calunnia.
Se il patè di fegato d'oca è l'unica forma in cui avete visto il fegato, vi siete persi il modo di vederlo al naturale: negli ultimi secondi di trasmissione televisiva era ben visibile, impigliato nei denti della signora Craxi.
venerdì, dicembre 01, 2006
Gioie e piaceri della corruzione
Quando penso a un corruttore generico, ma diciamo di una certa notorietà, mi è sempre facile collegarlo a un paio di esiti. Il primo, il più naturale, è che sia condannato per il reato commesso e ne sconti la pena. Il secondo, a cui non siamo nuovi, è che sia al tempo stesso corruttore e persona di forte potere, tanto da spadroneggiare ed infischiarsene. In questa seconda categoria ci vedo molti dei piccoli o grandi dittatori che popolano o hanno popolato il pianeta.
In realtà questa mia duplice immagine, due casi netti, in cui la giustizia vince o viene sconfitta, è fondamentalmente sbagliata.
Primo perché esistono le sfumature, le sfaccettature, poche cose sono sempre così facili da far stare in due categorie. L'aritmetica binaria dei calcolatori non è la descrizione matematica del vivere.
Un secondo motivo, per cui sbaglio facilmente, è perché tendo a dimenticare di vivere in Italia.
In questa Italia scrivevo alcuni mesi fa di un signore che sceglieva appunto la via di mezzo.
Ed ha perseguito la sua strada con notevole successo. Ad oggi è riuscito infatti a far ribaltare un intero processo a suo carico (e a carico degli altri coinvolti) e non perché fosse innocente.
Ha provato anche quella strada, certo, continuando a dichiararsi innocente con una caparbietà notevole, mentre gli sfilavano davanti i documenti sui suoi traffici illeciti. Ha provato anche a dire che si trattava di mezzo miliardo di Lire che aveva sottratto al fisco, come se fosse una cosa più edificante.
Ma ora, finalmente, dopo mesi chiuso in casa, con solo un paio d'ore al giorno per uscire, con tanto di scorta, potrà smettere di fare la vita di un ricco boss del narcotraffico sudamericano. Il processo è riuscito a farlo annullare perché il tribunale non era quello della città giusta. E sicuramente non uscirà solo così, ma in modo trionfalistico, come chi viene dichiarato innocente -- fatto che, preme di sottolineare, non è avvenuto.
Trovo che sia una vera incoerenza: se gl'italiani sono privi del minimo senso del decoro, ed è accertato, perché hanno lasciato che un corruttore così potente ci mettesse tanto tempo ad essere libero? Non era meglio che lo decidesse un televoto su qualcuno dei canali Mediaset?
Sarcasmo a parte, credo proprio che non esista più niente in grado d'indignare questo popolo.
E se un popolo merita di vedere rispettati i propri valori, è molto chiara l'immagine di quel che meritano gl'italiani.
In realtà questa mia duplice immagine, due casi netti, in cui la giustizia vince o viene sconfitta, è fondamentalmente sbagliata.
Primo perché esistono le sfumature, le sfaccettature, poche cose sono sempre così facili da far stare in due categorie. L'aritmetica binaria dei calcolatori non è la descrizione matematica del vivere.
Un secondo motivo, per cui sbaglio facilmente, è perché tendo a dimenticare di vivere in Italia.
In questa Italia scrivevo alcuni mesi fa di un signore che sceglieva appunto la via di mezzo.
Ed ha perseguito la sua strada con notevole successo. Ad oggi è riuscito infatti a far ribaltare un intero processo a suo carico (e a carico degli altri coinvolti) e non perché fosse innocente.
Ha provato anche quella strada, certo, continuando a dichiararsi innocente con una caparbietà notevole, mentre gli sfilavano davanti i documenti sui suoi traffici illeciti. Ha provato anche a dire che si trattava di mezzo miliardo di Lire che aveva sottratto al fisco, come se fosse una cosa più edificante.
Ma ora, finalmente, dopo mesi chiuso in casa, con solo un paio d'ore al giorno per uscire, con tanto di scorta, potrà smettere di fare la vita di un ricco boss del narcotraffico sudamericano. Il processo è riuscito a farlo annullare perché il tribunale non era quello della città giusta. E sicuramente non uscirà solo così, ma in modo trionfalistico, come chi viene dichiarato innocente -- fatto che, preme di sottolineare, non è avvenuto.
Trovo che sia una vera incoerenza: se gl'italiani sono privi del minimo senso del decoro, ed è accertato, perché hanno lasciato che un corruttore così potente ci mettesse tanto tempo ad essere libero? Non era meglio che lo decidesse un televoto su qualcuno dei canali Mediaset?
Sarcasmo a parte, credo proprio che non esista più niente in grado d'indignare questo popolo.
E se un popolo merita di vedere rispettati i propri valori, è molto chiara l'immagine di quel che meritano gl'italiani.
lunedì, novembre 27, 2006
Timori inconsci
Quello che non conosciamo può diventare paura e angoscia, quando cresce in una portata superiore alla nostra emozionalità. Le dimensioni di questi fenomeni non sono però una misura diretta degli effetti.
Nel caso delle recenti violenze, filmate da giovanissimi con dei telefoni cellulari, e pubblicate come video in Internet, il fenomeno si è avuto su più livelli. Il livello del singolo caso di violenza ha provocato indignazione, a seguire la quale è sicuramente scattata una caccia al prossimo caso. E questo tipo di cacce non partono partono per eradicare una distorsione sociale, ma come solito per puro intrattenimento giornalistico, come notizia del momento.
La violenza quotidiana ormai rischia di creare assuefazione, così si cerca un singolo caso da esaltare, per riempirne pagine di giornali e bocche di politici.
Siamo fatti così, un fatto vero non ci sembra tale finché non viene raccontato, in modo esasperato, da qualcuno addetto all'informazione.
E sull'onda di questi fenomeni si creano situazioni paradossali, fino al ridicolo.
Il fatto all'origine era relativo ad un preoccupante fenomeno di violenza giovanile, filmato in una scuola. I responsabili sono stati individuati e mi augurerei si procedesse verso una condanna esemplare.
Eppure so che non sarà così, ma per spiegarlo è necessario partire da qualcosa che (apparentemente) non c'entra niente.
Si dice che i responsabili di Google Italia, l'azienda proprietaria del servizio tramite il quale era stato immesso in rete il video, verranno addirittura incriminati. Questo nonostante che il video fosse stato rimosso non appena divenuto di dominio pubblico.
Addirittura si sono scomodati dei politici in cerca di visibilità, come il signor Giuseppe Fioroni e la signora Maria Burani Procaccini, che hanno tuonato sull'arrivo di nuove encicliche. La seconda ha addirittura parlato di vuoto normativo.
Non sono riusciti a trattenersi, dovevano dir qualcosa, a sostegno della massa più ignorante e consistente della popolazione, che vede la sola parola "Internet" come immagine demoniaca. Una massa di persone che non leggerà sicuramente il documento di ALCEI, dove con poche parole si ricordano piccoli e importanti fatti.
Il primo fatto è che le norme esistono, partono da una direttiva europea e sono riassunte in un decreto legislativo italiano. Solo che quelle norme non obbligano i fornitori di servizi Internet al controllo dei contenuti, per l'evidente impossibilità della cosa -- evidente per chi ha idea di quante informazioni transitino in Internet quotidianamente, ma forse non tanto per i signori suddetti.
Il secondo fatto è che questi minori, fonte e vittime di violenze, sono spesso abbandonati completamente a se stessi dai genitori, che per altre norme, assai più antiche, dovrebbero farsi carico di crescerli ed educarli.
Come mai non ci sarà un epilogo che sia di monito ed educazione?
Perché riconoscere la piena colpevolezza di questi giovani porterebbe anche altro, come la dimostrazione che i genitori hanno clamorosamente fallito. E allora rispunterà l'onnipresente pietismo, ci racconteranno che "non si rendevano conto" dei loro atti, e visto che siamo in periodo natalizio sarà ancora più facile perdonarli. Sicuramente molto più facile che educarli al rispetto.
E in fondo è molto più facile accendere il rogo di Internet, che spegnere i falò della dignità, visto che sono stati appiccati dai comportamenti socialmente accettati. Essere poco più che adolescenti, possedere un telefono cellulare evoluto, non è solo socialmente accettato, ma richiesto. Il prodotto ultimo della violenza, della prepotenza, finisce per essere la somma di tutte le richieste opprimenti che il gruppo fa ai giovani. Devono essere alla moda, devono avere dei simboli che li dichiarino inseriti nel tessuto sociale. L'arroganza è scambiata per intraprendenza, la schizofrenia per vivacità, l'intelligenza e la capacità di riflessione per noiosità.
Quello che mi è spesso difficile capire è il confine comunemente accettato, fra le deviazioni comportamentali considerate la normalità delle persone, e quelle che sconvolgono l'opinione pubblica. Anche perché probabilmente il confine è solo illusorio.
Nel caso delle recenti violenze, filmate da giovanissimi con dei telefoni cellulari, e pubblicate come video in Internet, il fenomeno si è avuto su più livelli. Il livello del singolo caso di violenza ha provocato indignazione, a seguire la quale è sicuramente scattata una caccia al prossimo caso. E questo tipo di cacce non partono partono per eradicare una distorsione sociale, ma come solito per puro intrattenimento giornalistico, come notizia del momento.
La violenza quotidiana ormai rischia di creare assuefazione, così si cerca un singolo caso da esaltare, per riempirne pagine di giornali e bocche di politici.
Siamo fatti così, un fatto vero non ci sembra tale finché non viene raccontato, in modo esasperato, da qualcuno addetto all'informazione.
E sull'onda di questi fenomeni si creano situazioni paradossali, fino al ridicolo.
Il fatto all'origine era relativo ad un preoccupante fenomeno di violenza giovanile, filmato in una scuola. I responsabili sono stati individuati e mi augurerei si procedesse verso una condanna esemplare.
Eppure so che non sarà così, ma per spiegarlo è necessario partire da qualcosa che (apparentemente) non c'entra niente.
Si dice che i responsabili di Google Italia, l'azienda proprietaria del servizio tramite il quale era stato immesso in rete il video, verranno addirittura incriminati. Questo nonostante che il video fosse stato rimosso non appena divenuto di dominio pubblico.
Addirittura si sono scomodati dei politici in cerca di visibilità, come il signor Giuseppe Fioroni e la signora Maria Burani Procaccini, che hanno tuonato sull'arrivo di nuove encicliche. La seconda ha addirittura parlato di vuoto normativo.
Non sono riusciti a trattenersi, dovevano dir qualcosa, a sostegno della massa più ignorante e consistente della popolazione, che vede la sola parola "Internet" come immagine demoniaca. Una massa di persone che non leggerà sicuramente il documento di ALCEI, dove con poche parole si ricordano piccoli e importanti fatti.
Il primo fatto è che le norme esistono, partono da una direttiva europea e sono riassunte in un decreto legislativo italiano. Solo che quelle norme non obbligano i fornitori di servizi Internet al controllo dei contenuti, per l'evidente impossibilità della cosa -- evidente per chi ha idea di quante informazioni transitino in Internet quotidianamente, ma forse non tanto per i signori suddetti.
Il secondo fatto è che questi minori, fonte e vittime di violenze, sono spesso abbandonati completamente a se stessi dai genitori, che per altre norme, assai più antiche, dovrebbero farsi carico di crescerli ed educarli.
Come mai non ci sarà un epilogo che sia di monito ed educazione?
Perché riconoscere la piena colpevolezza di questi giovani porterebbe anche altro, come la dimostrazione che i genitori hanno clamorosamente fallito. E allora rispunterà l'onnipresente pietismo, ci racconteranno che "non si rendevano conto" dei loro atti, e visto che siamo in periodo natalizio sarà ancora più facile perdonarli. Sicuramente molto più facile che educarli al rispetto.
E in fondo è molto più facile accendere il rogo di Internet, che spegnere i falò della dignità, visto che sono stati appiccati dai comportamenti socialmente accettati. Essere poco più che adolescenti, possedere un telefono cellulare evoluto, non è solo socialmente accettato, ma richiesto. Il prodotto ultimo della violenza, della prepotenza, finisce per essere la somma di tutte le richieste opprimenti che il gruppo fa ai giovani. Devono essere alla moda, devono avere dei simboli che li dichiarino inseriti nel tessuto sociale. L'arroganza è scambiata per intraprendenza, la schizofrenia per vivacità, l'intelligenza e la capacità di riflessione per noiosità.
Quello che mi è spesso difficile capire è il confine comunemente accettato, fra le deviazioni comportamentali considerate la normalità delle persone, e quelle che sconvolgono l'opinione pubblica. Anche perché probabilmente il confine è solo illusorio.
venerdì, novembre 24, 2006
Grandi rivelazioni
Una citazione in breve, fra virgolette, di Punto Informatico, riporta quest'oggi la frase seguente
Così come c'è da obbiettare che la critica mossa, fortemente impietosa, tenda ad essere sterile. Non considera infatti il motivo che spinge a compilare questi weblog. Eppure viene da pensare che qualcuno che si cataloga come sociologo, debba anche interrogarsi sul perché dei comportamenti sociali. Chiarifica tutto però l'appellativo successivo, di docente universitario: rende chiaro come possa essere caduto nel facile tranello di alcuni insegnanti, spesso di livello molto elevato, che non necessitano più di altre spiegazioni dal vivere, in quanto suppongono esclusivamente di darne loro.
Seppure io sia sostanzialmente d'accordo con la critica, verso la comunicazione vuota, sono quindi del tutto contrario alle motivazioni e modalità con cui viene mossa.
Se qualcuno necessita di scrivere o parlare di sé, per quanto sia una persona insulsa e noiosa, è evidente che sente un bisogno altrimenti inappagato. Questa comunicazione è quindi liberatoria, persino se non viene letta da altri. In questo differisce molto dai reality show citati dal signor Lardellier, perché in quel caso il soggetto non cerca liberazione nella comunicazione, ma sicura notorietà garantita dal tipo di spettacolo.
Probabilmente alcuni redattori di weblog cercano anche un modo di rendersi noti al mondo, cercano di stupire o di rendersi interessanti, ma rimangono comunque legati ad un successo incerto. Tutto questo è decisamente all'opposto del programma televisivo in cui si è protagonisti.
Se il signor Lardellier sapesse tutto questo allora non sarebbe un sociologo, ma piuttosto un fine psicologo, che s'interroga sul mondo, anziché interpretare questa sorta di voyeurismo frustrato.
Quello che il signor Lardellier ha raggiunto è però notevole. E' riuscito infatti a parlare di due fenomeni sociali già molto diffusi (una forma di comunicazione in Internet e i reality show), metterli in relazione fra loro con un concetto scontato, e infine ad apporre il suo nome come sigillo.
In breve ha raggiunto la notorietà che gli avrebbero negato in un reality show, è apparso in Internet come tanti altri che non hanno un'opinione di valore, e si è ritagliato il suo merito all'inutilità accademica. Complimenti.
Com'è che dicono i francesi, idiot savant?
Blog?C'è da dire che in effetti ha un lato piuttosto sensato, seppure io non sia un lettore di weblog altrui.
"è il reality show dei miserabili. Milioni di persone mettono in linea la loro piatta vita che non interessa a nessuno. Siamo passati dall'esibizionismo in TV a quello su Internet"
(Pascal Lardellier, sociologo, docente dell'Università di Digione)
Così come c'è da obbiettare che la critica mossa, fortemente impietosa, tenda ad essere sterile. Non considera infatti il motivo che spinge a compilare questi weblog. Eppure viene da pensare che qualcuno che si cataloga come sociologo, debba anche interrogarsi sul perché dei comportamenti sociali. Chiarifica tutto però l'appellativo successivo, di docente universitario: rende chiaro come possa essere caduto nel facile tranello di alcuni insegnanti, spesso di livello molto elevato, che non necessitano più di altre spiegazioni dal vivere, in quanto suppongono esclusivamente di darne loro.
Seppure io sia sostanzialmente d'accordo con la critica, verso la comunicazione vuota, sono quindi del tutto contrario alle motivazioni e modalità con cui viene mossa.
Se qualcuno necessita di scrivere o parlare di sé, per quanto sia una persona insulsa e noiosa, è evidente che sente un bisogno altrimenti inappagato. Questa comunicazione è quindi liberatoria, persino se non viene letta da altri. In questo differisce molto dai reality show citati dal signor Lardellier, perché in quel caso il soggetto non cerca liberazione nella comunicazione, ma sicura notorietà garantita dal tipo di spettacolo.
Probabilmente alcuni redattori di weblog cercano anche un modo di rendersi noti al mondo, cercano di stupire o di rendersi interessanti, ma rimangono comunque legati ad un successo incerto. Tutto questo è decisamente all'opposto del programma televisivo in cui si è protagonisti.
Se il signor Lardellier sapesse tutto questo allora non sarebbe un sociologo, ma piuttosto un fine psicologo, che s'interroga sul mondo, anziché interpretare questa sorta di voyeurismo frustrato.
Quello che il signor Lardellier ha raggiunto è però notevole. E' riuscito infatti a parlare di due fenomeni sociali già molto diffusi (una forma di comunicazione in Internet e i reality show), metterli in relazione fra loro con un concetto scontato, e infine ad apporre il suo nome come sigillo.
In breve ha raggiunto la notorietà che gli avrebbero negato in un reality show, è apparso in Internet come tanti altri che non hanno un'opinione di valore, e si è ritagliato il suo merito all'inutilità accademica. Complimenti.
Com'è che dicono i francesi, idiot savant?
giovedì, novembre 23, 2006
Marmaglie
Si sentono sempre più citati, nell'ultimo periodo, gli atti di prepotenza e di violenza nelle scuole.
Il primo complice della denuncia è il telefono cellulare, l'oggetto tecnologico passato da strumento di comunicazione a simbolo di stato, per finire come strumento di puro uso compulsivo.
Sottolineato il fatto che sono sempre stato contrario alla morale perbenista, resta comunque un fastidio nel vedere che il senso di rispetto degli altri è sempre più sottile. Mentre ci dotiamo di leggi per la riservatezza (che subito viene nominata come privacy, tanto per sottolineare l'incapacità di esprimersi), mentre si rinforzano i bastioni dell'impero dei diritti di copia (altrimenti detti copyright), cresce imperterrita la rivolta.
La rete Internet ha dato un impulso alla comunicazione, ma non solo in modo positivo. Sono state trasposte qui le necessità di libera comunicazione, che altrove non trovavano un mezzo. E' evidente che non siano tutte necessità lecite, non tutte sono solo espressione di diritto personale, ma alcune forzano il desiderio di oppressione degli altri.
Parlando qualche giorno fa con Loli, facevo una riflessione che ho trovato molto importante, sulle cosiddette nuove generazioni.
In ogni momento storico ci sono nuove generazioni, e in qualche modo si trovano sempre a vedere le cose diversamente, rispetto alle vecchie generazioni. Questo è accaduto inevitabilmente anche a me, molti anni fa. Ciò che faccio, continuando a pensare e a scrivere, è poi l'espressione di un desiderio: quello di non smettere di avere nuove visioni, di cercare sempre un angolazione diversa da cui vedere il mondo.
La riflessione era in poche parole il fatto, incontrovertibile, che le nuove generazioni sono un prodotto delle vecchie. E non parlo solo di prodotto biologico, come la discendenza, ma di ogni possibile implicazione. Ne faccio un esempio.
Le generazioni nate negli anni '40 del secolo scorso sono state condizionate dai precedenti di guerra, di povertà, di autorità, da tutta una serie di condizioni storiche e sociali; nel momento in cui hanno avuto figli, diciamo negli anni '60, cos'è successo?
L'Italia del boom economico era ben diversa, si sono creati modi di vivere diversi, c'è stato un rilassamento dalle posizioni austere, sono cresciuti diversamente. E la generazione del ventennio successivo, diciamo dagli anni '80?
I giovani che oggi hanno superato la pubertà, con tutti i loro atti di prepotenza, di disinteresse degli altri (ma anche di sé), non sono in fondo atterrati con un disco volante: sono l'esatto prodotto di chi li ha fatti nascere e crescere, lo specchio dei timori, delle insicurezze, delle incapacità, dei loro genitori. I quali, da genitori, hanno in qualche modo tentato di fare tutto per i figli (nel caso delle ansie protettive) oppure di lasciarli liberi (nel caso di ansie da oppressione genitoriale). Quello che non hanno fatto, che non hanno saputo fare, è di trattarli come figli.
Ieri sera ho sentito per l'appunto uno scorcio di un dialogo in televisione, in cui qualcuno esperto di psicopatologie come l'anoressia ha espresso, molto saggiamente, un concetto semplice ed efficace: "i genitori di oggi cercano di vivere con i figli come se fossero amici, mentre invece dovrebbero semplicemente trattarli come figli."
Da cosa deriva questo deficit?
Trovo molto probabile che sia uno strascico del progenitore nato negli anni '40, che ha cercato di perpetuare un mondo che ormai non esisteva più, con un figlio negli anni '60 che ormai s'imponeva. Insomma, la tradizione educativa sta progressivamente degenerando, e non perché sia corretta quella tutta autoritaria, ma neppure perché sia giusta quella completamente liberale: nel rapporto genitori-figli deve sempre esserci un bilanciamento delle due cose.
In un'intervista, un addestratore di cani, citava come fosse difficile, se non impossibile, educare un cane, per chi non è riuscito a educare i propri figli.
Viviamo ormai di un estremismo sempre più marcato. I figli sono facilmente malmenati oppure lasciati totalmente allo sbando, con poche vie di mezzo.
I mezzi di comunicazione ci aiutano poi a vedere il mondo in questi estremi: a che serve parlare delle famiglie che vivono bene senza essere ricche, che hanno figli educati senza il bastone, che hanno una dignità?
La notizia è nelle violenze familiari, in quelle scolastiche, nella cronaca nera. Il buon vivere non fa notizia.
Fuori i telefoni cellulari dalle scuole? Sì, sicuramente. Non serve un esperto a dimostrare la capacità di distrazione di certi mezzi, in un ambiente dove invece si deve imparare la propria capacità di concentrazione.
Ma attenzione nel legiferare, attenzione al controllare. Le parole che ho letto in una citazione del signor Giuseppe Fioroni, nella sua veste di Ministro della Pubblica Istruzione, mi hanno fatto rabbrividire. Il signor Fioroni infatti si auspica che l'immissione in rete Internet di contenuti sgradevoli venga proibito e sanzionato, a livello statale. La mia preoccupazione è per quello che potrà divenire sgradevole, secondo la legge.
Mi sovvengono così tante implicazioni, sulla libertà d'espressione, sui diritti umani, sull'educazione, che mi chiedo se ci sarà mai qualcuno in grado di collegarle fra loro. Qualcuno con la volontà di farlo, senza forzare moralismi.
Spesso comprendo pienamente lo sconforto del signor Benito Mussolini, che dopo aver comandato una sanguinosa dittatura, con tutti gli orrori di cui si è macchiò, finì per dire: "Governare gli italiani non è impossibile, è inutile".
Il primo complice della denuncia è il telefono cellulare, l'oggetto tecnologico passato da strumento di comunicazione a simbolo di stato, per finire come strumento di puro uso compulsivo.
Sottolineato il fatto che sono sempre stato contrario alla morale perbenista, resta comunque un fastidio nel vedere che il senso di rispetto degli altri è sempre più sottile. Mentre ci dotiamo di leggi per la riservatezza (che subito viene nominata come privacy, tanto per sottolineare l'incapacità di esprimersi), mentre si rinforzano i bastioni dell'impero dei diritti di copia (altrimenti detti copyright), cresce imperterrita la rivolta.
La rete Internet ha dato un impulso alla comunicazione, ma non solo in modo positivo. Sono state trasposte qui le necessità di libera comunicazione, che altrove non trovavano un mezzo. E' evidente che non siano tutte necessità lecite, non tutte sono solo espressione di diritto personale, ma alcune forzano il desiderio di oppressione degli altri.
Parlando qualche giorno fa con Loli, facevo una riflessione che ho trovato molto importante, sulle cosiddette nuove generazioni.
In ogni momento storico ci sono nuove generazioni, e in qualche modo si trovano sempre a vedere le cose diversamente, rispetto alle vecchie generazioni. Questo è accaduto inevitabilmente anche a me, molti anni fa. Ciò che faccio, continuando a pensare e a scrivere, è poi l'espressione di un desiderio: quello di non smettere di avere nuove visioni, di cercare sempre un angolazione diversa da cui vedere il mondo.
La riflessione era in poche parole il fatto, incontrovertibile, che le nuove generazioni sono un prodotto delle vecchie. E non parlo solo di prodotto biologico, come la discendenza, ma di ogni possibile implicazione. Ne faccio un esempio.
Le generazioni nate negli anni '40 del secolo scorso sono state condizionate dai precedenti di guerra, di povertà, di autorità, da tutta una serie di condizioni storiche e sociali; nel momento in cui hanno avuto figli, diciamo negli anni '60, cos'è successo?
L'Italia del boom economico era ben diversa, si sono creati modi di vivere diversi, c'è stato un rilassamento dalle posizioni austere, sono cresciuti diversamente. E la generazione del ventennio successivo, diciamo dagli anni '80?
I giovani che oggi hanno superato la pubertà, con tutti i loro atti di prepotenza, di disinteresse degli altri (ma anche di sé), non sono in fondo atterrati con un disco volante: sono l'esatto prodotto di chi li ha fatti nascere e crescere, lo specchio dei timori, delle insicurezze, delle incapacità, dei loro genitori. I quali, da genitori, hanno in qualche modo tentato di fare tutto per i figli (nel caso delle ansie protettive) oppure di lasciarli liberi (nel caso di ansie da oppressione genitoriale). Quello che non hanno fatto, che non hanno saputo fare, è di trattarli come figli.
Ieri sera ho sentito per l'appunto uno scorcio di un dialogo in televisione, in cui qualcuno esperto di psicopatologie come l'anoressia ha espresso, molto saggiamente, un concetto semplice ed efficace: "i genitori di oggi cercano di vivere con i figli come se fossero amici, mentre invece dovrebbero semplicemente trattarli come figli."
Da cosa deriva questo deficit?
Trovo molto probabile che sia uno strascico del progenitore nato negli anni '40, che ha cercato di perpetuare un mondo che ormai non esisteva più, con un figlio negli anni '60 che ormai s'imponeva. Insomma, la tradizione educativa sta progressivamente degenerando, e non perché sia corretta quella tutta autoritaria, ma neppure perché sia giusta quella completamente liberale: nel rapporto genitori-figli deve sempre esserci un bilanciamento delle due cose.
In un'intervista, un addestratore di cani, citava come fosse difficile, se non impossibile, educare un cane, per chi non è riuscito a educare i propri figli.
Viviamo ormai di un estremismo sempre più marcato. I figli sono facilmente malmenati oppure lasciati totalmente allo sbando, con poche vie di mezzo.
I mezzi di comunicazione ci aiutano poi a vedere il mondo in questi estremi: a che serve parlare delle famiglie che vivono bene senza essere ricche, che hanno figli educati senza il bastone, che hanno una dignità?
La notizia è nelle violenze familiari, in quelle scolastiche, nella cronaca nera. Il buon vivere non fa notizia.
Fuori i telefoni cellulari dalle scuole? Sì, sicuramente. Non serve un esperto a dimostrare la capacità di distrazione di certi mezzi, in un ambiente dove invece si deve imparare la propria capacità di concentrazione.
Ma attenzione nel legiferare, attenzione al controllare. Le parole che ho letto in una citazione del signor Giuseppe Fioroni, nella sua veste di Ministro della Pubblica Istruzione, mi hanno fatto rabbrividire. Il signor Fioroni infatti si auspica che l'immissione in rete Internet di contenuti sgradevoli venga proibito e sanzionato, a livello statale. La mia preoccupazione è per quello che potrà divenire sgradevole, secondo la legge.
Mi sovvengono così tante implicazioni, sulla libertà d'espressione, sui diritti umani, sull'educazione, che mi chiedo se ci sarà mai qualcuno in grado di collegarle fra loro. Qualcuno con la volontà di farlo, senza forzare moralismi.
Spesso comprendo pienamente lo sconforto del signor Benito Mussolini, che dopo aver comandato una sanguinosa dittatura, con tutti gli orrori di cui si è macchiò, finì per dire: "Governare gli italiani non è impossibile, è inutile".
venerdì, novembre 17, 2006
Illusioni eretiche

Ieri sera, mentre stavo cenando assai tardi, mi sono intrattenuto vedendo se qualche trasmissione televisiva avesse contenuti interessanti o almeno divertenti.
Nell'alternativa fra programmazioni ritrite, spazzatura e show sull'Italia che va male (con la conclusione sempre ripetuta che dobbiamo tenercela così), sono finito su La7, che mandava in onda delle considerazioni sui miracoli di Gesù Cristo.
Il signor Valerio Massimo Manfredi, noto romanziere interessato ai fatti di storia antica, conduceva il programma, che appariva come un collage d'interviste a personaggi sul campo.
Hanno quindi intervistato storici, illusionisti, psicologi, per capire (a loro dire) se ci fossero possibilità che i miracoli operati da Gesù fossero semplici illusioni, manipolazioni delle folle, e comunque quali altri collegamenti storici e religiosi vi fossero implicati.
Tutto l'insieme era corredato da immagini filmate di una rappresentazione dei fatti narrati, con un Gesù dai tratti somatici di un nord europeo moderno, come ci piace crederlo, mettendo da parte come prima scienza l'antropologia.
Eppure la conduzione e l'esposizione erano di taglio saggistico, per dimostrare che avevano scomodato i migliori esperti, e che tutti loro concordavano. Perché per realizzare un documento politicamente corretto nei confronti delle religioni, non c'è alternativa che ripetere pedissequamente quello che riportano i testi sacri. Va riconosciuto che gli articoli prodotti erano sicuramente gradevoli per ogni religione dell'area medio orientale ed occidentale, quali le religioni cristiana, ebraica ed islamica.
Insomma un interessante strumento di smussatura degli spigoli vivi fra le varie religioni, di questi tempi.
Scientificamente poi era tutta un'altra storia. E non è colpa mia.
Voglio dire che non sono io ad aver dato un taglio storico e scientifico alle vicende narrate, ma visto che l'hanno fatto loro, mi pare lecito valutarlo: questo è il metodo scientifico.
Va da sé che pure da ateo, non ho ovviamente alcuna difficoltà ad accettare la possibile esistenza nel passato del personaggio Gesù, così come la sua predicazione, i fedeli e le implicazioni sociali e religiose. Mi sembrano tutte perfettamente naturali.
La falla del ragionamento del Manfredi, e dei suoi collaboratori, è una sola, ma fondamentale -- pure mettendo da parte le tristi considerazioni antropologiche di prima.
Le riprove che hanno eseguito, con l'intervento d'illusionisti e maghi (quelli reali, che operano magie come illusione) partivano tutte da un assunto corretto nel senso religioso, ma totalmente falso nel senso scientifico: la considerazione era che tutto quanto è narrato nelle scritture antiche sia vero alla lettera.
E dire che oggi, in epoca moderna, basta seguire una finzione televisiva, come certe rappresentazioni di crimini ed indagini, per capire che qualsiasi narrazione, per quanto convincente, non è mai definibile vera, se non suffragata da fatti oggettivi.
Nella nostra epoca, in cui nonostante le prove documentarie, c'è chi non crede all'olocausto degli ebrei, all'atterraggio umano sulla luna, si crede comunque alla lettera alle ricostruzioni storiche fatte mille e settecento anni fa, di fatti avvenuti altri trecento anni prima. E non si tratta neppure di ricostruzioni ad opera di cronisti, ma di scritti resi compatibili ad essere adottati come testi sacri.
Quindi, narrando di un'epoca dove ancora la cognizione di causa ed effetto erano ai primordi, un'epoca dove i fulmini erano ancora rappresentazione divina, c'è davvero da chiedersi cosa ci fosse dietro ai miracoli?
Gli stessi cronisti del tempo, quando anche erano mossi da desiderio di oggettività, erano facili cadere in tranelli dettati dall'ignoranza - cosa che continua ad accomunarli ai cronisti odierni - figurarsi quel che poteva essere raccontato di un fatto misterioso da un testimone coinvolto emotivamente. Fra l'altro, ai suddetti miracoli avrebbero assistito folle intere, ma in fondo nessuno di loro ha scritto migliaia di diari degli eventi, così da poterli raffrontare, così l'evento raccontato rimane valido come se il testimone fosse stato uno solo.
E chissà per quanto ancora si potrà dissentire, anche in rete, su Internet, come faccio adesso.
Sì, perché se credevate che la rete globale fosse indipendente, strumento di libertà d'opinione, siete in alto mare.
Qualche giorno fa lo Stato del Vaticano è insorto contro la satira sul Pontefice, e sicuramente non è finita lì.
L'esempio di oggi è in un articolo di PuntoInformatico, che narra una vicenda a dir poco grottesca.
Un forum pubblico si trova a contenere frasi forti, offensive: gli offesi, sensibilizzati dall'evento, denunciano il fatto alla Procura di Catania, che procede all'oscuramento del forum. Il lato più assurdo è che chi si è sentito offeso non abbia consultato il moderatore del forum, per chiedere la rimozione dei messaggi offensivi, ma che si sia mosso da subito con il chiaro intento censorio.
La sottigliezza del vilipendio alla religione è tale che appunto non so quale sia il vero limite. In fondo negare l'esistenza di Dio non è già una grave offesa per la religione che si cita?
E dire che si pensa a certi personaggi della storia delle religioni come veri ciarlatani?
E' sicuramente illusione ed eresia, avere fede nel buonsenso.
Non avere paura
perché porto il coltello tra i denti
e agito il fucile
come emblema virile
non avere paura della mia trentotto
che porto qui nel petto
di questo invece devi avere paura
io sono un uomo come te
da Serial Killer (Franco Battiato, Manlio Sgalambro)
martedì, novembre 14, 2006
A che gioco giochiamo
Sono un appassionato di giochi da sempre, lo ero nell'infanzia e in forme diverse ho mantenuto l'interesse nel tempo.
Giocare può essere stimolo per la fantasia, l'immaginazione, e anche per l'intelligenza, quando il gioco ci sfida a trovare nuove soluzioni.
In fondo anche scrivere articoli su un weblog è un gioco: comporre frasi corrette, stimolare il proprio pensiero a connettere insieme fatti e opinioni diverse, esprimersi seguendo un ragionamento.
Anzitutto una premessa: parte del contenuto che segue era già scritta. Avevo iniziato la bozza di un articolo al 26 ottobre scorso, poi mi sembrava comunque incompleto, insoddisfacente, e l'avevo lasciato lì.
Visti gli ulteriori sviluppi sull'argomento videogiochi, nei giorni recenti, lo riprendo e riparto da questo.
Giocare d'intelligenza (bozza del 26/10/2006)
I giochi che più mi affascinarono, fin dalla giovane età, furono i giochi elettronici. Nascevano infatti negli anni '70 del secolo scorso, in un'epoca in cui cominciava a diffondersi in modo preponderante la tecnologia elettronica.
Ricordo ancora con una certa invidia qualche compagno di scuola, che già allora possedeva un videogioco tascabile come il Mattel Auto Race, che ormai è scomparso dalla memoria dei più.
Erano giochi semplici, ben lontani da un'odierna console portatile, come la Sony PSP.
Per non parlare poi dei primi piccoli calcolatori per il gioco degli scacchi, che trovavo affascinanti per la loro capacità "predittiva" del gioco.
Con l'evolversi della tecnologia si sono potute realizzare sempre nuove funzioni, è cambiata la complessità dei giochi così come la rappresentazione degli stessi (immagini, suoni) e l'interazione con il giocatore.
Eppure il gioco è da sempre nemico di molti, per motivi assai diversi.
E' sicuramente nemico degli stessi giocatori, quando diventa ossessione, e non vale solo per i giochi elettronici, ma anche per quelli convenzionali: basti pensare a chi si riduce in bancarotta con i giochi di carte o con le scommesse.
Probabilmente è stata questo tipo di pericolosità sociale a preoccupare capi religiosi o di governo, fino dagli albori del gioco. Come anche è stata questa dipendenza (con una certezza sugli incassi) a mantenere felici altri capi di governo (e religiosi).
Negli ultimi anni c'è poi un periodico interesse, da parte di certi settori dei mezzi di comunicazione, verso la presunta pericolosità dei videogiochi. Il format classico ricalca la linea "chi prende parte ad un gioco, dove si finge l'uccisione di un avversario, non può che avere pulsioni omicide, anche fuori dal gioco".
Negli Stati Uniti d'America sono state proposte nel tempo delle leggi sempre più restrittive, nei confronti della vendita di videogiochi ai minori. Per non parlare di paesi come l'Australia, dove un videogioco può essere bloccato all'importazione, anche per i maggiorenni -- non solo per i giochi violenti, ma anche quelli con espressioni di sessualità troppo esplicita.
Va da sé che la maggior parte di queste proibizioni è facilmente riconducibile a fanatismi, perché se da un lato è comprensibile la riduzione dell'esposizione dei minori alla violenza, dall'altro è eccessivo il proibizionismo che spesso viene proposto.
C'è sicuramente un controllo da adottare, prima di dare in mano ad un ragazzino alcuni tipi di giochi. Questo vale per un go-kart, o un razzo giocattolo, considerando la pericolosità fisica, ma deve ovviamente valere anche per un videogioco, quando è rilevante la pericolosità nel senso psicopedagogico.
Tutto questo vale per il politically correct, come amiamo dire dimostrando scarsa proprietà di linguaggio (perché non dire semplicemente educazione o correttezza?).
Ma non è solo il linguaggio a scarseggiare.
In compenso c'è abbondanza: violenza e comportamenti sessuali confusi sono all'ordine del giorno, sulle reti televisive e sulla carta stampata. Chi legge già qualche mio articolo sa bene che non sono affatto un moralista.
Il punto è sul finto perbenismo, che oggi vieta e tiene sotto controllo i videogame con immagini forti, e domani ci fa vedere nel telegiornale qualche guerra in corso nel mondo, e a seguire un programma dove l'attrazione principale del telespettatore è indirizzata verso qualche bella ragazza seminuda. Ci piace farsi beffa di noi stessi, sembra.
Tutta questa riflessione è nata da un articoletto che ho letto poco fa, una vera ode al ridicolo.
Il signor Daniele Semeraro, che non conosco assolutamente, ci racconta di una sua visione fantasiosa sul mondo dei videogiochi. C'è da dire che la reciprocità del Semeraro è di non conoscermi assolutamente, e altrettanto pare evidente della sua conoscenza sul mondo dei videogiochi.
E' altresì lecito osservare che potrei sbagliarmi: magari ha scritto sotto dettatura di editori o pubblicitari.
Nel mondo incantato del Semeraro, e in quello del signor Aldo Toscano, che mi si dice direttore del dipartimento Scienze Sociali all'università di Pisa, stanno sparendo i giochi che contengono violenza. Insomma, siamo tutti più buoni.
Già alcuni anni fa, dopo gli attentati terroristici del 2001 negli USA, qualcun altro aveva tentato di propagandare una storiella analoga. Fu raccontato che infatti nessuno più aveva voglia di giochi di guerra, dopo le migliaia di morti.
Sinceramente, dopo articoli del genere, mi chiedo sempre un paio di cose: quanto credono idioti i loro lettori e quanto a lungo?
L'accozzaglia di notizie in quell'articolo è poi contraddittoria. Viene citata una olimpiade dei videogiochi, come se fosse dimostrazione che il fenomeno è importante (quello della diffusione dei giochi privi di atti violenti). Solo che il Semeraro (autore anche dell'altro articolo che cita) non ricorda evidentemente che i giochi più quotati sono quelli in cui l'avversario viene ucciso nell'azione di gioco.
A chiunque piaccia giocare con quel tipo giochi d'azione, ma anche quelli strategia in tempo reale, sa che sono i titoli trainanti del settore -- e fra questi giocatori sono incluso anch'io.
Un gioco come The Sims è divenuto sì un simbolo, ma rimane una singolarità.
I videogiochi di guerra, indubbiamente, non sono la guerra.
La vera rappresentazione della guerriglia, dell'odio, della violenza, per chi la vuole a portata di mano, è in ogni città. Nelle periferie degradate, sì, ma soprattutto nelle settimanali partite di gioco del calcio.
Quanto alla scarsità d'intelligenza è dilagante: se la tifoseria calcistica è emblema di quella al maschile, le frotte di ragazze emule ed invidiose delle soubrette televisive ne sono la controparte femminile.
Resto in trepida attesa del prossimo articolo del Semeraro, o di altri suoi colleghi, in cui immagino mi verranno a spiegare che la violenza, nei paesi poveri del mondo, sia in diretta relazione con i videogame.
[...]
Improvvisa violenza (scritto oggi)
Rileggendo l'articolo di venti giorni fa c'è di che sorridere: viene da chiedersi se nessuno mai si metterebbe a correlarli, come faccio io qui.
Eh sì, perché venti giorni fa i giornalisti e gli esperti di scienze sociali ci raccontavano che i videogiochi stavano diventando un'apoteosi disneyana, mentre oggi si scomodano nuovamente giornalisti e altri esperti per ammonire che i videogiochi stan diventando una delle cause della violenza giovanile.
Con un minimo di spirito critico è invece evidente la mediocrità giornalistica.
E' anche chiaro che se un argomento del genere (d'importanza minore rispetto ad altri fatti più gravi della società) diventa una beffa del lettore, a maggior ragione possono esserlo anche altri fenomeni -- di politica, psicologia, ricerca, e così via.
Vi sentite canzonati dai giornalisti ed esperti? Dovreste, perlomeno.
La notizia di questi giorni, sulla violenza nei videogiochi, gira intorno ad un titolo per Sony Playstation, già pubblicato in Giappone col nome Rule of Rose, in uscita a giorni anche in Europa.
Prendo con estrema cautela le recensioni del gioco, che fatte da giornalisti, com'è normale, potrebbero finire per essere tendenziose.
Su un articolo di Panorama, replicato anche sul sito di Mytech, ne leggo alcune delle caratteristiche salienti.
Il titolo si presenta come un survival horror, genere piuttosto definito nel panorama videoludico. Solitamente impegna il giocatore nell'impersonare o nel controllare un personaggio, in un'ambientazione da film dell'orrore, dove la finalità è risolvere enigmi e fuggire dai pericoli.
Fra i titoli survival horror è è classicamente molto comune la violenza a profusione, visto che i pericoli per l'alter ego del giocatore sono spesso creature consimili a quelle dei film d'orrore, quali esseri demoniaci, morti viventi, fino ai classici da thriller, come certi assassini seriali.
La differenza, in questo caso, la fa l'insieme di aberrazioni da parte dei personaggi violenti.
Non solo si tratta di comportamenti violenti, ma anche deviati e perversi, ad opera di personaggi molto giovani, tipicamente adolescenti.
La ragazzina, alter ego del giocatore, subisce quindi violenze fisiche e psicologiche, in un ambiente profondamente disturbato, dove quello che preoccupa chi ha visionato il gioco è la giovane età di tutti i soggetti nel cast.
Mi appare evidente che ci sia una profonda preoccupazione che certi comportamenti vengano presi ad esempio, se chi gioca s'identifica nell'ambiente e nei personaggi. Non è quindi un gioco raccomandabile a degli adolescenti, e perché questo avvenga serve sicuramente qualche impedimento della vendita ai molto giovani, così come dovrebbero essere sensibilizzati i genitori.
Vietarlo del tutto?
Il signor Walter Veltroni ha commentato che, a suo parere, "È assolutamente impensabile che un videogioco dai contenuti violenti venga commercializzato e distribuito nel nostro Paese".
Il ridicolo di cui lo copre una frase del genere dovrebbe come minimo farlo desistere dagli incarichi istituzionali che ricopre, ma non credo che avverrà.
Anzitutto dovrebbe spiegarci cos'ha, questo nostro Paese, per ritenersi immune ai contenuti violenti. Come osservava anche un lettore di Punto Informatico, con quale ipocrisia si alza il dito accusatorio verso i videogiochi, mentre la stessa televisione di Stato adotta la violenza per rialzare gli ascolti?
Il prossimo passo sarà il blocco della totalità dei film d'azione provenienti dagli Stati Uniti d'America? Perché è evidente, in nessuno di questi manca la violenza, diretta, gratuita, senza il velo della grafica di un videogioco.
Ho come l'impressione che quel Paese citato dal Veltroni sia invero piuttosto ristretto, al massimo allargato al suo condominio: perché di quell'altro Paese, quello dove vivo anch'io, mi sembra non abbia alcuna percezione.
Come nella fiera dell'ovvio, il Veltroni prosegue: "Credo sia perversa la mente di coloro che hanno ideato e realizzato un videogame del genere. I nostri giovani già vivono tempi difficili, con la realtà della violenza presente quotidianamente su tutti i media. Non si meritano certi prodotti ed è giusto lanciare un allarme e mettere in campo immediate azioni concrete in difesa del diritto a crescere senza condizionamenti tesi ad esaltare la ferocia, l'odio e la morte".
Quali azioni concrete vi aspettate di vedere?
La messa al bando dei reality televisivi, dei film americani, oppure la messa all'indice dei videogiochi?
Non credo che serva un calcolo complicato, per sapere cosa rende di più, come introiti.
La cultura giapponese, fonte di questa impasse, è sicuramente molto distante dalla nostra. Per non parlare del livello di psicosi da cui è permeata, visti gli eccessi di cui spesso si alimenta.
Eppure non è esecrabile tout-court, va compresa come si fa con molti fenomeni distanti.
Ma siamo sicuri che le perversioni siano solo lì?
Non è perverso anche il meccanismo della nostra censura?
Ripenso ad esempio al violentissimo romanzo di Ryu Murakami, Tokyo Decadence, uscito anche in versione cinematografica. La trasposizione nel film è anche meno violenta del racconto, eppure la pellicola uscita in Italia era censurata, tagliata, seppure vietata ad un pubblico minore di 18 anni -- e fra l'altro non erano scene violente, ma di atti sessuali che nei film puramente pornografici non vengono certo omesse.
Perché ci viene permesso di conoscere solo una parte delle cose?
Perché mai, da adulti, consenzienti, ci viene permesso di conoscere solo una parte della violenza?
A che gioco stanno giocando gli amministratori del Paese?
Perché se ce n'è uno violento, da vietare a tutti, è quello.
Giocare può essere stimolo per la fantasia, l'immaginazione, e anche per l'intelligenza, quando il gioco ci sfida a trovare nuove soluzioni.
In fondo anche scrivere articoli su un weblog è un gioco: comporre frasi corrette, stimolare il proprio pensiero a connettere insieme fatti e opinioni diverse, esprimersi seguendo un ragionamento.
Anzitutto una premessa: parte del contenuto che segue era già scritta. Avevo iniziato la bozza di un articolo al 26 ottobre scorso, poi mi sembrava comunque incompleto, insoddisfacente, e l'avevo lasciato lì.
Visti gli ulteriori sviluppi sull'argomento videogiochi, nei giorni recenti, lo riprendo e riparto da questo.
Giocare d'intelligenza (bozza del 26/10/2006)
I giochi che più mi affascinarono, fin dalla giovane età, furono i giochi elettronici. Nascevano infatti negli anni '70 del secolo scorso, in un'epoca in cui cominciava a diffondersi in modo preponderante la tecnologia elettronica.
Ricordo ancora con una certa invidia qualche compagno di scuola, che già allora possedeva un videogioco tascabile come il Mattel Auto Race, che ormai è scomparso dalla memoria dei più.
Erano giochi semplici, ben lontani da un'odierna console portatile, come la Sony PSP.
Per non parlare poi dei primi piccoli calcolatori per il gioco degli scacchi, che trovavo affascinanti per la loro capacità "predittiva" del gioco.
Con l'evolversi della tecnologia si sono potute realizzare sempre nuove funzioni, è cambiata la complessità dei giochi così come la rappresentazione degli stessi (immagini, suoni) e l'interazione con il giocatore.
Eppure il gioco è da sempre nemico di molti, per motivi assai diversi.
E' sicuramente nemico degli stessi giocatori, quando diventa ossessione, e non vale solo per i giochi elettronici, ma anche per quelli convenzionali: basti pensare a chi si riduce in bancarotta con i giochi di carte o con le scommesse.
Probabilmente è stata questo tipo di pericolosità sociale a preoccupare capi religiosi o di governo, fino dagli albori del gioco. Come anche è stata questa dipendenza (con una certezza sugli incassi) a mantenere felici altri capi di governo (e religiosi).
Negli ultimi anni c'è poi un periodico interesse, da parte di certi settori dei mezzi di comunicazione, verso la presunta pericolosità dei videogiochi. Il format classico ricalca la linea "chi prende parte ad un gioco, dove si finge l'uccisione di un avversario, non può che avere pulsioni omicide, anche fuori dal gioco".
Negli Stati Uniti d'America sono state proposte nel tempo delle leggi sempre più restrittive, nei confronti della vendita di videogiochi ai minori. Per non parlare di paesi come l'Australia, dove un videogioco può essere bloccato all'importazione, anche per i maggiorenni -- non solo per i giochi violenti, ma anche quelli con espressioni di sessualità troppo esplicita.
Va da sé che la maggior parte di queste proibizioni è facilmente riconducibile a fanatismi, perché se da un lato è comprensibile la riduzione dell'esposizione dei minori alla violenza, dall'altro è eccessivo il proibizionismo che spesso viene proposto.
C'è sicuramente un controllo da adottare, prima di dare in mano ad un ragazzino alcuni tipi di giochi. Questo vale per un go-kart, o un razzo giocattolo, considerando la pericolosità fisica, ma deve ovviamente valere anche per un videogioco, quando è rilevante la pericolosità nel senso psicopedagogico.
Tutto questo vale per il politically correct, come amiamo dire dimostrando scarsa proprietà di linguaggio (perché non dire semplicemente educazione o correttezza?).
Ma non è solo il linguaggio a scarseggiare.
In compenso c'è abbondanza: violenza e comportamenti sessuali confusi sono all'ordine del giorno, sulle reti televisive e sulla carta stampata. Chi legge già qualche mio articolo sa bene che non sono affatto un moralista.
Il punto è sul finto perbenismo, che oggi vieta e tiene sotto controllo i videogame con immagini forti, e domani ci fa vedere nel telegiornale qualche guerra in corso nel mondo, e a seguire un programma dove l'attrazione principale del telespettatore è indirizzata verso qualche bella ragazza seminuda. Ci piace farsi beffa di noi stessi, sembra.
Tutta questa riflessione è nata da un articoletto che ho letto poco fa, una vera ode al ridicolo.
Il signor Daniele Semeraro, che non conosco assolutamente, ci racconta di una sua visione fantasiosa sul mondo dei videogiochi. C'è da dire che la reciprocità del Semeraro è di non conoscermi assolutamente, e altrettanto pare evidente della sua conoscenza sul mondo dei videogiochi.
E' altresì lecito osservare che potrei sbagliarmi: magari ha scritto sotto dettatura di editori o pubblicitari.
Nel mondo incantato del Semeraro, e in quello del signor Aldo Toscano, che mi si dice direttore del dipartimento Scienze Sociali all'università di Pisa, stanno sparendo i giochi che contengono violenza. Insomma, siamo tutti più buoni.
Già alcuni anni fa, dopo gli attentati terroristici del 2001 negli USA, qualcun altro aveva tentato di propagandare una storiella analoga. Fu raccontato che infatti nessuno più aveva voglia di giochi di guerra, dopo le migliaia di morti.
Sinceramente, dopo articoli del genere, mi chiedo sempre un paio di cose: quanto credono idioti i loro lettori e quanto a lungo?
L'accozzaglia di notizie in quell'articolo è poi contraddittoria. Viene citata una olimpiade dei videogiochi, come se fosse dimostrazione che il fenomeno è importante (quello della diffusione dei giochi privi di atti violenti). Solo che il Semeraro (autore anche dell'altro articolo che cita) non ricorda evidentemente che i giochi più quotati sono quelli in cui l'avversario viene ucciso nell'azione di gioco.
A chiunque piaccia giocare con quel tipo giochi d'azione, ma anche quelli strategia in tempo reale, sa che sono i titoli trainanti del settore -- e fra questi giocatori sono incluso anch'io.
Un gioco come The Sims è divenuto sì un simbolo, ma rimane una singolarità.
I videogiochi di guerra, indubbiamente, non sono la guerra.
La vera rappresentazione della guerriglia, dell'odio, della violenza, per chi la vuole a portata di mano, è in ogni città. Nelle periferie degradate, sì, ma soprattutto nelle settimanali partite di gioco del calcio.
Quanto alla scarsità d'intelligenza è dilagante: se la tifoseria calcistica è emblema di quella al maschile, le frotte di ragazze emule ed invidiose delle soubrette televisive ne sono la controparte femminile.
Resto in trepida attesa del prossimo articolo del Semeraro, o di altri suoi colleghi, in cui immagino mi verranno a spiegare che la violenza, nei paesi poveri del mondo, sia in diretta relazione con i videogame.
[...]
Improvvisa violenza (scritto oggi)
Rileggendo l'articolo di venti giorni fa c'è di che sorridere: viene da chiedersi se nessuno mai si metterebbe a correlarli, come faccio io qui.
Eh sì, perché venti giorni fa i giornalisti e gli esperti di scienze sociali ci raccontavano che i videogiochi stavano diventando un'apoteosi disneyana, mentre oggi si scomodano nuovamente giornalisti e altri esperti per ammonire che i videogiochi stan diventando una delle cause della violenza giovanile.
Con un minimo di spirito critico è invece evidente la mediocrità giornalistica.
E' anche chiaro che se un argomento del genere (d'importanza minore rispetto ad altri fatti più gravi della società) diventa una beffa del lettore, a maggior ragione possono esserlo anche altri fenomeni -- di politica, psicologia, ricerca, e così via.
Vi sentite canzonati dai giornalisti ed esperti? Dovreste, perlomeno.
La notizia di questi giorni, sulla violenza nei videogiochi, gira intorno ad un titolo per Sony Playstation, già pubblicato in Giappone col nome Rule of Rose, in uscita a giorni anche in Europa.
Prendo con estrema cautela le recensioni del gioco, che fatte da giornalisti, com'è normale, potrebbero finire per essere tendenziose.
Su un articolo di Panorama, replicato anche sul sito di Mytech, ne leggo alcune delle caratteristiche salienti.
Il titolo si presenta come un survival horror, genere piuttosto definito nel panorama videoludico. Solitamente impegna il giocatore nell'impersonare o nel controllare un personaggio, in un'ambientazione da film dell'orrore, dove la finalità è risolvere enigmi e fuggire dai pericoli.
Fra i titoli survival horror è è classicamente molto comune la violenza a profusione, visto che i pericoli per l'alter ego del giocatore sono spesso creature consimili a quelle dei film d'orrore, quali esseri demoniaci, morti viventi, fino ai classici da thriller, come certi assassini seriali.
La differenza, in questo caso, la fa l'insieme di aberrazioni da parte dei personaggi violenti.
Non solo si tratta di comportamenti violenti, ma anche deviati e perversi, ad opera di personaggi molto giovani, tipicamente adolescenti.
La ragazzina, alter ego del giocatore, subisce quindi violenze fisiche e psicologiche, in un ambiente profondamente disturbato, dove quello che preoccupa chi ha visionato il gioco è la giovane età di tutti i soggetti nel cast.
Mi appare evidente che ci sia una profonda preoccupazione che certi comportamenti vengano presi ad esempio, se chi gioca s'identifica nell'ambiente e nei personaggi. Non è quindi un gioco raccomandabile a degli adolescenti, e perché questo avvenga serve sicuramente qualche impedimento della vendita ai molto giovani, così come dovrebbero essere sensibilizzati i genitori.
Vietarlo del tutto?
Il signor Walter Veltroni ha commentato che, a suo parere, "È assolutamente impensabile che un videogioco dai contenuti violenti venga commercializzato e distribuito nel nostro Paese".
Il ridicolo di cui lo copre una frase del genere dovrebbe come minimo farlo desistere dagli incarichi istituzionali che ricopre, ma non credo che avverrà.
Anzitutto dovrebbe spiegarci cos'ha, questo nostro Paese, per ritenersi immune ai contenuti violenti. Come osservava anche un lettore di Punto Informatico, con quale ipocrisia si alza il dito accusatorio verso i videogiochi, mentre la stessa televisione di Stato adotta la violenza per rialzare gli ascolti?
Il prossimo passo sarà il blocco della totalità dei film d'azione provenienti dagli Stati Uniti d'America? Perché è evidente, in nessuno di questi manca la violenza, diretta, gratuita, senza il velo della grafica di un videogioco.
Ho come l'impressione che quel Paese citato dal Veltroni sia invero piuttosto ristretto, al massimo allargato al suo condominio: perché di quell'altro Paese, quello dove vivo anch'io, mi sembra non abbia alcuna percezione.
Come nella fiera dell'ovvio, il Veltroni prosegue: "Credo sia perversa la mente di coloro che hanno ideato e realizzato un videogame del genere. I nostri giovani già vivono tempi difficili, con la realtà della violenza presente quotidianamente su tutti i media. Non si meritano certi prodotti ed è giusto lanciare un allarme e mettere in campo immediate azioni concrete in difesa del diritto a crescere senza condizionamenti tesi ad esaltare la ferocia, l'odio e la morte".
Quali azioni concrete vi aspettate di vedere?
La messa al bando dei reality televisivi, dei film americani, oppure la messa all'indice dei videogiochi?
Non credo che serva un calcolo complicato, per sapere cosa rende di più, come introiti.
La cultura giapponese, fonte di questa impasse, è sicuramente molto distante dalla nostra. Per non parlare del livello di psicosi da cui è permeata, visti gli eccessi di cui spesso si alimenta.
Eppure non è esecrabile tout-court, va compresa come si fa con molti fenomeni distanti.
Ma siamo sicuri che le perversioni siano solo lì?
Non è perverso anche il meccanismo della nostra censura?
Ripenso ad esempio al violentissimo romanzo di Ryu Murakami, Tokyo Decadence, uscito anche in versione cinematografica. La trasposizione nel film è anche meno violenta del racconto, eppure la pellicola uscita in Italia era censurata, tagliata, seppure vietata ad un pubblico minore di 18 anni -- e fra l'altro non erano scene violente, ma di atti sessuali che nei film puramente pornografici non vengono certo omesse.
Perché ci viene permesso di conoscere solo una parte delle cose?
Perché mai, da adulti, consenzienti, ci viene permesso di conoscere solo una parte della violenza?
A che gioco stanno giocando gli amministratori del Paese?
Perché se ce n'è uno violento, da vietare a tutti, è quello.
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