Negli ultimi anni, quasi con mistero, sono spariti dalle notizie i morti.
Sì, avete letto bene: in nessun incidente, disgrazia o cataclisma, ci sono più morti. Si parla sempre di vittime e feriti, ma di morti non più. La parola morto ha scatenato il senso di terrore nei notiziari, che sempre più richiedono una grande ipocrisia, per raggiungere i grandi ascolti.
Mentre venivano sdoganate tutte le parole volgari, il plateale turpiloquio, la rozzezza simbolo di profondo disagio culturale, qualche parola, pur lecita e non indelicata, veniva abolita.
Questo abuso del linguaggio, che dovrebbe indignare chiunque ami il linguaggio libero, ha invece creato una nuova falsa libertà, quella di potersi esprimere con un frasario un tempo considerato proibito. Così per poter citare i nomi volgari di organi e atti sessuali, ci siamo giocati la libertà di usare il resto del vocabolario.
Ma quanto pesano questi morti?
Già molte volte ho citato ad esempio la morte del signor Bettino Craxi, partendo dagli abusi della simbologia -- quella del latitante, condannato dai tribunali in patria, che espatria per sfuggire alla legge e poi accusare tutti di volergli del male.
Un altro caso che poi mi è rimasto in mente, dagli ultimi anni, è quello del signor Carlo Giuliani, morto (in quanto vittima e deceduto) negli scontri di protesta contro l'incontro G8 del luglio 2001, a Genova.
Non ci voleva una grande scienza per capire i fatti dalle foto e dai filmati di quell'evento. Durante gli scontri di piazza, durante una ritirata dagli attacchi dei Carabinieri, i manifestanti più violenti li hanno inseguiti, fra questi il Giuliani. Nel confronto ammazzo-te/ammazzi-me, è andata che il Giuliani non ha avuto il tempo di avere la meglio, ed anziché uccidere è stato ucciso.
Una vera disgrazia, comunque fosse andata la faccenda, chiunque ne fosse uscito vivo e morto.
Eppure non è stata interpretata così.
Complici gli abusi dei militari e della Polizia sui manifestanti, la morte del Giuliani è stata resa un assurdo simbolo di martirio. La decisione era tutta su chi rendere vittime e carnefici, già a monte delle dimostrazioni di piazza.
Così ad oggi ci sono addirittura proposte di comuni che vogliono mettere il nome di Giuliani a piazze e vie, come se fosse paragonabile a quello di Garibaldi o Mazzini. E non è tutto. Periodicamente, quando si parla di eventi sociopolitici c'è sempre pronta l'intervista o la citazione, su quello che ne pensa la madre. Che non ha la minima preoccupazione di parlare del figlio come un violento, ucciso mentre portava un passamontagna nero, assalendo altre persone, ma continua con una ridicola difesa ed atto accusatorio nei confronti degli altri.
In questo è in effetti in linea con tutte le madri, sia di figli buoni che cattivi.
Da morti diventano tutti buoni. Perché non è bello parlare male dei morti. E delle vittime.
Una vittima è ancora più intoccabile di un morto, perché è caduta a causa di qualcuno o di qualcosa.
Ecco perché una vittima vale di più di un morto, a parità di risultati.
Ecco perché siamo ostaggi di un mondo della comunicazione dove le parole vengono storpiate, con un'ipocrisia che sfiora il ridicolo. Questo per il politicamente corretto, dove si preferisce dire diversamente abili, anziché disabili, che sposta la problematica di chi porta un handicap (a mio avviso in modo realmente offensivo).
Chi conia e utilizza certe terminologie, dai politici ai giornalisti, ai sociologi, non mi si rivela altro che diversamente intelligente. Di ampia diversità, direi.
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