mercoledì, marzo 29, 2006

Computer fanatics

Molti anni fa era, agli albori dell'informatica per tutti, c'era una continua diatriba su quali fossero i computer migliori, i più innovativi, i più evoluti e prestanti.
Prestanti, perché questo termine esiste in italiano, mentre la mania per gli tecnicismi stranieri ha partorito creature aberranti, come il tanto diffuso performante.

Il mercato si è poi avviato verso sempre un più deciso bipolarismo, dove solo le architetture compatibili con il mondo Microsoft e quelle del mondo Apple, hanno cominciato a spartirsi la ricchezza del nuovo mondo, quello dei computer per tutti.
Leggendo dei brani, in un articolo del signor Vittorio Zucconi, ho ripensato, com'è inevitabile, ai fanatismi più assurdi, verso cui il mondo dell'informatica si è diretto.
Premesso che non sono un fanatico del mondo Microsoft, sottolineo che non lo sono sicuramente neppure del mondo Apple, pur essendo utente del primo, come in passato utente anche del secondo.
L'articolo di Zucconi è in realtà uno delle decine di articoli simili, che ho letto negli anni. Tutti che iniziano incensando la Apple per le sue mirabolanti invenzioni (senza aver innovato in niente di tecnologico), proseguendo nel lamento della dura vita di chi usa un sistema alternativo e meno diffuso, terminando col fatto che adesso si sono riscattati, perché il mondo è cambiato in meglio e grazie a loro.
Sembrano le tre fasi tipiche del fanatismo informatico, usate anche dagli utenti o sviluppatori di prodotti Microsoft. Hanno anche loro un Dio unico (il signor William Gates, contrapposto al signor Steve Jobs), che ha creato il cielo e la terra. Hanno le loro lamentele, hanno il mondo finalmente migliore grazie al brand per cui tifano.

Inutile dire che il loro settarismo, quella da cui Zucconi si sente affrrancato, rimane esattamente lì dov'era vent'anni fa.
Quello degli utenti Apple non è stato poi così sofferto, quasi imposto, come ce lo racconta. Entrare in un negozio dove si vendeva solo Apple, diciamo dieci anni fa, era come l'entrare in un negozio di Hi-Fi esoterico. Quei negozi dove ti vendono un pezzo di ferro che messo sotto un giradischi lo fa suonare meglio, oppure cavi elettrici per condurre gli elettroni nel modo giusto. Una bottega d'alchimia tecnologica, insomma, un santuario.
Gli utenti Apple vivevano come in uno stato di estasi mistica, predicando il vero verbo, guardando con astio e orrore verso la blasfemia di chi avrebbe potuto dir loro che in fondo "è solo un computer, non un tabernacolo di un santo".

Non sono rimasti soli, però. Mentre dal lato degli utenti di prodotti Microsoft la cosa era limitata a percentuali più ristrette di fanatici (in ogni caso fanatici esattamente allo stesso modo), si sono sviluppati i nuovi credo. Come quello dell'open source, un movimento che sicuramente ha anche molti buoni propositi, ma che tende ancor più all'esaltazione trascendentale.
Cito ad esempio l'onnipresente signor Richard Stallman, i cui scritti fanno pensare ad un profeta laico (la contraddizione è voluta).
Per non parlare di altre figure di spicco, come Larry Wall, che ha scritto i manuali del suo software suddividendoli con i nomi e le citazioni bibliche, e non in senso ironico.

La parte ridicola per la tecnologia è che per dimostrare la bontà di soluzioni tecnologiche si faccia ricorso al fanatismo, all'esaltazione di principi morali.

martedì, marzo 28, 2006

Saper riconoscere gl'idioti

Qualche volta diventa un'impresa, vista la propensione alle idiozie per puro spirito emulativo.

Il signor Marcello Pera, già citato qui, incidentalmente Presidente del Senato (anche se il fatto, per fortuna, non ha alcun legame) ci lascia sempre nel dubbio.
Quando rilancia i fondamenti della società europea, a suo parere basata sulla matrice "giudeo-cristiana" (sic), lascia perlopiù interdetti. E' un po' l'effetto che ti fa uno che ti sfascia l'auto che hai lasciato ben parcheggiata, e poi ti urla contro: non capisci all'istante se è totalmente pazzo o se sta disperatamente cercando un altro responsabile.
Non si capisce infatti se abbia mai sentito parlare della filosofia della Grecia antica, visto che pone tutti quei concetti come fondati esclusivamente dopo l'avvento del Cristianesimo. Non si capisce se abbia mai sentito parlare delle civiltà Romana, e ancor prima Etrusca, e dei cambiamenti sociali che avevano già allora iniziato. Non si capisce se quando parla di fondamentalismi religiosi, pericolosi, li condanni o semplicemente li invidi.
A voi la decisione sul fatto che questo individuo sia un vero o un falso ossìmoro. Sarà per la mia cultura limitata, ma non mi è mai stato difficile comprenderlo, ogni volta che l'ho sentito proferire verbo.

lunedì, marzo 27, 2006

Vo(l)to elettronico

Credo che chiunque abbia letto un po' i giornali o le riviste che parlano di attualità, non si sia perso la situazione incresciosa degli intercettamenti telefonici, della manipolazione delle firme raccolte da un partito politico italiano, e mille altri risvolti.

La domanda, semplice, diretta, è: vi fidate del voto elettronico, dopo queste premesse?
E non perché l'elettronica e l'informatica siano inaffidabili, ovvio.

Dal mio punto di vista, prettamente tecnico, la robustezza della catena di un sistema è tutta nel suo anello più debole. Quindi in un sistema dove chi fa da giudice è anche allo stesso tempo un giocatore, diventa difficile pensare che non ci siano debolezze.
E dalla mia esperienza pratica, la sicurezza anche di chi si impegna, è solitamente risibile.

Quanto costa un SMS?

Pare una domanda banale, eppure non sono così sicuro che lo sia.
Nonostante io operi nel settore delle tecnologie avanzate, sono solitamente moderato nel mostrare entusiasmo verso certi nuovi prodotti. Diciamo pure che sono molto critico, verso i falsi nuovi prodotti, quelli che ci bombardano in ogni comunicato commerciale e volantino pubblicitario stipato nella cassetta delle lettere.
Così, ho ancora un telefono cellulare del tipo che non invia SMS multipli, arrivato ai 160 caratteri si ferma e qui devo ingegnarmi su cosa fare -- soprattutto se il messaggio è per qualcuno che so non poter rispondere, ma che può leggerselo come una nota più tardi.

Ho quindi un dubbio, sui telefoni dotati invece di questa capacità di suddividere i messaggi: con quale criterio lo fanno? Non avendone mai usati, mi verrebbe da pensare che agiscano in base alla lunghezza: superata una lunghezza limite inizia lo spezzettamento.
Magari è una considerazione ingenua, forse esiste un metodo più intelligente per farlo.
Dagli SMS che ricevo però, il metodo non lo comprendo. L'unica cosa che comprendo è che spesso ricevo cose come: "Collegato 1/2: Ciao, come s" seguito da "Collegato 2/2: tai?"
Chi spedisce il messaggio ne paga quindi due? Per tre sole parole?

domenica, marzo 26, 2006

Opinioni politiche

Tutti noi ne esprimiamo in fondo, coscienti o no di farlo. Anche la scelta di un gelato, di un colore per l'automobile, del tessuto di un indumento, tutto fa politica.
Gli apolitici sono in realtà degli utopisti, solitamente delusi dal non trovare una posizione esattamente coincidente con le loro idee. Certo vale per chi si dichiara tale e ne difende la posizione, mentre è piuttosto diverso per gli indifferenti verso la politica, che spesso sono i soggetti più facilmente manipolabili -- dalla politica, ovvio.

Verso la metà degli anni '80 ero molto più attivo a mia volta, verso la politica e il suo rapporto con i giovani, essendo ancora studente, in mezzo ai cambiamenti che mai sembravano favorevoli.
La protesta verso l'allora Ministero dell'Istruzione ed i suoi provvedimenti, dall'orwelliano 1984 proseguì fino all'85, in quello che qualcuno definì il movimento dei ragazzi dell'85.

Riflettevo giusto ieri sulle parole di una persona, che in una chiacchierata del tutto informale, mi ha colpito dicendo più o meno che "da giovani, si sceglie sempre uno schieramento, se stare a destra o a sinistra".
Quel che c'è di triste, nella riflessione, è il fatto che poi negli anni, molti perdano interesse verso qualsiasi obbiettivo politico. Cerchino la tranquillità della non-politica, lasciando le ideologie per i nuovi idoli, i simulacri del benessere.
Sembra quasi che rinuncino a qualsiasi coinvolgimento, nel timore che li distragga dal nuovo obbiettivo. Finiscono per esprimere opinioni politiche - dirette - solo quando la politica insidia il vitello d'oro. Allora si rivoltano maldestramente, lanciando strali contro gli eretici, avversi al nuovo Dio.

E qui ammetto che a mia volta ho allentato gli interessi verso la politica, non sono più l'attivista della mia giovinezza, anche se in realtà non ho perso interesse per la politica, non ho coltivato l'illusione di un ovattato mondo apolitico.
Quello che mi ha stancato, annoiato, è la gente stessa per cui potresti fare qualcosa. La domanda che mi sono posto è suonata come "ma davvero c'è chi merita di meglio? C'è davvero qualcuno per cui battersi?".
Se fossi minimamente religioso, la domanda non si porrebbe neppure: ovvio che il bene universale debba essere un obbiettivo primario.
Se avessi dei figli, una famiglia, mi sentirei altrettanto tenuto a perseguire quell'obbiettivo.
Come mai, le tante persone che hanno queste due condizioni, non si sentono altrettanto motivate a migliorare il futuro?

Nella metà degli anni '80, sempre quelli citati prima, nutrivo una certa avversione per gli articoli del signor Eugenio Scalfari, sul suo quotidiano (era fondatore e direttore de La Repubblica, per chi non lo ricorda). Le sue posizioni mi scatenavano sempre una certa irritazione.
Anche oggi, che i miei spigoli si sono smussati, lo trovo talvolta su quegli arroccamenti dell'intellettuale che protesta e si indigna, con un suo snobismo culturale.
Trovo invece abbastanza condivisibile il suo articolo di oggi, sull'inesistenza dei moderati.
In fondo il paese non si distanzia granché dalle finzioni letterarie di un romanzo di Benni, come in Spiriti, dove le forze che si contendono il potere si dividono fra moderati e moderisti.

Quel che trovo sicuramente condivisibile, nell'articolo di Scalfari, è l'ormai palese incapacità d'indignazione degli Italiani.
Se un tempo potevo stancarmi dell'italiano medio, con la sua mediocrità, adesso sono davvero inorridito davanti al fatto che neppure dietro le associazioni più potenti del paese ci sia più decoro. Anche falso decoro, come siamo abituati a mostrarlo benissimo in questo paese, ma decoro.
Un'associazione come Confindustria, che un tempo poteva farmi arrabbiare per le arroganti posizioni sul lavoro, adesso è talmente anestetizzata da rivoltarsi contro chi la vuole svegliare, perfino se è un suo membro, come il signor Della Valle.
Che ha semplicemente raccontato quello che tutti coloro che non sono ipnotizzati possono vedere, il fenomeno di un paese a rotta di collo verso il disastro economico, oggi per le famiglie più povere, domani per quelle più ricche.

Scarsa lungimiranza. Come si può credere che la nazione stia davvero andando bene così?
Eppure un disegno c'è, dietro a tutto questo. Faccio un'ipotesi inquietante, che mi è saltata alla mente giusto ora.
Supponiamo che l'impoverimento cresca ancora a dismisura. Qualcuno tempo fa lanciava l'ipotesi che fosse una manovra per garantire lavoratori a basso costo per le aziende, ma non penso sia il quadro completo.
Proseguiamo.
Supponiamo che l'impoverimento renda molto fragili la maggior parte delle aziende che ancora oggi galleggiano. Come alcuni avranno notato - non molti, altrimenti le cose sarebbero cambiate - ci sono, al contrario, delle aziende ad ampio spettro di attività che invece stanno crescendo; vuoi per la pubblicità, vuoi perché si stanno facendo spazio a gomitate sempre più forti.
In un futuro in cui una miriade di aziende medio-piccole (ma non solo) saranno in difficoltà, diverrà facile per un colosso acquisirle, colonizzarle. In quel futuro potrebbero esserci molti marchi italiani, ma una sola azienda a controllarli. A quel punto l'amministrazione dello Stato diverrà solo un'attività collaterale, un fantoccio per le relazioni internazionali; o anche per indire di tanto in tanto delle libere elezioni, che sponsorizzino partiti politici incapaci di cambiare uno Stato delle Cose.

giovedì, marzo 23, 2006

Italia in zona verde

Faccio un misto delle recenti notizie, che di nuovo han sempre ben poco.
Il dipartimento di stato degli USA ha indicato il nostro paese come a rischio attentati, in concomitanza delle elezioni politiche ed amministrative. Un po' come certi stati del sud america, soprattutto quando il direttivo è distante dalle posizioni maccartiane. Devo dire che non mi sorprenderebbe se ci proponessero anche un appoggio militare, per sostenere queste elezioni, un po' come in Iraq.
C'è bisogno di garantire una zona verde come a Baghdad?
Sarebbe interessante sapere da chi vogliono ripulirla, l'Italia. Per saperlo basta in fondo seguire il loro vassallo (e non mi riferisco ad un rappresentante ufficiale).

domenica, marzo 12, 2006

Guerriglia annunciata

Qualcuno scriveva tempo fa che le tragedie annunciate sono in fondo consolanti.
Perché ci danno una certezza della tragicità imminente, confermando il nostro bisogno di sicurezze, anche in negativo, ma che siano certe. Come dire: siamo impreparati a quel che di buono può succedere, fuori dal nostro controllo.

Ho appreso solo poco fa, dei disordini avvenuti a Milano stamani. Due sono i pensieri che vi ho collegato.
Il primo è il triste commento di Cassandra, visto che già da tempo immaginavo in cosa sarebbe sfociato, il disagio sociale. Già in altri articoli passati avevo ravvisato questa mia preoccupazione.
Il secondo pensiero è stato che probabilmente, oggi, non c'erano partite della serie A di calcio che fossero altrettanto importanti. Quelle che a latere portano solitamente lo stesso tipo di distruzione e violenza, ma a cui ormai siamo abituati. In quei casi non fa più notizia.

Curioso notare che la manifestazione, preparatasi come non autorizzata e violenta, anticipi invece un'altra manifestazione, autorizzata stavolta, che si svolgerà nel pomeriggio, da parte di altri gruppi che inneggiano alla violenza.
La differenza fra i due gruppi è probabilmente nello schieramento politico, ma quello che di sicuro è più interessante, rimane invece nella similitudine fra i due gruppi. Entrambi propongono infatti violenza come espressione del loro disagio sociale.
Questo però non fa notizia, svelarlo non è nell'interesse di chi manovra.
Il piccolo timoniere non ci tiene a far sapere di essere causa primaria degli scontri, con la sua sprovvedutezza. Nel frattempo è impegnato a stilare la lista di tutti quelli che vogliono il suo male, ultima entrata è una giornalista piuttosto nota, rea di non aver fatto le domande giuste, che ne santifichino l'immagine.

La poco nuova preoccupazione che ho, legata alle manifestazioni violente, è che anche la repressione lo diventi, con la strada spianata ad uno stato di polizia.
Non sarebbe del resto una sorpresa, vista l'attuale tendenza a completare il piano di rinascita democratica come dai documenti della loggia massonica di Licio Gelli.
Ennesima dimostrazione su come la parola democrazia non diventi solo vacua, ma anche tranquillamente abusata. Si veda infatti come viene definita in testa al documento: quale semplice adattamento del sistema esistente, senza citare che anche in una definizione da dizionario c'è un elemento di rilevante differenza, un popolo chiamato a scegliere.

Ma ormai siamo divenuti esperti in democrazia, visto il supporto a personaggi come il signor George Bush, che la sta esportando - a suo dire con successo - in tutto il mondo.
Speriamo che con la crisi economica, fra le varie importazioni dall'estero, non si finisca pure noi nella necessità d'importare democrazia dagli Stati Uniti d'America.

venerdì, marzo 10, 2006

Paura di perdersi

Un cardinale ha affermato recentemente di essere favorevole all'insegnamento della religione musulmana nelle scuole italiane, vista ormai la presenza di molti fedeli anche in Italia.
E' un evidente contrasto col senso moderno di scolarizzazione. Non l'insegnamento della religione musulmana, ovvio, ma l'insegnamento di qualsiasi religione, visto che si riduce già alla catechesi (nel caso della religione cattolica) -- avevo da tempo questa opinione, e oggi l'ho riletta in un'intervista alla signora Emma Bonino.

L'insegnamento di una religione (come dice la Bonino) è un fatto privato, chi vuole seguirne una ha il diritto di farlo fuori da una scuola.
Mentre non ha alcun diritto di mantenere con la forza, nei già difficili palinsesti scolastici, l'adorazione di alcunché.
Visto che l'ottocento è trascorso, e il novecento pure, vediamo di creare cultura del duemila, nelle scuole, punto.

Ora però, la curiosità è: come mai il rappresentante della religione dominante il Paese (visto che non è più religione di stato, non vedo come altro definirla, con tutte le sue ingerenze), l'esponente di una forte dottrina, decide di aprire verso i diretti concorrenti?
Perché c'è una paura più forte, rispetto al perdere i fedeli per un'altra religione. E' il terrore di perdere i fedeli verso l'ateismo.
Un po' come un venditore di hamburger, che avrà sicuramente più terrore di chi smette di mangiarli, rispetto a chi ne mangia da altri venditori -- se è un venditore capace.
Perché è un rischio accettabile quello di una seconda religione in gara per le scuole, rispetto a perdere del tutto la presa sulla scuola.
Come diceva un educatore cattolico del passato, "datemeli dai 5 ai 12 anni, e saranno nostri per tutta la vita". Perdersi questa occasione sarebbe un vero peccato.

Chi comanda?

Le mie riflessioni sulla democrazia non sono poi tanto cambiate.
Continuo ad essere fortemente convinto che sia una delle tante idealizzazioni in cui ci sforziamo di credere, anche quando ogni cosa ci dimostra il contrario, un po' come le credenze religiose.

L'ultima dimostrazione è nelle chiacchiere intorno ad un confronto elettorale, che dicono doversi presentare in televisione la prossima settimana, forse.
Un confronto dove saranno messe in gioco regole rigidissime (o così ci raccontano), per evitare che uno dei due candidati rubi tempo o immagine all'altro.
Qualunque sia la vostra posizione, verso uno dei due schieramenti, è del tutto ininfluente, per quello che sto esponendo. Il punto è che il confronto servirà a far decidere gli incerti, perché saranno loro a decidere per voi. Già.
Guadagnato finalmente il centro dei consensi, da parte di entrambe le coalizioni, ora conterà solo chi è indeciso, chi non ha nessuna voglia di votare, chi vede tutte e due le parti come una presa in giro.
Chi ha deciso, chi prende posizioni, chi si schiera, grazie alla corsa verso il centro, non conta più niente.

La falsa democrazia è stata fatta convergere nella sola scelta di chi non sa cosa scegliere.
E il meccanismo è talmente richiuso su se stesso, che è ormai difficilissimo uscirne. Perché allontanandosi da questo centralismo si dà una forza imprecisata a tutti quelli che ci si sono seduti in mezzo.
Il terrore dell'instabilità sta concentrando tutti in un punto di massima instabilità, dove ormai basta una voce discorde per scatenare il caos.

Qualsiasi sia il risultato elettorale, ci sarà un solo gruppo di perdenti: gli italiani che voteranno con convinzione per uno schieramento.
C'è da aggiungere che come in ogni guerra, non ci saranno vincenti. O meglio, saranno poche centinaia, ben pochi in confronto ai milioni di elettori.
Chi c'è fra quelle centinaia? I politici che si rimetteranno in gioco, e poi i potenti del Paese, quelli che ancora fanno funzionare un po' di economia (anche se solo per le proprie tasche). Chiunque esca vincitore, loro ne rimarranno sempre amici, compari, camerati.

Non ho una ricetta, in quest'articolo. Non c'è una conclusione per cui dire "se facessero tutti come dico io... cambierebbe l'Italia". Perché non se ne possono applicare, di realistiche.
L'unica cosa che si può fare è mantenere viva la coscienza di quello che succede: tenere gli occhi aperti può allenarci per il futuro. Al presente non vedo nessun cambiamento epocale, se non delle scelte per il male minore.
Ho solo irritazione nel constatare chi comanda, per davvero.

mercoledì, marzo 08, 2006

Otto marzo

Mentre tempo fa parlavo delle giornate contro, stavolta si tratta di una giornata a favore, visto il festeggiamento a nome delle donne.
E dietro ogni simbolo si nasconde spesso il niente, un po' come affermavo/negavo per il San Valentino.
Insomma, gran cosa festeggiare, ma ci sono anche piccoli aspetti fastidiosi. Prendiamo ad esempio l'evento 8 marzo originario, che conoscevo fin da bambino, come collegato a questa festività.
Una disgrazia avvenuta in realtà il 25 marzo, del 1911, in cui in un incendio, di una fabbrica americana, morirono 140 operaie, sfruttate in condizioni gravose.

Le operaie della "Triangle Shirtwaist Company" lavoravano da 60 a 72 ore alla settimana, per uno stipendio settimanale da 6 a 10 dollari.
Praticamente quello che capita adesso alle lavoratrici dell'est asiatico, a distanza di quasi un centinaio d'anni.
E le lavoratrici americane di oggi? Nemmeno per loro è cambiato granché, nella qualità del lavoro, rapportandola ai tempi in cui vivono. Eh sì, perché ritengo rilevante che ogni cosa sia rapportata al suo tempo.
Le discipline economiche e sociali, hanno infatti portato un cambiamento sempre più forte nel senso del lavoro. La riuscita più triste e strampalata, ottenuta nel Nord America, è che ora viene denigrata chi non vuole lavorarle, quelle 60 ore la settimana. Non è più una sfruttata chi lavora 60-70 ore la settimana, al contrario è considerata una fannullona chi non lo fa.
In una perversa deviazione dei valori, si è formata la nuova coscienza del lavoratore.

Il cambiamento dei tempi ha portato poi nuovi ruoli. La fabbrica moderna non è più quella delle cucitrici del 1911, ma un luogo dove si lavora con i computer, come se questo rendesse automaticamente nobile il lavoro, meno faticoso in ogni senso.
Adesso che la produzione industriale, anche americana, si appoggia fondamentalmente a prodotti dei paesi "poveri", sono fiorite le donne manager, impiegate con un livello superiore di cultura.
Anche self-employed, lavoratrici e lavoratori autonomi, un esercito al servizio del paese, che non può lavorare meno di quelle 70 ore settimanali, se non vuole sentirsi in colpa.

Hanno liberato i vecchi schiavi del lavoro, rendendoli schiavi di un nuovo modello sociale, che pur non chiedendolo esplicitamente, li vuole tutti stacanovisti.
Pena l'esclusione dal gruppo, dalla nazione, dalla bandiera.
Eppure il modello sociale non sa fornire loro una spiegazione del loro smarrimento, quando tornano a casa, dopo le dodici ore giornaliere di lavoro. Non sa spiegar loro come mai, in una mezza domenica festiva, scoprono di avere dei figli che si drogano e rubano, o perché il marito (o la moglie) hanno un amante.
Hanno lavorato tutta una vita, e non comprendono come mai la loro famiglia, la loro vita personale, è completamente allo sfascio. Non si capacitano del come possa accadere, che tutti i soldi guadagnati non abbiano comprato la felicità. Non sanno perché al terzo o al quarto matrimonio, stanno ancora cercando una cosa facile come il benessere.

In questa rappresentazione, che qualcuno può considerare impietosa o esagerata, ci vedo sempre più anche delle fette d'Italia. Come quel nord-est tanto florido e lavoratore, che adesso non sa più per chi produrre, vista la crescita a zero del paese.
La crescita zero del paese, che l'attuale Ministro dell'Economia ha definito "soddisfacente". Come dire: se tutto va bene siamo rovinati, e fortunatamente è andato tutto bene?

Ma buona festa a tutte le donne. Che non potranno dire la loro in politica, perché l'Italia ha meno sbocchi politici per le donne che molti paesi africani.
Buona festa a tutte le donne, che possono avere lo stesso lavoro degli uomini, ma solo se lavorano bovinamente come molti uomini.
Buona festa a tutte le donne, tutelate dalle violenze e dai soprusi solo in qualche scarabocchio di legge (dirli disegni mi pare eccessivo); mentre tutti sanno che la legge in Italia è fatta per essere aggirata.
Buona festa a tutte le donne, perché se sopravvivere in questo mondo diventa difficile, per loro lo è solitamente un po' di più.

domenica, marzo 05, 2006

La voce del padrone

Mi è capitato, mezz'ora fa, di ascoltare un intermezzo alla radio, indicato come campagna elettorale, in osservanza di una certa legge dell'anno duemila.
Ora, era talmente ridicolo nell'esposizione, che mi ha fatto pensare invece all'anno mille, ma andiamo per gradi.

La radio, citiamola pure, era Radiomontecarlo, emittente del Principato di Monaco, ma di cui non è difficile capire la proprietà.
Le voci dei candidati elettorali erano più d'una, alternate fra i due schieramenti.
Già questo dovrebbe mettere in allerta una persona attenta: possibile che tutta l'Italia si divida nettamente in due schieramenti? Guelfi o Ghibellini? Bianchi o Neri?
Eppure la nazione è assai più grande della Firenze medievale. Il punto è il teorema del gelataio, esposto brillantemente da Odifreddi nel libro C'era una volta un paradosso, che ho citato già altre volte.
Data una spiaggia, su cui due gelatai devono dividersi i clienti, all'inizio i venditori si mettono agli estremi, l'uno a sinistra, l'altro a destra. Poi si accorgono che in realtà più si spostano verso il centro, più hanno probabilità di avere clienti che non solo stanno al loro estremo, ma anche quelli che sono aldilà del centro, verso l'altra direzione. Così cominciano a spostarsi sempre più verso il centro, sicuri che chi viene dalla loro direzione non abbia gelataio più vicino.
Eccoli qui i nostri gelatai, ormai manifesti come centro-sinistra e come centro-destra, ad indicare che non intendono muoversi da un centro verso cui tutti vanno.
Non c'è un concetto di buono o cattivo, nel centro. E' fondamentalmente un messaggio di qualcosa che sta al centro, come se la media non fosse anche mediocrità.

Ma torniamo al messaggio che veniva proposto come equo.
In verità, il primo e il terzo personaggio, vengono descritti dalla commentatrice (che si sforza di tenere un tono neutro, freddo) come esponenti del governo in carica, elencandone anzitutto le funzioni attuali.
Il secondo viene invece descritto come rappresentante di uno schieramento diviso. E' evidente che questo tipo di apprezzamento non è così equo, neppure dal mio punto di vista, per cui quella persona può essere un perfetto idiota: non avrei mai l'arroganza di dire di essere equo, nel presentarlo come persona di uno schieramento diviso, indipendentemente dalla verità o no della cosa. E' evidente che la stessa cosa si possa dire di entrambi i gruppi, vista la manifesta disomogeneità, dalla corsa verso il centro.

Mentre la presentatrice, dalla voce àtona, ci rassicura che il messaggio è equo, un ascolto attento, psicologico(?) ce lo restituisce ben diverso. Indipendentemente da chi potesse essere migliore o peggiore.
La tendenza della radio in questione s'è manifestata quindi ben chiaramente.
Il punto è che la maggior parte della gente non s'indigna di fronte a certi comportamenti da manigoldi; se anzi è di vedute concordi con il padrone della voce, se ne rallegra, anziché avere orrore di certe cadute di stile.

In un mondo dove la comunicazione è così complessa, viene da pensare che in fondo la volgarità non sia nelle parole di chi l'esprime, ma nelle mani di chi la lascia rappresentare.
Il forte compromesso a cui sono stati sottoposti gl'italiani è quello che dice "Se vuoi davvero fare pulito della feccia, restaurare il benessere, avere certezza del futuro, devi dare tutto in mano a noi". Un po' come dire che il fine giustifica i mezzi.
Il punto è che verso quel fine non ha assolutamente intenzione di muoversi nessuno, mentre i mezzi sono in moto da tempo.
Gli abitanti stanziali del paese, che dal canto loro rappresentano fieramente la popolazione originaria, che viveva di pastorizia (oltre che di agricoltura), non sapendo più fare i pastori, sono divenuti ovini e bovini. Insomma, hanno detto "Sì" (o anche "Beeh" e "Muuh").
Ridicolo pensare che sappiamo già chi si mangerà i vegetariani (e non).

lunedì, febbraio 27, 2006

Insegnanti probi e meritevoli

Apprendo oggi che col decreto legge 250, del 5 dicembre, è stato aggiunto un nuovo tassello a quel che scrivevo tempo fa, sugli insegnanti di religione (Cattolica, ovviamente) nella scuola italiana.

Tale decreto dichiara infatti che quegli insegnanti, se provenienti da anni di supplenze e precariato, nel momento dell'entrata in ruolo non perdono i punteggi acquisiti e il livello di stipendio.
E tutti gli altri? Quelli che insegnano italiano, storia, matematica? Loro no. All'iscrizione in ruolo ripartono da zero, anche dopo vent'anni di lavoro.

Alla faccia del Gesù Cristo, e del tale Francesco d'Assisi, che s'erano disfatti d'ogni bene personale -- o così ci dicono... gli insegnanti di... religione?

domenica, febbraio 26, 2006

Strumenti di seduzione

Cos'è che rende seducenti? Restringiamo la domanda al campo affettivo, sentimentale.
Alcuni giorni fa ho assistito ad una scena dal vivo, in cui due giovani si baciavano, nel tumulto di un luogo affollato. Il modo in cui le labbra di lei restavano in attesa di quelle di lui, mi è sembrato immagine di una seduzione che vedo raramente, ormai.
Wolf ha obbiettato che potesse essere perché avevo bevuto un paio di drink. Non gli ho neppure risposto, ma penso che abbia interpretato il mio silenzio.
Il punto è che non vedo più così spesso immagini d'amore (o d'innamoramento, come poteva essere in questo caso) forti, cariche di sentimento. Spesso quel che osservo, sono azioni meccaniche, difficilmente cariche del desiderio di risvegliare le passioni. Molto più tese a soddisfare solo se stessi.

Un aneddoto, una frase letta, raccontata, mi ha scatenato una riflessione sulle qualità atipiche nel risvegliare i sensi, nelle capacità di sedurre. Ad esempio con l'intelligenza.
Raccontandola a Wolf, mi ha risposto qualcosa di profondo, del tipo "Seduco sempre con la mia intelligenza: d'altronde, come potrei riuscirci con la mia stupidità?"
Troverei difficile contraddirlo.

In questo fine settimana mi sono trovato in parecchie situazioni bizzarre, eppure la riflessione sul modo di porsi, mostrando la propria intelligenza, ne ha condizionato spesso lo svolgersi.
Ho riflettuto soprattutto sulla seduzione basata principalmente sull'aspetto fisico, quella che possiamo mettere in atto (o esserne oggetto) senza che ci sia conoscenza fra due persone. Sicuramente è quella che storicamente abbiamo più usato, fin dai tempi in cui non eravamo dotati di comunicazione verbale.
Adesso la nostra comunicazione non è solo verbale, è passata attraverso quella epistolare, per approdare a mezzi sempre più indiretti -- in una comunicazione tramite computer non c'è neppure la nostra calligrafia, l'incertezza del tratto, a comunicare emozione.
In fondo non dovrebbe esserci un compromesso? Qualcosa d'intermedio, che permetta di dire chi siamo, senza porre distanze, barriere?
E nell'essere noi stessi, siamo seducenti?

Non è finita: la riflessione era assai incompleta, un po' come fermarsi al mosto prima di vedere il vino. Magari la ripropongo quando sarà fermentata.
In compenso ho bevuto del buon vino, mentre ci pensavo.

domenica, febbraio 19, 2006

Attentato alla salute

La percezione dei pericoli negli alimenti è veramente bizzarra.
La Food and Drug Administration americana ha imposto le denuncia dei possibili allergeni, possibilmente presenti nei cibi pronti, così anche McDonald's ha dovuto ammettere la presenza di glutine e derivati del latte nelle proprie patatine.
Una vergogna per la compagnia, che aveva cercato di coprire la faccenda, sicuramente.
Allo stesso tempo un indice di quanto siano ingenui i consumatori. Oppure quanto sappiano vendere per ingenuità l'avidità di denaro, ricercato nelle cause giudiziarie che si scatenano.

Ricordo una puntata della trasmissione televisiva Report, dove avevano avuto piena impossibilità a sapere come siano ottenuti i grassi vegetali idrogenati e perché, chiedondolo ai produttori.
Insomma si può sapere che sono fra gl'ingredienti, ma non si si può sapere come vengano prodotti, non si può sapere quanto sono veramente dannosi (e in buona parte lo sono già, leggendo l'articolo di Report).

Insomma, ci scateniamo perché le patatine di McDonald's sono addizionate di farina e latte (alimenti dannosissimi, si sa), ma nessuno obbliga i produttori di grassi alimentari a fare chiarezza su quello che è il riempitivo, la componente più importante di tanti alimenti.

Vorrei ricordare fra l'altro che per legge, nell'elenco degli ingredienti, questi sono in ordine di quantità: leggere più spesso le confezioni è suggeribile.
Anche se non risolutivo, visto che spesso non vengono ben specificati -- come i vaghi "oli vegetali" e "grassi vegetali".
Però in qualche caso è educativo scoprire che certi prodotti, pubblicizzati come "buoni con leggerezza", non abbiano in verità nessuna dote di leggerezza, con percentuali di grassi spesso ben aldilà di quello che possiamo smaltire.

Consideriamo infatti un dato medio, come quello del massimo di grassi saturi smaltibili quotidianamente a 4 grammi.
Ora leggete la confusa etichetta di un qualsiasi prodotto. Già è difficile trovare i grassi suddivisi in saturi e insaturi, il che rende la cosa ardua. Se non sono specificati, si suppone siano del tipo peggiore, di cui non fa merito la menzione, per cui al 50% saturi.
Cioè di un prodotto con il 24% di grassi, ad esempio, bastano 30 grammi per superare la quantità di grassi saturi che smaltiamo in un giorno. Due-tre biscotti, di prodotto industriale, sono solitamente già aldilà del limite.
Persino il pane bianco, ha spesso additivi grassi, per donare un particolare sapore o consistenza, immagino.

Sinceramente, mi pare che la patatina di McDonald's sia meno rilevante di un sassolino che colpisce la luna.
La cosa più rilevante è che nel dare spazio alla protesta contro le multinazionali più in vista, si finisca per non avere più energie per chiedere chiarezza dove ce n'è veramente bisogno: perlomeno per noi non-americani.

venerdì, febbraio 17, 2006

Sondaggi d'opinione

Sono solitamente avverso ai sondaggi d'opinione, in qualunque forma vengano.
Non al leggerne i risultati, che m'incuriosiscono sempre, ma nel partecipare.
Chiedere a mille persone la loro opinione su qualcosa è sicuramente rilevante per sapere cosa ne pensano, singolarmente, quelle mille persone. La statistica poi è altro.
Magari si riesce a prendere un campione abbastanza significativo, ma in fondo non c'è garanzia di farlo bene.

Quello in cui riescono bene, i sondaggi, è dare dei risultati che abbiano influenza sugli altri.
Così vale la pena di comunicare i risultati di tutti quelli che favoriscono l'immagine del proponente. Ad esempio, un'azienda produttrice di yogurt, televisori, scarpe, o qualsiasi altro bene di consumo, sarà felice di farci sapere che una notevole percentuale degli intervistati ha scelto il loro prodotto. Se così non fosse stato, possono rifare il sondaggio, o semplicemente ignorare il risultato.
La pubblicità dei primi in classifica è il fatto di essere i primi in classifica.

Un paio di giorni fa ascoltavo per radio il signor Vittorio Zucconi, giornalista da Washington, che raccontava di un interessante metodo di spin doctoring impiegato da un'azienda di sondaggi americana, durante una campagna elettorale del politico più alto in carica negli Stati Uniti d'America.
In gara con un altro concorrente, per una campagna regionale (non ricordo in quale stato e con chi), la sua azienda di statistiche chiamava al telefono per un sondaggio i cittadini americani.
Le domande erano sull'opinione che avevano del concorrente. Nell'apparenza tutto normale. Solo che le domande erano del tenore di "Lei voterebbe per il signor X anche se fosse rivelato che è gay e pedofilo?", "Lei voterebbe per il signor X anche se fosse coinvolto in un grave scandalo economico?"
L'obbiettivo era dunque di insinuare dubbi, di seminare diffidenza. E a quanto pare riuscì benissimo, visto che poi il signore in questione vinse quelle elezioni.

La finalità statistica dei sondaggi è praticamente in declino, non servono più a molto, se non hanno anche un effetto secondario.
Un buon motivo per non parteciparvi.
Un buon motivo per cui quando vengo interpellato telefonicamente non rilascio opinioni, e alla domanda "se non usa la nostra, allora quale altra compagnia telefonica sta usando?" rispondo "un'altra compagnia telefonica".

Comportamenti criminali

Credo che l'istigazione al crimine sia un reato ovunque, e non sorprende che lo sia.
Fra l'altro, ha una facile presa, in un mondo dove la comunicazione è sempre più importante. Cento anni fa era più difficile che il racconto di un'impresa criminale varcasse i confini di stato. O che anche raccogliesse emuli, desiderosi di entrare nel mondo con qualche tipo d'impresa.

Il thriller classico ha spesso temi come gli omicidi seriali, e l'emulazione di questi da parte di altri soggetti psicologicamente instabili.
Non è poi difficile vedere applicazioni pratiche di questi comportamenti aberranti, siano essi di piccola o grande entità.
E' ben difficile cercare d'ingabbiare l'informazione dopo tutto, oltre che illiberale, nei paesi moderni, progressisti. Non si può insomma evitare di raccontare che qualcuno ha ucciso il vicino di casa, per la paura che tutti vogliano fare lo stesso, oppure omettere di parlare dei sassi lanciati dai cavalcavia autostradali, per impedire che qualcuno voglia emularlo.
L'unica arma efficace è l'educazione, la cura della persone. Non esclusivamente una cura in senso clinico, ma anche un curarsi di chi soffre di disagi di qualsiasi genere, inclusi quelli economici e sociali.
Qualcuno mi considererà fin troppo tollerante, pensando che la repressione sia sempre la vera cura. In realtà quel modello sta continuando a fallire fin dall'inizio dei tempi storici. Le pene sono solitamente adeguate al modello culturale e al momento storico, eppure non bastano mai come deterrente, neppure nei paesi che includono la pena capitale. E' evidente che vada percorsa anche un'altra strada, parallela e più avanzata, rispetto a quella della repressione.

Come detto però, non tutti la pensano così.
Voglio citare un esempio alquanto bizzarro, che mi ha scatenato la scrittura di questo articolo (nonostante le mie lunghe premesse).

In Australia, la colonia inglese fra Oceano Indiano e Pacifico, vigono tuttora delle leggi che viste dall'Europa non potremmo che definire ottocentesche, se non semplicemente anacronistiche.
In fatto di libertà individuali, di evoluzione sociale, sembrano infatti ancora legati alla figura del monarca-tutore, che indica al popolo-fanciullo la strada verso la vita, l'educazione insomma di un'intera nazione ribelle e immatura.
Un esempio banale è la classificazione della censura sui videogames.
Se da un lato si leggono articoli che ci parlano di buon rispetto dei diritti umani, dall'altra parte si legge anche che è una delle nazioni con il più forte livello di censura. Le due affermazioni mi appaiono stridenti, se messe a fianco: la censura non lede forse dei diritti?
Tanto è forte la censura, che i videogiochi sono consentiti solo hanno una classificazione massima MA15+ (da 15 anni in poi), mentre tutto quello che sarebbe classificabile R18+ (fruibile solo da chi ha superato i 18 anni) è di fatto censurato.
Quindi è possibile che un film violento, o pornografico, possa essere visionato da chi è maggiorenne, mentre gli è precluso in assoluto un videogioco.
Per quale motivo? Il pericolo dell'istigazione a comportamenti criminali. Così un videogame in cui il protagonista diventa un ladro di auto, o un assassino, diviene una esperienza proibita ai sudditi britannici down under (a testa in giù, nell'emisfero là di sotto).
La notizia che leggevo oggi era anche di un altro videogioco, di cui è stata dichiarato lo stato di pericolosità, in quanto i protagonisti sono dei graffitari, che scarabocchiano i muri cittadini -- e vietando il videogioco, immagino che gli australiani non sapranno mai di cosa si tratta, se sono ingenui come i propri governanti.

Che dire, è bello non vivere in Australia. Perlomeno non in quella del diciannovesimo secolo, contemporanea al nostro 2006.

giovedì, febbraio 16, 2006

Simboli di morte

C'è un che di tetro nella simbologia di molte religioni, forse per il legame che hanno col mondo delle tenebre eterne, dell'aldilà.
Certo, il simbolo chiave del cristianesimo, un uomo morente su una croce, non ha niente di comparabile con la positività del buddismo, dove nella simbologia di base c'è un uomo seduto e sorridente.
Già questo dovrebbe far riflettere un bel po', il fatto che la più diffusa religione europea, di matrice medio orientale, abbia come simbolo centrale non solo la morte, ma la morte per tortura. Di per sé non c'è niente di male nella morte per vie naturali, diciamo non forzate dalla mano umana. Assurgere a simbolo quel tipo di morte, pare invece una deviazione, se si dovesse commentare con il moderno strumento della psicanalisi.
Spesso partiamo da concezioni che abbiamo appreso per tradizione culturale, punti di vista che mettiamo in discussione con maggior difficoltà. Quasi come se metterli in discussione sconfessasse la buona fede e il prestigio dei nostri antenati.

Se qualcuno vi dicesse che oggi, nell'anno 2006 del nostro calendario, qualcuno scegliesse come simbolo un mutilato di guerra, nel momento in cui viene mutilato, cosa ne pensereste?
Supponiamo che ve lo proponga come simbolo di vita: penso che avreste qualche dubbio.
Così come se per simbolo d'amore venisse scelta una donna che viene stuprata, non penso che incontrerebbe molti favori.
Va però notato che in ogni epoca, in ogni cultura, ci sono sensibilità diverse. La simbologia cristiana di un paio di migliaia d'anni fa, era probabilmente in linea con i suoi tempi.
Sfortuna vuole che le basi religiose siano solitamente inamovibili, per cui mentre un'azienda può aggiornare il suo marchio, coll'avanzare dei tempi, una religione deve mantenerli rigidi. Pena la perdita di credibilità (o credulonità, se mi si perdona il termine puramente inventato).

Quello che si dovrebbe trovare sorprendente è il rapporto fra Chiesa e Stato, in certe nazioni che diciamo occidentali.
Se da un lato si è delineata la necessità pratica di svincolare i governi dalla religione, dall'altro era quasi impossibile operare questa separazione chirurgica.
I governi che sono andati più in questa direzione, forse sono stati quelli di matrice marxista, che hanno cercato di sostituire il populismo della religione con quello della politica. Vedendo infine ogni religione come attentato al potere del popolo, quando in realtà questo potere era pura utopia. Ironicamente hanno cercato di togliere il credo religioso, sostituendolo con il niente, un cambiamento inaccettabile per la spiritualità umana.
All'opposto si sono schierati i paesi di derivazione anglosassone, come il Regno di Gran Bretagna e Irlanda, dove la reggente è automaticamente anche il capo della Chiesa Anglicana.
Probabilmente sorte analoga è toccata agli Stati Uniti d'America. Ricordo infatti che nei più recenti sondaggi, prima delle elezioni presidenziali, gli americani non avrebbero mai accettato un presidente che non credesse in Dio. Un loro modo d'investire con delle elezioni, il capo del governo insieme al rappresentante di Dio in patria.
Non cito neppure i tanti paesi dove la separazione fra Chiesa e Stato non è mai stata neppure paventata, tanto sembrava assurda, per le loro popolazioni.

Ora, circa un centinaio d'anni dopo lo Statuto Albertino, che metteva nel primo articolo la religione Cattolica, come suo fondamento, siamo invece giunti ad una Costituzione di tipo laico, dove il primo riferimento alla religione è all'articolo 3. E col tentativo di garantirla indipendente dallo Stato.
Nei fatti siam rimasti un po' come gli statunitensi, non c'è stata una dissoluzione dei legami fra Stato e Chiesa. E' un po' come un bambino che pure imparando a camminare da solo continua a cercare la mano del genitore, per il conforto di non essere da solo. Allo stesso modo abbiamo creato una nazione infantile, che vuole correre indipendente in avanti, ma tranquilla di poter correre anche indietro, di tanto in tanto.

Un caso eclatante, che dovrebbe far salire l'indignazione (o almeno la sorpresa) di chiunque creda nella separazione di Stato e Chiesa, è quello del crocifisso nelle aule scolastiche.
Una sentenza del Consiglio di Stato (quello Italiano, non Vaticano, come si potrebbe supporre) ha infatti espresso che tale simbolo debba rimanere nelle aule scolastiche, in quanto "è un simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili" (sic).
Queste sole parole dovrebbero scatenare domande inquietanti.
Perlomeno dovrebbe esserci qualcuno, che vista l'esposizione di un uomo torturato come fondamento dei diritti civili, spieghi ai giovani alunni il perché sia obbligatorio mettere proprio quell'uomo nelle aule e non un altro. Potrebbe funzionare al suo fianco la foto di una donna lapidata?

Leggendo più avanti la sentenza c'è veramente di che rabbrividire:
"un simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato".
Il concetto di laicità espresso mi pare in diretta antitesi con quello che dice ogni dizionario della lingua italiana.
La laicità, secondo il Consiglio di Stato, sarebbe l'apposizione obbligatoria di un simbolo religioso?

E' naturale dubitare delle capacità del Consiglio di Stato verso le sue funzioni, visto che non riesce neppure ad esprimersi in lingua italiana!
Ma c'è dell'altro, di molto più inquietante: e se chi ha scritto, firmato e pubblicato un atto del genere, fosse davvero a conoscenza di quel che ha scritto?
Se non fosse (come fa pensare) di un'ignoranza così imbarazzante?
Se avesse davvero saputo che stava prendendo in giro la religione Cattolica (affermando che non si tratta di un simbolo religioso) e ogni italiano (affermando che si tratta di laicità), come mai ha dichiarato una tale assurdità?

Ma in fondo che importa. A televisore spento niente importa, in questa nazione.

P.S.: Anche l'associazione dei consumatori ADUC si dissocia dalla decisione del Consiglio di Stato, come apprendo da una loro nota.

mercoledì, febbraio 15, 2006

Posso parlare col titolare?

Le compagnie telefoniche sono alla continua ricerca di nuovi contratti, probabilmente in un rincorrere i clienti che passano dall'una all'altra -- non so quanto spazio ci sia ancora per contratti totalmente nuovi.
Così la domanda "posso parlare col titolare?" è quella che ricevo più frequentemente, da interlocutrici sconosciute (solitamente donne), dirette incaricate di qualche gestore di telefonia o di aziende che ne rivendono i servizi.

Ora, io ho una qualità (sicuramente discutibile), che consiste nel saper essere cordiale ma distaccato e risoluto, per cui prevengo il protrarsi della spiegazione della telefonata.
In primis perché non uso così tanto il telefono, non sono alla ricerca di nuove opzioni che mi facciano risparmiare il centesimo al minuto.
Mentre esercito questa mia capacità comunicativa, sono di solito attento e curioso del modo in cui si pone chi sta dall'altra parte del telefono.
C'è chi probabilmente è già esperta, per cui non insiste, risponde al mio saluto e finisce la telefonata.
Un caso divertente, quanto assurdo, venne da una venditrice telefonica che non mi permetteva d'interromperla nella sua esposizione (no, non era un messaggio registrato), fingeva direttamente di non sentire. Dopo due o tre tentativi, salutai e riagganciai che ancora stava parlando, ignorandomi. Richiamò pure: probabilmente era risentita per non aver terminato. Non risposi neanche.

La chiamata che ho ricevuto stamani invece rientrava in un'altra categoria, in quella dei giovani venditori lanciati allo sbaraglio.
Ne ho sinceramente pena, perché ho l'impressione che abbiano accettato un lavoro che li coglie impreparati, senza aver avuto aiuto formativo. Di fronte al potenziale cliente difficile (diciamo come me) sono spesso sbigottiti, con le risposte negative troppo decise.
Posso solo chiedere scusa alle giovani operatrici di call center che mi chiamano: non ce l'ho con voi, sono semplicemente stufo di essere preso per un consumatore da sfruttare.

In qualche modo, chi le lancia all'attacco, mi ricorda quelli che mandano i figli di pochi anni d'età a mendicare, a lavare vetri ai semafori, a vendere rose nei ristoranti.
Vorrei parlare io, col loro titolare. Probabilmente non sarei altrettanto cortese.

Non disturbare il conducente

Probabilmente è un fattore d'età, un effetto della miopia, ma forse anche solo un fattore di maturità, che negli anni mi ha portato a cercare di essere un miglior guidatore d'automobile.
Il senso di miglioramento lo misuro con una maggiore attenzione agli altri, non solo nel concedere le giuste precedenze, ma soprattutto nel concedere con spensieratezza anche quelle ingiuste.

Sembra invece, quando giriamo per qualsiasi città o paese, che ci sia sempre una gran quantità di guidatori (e guidatrici) di ogni veicolo motorizzato, con delle urgenze che richiedano anche il rischio della vita. La loro e quella di chi hanno intorno, ovviamente.
Immagino che a tutti capiti una giornata storta, in cui il tempo non basta mai, e quello impiegato in automobile diventa prigionìa.
Ma sono davvero così tante, le persone che non possono fare a meno della fretta?

L'altro aspetto è quello dell'educazione civica. Se da un lato è vero che prendersi la giusta precedenza è un diritto, è anche vero, come accennavo prima, che qualche volta non serve forzare la mano.
Non sono delle novità quegli incroci, confluenze, in cui la segnaletica è stata pensata e messa in atto da un branco di scimmie -- in certi casi preferisco vederla così, è più dignitoso che pensarli umani: almeno sai che non potevano capirne di traffico di veicoli.
E allora che fai? T'impadronisci del diritto di precedenza? Qualche volta diventa un caos indicibile, mentre ti basta rallentare per un attimo dai 50 km/h ai 20 km/h, e se guardi nello specchietto vedi che hai risolto un ingorgo che magari si sarebbe protratto per cinque minuti.
I cinque minuti che sommati fanno le ore, i giorni, e tutto quanto segue.

Eppure l'automobilista, il guidatore di motocicli o scooter, è ansioso.
Ha speso soldi per un mezzo che potrebbe arrivare ai 200 km/h e deve passare le giornate in un ingorgo cittadino, consumando più carburante che per andare a quei 200 km/h. Inoltre ha intorno a sé una moltitudine di altri suoi simili, tutti con la stessa ansia: quella di arrivare prima.
Pare quasi ci sia un'empatia allora, il malessere si propaga e si amplifica. Deduce che anche quelli intorno a lui hanno fretta, ma a) non sanno guidare, b) rubano tempo e spazio a lui/lei, che sa guidare!

Ci sono poi quelli che non hanno fretta, che non ne hanno mai avuta. Perché tranquilli del loro viaggiare, oppure terrorizzati dal condurre un mezzo meccanico che avanza rumorosamente.
I loro 40 km/h sono equi, in una visione tutta loro, personale. Mantengono la velocità infatti costantemente, città o autostrada, su asfalto o sullo sterrato, su un rettilineo senza incroci, come in caso di semaforo rosso o di segnale di stop.
Li riconosci anche quando non guidano, perché se parlano di automobili, la loro prima memoria è di non avere mai avuto un incidente da tanti anni, grazie alla loro guida prudente. Non hanno mai visto nello specchietto retrovisore chi si è ammazzato per scansarli.

Così, non disturbate i conducenti. Già hanno ogni nevrosi contemporanea rinchiusa fra delle lamiere (o dentro un casco), non fategli carico di saperlo.

martedì, febbraio 14, 2006

San Valentino

Ascoltavo ieri alla radio un'intervista al signor Piero Angela, sul suo recente libro Ti amerò per sempre. La scienza dell'amore.
Ovvio che non fosse casuale l'evento, ma studiato per arrivare giusto prima della ricorrenza del 14 febbraio (oggi).
Come scrivevo tempo fa, non trovo blasfema la ricerca scientifica sui sentimenti, piuttosto la vedo talvolta inutile. Certo, magari il libro di Angela si focalizza sui fenomeni fisiologici (non l'ho letto, per cui non saprei), dove è relativamente semplice capire quali stimoli producono quali effetti.
Non so poi come affronti le tematiche sociali e psicologiche, che sicuramente sono molto complesse e meno facilmente indagabili.
Il punto che rimane sicuramente più difficile da capire è la soggettività, il modo in cui in una persona tutti i singoli aspetti si combinano (fisici, chimici, psicologici e sociali) per ottenere il suo senso dell'amore.

Quello che scatena, una ricerca del genere, è poi esattamente ciò che immaginavo, leggendo alcuni commenti di lettori (o presunti tali), su un sito di libri on-line.
Toccare un argomento che copre molte delle nostre sfere di percezione e d'azione, fa altalenare i commenti fra gli entusiasti e gli inorriditi.
Certo, avessi letto il libro, magari anch'io mi schiererei su un fronte d'opinione. Va da sé che per quanto io sia di pensiero spesso netto, deciso, non amo molto le prese di posizione estremistiche.

Ogni pensiero, sentimento, relazione, che ci coinvolge in modo emotivo, diventa facilmente un territorio di battaglia. L'emozionalità rende facilmente giustizia al nostro essere tutti diversi, e nel senso buono.
La diversità però è un peso da portare, qualcosa da sostenere. Assai più facile è conformarsi a qualcosa di esistente, ci rafforza il fatto che non si è da soli.
In ogni relazione dove le diversità si mettono a confronto, si nota facilmente un conflitto, talvolta esasperato, nel tentativo di far valere la propria visione, emozione, percezione.

In certe festività, ricorrenze, prese come assodate da lungo tempo, si vede spesso chi cerca di distaccarsene. Un esempio classico è il Natale, che col suo significato canonizzato, anche nei consumi, spazia ampiamente dagli accaniti sostenitori, agli indispettiti dal formalismo.
Fenomeno analogo capita a questo San Valentino, che non è legato ad una festività religiosa (a parte la casualità del nome di un santo?), ma che porta in tavola l'amore, come piatto unico.
Così c'è chi senza il regalo, ormai simbolo abusato, non lo sente vero, non sente di essere amato o amata. E c'è anche chi ha l'avversione del regalo, oppure il morso della solitudine o dell'amore tradito, per cui propone odio verso la ricorrenza.

E insomma, perché non accettare di più?
Dico, prendete il regalo con più attenzione al pensiero di chi l'ha dato, passando sopra al fatto che avvenga in una ricorrenza così consumistica.
E prendete l'amore per quel che è: il fatto che ci siano degli ormoni in circolo, che ce lo fan sentire, non lo sminuisce di valore, non lo meccanicizza, come si è soliti pensare di ogni cosa che passa per lo studio scientifico.
E arrabbiatevi per i regali fatti "per il senso del dovere", infastiditevi di chi vi vuole spiegare come ci si sente da innamorati.
Non ho scritto delle contraddizioni, è la vita ad essere continua contraddizione, niente segue un percorso ripetibile: di volta in volta abbiamo la possibilità di scegliere, cambiare opinione, emozionarci. E vedere tanti aspetti diversi.
La rigidità di pensiero, la celebrazione di quello meccanico o etereo, è l'unica cosa da non festeggiare.

lunedì, febbraio 13, 2006

The Hitchiker's Guide to The Galaxy

Ho comprato qualche giorno fa il film in DVD, uscito nel 2005, basato sul libro di Douglas Adams (e pare anche approvato nella sceneggiatura dallo stesso Adams, deceduto nel 2001), e devo dire che l'ho trovato veramente esilarante, perfettamente intonato allo stile del libro.
Anche i dialoghi cercano di riprendere alla lettera quelli del libro -- che ovviamente rimane enormemente più vasto, e divertente.
Però è stato molto simpatico, vedere trasposti in personaggi del cinema, gli assurdi protagonisti della Guida galattica per autostoppisti.

Segnalo fra l'altro che si trova in PDF ad un indirizzo che mi sono annotato: se avete la pazienza di leggerlo da un monitor o sul display di un computer portatile.

Nota: una casualità impressionante (ma non lo sarebbe stata per lo stesso Adams) è che oggi, 13 febbraio 2006, mentre sfogliavo Wikipedia, dopo aver già scritto questo articoletto, trovo che Douglas Adams è l'articolo del giorno sulla pagina in Inglese.

Dove si trova la libertà?

Leggendo una breve nota di Ashtart, sul suo weblog, ho avuto lo spunto per questa domanda.
La libertà ha davvero bisogno di un luogo in cui tutto si azzera, si cancella, per essere vissuta senza distrazioni, senza oppressione?

Mi ha richiamato alla mente la storia de Il deserto dei Tartari di Buzzati, non solo per la narrazione del romanzo, ma per la motivazione prima che spinse Buzzati a scriverlo. All'epoca era infatti impiegato in una grande azienda, dal clima opprimente, con un lavoro anonimo. Traspose così quello stato d'animo di vuoto interiore, mentre tutto intorno ti spersonalizza, con nessuno che ti conceda la tua unicità e importanza.
Molti anni fa ho vissuto le sensazioni di Buzzati, sia quelle del clima aziendale mastodontico, burocratico, che quelle che lui raccontava in metafora, di un un luogo militarizzato e chiuso al mondo esterno, dove solo l'angoscia riempie le giornate.

Ci sono luoghi dove la mente cerca continuamente la libertà, la fuga. E non solo la mente.
Ma dove si trova, infine la libertà? C'è un luogo preciso?
La domanda in sé mi ripropone un breve racconto Zen, che citerò qui a memoria.

Un discepolo del Buddha si era seduto in meditazione in una foresta, cercando la tranquillità. Dopo un po' che era seduto si accorse però che lo svolazzare e il cinguettare degli uccelli non riusciva a fargli trovare la concentrazione. Allora se ne andò sulla riva del fiume, ma anche lì non c'era il silenzio che cercava: l'acqua che scrosciava, i pesci che saltavano, erano un continuo disturbo.
Allora cacciò tutti gli uccelli e pescò i pesci, li cucinò e se li mangiò, facendone indigestione e finendo malato.
La vera confusione non è nello scrosciare dell'acqua o nel canto degli uccelli, ma nel nostro spirito.


Trovo che la riflessione del racconto sia molto interessante.
La ricerca di qualcosa, di una parte di sé finita perduta, è sicuramente più facile in un luogo dove niente ci distolga da noi stessi. Dove si riesce a concentrarsi sul proprio essere, è più facile trovare quel che si è perduto.
Il punto è che comunque non c'è garanzia che l'essere soli con se stessi porti a capirsi, a migliorarsi. Per estensione, visto che siamo comunque una specie con tendenza sociale, è anche più probabile che ci si forzi ad un vivere estremo.
Magari la socialità di cui abbiamo bisogno ci è sufficiente in un gruppo di cento individui della nostra specie, anziché in un ammasso urbano di centinaia di migliaia: l'eccesso di contatti interpersonali ci spersonalizza. Ci rende piccoli nella moltitudine.
La misura di tutto quello è sicuramente soggettiva.

Pare che ogni tanto diventino simboli particolari le scelte di vita diverse, come chi si allontana dal mondo, un po' come in Guerra agli umani di Wu Ming 2.
Eppure, qualunque sia il motivo e il modo in cui cambia un modo di vivere, sia per chi si estrania in assoluto per una ricerca di ascesi, sia per chi vuole cambiare città, nazione, o continente, c'è sempre qualcosa in agguato.
Chi attraversa l'oceano cambia il proprio cielo, ma non anima, così cita Loreena McKennitt in un suo bellissimo album, fatto di viaggi per il mondo.
In ogni fuga vedo l'espressione di una necessità, la ricerca di un bisogno. Il suo raggiungimento è però scollegato da quanta strada si percorre, sia essa misurata in miglia, chilometri o con un salto culturale e nello stile di vivere.
Sempre McKennitt cita Lao Tzu, "un buon viaggiatore non ha percorsi prefissati e nessun intento di arrivare".
Chi invece vuole arrivare da qualche parte, fosse questo luogo la dimora della libertà, dovrebbe porsi un obbiettivo, una destinazione.

Se poi trova il suo obbiettivo senza finire a centinaia o migliaia di chilometri da dov'è partito, forse allora ha ottenuto qualcosa anche più grandioso.
Avere come punto d'arrivo quello di partenza può anche essere la distanza più lunga percorribile fra due punti, se per arrivarci si transita per ogni altro punto dell'universo. Incidentalmente è anche la più breve, ma qui sta tutto nella capacità di muoversi, anziché attendere i Tartari.

Senza moderazione

Ho tolto la moderazione ai commenti su questo blog: finora non ne arrivava neppure uno, adesso che son liberi per tutti vedremo che accadrà.

giovedì, febbraio 09, 2006

Disturbi di sottofondo

Si annunciano tafferugli, scene di piccola sovversione, violenze (com'è già accaduto), concomitanti all'evento olimpico di Torino, che invero non sto seguendo per niente -- non so neppure se è cominciato o quando comincerà, vedo da un calendario che ci sono gare per l'11 febbraio, suppongo inizierà per allora.
Così come non ho seguito le proteste contro la TAV, la linea ferroviaria ad alta velocità. Immagino ci sia di che preoccuparsi, nei lavori di alta velocità ferroviaria, visto lo scempio ambientale che hanno portato altrove -- come falde acquifere inquinate dai lavori, o milioni di metri cubi d'acqua deviati verso altre profondità, rendendone impossibile il recupero (in un mondo dove è sempre più un bene prezioso).

Questi eventi appoggiano la mia ipotesi di qualche tempo fa, ripresa anche in un mio recente articolo, qui. L'ipotesi che si crei un disagio sempre maggiore, che non penso porti ad un clima di guerra civile, ma sicuramente non allenta le tensioni sociali già in atto.
E' evidente che nel caos si mescolano poi tante forze, quelle della protesta pacifica, quelle della protesta violenta, quelle della sovversione autorizzata. Perché è anche possibile che mantenere il livello della paura, il livello di attenzione, faccia il gioco di chi controlla realmente il potere -- e non venitemi a dire che essendo in democrazia è controllato da noi stessi.
I no-global tumultuosi sono una garanzia, la sicurezza dell'insicurezza: un potenziale destabilizzante della società sopita, lo spauracchio che rende giustificabile l'uso della forza, che una volta messa in moto diventa comoda anche per altri scopi -- qualsiasi protesta sociale diventa un pericoloso sfogo dei no-global.
E se non fossero abbastanza violenti, distruttivi, basta inserirci qualche elemento adeguato -- se c'è una cosa facile da scatenare è il caos.

Un sottofondo disturbato è sempre utile. Non completamente caotico, ma disturbato.
Così come si modifica la legge sulla difesa personale, meglio dare un po' di far-west ai cittadini, che investire nella repressione del crimine -- aumentando l'effettività dei mezzi di polizia, contro i crimini che ci sono ben noti.
Meglio fingere che esistano dei poliziotti di quartiere (ne avete mai visto uno?), che affrontare seriamente la criminalità consolidata.
Meglio avere dei piccoli criminali, agitando lo spauracchio del terrorismo, che intervenire per migliorare il livello sociale.

E che si facciano infine queste Olimpiadi, come pura immagine.
Il signor Enrico Mentana (non so come, ma sembra che sia anche un giornalista), che ho sentito stamani parlare in radio, ha detto che le proteste in concomitanza delle Olimpiadi renderanno una brutta immagine dell'Italia, per cui che si evitino e si rimandino a dopo l'evento.
Una brutta immagine? Sorprende pensare che si possa ancora fare qualcosa per peggiorare l'immagine del paese, ma se lo dice lui, avrà ben in mente qualcosa.
E che si racconti pure che per la prima volta tutto quanto è stato organizzato in anticipo, tutto finito: così sentivo dire qualche giorno orsono, in qualche altra radio. L'articoletto letto oggi invece mi dice qualcosa di leggermente diverso.
E che scenda in corteo anche la signora Laura Bush, non so bene in rappresentanza di cosa. Forse del suo paese, ma anche su questo sarebbe interessante sapere se rappresenta almeno la metà del suo paese.

Ma che non ci siano le azioni a "bassa intensità" descritte dal signor Pisanu (che incidentalmente ricopre anche la carica di Ministro degli Interni).
In questo spettacolo dell'ovvio, dove di tutto si parla fuorché di sport, sarebbero un potenziale e sgradevole disturbo di sottofondo.

mercoledì, febbraio 08, 2006

Mondo reale

Vista una precedente citazione, in cui avevo trovato un riferimento al signor Antonio di Pietro, ho curiosato sul suo sito, leggendo qua e là.
Devo dire che letto il primo punto del suo programma elettorale, beh, sono rimasto divertito al pensiero di cosa significhino davvero le cose che elenca e come vengano viste dal resto d'Italia.

Sono le cose che s'insegnano a scuola, in un corso d'economia e diritto basilare.
Quelle che gli studenti imparano perché "così le vuole ripetute l'insegnante". Quando escono per strada, sanno che tutto va diversamente.
Nel primo punto del signor di Pietro avrebbe dovuto esserci un'altra premessa, quella di convincere gl'italiani verso l'onestà. Ma sarebbe impossibile anche per un tiranno illuminato, operare una tale conversione, figurarsi per uno stato che approssima il concetto di democrazia.

"Chi viola la legge deve pagare."
Una frase troppo forte per essere appoggiata da molti, vista la mentalità comune dei piccoli espedienti. E non parli di furti e rapine, basti pensare a chi compra un DVD copiato, oppure è vissuto per anni col decoder della TV satellitare illegalmente.
Senza l'educazione alla legalità, non vedo possibile la strada verso la legalità.

Educare poi, con la pletora di cattivi esempi che ha ogni ragazzino, diventa sempre più impegnativo.
Il lavoro più importante, più impegnativo e carico di responsabilità che vedo, è da sempre quello di chi insegna: si danno oggi le basi per il domani.
Non basterà scegliere la legalità in modo elettorale, dovrà poggiare su delle basi, altrimenti sarà un palazzo costruito sulla sabbia. E le basi del domani sono i bambini di oggi.
Io lo vedo così, un pezzo importante del mondo reale.

Stabilità

Cambiando canale alla radio, mentre si viaggia nel traffico cittadino, si catturano nelle interviste radiofoniche delle perle improvvise (e improvvide).
Stamani ho ascoltato per pochi secondi un idiota (chiedo venia dell'espressione: non ho ascoltato a sufficienza da poter apporre il nome e cognome, al termine idiota), intervistato su una radio nazionale, che ha definito una buona legge elettorale quella che fa durare a lungo un governo.
Come dire che governi come quello di Pinochet o di Pol Pot avevano buone leggi elettorali.

E se per dare una parvenza di stabilità, si facesse qualcosa per lavare via un po' di fango dal pantano della politica?
Non parlo di grandi cose, ne basterebbero di piccole. Beh, piccole: sarebbero piccole in una nazione civile, qui le cose sono diverse. Basta vedere i politici citati da Beppe Grillo. E sempre dal suo sito, l'articolo sull'imbarazzante denuncia di chi fa una dichiarazione onesta.

Visto poi che è facile correre a conclusioni affrettate, sottolineo sempre che non condivido tutto quel che dice o scrive il signor Grillo. In qualche caso mi pare infatti esaltazione sopra le righe.
La verità rimane spesso trasversale alle ideologie. Penso al caso del giornalista Marco Travaglio, politicamente schierato a destra, che per esprimere le sue ricerche sui fatti economici sporchi della destra deve farlo sulla stampa di sinistra -- e immagino che invece sarebbe di nuovo accolto volentieri dalla destra, per citare gli affari sporchi della sinistra.
Rimane difficile controbattere il fatto che ci siano non solo politici corrotti, come vuole il vecchio adagio, ma politici condannati in via definitiva, che siedono allegramente in parlamento.

Tempo fa lo stesso signor Grillo aveva addirittura comprato la pagina di un quotidiano europeo per denunciare la faccenda dei parlamentari criminali.
Europeo, in lingua inglese: per fare sapere all'Europa cosa succede in Italia. Perché agli italiani si sa, non importa. Per loro conta la stabilità.

lunedì, febbraio 06, 2006

Consumatori del genere giusto

Penso che sia nota a molti l'esistenza del lievito di birra in compresse. Ricco di vitamine, salutare per il tratto intestinale, probabilmente un buon alleato sia contro i virus stagionali che per tanti altri motivi.
Tempo fa, cercandone di una marca specifica, non riuscivo - a colpo d'occhio - a vederlo sullo scaffale del supermercato. Detti quindi una seconda occhiata più attenta, finché non trovai una bottiglietta della forma e dimensioni che conoscevo, ma con una diversa grafica.
Capita: cambiano confezione, non la vedi subito. Leggo meglio. Il titolo più in risalto (oltre alla marca) dice "Vitalità e bellezza", subito sopra "nutrizione e donna", in fondo, in piccolo (per vergogna?), finalmente la scritta "lievito di birra".
Posso consumarne anche se non sono una donna e il mio obbiettivo non è "vitalità e bellezza"?

Le ricerche di mercato individuano quali sono le tipologie di consumatori di ogni prodotto, per stimolarle a crescere -- nei consumi.
Come appare agli altri, ai consumatori marginali, essere esclusi dall'iconografia pubblicitaria?

La ricerca dell'appetibilità ha generato ulteriori divari fra uomo e donna, su prodotti che magari non hanno alcuno scopo di essere separati.
Certo, in campo cosmetico è facile, suddividendo con delle profumazioni selezionate quello che è maschile dal femminile. Anche se magari il prodotto è alla fine lo stesso, aroma a parte.
Ma non basta. I prodotti ci suddividono anche in consumatori ricchi e consumatori poveri. Che spesso avviene con lo stesso metodo, profumando in modo più costoso quel che deve essere consumato dal più danaroso -- penso ad esempio alle scarpe di una nota marca internazionale di abbigliamento sportivo, che smista negli stessi magazzini i prodotti buoni da quelli economici, solo che li fa produrre nella stessa fabbrica, ma cambia solo il cartellino di vendita.

Questa divisione dei consumi, quale impatto ha sulla società?

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Che peccato, avevo scritto un'altra paginata di testo e per una banalità è andato perso da questo servizio di blog. Non ho la pazienza e il tempo di riscriverlo.

venerdì, febbraio 03, 2006

Che accada da noi? Impossibile

Dopo ogni tragedia, che scuote un'intera nazione estera, siamo sempre pronti a dirci migliori.
Per poi smentirci sempre in modo patetico.
Mi viene da pensare ai black-out elettrici, come quello nello stato di New York anni fa. In Italia, si affrettarono a dire, mai succederebbe. Invece ne successe anche uno peggiore, con la nazione intera bloccata per due giorni.

Così trovo irritante e petulante il signor Bertolaso, dalla Protezione Civile, che ad ogni scempio deve sempre ricordare che "qui siamo migliori".
L'ultima in vista della ricorrenza dei quarant'anni dall'alluvione di Firenze del 1966, che si commemorerà a novembre. Adesso non succederebbe, ci dice quel signore, si è lavorato per migliorarsi. Anzi, citando un'opera fiorentina rovinata dall'alluvione, ha pure aggiunto "Se si riuscisse a completare il restauro per il 4 novembre sarebbe un'ottima testimonianza di quanto questo Paese è in grado di proteggere i propri beni culturali".
Ora, camminando per le strade di Firenze non è esattamente quel che viene da pensare: evidentemente sono poco attento, per non vedere tutta questa protezione. O troppo attento a quel che cade nell'incuria.
Mi chiedo se certe frasi siano studiate a tavolino. Se ci sia premeditazione nel costruirsi un'immagine di beota, o se sia un obbligo istituzionale.

Milioni di posti di lavoro

In una delle passate campagne elettorali si promettava, fra le tante cose, un milione di posti di lavoro.
Visto lo stato del paese poteva apparire ad alcuni come demagogia, ad altri come una grande speranza, di essere in quel milione di nuovi lavoratori.

Stamani alla radio, ho sentito nuovamente la promessa di allora, dallo stesso personaggio politico.
E come prima cosa non mi ha ricordato né la demagogia, né le speranze degli italiani, ma un'analisi che qualcuno aveva fatto, con numeri molto semplici, alla precedente tornata.
Che la matematica ci sia difficile è inevitabile, in fondo il cervello umano non ha le basi per il pensiero matematico, per quanto sia bravo a simularle (e in qualche individuo eccezionalmente bravo). Ma questa matematica era assai semplice, trattandosi di aritmetica.

Il milione di posti di lavoro era anzitutto da vedersi nel corso di una legislatura, per cui con una suddivisione che statisticamente non è equa, ma rende l'idea, proviamo a dividere un milione per i 5 anni di una legislatura. Otteniamo duecentomila.
Ora, al tempo della precedente promessa, nell'anno subito precedente, i posti di lavoro creatisi erano stati ben oltre duecentomila: quindi la promessa, nelle cifre, era già inferiore ai precedenti.
Ma non essendo tutti matematici, e anche scarsi in aritmetica, l'effetto era sortito.

Va da sè che la creazione di nuovi posti di lavoro non implica il mantenimento dei precedenti.
Creare quindi duecentomila posti di lavoro e perderne alcune decine di migliaia, rallenta in ogni caso la crescita del lavoro. Risalgo ad esempio a dei dati ISTAT del 2003, in cui solo nella grande azienda si sono persi 24mila posti di lavoro.

C'è poi la tipologia del lavoro ad essere inquietante, come citavo in un mio precedente articolo. Diventando sempre più precario, legato a contratti temporanei, è evidente che non crea stabilità: per assurdo, nel giro di altri cinque anni si potrebbero avere molti più posti di lavoro, ma con molti meno occupati sicuri di ricevere un salario ogni mese.

In conclusione, quanti posti di lavoro si dovrebbero creare, per garantire stabilità e crescita al paese? Milioni probabilmente, nel giro del quinquennio.
Credo che a questo punto nessuno si sentirebbe di prometterlo, primo perché suonerebbe falso, troppo falso. Secondo, perché è ben difficile da promettersi, anche in buona fede (o in assoluta ingenuità, che non cambia il risultato).

mercoledì, febbraio 01, 2006

Grandezza e limiti del pensiero

Riflettendo sulla mia scarsa tolleranza verso tante cose, sono giunto a qualche risultato a cui non avevo mai pensato prima, in proposito alla psicoanalisi e alla psicoterapia.
Devo anzitutto confessare che il mio interesse per entrambe mi ha fatto pensare più volte se prendere quel corso di studi, per cui rientro fra coloro che in qualche modo hanno una velleità di analista.

Il punto saliente della mia riflessione è sul fatto che il terapeuta, di fronte al paziente, non può rivelare ogni sua intuizione.
Questo è ovvio per tanti motivi. Se qualcuno raccontasse un'angoscia verso la torta di mele, oppure l'incapacità di mangiare un'insalata, magari il professionista che ascolta ha compreso che è una situazione in cui agire indirettamente: non può dire al paziente che i timori sono tutti stupidaggini. Deve prendere qualche strada più lunga e tortuosa, affinché il paziente possa affrontare il problema in modo graduale.
Potrebbe anche condurlo fino alla soluzione, senza mai rivelare la sua intuizione -- che magari, per me e voi che leggete, era banalmente "da bambino ti han costretto a mangiare solo torta di mele e insalata e ti ha scioccato!": solo che la banalità non esiste, per chi ne ha ansia.

Quanto si può accettare senza una spiegazione?
Perché se anche una spiegazione ci fosse, per chi è abituato ad approfondire - come me - appare evidente quand'è fittizia o incompleta.
Direi che io non possa accettare proprio niente, se mi viene negata una spiegazione completa o comunque veritiera. Fortuna che non ho problemi con le torte di mele o le insalate.

Quanto si accetta delle manipolazioni?
Un amico mi raccontava di alcune scene da lui viste, che a me risultano classiche. La moglie che apostrofa con veemenza il marito, in pubblico, perché doveva mettere le scarpe di quel colore e non di questo, e anche quell'altro maglione e non questo, con l'uomo che annuisce silenziosamente.
Eppure non tutte le manipolazioni sono con lo scopo di prevaricare, così come non tutte sono sintomo d'impotenza da parte di chi viene manipolato. Ci sono infatti situazioni in cui si crea un rapporto fra dominatore e sottomesso, in modo cosciente e accettato da entrambi.
Senza giungere a casi estremi, è evidente che anche nel rapporto fra terapeuta e paziente si deve accettare un ruolo di questo genere, visto che altrimenti può diventare difficile l'accettare i consigli di chi li propone.
E qui mi felicito di nuovo di non avere problemi con le torte di mele, visto che sono spesso piuttosto restìo nell'accettare i consigli altrui, ma anche estremamente intollerante verso i tentativi di condizionamento.

Quanto si pensa?
Solitamente in modo sproporzionato: come se l'attività cerebrale fosse sempre ad un ritmo diverso dalle nostre necessità fisiche quotidiane.
Si prendono alla leggera le situazioni che necessitano riflessione. Si prendono come estremamente serie quelle da vivere spensieratamente. Certo, detto così non lascia scampo: è certamente vero che esiste tutto un mondo in cui le azzecchiamo.
Coordinare mente e azione però rimane sempre una gara, come lo dimostra qualsiasi gioco di riflessi.

giovedì, gennaio 19, 2006

Quanto tempo ancora?

Tempo fa scrivevo a proposito dell'impoverimento economico, e oggi non potevo che ripensarci, leggendo dei tanti contratti di lavoro precari, come quelli degli impiegati di call-center, che si trovano nel contratto di lavoro dei comma come questo: "Gravidanza, malattia e infortunio sono causa di sospensione del rapporto".

Un paio di giorni fa leggevo peraltro di una madre disoccupata, incensurata, che ha lasciato i figli di pochi anni in auto per tentare una rapina in una tabaccheria.
Evidente che la cronaca tenda ad esasperarci questi esempi, per vendere copie di giornale. Altrettanto evidente mi pare il fatto che non siano più casi isolati.

Quanto tempo resta, ancora, prima che questo livello di disagio sociale diventi pandemico?
Perché in ciò che vedo, camminando per le strade di ogni città, pare che la tragicità sia costantemente in agguato, anziché essere rara chimera della cronaca.

Sarebbe inquietante pensare poi che molti possano averne vantaggio.
Non solo i ricchi, che impoverendo la nazione potranno divenirlo di più, ma anche chi si atteggia a difensore dei poveri: ormai son così tanto che fare demagogia diventa ogni giorno più facile. Ogni bugia, vecchia o nuova, diventa più facile da far digerire: vogliamo credere di salvarci, con un minimo sforzo.
Eppure non ci sarà mai una rivolta contro qualcosa, che finisca per essere percepita. Il trucco della libertà di pensiero, regalata a chi non sa pensare, è un po' come la libertà di mangiare, fornita sotto forma di hamburger e patatine fritte. Si svende a poco costo, quel che la pubblicità riempie di virtù e di attenzioni.
I regimi invisibili sono talvolta più pericolosi di quelli visibili.

Ripenso poi alla scarsa lungimiranza di chi amministra il potere economico, su qualsiasi scala.
Possibile che non comprenda come gli stessi lavoratori che licenzia o paga male, sono gli stessi consumatori dei beni dell'azienda?
Chi produce carta, ferro, legno, qualsiasi cosa, non riesce a comprendere che fra i consumatori di quei materiali ci sono persone esattamente uguali ai propri dipendenti?

martedì, gennaio 17, 2006

La fine è vicina (o anche no)

Lo scienziato e ricercatore James Lovelock, in un articolo del giornale inglese The Independent di oggi, ci racconta di un imminente (e ormai irreparabile) declino ambientale, che porterà entro la fine di questo secolo alla distruzione del pianeta.

Certo, di numeri ne ha dalla sua, il signor Lovelock, che prima di essere ambientalista e creatore dell'idea di Gaia è stato anche sviluppatore delle tecnologie per il clima perfino per la NASA, realizzando sonde di misura per più di un pianeta (non solo la Terra, ma anche per Marte).
Un ambientalista curioso, controtendenza, in quanto forte sostenitore che l'energia nucleare sia l'unica soluzione contro il riscaldamento globale.

Evidente che non basti essere un brillante scienziato, per azzeccarle tutte, così ci sono molti aspetti controversi delle ipotesi di Lovelock.
Il racconto di Lovelock è sicuramente catastrofico. Ci racconta che un medico o un poliziotto hanno un compito duro, ma a cui non possono sottrarsi, quando devono avvisare una famiglia che un loro componente, o più d'uno, è inevitabilmente morto. Allo stesso modo dice di non potersi sottrarre al compito difficile di dircelo. Che la fine è vicina.

Pare una frase da hippies degli anni '60, di quelle da scrivere su un cartello e girarci per i marciapiedi di qualche città americana.
Molti saranno concordi che la frase è sicuramente veritiera per l'ottantaseienne Lovelock, è un compito difficile dirglielo, ma non ci spaventiamo nel farglielo sapere.

Che riteniate opinabile o no l'ipotesi di Lovelock, è senz'altro da vedere come un sasso gettato in uno stagno: sperando che smuova le acque.
Solo che in questo mondo in cui l'incertezza economica e sociale opprime molti sul presente del vivere, ben pochi guardano a un futuro che Lovelock dice vicino (entro il secolo), ma che percepiamo come lontano.
Però dovrebbe essere spunto di riflessione per chiunque abbia (o desideri) dei figli o nipoti: se riesce a comprendere che a loro volta potrebbero avere figli e nipoti, un giorno.

La frase fatta del "vivere l'attimo" è stata sicuramente distorta nei modi più turpi, in questi ultimi anni. Dal messaggio positivo del viverlo spensieratamente è stato stravolto il senso, come se equivalesse a vivere solo freneticamente, una vita al massimo, quasi come l'omonimo film di Tony Scott.
I tempi si sono ristretti. Se nel passato si cercava un senso alla vita, ora si cerca un senso ai momenti, intervalli di tempo sempre più brevi, che per ovviare alla loro brevità devono avere un significato enorme.
In questa incessante miniaturizzazione degli spazi felici non c'è più la misura del futuro. Diventa tutto troppo lontano, una misura fuori dalla scala del nostro metro: la fine è inevitabilmente lontana, lontanissima.

Sarebbe un vero spreco, se Lovelock avesse ragione: milioni d'anni d'evoluzione, poche centinaia per disfare tutto.
Curiosamente, io che misuro queste cose con cinismo matematico, ne sono preoccupato, mentre chi si appassiona e si dispera facilmente, non si vede spesso preoccupato. Chissà.

lunedì, gennaio 16, 2006

Siamo alla frutta

Il signor Marcello Pera, che di occupazione risulta avere un incarico costituzionale, non riesce mai ad esimersi dal dichiarare la sua incapacità nel ricoprire la carica data.
Letto così sembrerebbe un mio duro commento sul presidente del Senato, mentre è semplicemente quello che ho letto da una citazione delle sue stesse parole. Infatti ha detto oggi, parlando di partiti politici che "Chiunque, infatti, ritenesse che o per tradizione, o per qualche ragione, di essere moralmente superiore agli altri, avanzare una diversità di carattere etico o addirittura antropologico, commetterebbe, secondo me, un gravissimo errore".

Quindi, se nella politica italiana ci sono comportamenti altamente immorali, se ci sono soggetti che toccano il fondo, nessuno - a detta del signor Pera - può dirsi migliore.
Visto che chi parla può farlo in primis per sé, perlomeno si riferiva a se stesso, ne deduco. Come contraddirlo.
Per estensione ci ha detto che il peggio che si è accumulato nella politica non è migliorabile.

Non solo siamo alla frutta, ma è anche marcia.

domenica, gennaio 15, 2006

Commenti al weblog

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La conquista della libertà

Non molto tempo fa, mi ritrovai a discutere con una conoscente su come si conquista la libertà. Va premesso che questa persona lavora in ambito sociale, ed è di una certa cultura, da cui ha sicuramente dell'esperienza.
La sua posizione fondamentale è che la libertà, per essere tale, deve esserci concessa degli altri: se qualcuno non ci riconosce di essere liberi, allora non lo siamo.

Devo dire invece di essere in gran parte in disaccordo, con questa opinione. Se è vero che la concessione della libertà ci solleva, allenta una pressione psicologica e ci rafforza positivamente, è anche vero che in molti casi va tutto diversamente.
Mi viene da pensare che quasi tutti i movimenti sociali che hanno ottenuto qualche forma di libertà, l'hanno ottenuta a priori, forzandone l'esistenza, non aspettando che fosse concessa. Certo, per quelli a cui è seguito a posteriori la conferma, l'accettazione, c'è sempre stato sollievo: solo che non è questo a determinare l'esistenza di un principio di libertà.

Se fosse valido il principio della mia conoscente, ci sarebbero milioni e milioni di persone che non potrebbero neppure pensarla la libertà, tanto è stretto il giogo sotto cui sono costrette.
La libertà è una conquista, anche individuale; il suo riconoscimento è una concessione, ma non pregiudica arbitrariamente il successo della conquista.
Sarà che io sono una persona assai diversa dalla mia conoscente, e che alle manifeste limitazioni di libertà reagisco sempre con la grazia conciliatoria di un rinoceronte.

mercoledì, gennaio 11, 2006

Dormirci sopra

Un ricercatore esperto di neurologia e ritmo circadiano (così recita l'articolo che leggo) ha condotto un'indagine approfondita sulla relazione fra capacità cognitive e quantità di sonno.
Detto così suona alla grande, mentre il risultato mi pare alla portata delle capacità di ricerca di qualsiasi bambino in età prescolare. La ricerca del signor Wright è approdata infatti al risultato che dopo tre minuti dal risveglio (sì, tre) non abbiamo il cervello molto efficiente.
Viene da chiedersi chi aveva bisogno di questa ricerca, ma leggendo bene l'articolo si ottiene sia la risposta che un inquietante risvolto.

Nonostante i test sottoposti da Wright fossero di tipo aritmetico ("agli individui era domandato di risolvere delle addizioni a due cifre"), lo scopo era ben lontano dalla matematica.
Fra l'altro viene anche da chiedersi perché dei test aritmetici, visto che il cervello umano è provatamente inadeguato per quel tipo di operazioni -- un test banale: provate ad immaginare, ad occhi chiusi, di vedere una bottiglia su un tavolo; aggiungete mentalmente altre bottiglie, già con numeri piccolissimi, inferiori a dieci, diventa impossibile creare un'immagine.

Il test era pensato per pompieri, medici ed altro personale che opera in situazioni d'urgenza.
Un'addizione urgente, entro i tre minuti dal risveglio, mi pare meno probabile, ma non sono esperto di neurologia, per cui evidentemente vivo su un pianeta diverso.
E comunque questo spiega a che servisse: capire le "prestazioni" del personale.

Il risvolto inquietante è che nelle conclusioni del signor Wright è meglio non dormire affatto.
Come dire che i turni di lavoro di medici e pompieri è meglio che siano di 24 ore filate, anziché di 16, con 8 ore di sonno.
E questo spiega chi può aver avuto interesse a finanziare la ricerca del signor Wright.

Del resto, gli esperti neurologi prendono pesci (o sovvenzioni) proprio perché non dormono.
A tutti gli altri non rimane che sperare di non aver bisogno del pompiere o del medico insonne.

lunedì, gennaio 09, 2006

Immagini dell'amore

Mentre da un lato c'è chi cerca continuamente un significato alla parola amore, c'è chi lo vive senza porsi la questione.
Periodicamente mi capita di leggere articoli di ricerche (pseudo-) scientifiche sul tema. La ricerca di qualcuno sembra essere fortemente condizionata dal capire le basi chimiche e fisiologiche di questo sentimento. Forse perché è conosciuto a livello globale, anche in culture molto diverse, per cui se ne cerca la base per capire l'origine fisica dei sentimenti stessi.

Nessuna sorpresa, nel mio piccolo m'interesso del sapere scientifico da anni, per cui non vedo limiti a questa ricerca.
Mi chiedo piuttosto se abbia sempre un senso, oppure se ha il senso che ci vuol dare chi pubblica questo tipo di ricerche. I "risultati" si vedono infatti propinati come se fossero sondaggi d'opinione, totalmente veri e totalmente falsi allo stesso tempo, ma anche modelli da accettare.
La razionalizzazione dei sentimenti, come sembrano supporre questo tipo di ricerche, mi pare una cosa ridicola. Tutto qui.

Cosa dà un senso d'amore? E' completamente slegato dal discorso prima (o forse no), ma ho pensato ad un'immagine, vista qualche giorno fa.
Un ragazzo e una ragazza che si guardavano, si sono sorrisi, e in quel loro sorriso c'era una condivisione che andava aldilà dell'immagine. Forse il sorridersi esattamente nello stesso modo è un'immagine dell'amore.
Avrebbero avuto bisogno di una ricerca che dicesse loro quali ormoni e ferormoni far salire o scendere di livello? Non credo proprio.