"A chi destina l'otto per mille?" -- alla domanda della commercialista, alcuni anni or sono, risposi ingenuamente
"Lasci pure in bianco, che vada allo Stato".
Ebbi invece un chiarimento inaspettato, che non solo rivelò la mia dabbenaggine, ma soprattutto l'astuzia con cui se ne avvaleva qualcun altro. Andiamo per ordine: strettamente inverso, com'è mio solito ragionare, fasullo emule di Sherlock Holmes.
Il quotidiano
La Repubblica ha pubblicato un'inchiesta, giorni or sono, sulla destinazione dell'otto per mille dell'IRPEF (e un breve
riassunto si trova anche sulla rete). Oggi ha ripreso l'argomento, probabilmente per le forti critiche ricevute, snocciolando così altri numeri.
"In fondo, se c'è chi li sceglie, avranno diritto di essere assegnati a piacere" è un commento che mi è pervenuto chiacchierando del primo articolo sul quotidiano.
Il ragionamento non fa una piega, se non ci fossero alcuni distinguo. Il primo riguarda sicuramente la modalità di
raccolta, organizzata dallo Stato: perché raccogliere fondi in modo indiretto, anziché con una questua?
Perché se la carità volontaria ci costringe a frugare nelle tasche, il prelievo dalle imposte ci appare
indolore: sono soldi che comunque avremmo sborsato.
Visto che il cittadino italiano medio non si identifica con lo Stato, che vive ogni tassa e imposta come profondamente inutile e ingiusta, non ha neppure coscienza di dove finiscano i soldi prelevati: li deve sborsare, tanto basta per lamentarsi.
Il racconto però, prende qui una piega da riassunto, visto che mi trovo solo ad esporre in breve quel che ci racconta l'articolo di giornale.
L'origine dell'
otto per mille è da ricercarsi nel contributo dato dallo Stato per lo stipendio dei sacerdoti -- viene peraltro da chiedersi come mai vengano stipendiati dallo Stato italiano i rappresentanti di uno Stato estero (Città del Vaticano), ma non fermiamoci qui.
Se in origine serviva a quello, adesso non è più propriamente questo: i sacerdoti cattolici (originali destinatari dell'iniziativa) infatti sono diminuiti in numero, quindi i fondi raccolti sono notevolmente maggiori del necessario.
Dove vanno i soldi?
Nel caso della pubblicizzata emergenza tsunami, nei paesi del sud est asiatico, sei milioni di Euro andarono nelle spese pubblicitarie: realizzare un filmato di qualità, toccante, aveva i suoi costi.
Nell'opera caritatevole (quella pubblicizzata) sono finiti solo tre milioni di Euro, la metà del costo pubblicitario. Lo
zero virgola tre per cento dei contributi dell'
otto per mille, che per la Chiesa Cattolica si attesta sul miliardo di Euro l'anno.
Il contributo volontario sulle imposte ha fruttato così tanto? Non esattamente.
"..Se lei non specifica il destinatario dell'otto per mille, la quota non destinata a nessuno viene redistribuita fra tutti" -- a queste parole della commercialista risposi con un certo stupore, sentendomi pure un po' sciocco per non essermi documentato prima.
Quanti sono gl'italiani che non decidono un destinatario dell'
otto per mille? Tanti, decisamente molti: quasi il sessanta percento.
Così, il maggior beneficiario del versamento, la Chiesa Cattolica, con meno del
37% delle firme, ottiene circa il
90% dell'importo disponibile. Con altre
anomalie di contorno: è infatti l'unico beneficiario che riceve il denaro
anticipatamente, mentre gli altri vengono saldati dallo Stato dopo circa tre anni.
Perché lo Stato non informa i cittadini di queste modalità? In fondo può esso stesso avvalersene, se i cittadini sottoscrivono di destinargli l'otto per mille.
Chissà quanto può rendere felici i poveri e gli emarginati il miliardo di Euro raccolto: la campagna pubblicitaria ci dice tutto quello che viene fatto con quei soldi.
Con tutti quei soldi?
In realtà l'investimento in opere di carità è solo il 20% del totale: il 29 settembre, per la prima volta, la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha pubblicato le cifre. Finora non aveva mai fornito cifre ufficiali, su un bilancio da un miliardo di Euro l'anno -- unico dei beneficiari a non rendere trasparenza.
Perché la CEI non redistribuisce l'intero importo in opere di carità, similmente alla Chiesa Evangelica Valdese?
Quindi adesso c'è almeno una chiarezza: 800 milioni di Euro l'anno, grazie ad un gioco di prestigio, passano dallo Stato italiano a quello vaticano, e oltre 500 milioni di Euro vi finiscono perché qualcuno
non ha deciso dove andassero.