venerdì, novembre 17, 2006

Illusioni eretiche


Ieri sera, mentre stavo cenando assai tardi, mi sono intrattenuto vedendo se qualche trasmissione televisiva avesse contenuti interessanti o almeno divertenti.
Nell'alternativa fra programmazioni ritrite, spazzatura e show sull'Italia che va male (con la conclusione sempre ripetuta che dobbiamo tenercela così), sono finito su La7, che mandava in onda delle considerazioni sui miracoli di Gesù Cristo.
Il signor Valerio Massimo Manfredi, noto romanziere interessato ai fatti di storia antica, conduceva il programma, che appariva come un collage d'interviste a personaggi sul campo.
Hanno quindi intervistato storici, illusionisti, psicologi, per capire (a loro dire) se ci fossero possibilità che i miracoli operati da Gesù fossero semplici illusioni, manipolazioni delle folle, e comunque quali altri collegamenti storici e religiosi vi fossero implicati.
Tutto l'insieme era corredato da immagini filmate di una rappresentazione dei fatti narrati, con un Gesù dai tratti somatici di un nord europeo moderno, come ci piace crederlo, mettendo da parte come prima scienza l'antropologia.
Eppure la conduzione e l'esposizione erano di taglio saggistico, per dimostrare che avevano scomodato i migliori esperti, e che tutti loro concordavano. Perché per realizzare un documento politicamente corretto nei confronti delle religioni, non c'è alternativa che ripetere pedissequamente quello che riportano i testi sacri. Va riconosciuto che gli articoli prodotti erano sicuramente gradevoli per ogni religione dell'area medio orientale ed occidentale, quali le religioni cristiana, ebraica ed islamica.
Insomma un interessante strumento di smussatura degli spigoli vivi fra le varie religioni, di questi tempi.

Scientificamente poi era tutta un'altra storia. E non è colpa mia.
Voglio dire che non sono io ad aver dato un taglio storico e scientifico alle vicende narrate, ma visto che l'hanno fatto loro, mi pare lecito valutarlo: questo è il metodo scientifico.
Va da sé che pure da ateo, non ho ovviamente alcuna difficoltà ad accettare la possibile esistenza nel passato del personaggio Gesù, così come la sua predicazione, i fedeli e le implicazioni sociali e religiose. Mi sembrano tutte perfettamente naturali.

La falla del ragionamento del Manfredi, e dei suoi collaboratori, è una sola, ma fondamentale -- pure mettendo da parte le tristi considerazioni antropologiche di prima.
Le riprove che hanno eseguito, con l'intervento d'illusionisti e maghi (quelli reali, che operano magie come illusione) partivano tutte da un assunto corretto nel senso religioso, ma totalmente falso nel senso scientifico: la considerazione era che tutto quanto è narrato nelle scritture antiche sia vero alla lettera.
E dire che oggi, in epoca moderna, basta seguire una finzione televisiva, come certe rappresentazioni di crimini ed indagini, per capire che qualsiasi narrazione, per quanto convincente, non è mai definibile vera, se non suffragata da fatti oggettivi.
Nella nostra epoca, in cui nonostante le prove documentarie, c'è chi non crede all'olocausto degli ebrei, all'atterraggio umano sulla luna, si crede comunque alla lettera alle ricostruzioni storiche fatte mille e settecento anni fa, di fatti avvenuti altri trecento anni prima. E non si tratta neppure di ricostruzioni ad opera di cronisti, ma di scritti resi compatibili ad essere adottati come testi sacri.
Quindi, narrando di un'epoca dove ancora la cognizione di causa ed effetto erano ai primordi, un'epoca dove i fulmini erano ancora rappresentazione divina, c'è davvero da chiedersi cosa ci fosse dietro ai miracoli?
Gli stessi cronisti del tempo, quando anche erano mossi da desiderio di oggettività, erano facili cadere in tranelli dettati dall'ignoranza - cosa che continua ad accomunarli ai cronisti odierni - figurarsi quel che poteva essere raccontato di un fatto misterioso da un testimone coinvolto emotivamente. Fra l'altro, ai suddetti miracoli avrebbero assistito folle intere, ma in fondo nessuno di loro ha scritto migliaia di diari degli eventi, così da poterli raffrontare, così l'evento raccontato rimane valido come se il testimone fosse stato uno solo.

E chissà per quanto ancora si potrà dissentire, anche in rete, su Internet, come faccio adesso.
Sì, perché se credevate che la rete globale fosse indipendente, strumento di libertà d'opinione, siete in alto mare.
Qualche giorno fa lo Stato del Vaticano è insorto contro la satira sul Pontefice, e sicuramente non è finita lì.
L'esempio di oggi è in un articolo di PuntoInformatico, che narra una vicenda a dir poco grottesca.
Un forum pubblico si trova a contenere frasi forti, offensive: gli offesi, sensibilizzati dall'evento, denunciano il fatto alla Procura di Catania, che procede all'oscuramento del forum. Il lato più assurdo è che chi si è sentito offeso non abbia consultato il moderatore del forum, per chiedere la rimozione dei messaggi offensivi, ma che si sia mosso da subito con il chiaro intento censorio.
La sottigliezza del vilipendio alla religione è tale che appunto non so quale sia il vero limite. In fondo negare l'esistenza di Dio non è già una grave offesa per la religione che si cita?
E dire che si pensa a certi personaggi della storia delle religioni come veri ciarlatani?
E' sicuramente illusione ed eresia, avere fede nel buonsenso.

Non avere paura
perché porto il coltello tra i denti
e agito il fucile
come emblema virile
non avere paura della mia trentotto
che porto qui nel petto
di questo invece devi avere paura
io sono un uomo come te

da Serial Killer (Franco Battiato, Manlio Sgalambro)

martedì, novembre 14, 2006

A che gioco giochiamo

Sono un appassionato di giochi da sempre, lo ero nell'infanzia e in forme diverse ho mantenuto l'interesse nel tempo.
Giocare può essere stimolo per la fantasia, l'immaginazione, e anche per l'intelligenza, quando il gioco ci sfida a trovare nuove soluzioni.
In fondo anche scrivere articoli su un weblog è un gioco: comporre frasi corrette, stimolare il proprio pensiero a connettere insieme fatti e opinioni diverse, esprimersi seguendo un ragionamento.

Anzitutto una premessa: parte del contenuto che segue era già scritta. Avevo iniziato la bozza di un articolo al 26 ottobre scorso, poi mi sembrava comunque incompleto, insoddisfacente, e l'avevo lasciato lì.
Visti gli ulteriori sviluppi sull'argomento videogiochi, nei giorni recenti, lo riprendo e riparto da questo.

Giocare d'intelligenza (bozza del 26/10/2006)
I giochi che più mi affascinarono, fin dalla giovane età, furono i giochi elettronici. Nascevano infatti negli anni '70 del secolo scorso, in un'epoca in cui cominciava a diffondersi in modo preponderante la tecnologia elettronica.
Ricordo ancora con una certa invidia qualche compagno di scuola, che già allora possedeva un videogioco tascabile come il Mattel Auto Race, che ormai è scomparso dalla memoria dei più.
Erano giochi semplici, ben lontani da un'odierna console portatile, come la Sony PSP.
Per non parlare poi dei primi piccoli calcolatori per il gioco degli scacchi, che trovavo affascinanti per la loro capacità "predittiva" del gioco.
Con l'evolversi della tecnologia si sono potute realizzare sempre nuove funzioni, è cambiata la complessità dei giochi così come la rappresentazione degli stessi (immagini, suoni) e l'interazione con il giocatore.

Eppure il gioco è da sempre nemico di molti, per motivi assai diversi.
E' sicuramente nemico degli stessi giocatori, quando diventa ossessione, e non vale solo per i giochi elettronici, ma anche per quelli convenzionali: basti pensare a chi si riduce in bancarotta con i giochi di carte o con le scommesse.
Probabilmente è stata questo tipo di pericolosità sociale a preoccupare capi religiosi o di governo, fino dagli albori del gioco. Come anche è stata questa dipendenza (con una certezza sugli incassi) a mantenere felici altri capi di governo (e religiosi).

Negli ultimi anni c'è poi un periodico interesse, da parte di certi settori dei mezzi di comunicazione, verso la presunta pericolosità dei videogiochi. Il format classico ricalca la linea "chi prende parte ad un gioco, dove si finge l'uccisione di un avversario, non può che avere pulsioni omicide, anche fuori dal gioco".
Negli Stati Uniti d'America sono state proposte nel tempo delle leggi sempre più restrittive, nei confronti della vendita di videogiochi ai minori. Per non parlare di paesi come l'Australia, dove un videogioco può essere bloccato all'importazione, anche per i maggiorenni -- non solo per i giochi violenti, ma anche quelli con espressioni di sessualità troppo esplicita.
Va da sé che la maggior parte di queste proibizioni è facilmente riconducibile a fanatismi, perché se da un lato è comprensibile la riduzione dell'esposizione dei minori alla violenza, dall'altro è eccessivo il proibizionismo che spesso viene proposto.
C'è sicuramente un controllo da adottare, prima di dare in mano ad un ragazzino alcuni tipi di giochi. Questo vale per un go-kart, o un razzo giocattolo, considerando la pericolosità fisica, ma deve ovviamente valere anche per un videogioco, quando è rilevante la pericolosità nel senso psicopedagogico.

Tutto questo vale per il politically correct, come amiamo dire dimostrando scarsa proprietà di linguaggio (perché non dire semplicemente educazione o correttezza?).
Ma non è solo il linguaggio a scarseggiare.
In compenso c'è abbondanza: violenza e comportamenti sessuali confusi sono all'ordine del giorno, sulle reti televisive e sulla carta stampata. Chi legge già qualche mio articolo sa bene che non sono affatto un moralista.
Il punto è sul finto perbenismo, che oggi vieta e tiene sotto controllo i videogame con immagini forti, e domani ci fa vedere nel telegiornale qualche guerra in corso nel mondo, e a seguire un programma dove l'attrazione principale del telespettatore è indirizzata verso qualche bella ragazza seminuda. Ci piace farsi beffa di noi stessi, sembra.

Tutta questa riflessione è nata da un articoletto che ho letto poco fa, una vera ode al ridicolo.
Il signor Daniele Semeraro, che non conosco assolutamente, ci racconta di una sua visione fantasiosa sul mondo dei videogiochi. C'è da dire che la reciprocità del Semeraro è di non conoscermi assolutamente, e altrettanto pare evidente della sua conoscenza sul mondo dei videogiochi.
E' altresì lecito osservare che potrei sbagliarmi: magari ha scritto sotto dettatura di editori o pubblicitari.
Nel mondo incantato del Semeraro, e in quello del signor Aldo Toscano, che mi si dice direttore del dipartimento Scienze Sociali all'università di Pisa, stanno sparendo i giochi che contengono violenza. Insomma, siamo tutti più buoni.
Già alcuni anni fa, dopo gli attentati terroristici del 2001 negli USA, qualcun altro aveva tentato di propagandare una storiella analoga. Fu raccontato che infatti nessuno più aveva voglia di giochi di guerra, dopo le migliaia di morti.
Sinceramente, dopo articoli del genere, mi chiedo sempre un paio di cose: quanto credono idioti i loro lettori e quanto a lungo?

L'accozzaglia di notizie in quell'articolo è poi contraddittoria. Viene citata una olimpiade dei videogiochi, come se fosse dimostrazione che il fenomeno è importante (quello della diffusione dei giochi privi di atti violenti). Solo che il Semeraro (autore anche dell'altro articolo che cita) non ricorda evidentemente che i giochi più quotati sono quelli in cui l'avversario viene ucciso nell'azione di gioco.
A chiunque piaccia giocare con quel tipo giochi d'azione, ma anche quelli strategia in tempo reale, sa che sono i titoli trainanti del settore -- e fra questi giocatori sono incluso anch'io.
Un gioco come The Sims è divenuto sì un simbolo, ma rimane una singolarità.

I videogiochi di guerra, indubbiamente, non sono la guerra.
La vera rappresentazione della guerriglia, dell'odio, della violenza, per chi la vuole a portata di mano, è in ogni città. Nelle periferie degradate, sì, ma soprattutto nelle settimanali partite di gioco del calcio.
Quanto alla scarsità d'intelligenza è dilagante: se la tifoseria calcistica è emblema di quella al maschile, le frotte di ragazze emule ed invidiose delle soubrette televisive ne sono la controparte femminile.
Resto in trepida attesa del prossimo articolo del Semeraro, o di altri suoi colleghi, in cui immagino mi verranno a spiegare che la violenza, nei paesi poveri del mondo, sia in diretta relazione con i videogame.

[...]

Improvvisa violenza (scritto oggi)
Rileggendo l'articolo di venti giorni fa c'è di che sorridere: viene da chiedersi se nessuno mai si metterebbe a correlarli, come faccio io qui.
Eh sì, perché venti giorni fa i giornalisti e gli esperti di scienze sociali ci raccontavano che i videogiochi stavano diventando un'apoteosi disneyana, mentre oggi si scomodano nuovamente giornalisti e altri esperti per ammonire che i videogiochi stan diventando una delle cause della violenza giovanile.

Con un minimo di spirito critico è invece evidente la mediocrità giornalistica.
E' anche chiaro che se un argomento del genere (d'importanza minore rispetto ad altri fatti più gravi della società) diventa una beffa del lettore, a maggior ragione possono esserlo anche altri fenomeni -- di politica, psicologia, ricerca, e così via.
Vi sentite canzonati dai giornalisti ed esperti? Dovreste, perlomeno.

La notizia di questi giorni, sulla violenza nei videogiochi, gira intorno ad un titolo per Sony Playstation, già pubblicato in Giappone col nome Rule of Rose, in uscita a giorni anche in Europa.
Prendo con estrema cautela le recensioni del gioco, che fatte da giornalisti, com'è normale, potrebbero finire per essere tendenziose.
Su un articolo di Panorama, replicato anche sul sito di Mytech, ne leggo alcune delle caratteristiche salienti.
Il titolo si presenta come un survival horror, genere piuttosto definito nel panorama videoludico. Solitamente impegna il giocatore nell'impersonare o nel controllare un personaggio, in un'ambientazione da film dell'orrore, dove la finalità è risolvere enigmi e fuggire dai pericoli.
Fra i titoli survival horror è è classicamente molto comune la violenza a profusione, visto che i pericoli per l'alter ego del giocatore sono spesso creature consimili a quelle dei film d'orrore, quali esseri demoniaci, morti viventi, fino ai classici da thriller, come certi assassini seriali.

La differenza, in questo caso, la fa l'insieme di aberrazioni da parte dei personaggi violenti.
Non solo si tratta di comportamenti violenti, ma anche deviati e perversi, ad opera di personaggi molto giovani, tipicamente adolescenti.
La ragazzina, alter ego del giocatore, subisce quindi violenze fisiche e psicologiche, in un ambiente profondamente disturbato, dove quello che preoccupa chi ha visionato il gioco è la giovane età di tutti i soggetti nel cast.
Mi appare evidente che ci sia una profonda preoccupazione che certi comportamenti vengano presi ad esempio, se chi gioca s'identifica nell'ambiente e nei personaggi. Non è quindi un gioco raccomandabile a degli adolescenti, e perché questo avvenga serve sicuramente qualche impedimento della vendita ai molto giovani, così come dovrebbero essere sensibilizzati i genitori.
Vietarlo del tutto?

Il signor Walter Veltroni ha commentato che, a suo parere, "È assolutamente impensabile che un videogioco dai contenuti violenti venga commercializzato e distribuito nel nostro Paese".
Il ridicolo di cui lo copre una frase del genere dovrebbe come minimo farlo desistere dagli incarichi istituzionali che ricopre, ma non credo che avverrà.
Anzitutto dovrebbe spiegarci cos'ha, questo nostro Paese, per ritenersi immune ai contenuti violenti. Come osservava anche un lettore di Punto Informatico, con quale ipocrisia si alza il dito accusatorio verso i videogiochi, mentre la stessa televisione di Stato adotta la violenza per rialzare gli ascolti?
Il prossimo passo sarà il blocco della totalità dei film d'azione provenienti dagli Stati Uniti d'America? Perché è evidente, in nessuno di questi manca la violenza, diretta, gratuita, senza il velo della grafica di un videogioco.
Ho come l'impressione che quel Paese citato dal Veltroni sia invero piuttosto ristretto, al massimo allargato al suo condominio: perché di quell'altro Paese, quello dove vivo anch'io, mi sembra non abbia alcuna percezione.

Come nella fiera dell'ovvio, il Veltroni prosegue: "Credo sia perversa la mente di coloro che hanno ideato e realizzato un videogame del genere. I nostri giovani già vivono tempi difficili, con la realtà della violenza presente quotidianamente su tutti i media. Non si meritano certi prodotti ed è giusto lanciare un allarme e mettere in campo immediate azioni concrete in difesa del diritto a crescere senza condizionamenti tesi ad esaltare la ferocia, l'odio e la morte".
Quali azioni concrete vi aspettate di vedere?
La messa al bando dei reality televisivi, dei film americani, oppure la messa all'indice dei videogiochi?
Non credo che serva un calcolo complicato, per sapere cosa rende di più, come introiti.

La cultura giapponese, fonte di questa impasse, è sicuramente molto distante dalla nostra. Per non parlare del livello di psicosi da cui è permeata, visti gli eccessi di cui spesso si alimenta.
Eppure non è esecrabile tout-court, va compresa come si fa con molti fenomeni distanti.
Ma siamo sicuri che le perversioni siano solo lì?
Non è perverso anche il meccanismo della nostra censura?
Ripenso ad esempio al violentissimo romanzo di Ryu Murakami, Tokyo Decadence, uscito anche in versione cinematografica. La trasposizione nel film è anche meno violenta del racconto, eppure la pellicola uscita in Italia era censurata, tagliata, seppure vietata ad un pubblico minore di 18 anni -- e fra l'altro non erano scene violente, ma di atti sessuali che nei film puramente pornografici non vengono certo omesse.
Perché ci viene permesso di conoscere solo una parte delle cose?
Perché mai, da adulti, consenzienti, ci viene permesso di conoscere solo una parte della violenza?

A che gioco stanno giocando gli amministratori del Paese?
Perché se ce n'è uno violento, da vietare a tutti, è quello.

martedì, ottobre 31, 2006

Se lo dice lui

Il signor Paolo Bonaiuti, nella sua veste di portavoce del signor Silvio Berlusconi, ha commentato il rinvio a giudizio di quest'ultimo, per corruzione in atti giudiziari, dicendo testualmente "E' un'altro colpo basso contro Silvio Berlusconi che non ha niente a che fare con la giustizia e molto con la politica".
Ieri sera, quando ho sentito la frase citata da un notiziario televisivo, mi sono molto divertito al facile gioco a cui si prestava, con la minima differenza nell'inflessione di chi la pronuncia. Far transitare il soggetto "che non ha niente a che fare con la giustizia" è in effetti esilarante.

Quel che è piuttosto meno divertente è il significato serio della cosa. Allo scopo ricordo brevemente i fatti.
Un avvocato inglese, tale signor David Mills, invia nel 2004 una lettera al proprio commercialista per spiegare il guaio di 600.000 dollari incassati, di cui diventa difficile giustificare l'incasso.
La lettera, per motivi che non ricordo, viene acquisita dalla magistratura, che ovviamente non ne gradisce il contenuto.
Questo perché la motivazione dell'incasso, nelle stesse parole di Mills, è il compenso per aver pilotato la sua testimonianza in un processo, su richiesta di Mr. B -- che dai dettagli e dai processi a cui testimonia il Mills, non è difficile capire che non si tratta di Mr. Bean.
In effetti Mills sostiene nella lettera, così come in seguito, non di aver mentito, ma come dalle sue testuali parole:
[...] sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito ma ho superato momenti difficili, per dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr.B fuori da un mare di guai nei quali l'avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo.
Insomma, non mentì, evitò semplicemente di dire quello che avrebbe fatto condannare il suo cliente. Semplicemente quello.
Rileggere le parole del signor Bonaiuti, citato prima, fa di nuovo sorridere.

Ma per ogni sorriso c'è sempre la serietà che torna a pesarci, non si scampa.
Il fatto triste, di cui ho il continuo presagio, è la comunanza d'intenti fra i soggetti d'espressione politica, sia quelli direttamente al potere che quelli d'opposizione.
Nei palazzi della politica, ed anche in quelli di controllo del grosso dell'economia, ho il timore che circoli chiaramente un messaggio: "Ma se lasciamo che davvero questo signore sia riconosciuto colpevole, chi ci proteggerà quando anche noi e i nostri amici saremo pescati in situazioni analoghe?"
Ecco perché andava bene il messaggio del Berlusconi disonesto in campagna elettorale, ma non dopo. Raggiunto lo scopo è sempre stato meglio non toccarlo più di tanto: così avvenne con il controllo quasi totalitario delle reti televisive (che nessuno liberò, nel precedente Governo che gli si opponeva), così penso che succederà ora.
Se ce lo dice Bonaiuti, che qualcosa o qualcuno ha molto a che fare con la politica, non rimane che credergli, no?

Quello che mi domando - probabilmente con l'ingenuità di chi legge la Costituzione della Repubblica e la considera un documento serio - è quale possa essere il modo per garantire la giustizia e la sua equità.

martedì, ottobre 24, 2006

Eresie tecnologiche

Vagare fra i canali di trasmissione televisiva, alla ricerca di una programmazione interessante, almeno divertente, diventa sempre più difficile.
Mentre scovare assurdità è sempre più semplice.

Una trasmissione televisiva, che credo si proponga a metà fra i thriller e la risoluzione di piccoli casi popolari, stava giusto parlando di qualcosa di tecnologico, mentre casualmente passavo in rassegna i vari canali.
Narrava di una persona scomparsa (non ho seguito la storia in dettaglio), e partiva dal presupposto che era stata condotta da qualcun altro sul luogo dove è stato rinvenuto il suo telefono cellulare.
Secondo i narratori, era avvenuto perché il telefono non era solo stato spento, ma volutamente ne era stata scollegata la batteria da qualcuno -- nelle immagini video seguiva un esempio di qualcuno che rimuove una batteria da un telefono cellulare.
Questo fatto, a loro dire, perché un telefono cellulare, anche se spento, sarebbe individuabile dalla centrale più vicina.
Questa favola metropolitana pare che non sia la sola a resistere, nella subcultura pseudo tecnologica che ci avvolge.
Certo, è possibile che allo spegnimento possano essere inviate informazioni di disconnessione alla centrale, che in caso di distacco immediato della batteria possono non essere inviate; il sostenere invece che il telefono, spento, sia continuamente in collegamento con la centrale è pura fantasia.
Primariamente ha degli svantaggi pratici: a che serve consumare energia dalla batteria e risorse di trasmissione sulla centrale?
Secondariamente è facilmente verificabile che non sia così: se avete il telefono acceso, molto vicino ad una sorgente audio (radio, televisore, ecc.) vi accorgete spesso dei segnali di connessione alla centrale, sotto forma di disturbi sonori. Fare la stessa prova con un telefono spento è cosa facile, e infatti non crea gli stessi disturbi.
Pensate poi alla strumentazione di bordo di un aereo: un solo telefono cellulare acceso può infastidirla anche molto, durante alcune fasi vicine a terra. Infatti vi viene solitamente chiesto di tenerlo semplicemente spento, non di scollegare la batteria. Su un volo con un centinaio di passeggeri, di cui almeno la metà ha un telefono cellulare, se bastasse la batteria collegata a stabilire la connessione con la centrale, sarebbe un bel fastidio partire e atterrare.

Le pubblicità sono poi altre fonti inesauribili di racconti incredibili.
Ho sentito solo ascoltandola, senza troppi dettagli, una pubblicità che prometteva un ottimo trattamento della pelle con una crema idratante che non agiva solo in superficie, ma nel DNA.
Non so bene se la cosa suoni poderosamente tecnologica, ma a me dà due sensazioni sgradevoli.
La prima è nel caso che la pubblicità possa dire il vero: ci siamo scandalizzati per la clonazione della pecora Dolly e ora usiamo un prodotto cosmetico che veramente altera il nostro DNA? E' davvero possibile vendere un simile prodotto come cosmetico? Non c'è nessuno che si preoccupa di quel che può significare un'alterazione del DNA?
La seconda sensazione è che sia l'ennesima sciocchezza, quindi non tanto lecita, visto il rigido codice di regolamentazione pubblicitaria.

Saltando ancora: la moda recente è poi la ricerca di soluzioni new age per tutto, mischiando la letteratura leggendaria (con forte appoggio della comunicazione via Internet) con pezzi di realtà tecnologica.
E continuano a fare sempre gli stessi errori: semplificando (con errori) le cose difficili e costruendo complessità su quelle semplici.
Leggo su un settimanale (Il Venerdì di Repubblica, 20 ottobre 2006, n. 970) un articoletto sul mal d'ufficio.
In realtà lo scopo primario dell'articoletto sembra giusto la promozione di un libro, guarda caso diretto all'argomento, che ci spiega come gli ambienti siano insalubri, ma anche come renderli salutari. Pare, dal riassunto che ne fanno, con i soliti criteri misti di feng shui e realismo.
Che in mezzo a tanti buoni consigli ci siano anche delle leggerezze, si evince dalla terminologia adottata da chi scrive.
Spesso certi articoli con un minimo di profilo tecnico, anche solo a livello saggistico, sembra siano infatti redatti da persone disattente, con nessun rigore verso i termini esatti.
Leggo infatti che si sconsiglia l'uso di "tubi al neon", mentre si preferiscono i "True-lite fluorescenti".
Ce li presenta come due cose fondamentalmente diverse, mentre non lo sono poi tanto. E in particolare, i mitici tubi al neon perlopiù non esistono. Già, perché raramente è il neon il gas impiegato nei comuni tubi fluorescenti (che già possediamo, anche se non sono True-lite). La maggior parte del neon, nei tubi fluorescenti di uso quotidiano, è sicuramente nello starter, una piccola lampadina al neon che serve per innescare l'accensione del tubo vero e proprio -- in qualche caso è possibile vedere la piccola lucetta color arancio illuminarsi, prima dell'accensione del tubo fluorescente.
Per non parlare delle piante del genere Tillandsia, che certo non si nutrono di "radiazioni fisiche", come citato dal suddetto articolo. Nemmeno un episodio di Star Trek sarebbe arrivato a tanto.
E dire che sarebbe bastato un giretto su Wikipedia, per evitarsi una figura ridicola.

mercoledì, ottobre 18, 2006

Restituire dignità

Ho apprezzato molto l'assegnazione del Premio Nobel per la Pace al fondatore della Grameen Bank, anche se non conosco in dettaglio le loro operazioni.
Ne avevo sentito già parlare alcuni anni fa, e l'impresa mi sembrava decisamente lodevole.
Il modo in cui va decisamente al contrario, rispetto alle altre banche del mondo è il simbolo più chiaro di restituzione della dignità a chi vive nella povertà estrema.
Fornisce prestiti di piccolissime entità (l'equivalente di poche decine di dollari americani) e non richiede niente in garanzia, non fa firmare contratti legali, non costringe alla restituzione. E' anche aperta a fornire nuovi prestiti a chi non ha potuto restituire i precedenti.
I loro clienti, o meglio le loro clienti (visto che al 96% sono donne) vivono in condizioni poverissime, ma uno dei fondamenti è di offrire possibilità anche a chi vive di elemosine, dando quel poco denaro per incoraggiare il potenziale umano, ad esempio trasformando progressivamente il mendicare in un'attività commerciale. E non si ferma qui: incita anche al migliorare le condizioni di vita dei loro clienti, l'educazione dei figli, le condizioni sanitarie e il rispetto dell'ambiente.

Se pensate che questo finisca per alimentare frodi sappiate che ben il 98% dei prestiti viene restituito, e la banca è in attivo al 2005 per 15,2 milioni di US$
Certo, una quindicina di milioni di dollari sono poca rendita per una banca, ma lo scopo non è l'attività di profitto -- con queste cifre non potrebbe proprio esserlo.

Ripensate ora alle banche a cui siamo abituati, qui.
Spero che il pensiero vi susciti lo stesso senso di disgusto, di schifo, che genera in me.
Sia ben chiaro, non perché io voglia predicare l'uguaglianza socialista, l'utopia che ha creato nazioni in cui (quasi) tutti sono uguali fra loro, ovvero immensamente poveri (penso a certe nazioni del continente asiatico).
Sono certo che però debba esserci una misura, per la quale devono corrispondere persone dalla vita dignitosa, anche se non ricca, in proporzione alla quantità di persone estremamente facoltose. Detta in altre parole: è giusto che chi azzarda di più (legalmente) ne abbia guadagni maggiori, in caso di successo; allo stesso tempo è un motivo valido per ridistribuire una minima parte di quella ricchezza, per far sì che altri superino la soglia di povertà.

Ho seguito qualche giorno fa pochi minuti di un dibattito televisivo. Ho cambiato canale quando la domanda del conduttore, il signor Giuliano Ferrara, ha posto come questione le tassazioni al merito. Voleva insomma sapere, con chiaro intento provocatorio, se proprio chi è stato bravo ad accumulare denaro, chi ha avuto il merito di guadagnarselo, doveva farsi carico di pagare le tasse.
Letta per intero, diceva chiaramente: "perché non far pagare le tasse solo a chi non è capace di diventare ricco?"
L'idiozia della domanda, per quanto sembri considerevole, era pressoché nulla, rispetto all'arroganza ed alla spregiudicatezza del signor Ferrara. Del resto, quel modo di porsi, è cronaca dei tempi recenti, sia da parte di chi amministra poteri forti come di chi ne è servitore.
Concluderò con un'ironia, come mi piace spesso fare: pochi dollari possono restituire piena dignità del vivere a una mendicante, eppure non riesco ad immaginare nessuna cifra che possa dare dignità al signor Ferrara ed a coloro che rappresenta.

martedì, ottobre 17, 2006

Città che cambiano

Questa mattina ho avuto occasione di transitare per una zona di Firenze che credevo di conoscere assai bene. Ho trascorso lì i cinque anni di scuola superiore, e a distanza di qualche anno avevo lavorato poco distante, per quasi altrettanto tempo.
Sono stato sorpreso, arrivando in zona che il traffico (all'epoca già caotico, parlo di una decina d'anni fa) fosse decisamente aumentato. I parcheggi già difficili si sono trasformati nella comune abitudine di sostare al centro della carreggiata. Poi ho capito il perché.
La strada adiacente, stretta fra palazzi e la ferrovia, era sempre stata ampia, tanto che aveva anche spazio per il parcheggio sui due lati. Solo che ora, quasi non esiste più, se non per una piccola corsia di scorrimento a senso unico.
Cos'ha preso il suo posto? I binari per i treni ad alta velocità.
Perché dalla periferia fino al centro, in nome dell'alta velocità, sono state rase al suolo intere palazzine. Anche la stessa centrale del latte è stata rimossa, fatto che ha creato non poche difficoltà economiche alla stessa, per la nuova sede.

E' vero, le città cambiano, anche dove meno te lo aspetti.
Vale ad esempio per gli sconvolgimenti che sta portando la futura tramvia urbana di Firenze. Sembra infatti che tutta una città sia rivoltata da capo a piedi, per le linee ferrate.
Saranno davvero utili come ce le prospettano?

Ho forti dubbi sulle nuove linee ferroviarie nazionali, viste le attuali.
Vent'anni fa i treni erano più lenti, ma c'è da dire che i ritardi erano tutto sommato modesti, i servizi adeguati. Oggi pare invece che abbiamo treni velocissimi, ma che portano solo nei centri cittadini.
Il treno ti porta nel centro di ogni città. Mi pare che fosse questo uno degli slogan di alcuni anni fa: un motto sicuramente veritiero. Ma per chi non abita nel centro cittadino, come si arriva a prendere il treno suddetto?
Con un autobus, o un altro treno, visto che il centro cittadino è spesso inaccessibile per il traffico stradale. Con altri mezzi insomma che spesso portano ritardi pari alla stessa durata media di percorrenza. Non è così strano, da queste parti, che un treno locale, per andare in centro a Firenze, accumuli ritardi di mezzora su percorrenze di mezzora.
Pare quindi che le linee ferroviarie puntino tutto sull'accentrare il transito nelle grandi stazioni centrali, all'esatto contrario della necessità di decentralizzare il traffico delle città.
Senza contare che le medie distanze tendono a diventare quasi più economiche con un volo aereo.

Cosa vedete nel futuro del trasporto? Come saranno le città fra cinquant'anni?
Se non intervengono fattori ad abbreviarmi la vita potrei riuscire a vederlo con i miei occhi, chissà, sarei davvero curioso di vedere il futuro.
Mi chiedo se pian piano non verranno selezionati sempre più edifici degni di restare in piedi, facendo posto a nuove strade, ferrovie, tramvie.
La concezione storica di città sarebbe, a mio parere, da rivedersi. I mezzi di trasporto, quelli di comunicazione, ci hanno liberato dalla necessità di accentrare. Non serve più avere una città nel senso di insediamento che contiene tutto. Se vogliamo è anche un bene: è possibile vivere nelle periferie, potersi spostare su necessità, ma non sentirsi sperduti, senza le comodità cittadine.
Probabilmente i mezzi di trasporto dovrebbero premiare i nuovi agglomerati esterni alle città, quelli che non sono ancora troppo grandi, ma che hanno possibilità di crescita più distribuita.
Ma ci vogliono soldi.
E i soldi s'investono dove rendono altri soldi, già.
Sono sicuro che ci siano molti esperti di urbanistica con tante idee, molti esperti dei trasporti con altrettante, ma né gli uni né gli altri le vedranno mai realizzate. Perché il benessere, il buon vivere dei molti, raramente coincide con i guadagni e le speculazioni dei pochi.
E ora chiedetemi come penso che cambieranno, le città.

giovedì, ottobre 12, 2006

Fenomeni stupefacenti


In questi giorni infuria la polemica sul caso della trasmissione televisiva Le Iene, e sul test che ha condotto su una cinquantina di parlamentari, a loro insaputa, sul probabile consumo di stupefacenti.
Non ho seguito la vicenda nei dettagli, e con questo, come in ogni altro caso in cui scrivo "non ho seguito nei dettagli", intendo che non ho letto ogni articolo, pro e contro, per maturare infine un giudizio ragionevolmente distaccato.
Quello che suggerisce infatti è anzitutto lo scatenarsi dell'emozionalità popolare. Davanti al fenomeno, alla denuncia di molti dei parlamentari controllati come consumatori di stupefacenti, c'è stata una rivolta della popolazione, come hanno rilevato molti sondaggi d'opinione.

La rivolta è sicuramente motivata dal sentirsi offesi, dopo aver scelto per un incarico istituzionale dei politici, che seguono le sedute del parlamento con possibili strascichi di sostanze stupefacenti nel proprio organismo. Viene propriamente da chiedersi se siano in sé, mentre discutono di leggi e disposizioni che influenzano l'intera nazione.

Faccio un passo indietro, illustrando la mia posizione sulle sostanze stupefacenti.
Non ho mai fatto uso di quel tipo di sostanze, ed in questo potrei includere anche il comune tabacco, che ho sperimentato in un paio di sigarette quando ero molto giovane, ed ho deciso non valesse granché. Viene da dirsi per fortuna, visto che poi l'effetto di dipendenza, la tossicodipendenza, diventa difficile da sradicare, visto che ci sono basi chimiche e fisiologiche a rendere complicata la rottura con la dipendenza (già indipendenti dalle problematiche psicologiche).
Passando comunque la gioventù in ambienti spesso fumosi, visto che per decenni le leggi sul fumo sono state bellamente ignorate, ho tollerato spesso questo disagio, seppure sia sempre rimasto un fastidio per me.
La materia delle sostanze tossiche illegali (visto che il tabacco è legale) è poi altra storia.
C'è sicuramente una buona motivazione per cui rimangano tali, visto il forte guadagno di chi li spaccia. Così come c'è una motivazione legittima, nel cercare di evitare il dilagare di prodotti falsamente benefici, che finiscono per raggirare i consumatori meno attenti: il drogato è sicuramente una persona che viene ingannata, con la promessa della soluzione chimica ai suoi dolori, alle sue ansie.
Ci sono poi sostanze con effetti più o meno pericolosi sulla salute, da quelle che devastano rapidamente l'organismo a quelle più subdole, con effetti psicotici anche a lungo termine.
Non escluderei da questa definizione anche tanti medicinali leciti, le pillole della felicità dispensate con estrema disinvoltura anche da molti psicoanalisti e psichiatri, se non perfino da medici di base.
Il punto sostanziale, sulle dipendenze da sostanze chimiche psicogene, è che qualcosa non funzioni in modo adeguato fin dal principio, nell'individuo che inizia a consumarne. I decorsi nell'uso di tali prodotti sono svariati, anche pericolosi per gli altri -- quando il consumatore ad esempio guida un mezzo o aziona un macchinario.
Penso quindi che la regolamentazione su certe sostanze si divida in due punti
  • Informare il consumatore e tutelarlo: deve essere cosciente fin da prima dei rischi, senza prendere la cosa come un semplice svago. Da questo punto di vista ci sono comportamenti preoccupanti, come ad esempio quando si cerca di depenalizzare la tossicodipendenza: in quei casi infatti si sentono spesso motivazioni di una pericolosità inesistente, che non corrisponde a verità.
  • Prendere atto che sia un consumo legale o illegale, ci sarà sempre chi ne fa uso: costoro devono essere tenuti lontano da comportamenti pericolosi per gli altri. Quindi evitare che possano guidare un autoveicolo o un motoveicolo, evitare che possano azionare un macchinario industriale, ma al limite anche evitare che possano prendere decisioni sull'andamento di una nazione, dall'economia all'assetto militare, per citarne un paio.
Detto questo, risulta evidente come sia poi complesso nella pratica. Non si può infatti sapere se il tossicodipendente, sotto l'effetto di sostanze psicotrope, si sentirà solo euforico in una festa fra amici, oppure se ne avrà una deriva che lo porti ad atti delittuosi anche gravi.

Ho letto oggi un interessante articolo del signor Stefano Rodotà, che valuta la situazione dalla sua posizione di giurista e dal suo passato di Garante per la Riservatezza (sì, c'è una parola italiana per tradurre privacy, anche se tristemente ignorata).
Il Rodotà ci ricorda di fare attenzione ad un particolare significativo: se lasciamo che la riservatezza degli odiati politici sia violabile, diamo libertà affinché diventi violabile anche la nostra. Sarebbe così facile per un nostro datore di lavoro prendere dei campioni biologici da una tazzina di caffè che abbiamo usato, o magari anche da un mouse o una tastiera, fare delle analisi e decidere che magari l'azienda non ha più bisogno di noi, perché soggetti a qualche malattia.
Ipotesi sempre più probabili di questi tempi, visto che spariscono i lavori a tempo indeterminato, i lavoratori autonomi hanno contratti sempre più labili, e per prendere un campione di DNA la tecnologia non manca.
Interessante la conclusione di Rodotà quindi, sul fatto che in proposito al prelievo di materiale biologico ci sia una prima eccezione da farsi: indipendentemente dal fine, i mezzi usati sono gravemente illegittimi. Tollerarli solo perché ci piace il fine è inaccettabile.

Resta però un nodo da sciogliere, ed è quello della compatibilità fra gl'incarichi istituzionali e le sostanze psicotrope.
Sono certo che molti sarebbero contrari all'elezione ad incarico parlamentare di una persona dimostratamente psicotica -- mi riferisco ovviamente alle nazioni che approssimano il concetto utopico di democrazia.
Ma quanti vorrebbero vedere come parlamentare una persona fondamentalmente sana che è usa indurre in se stessa, artificialmente, degli effetti psicotici?

La mia domanda non è sull'onda della rivolta popolare, come dicevo: ho preso tutta la notizia con poco fervore, visto che non mi sorprendeva il risultato.
Il finale, come al solito, sarà quello di tanti eventi simili.
Ricordo che già nel precedente parlamento siedevano, anche con incarichi importanti, dei politici con sentenze penali in giudicato, quindi condannati in via definitiva. Questa volta gli aggiungeremo anche l'uso di sostanze stupefacenti: e che sarà mai? La loro sicurezza è che finché i giudici coincidono con i giudicati, sarà ben difficile che qualcuno si suicidi politicamente.
Finché non si troverà un modo serio per licenziarli, torneranno sempre lì. Forse sottoporli tutti quanti ad un contratto a breve termine, dove i datori di lavoro sono i cittadini, potrebbe spingerli a comportarsi meglio.
Per il momento ci possono sempre e comunque citare la frase che si legge all'uscita di certi esercizi commerciali, "Grazie di averci scelto", non senza un sorrisetto sardonico.

venerdì, settembre 29, 2006

Col fischio

La mia attenzione oggi è stata attratta da un articolo, edito sul quotidiano La Repubblica, facente da spalla all'argomentazione sulla legge finanziaria.
Come esordisca è presto detto: si sofferma dalle prime battute sulla conversazione, probabile, fra un prestatore di servizi ed un cliente privato. La frase classica, ricorrente, è del tipo "la spesa per questo bene/lavoro è di 120 Euro, ma senza fattura posso farti lo sconto, diciamo a 100 Euro".
L'articolista si è pure lanciato in un esempio più bonario, contrapponendo i 120 Euro di una prestazione legale con i probabili 80 Euro di una illegale, al nero.
In verità, dalla mia esperienza personale, quello che ho sempre sentito dire, offrire, è qualcosa del tipo "senza fattura le faccio uno sconto dell'importo dell'IVA...", spacciandosi per munifici.
In verità poi fanno a te uno sconto di qualcosa meno del 20%, incassando soldi su cui non pagheranno neppure le tasse, e non solo l'imposta.

Tutti lo sappiamo, tutti ce lo sentiamo proporre continuamente.
Ma chi sono questi individui?
E' presto detto, sono elettricisti, falegnami, idraulici, imbianchini, e chi più ne ha più ne metta. Sono tutti quei lavoratori indipendenti, ma anche titolari di piccole imprese, che prendono da noi soldi puliti e ne fanno denaro sporco. Denaro insozzato, in effetti, perché acquisito illegalmente come controparte per beni o servizi leciti.
Un'attività che mi pare più esecrabile del prostituirsi. Per non parlare poi della rivendita di merce rubata o degli stupefacenti: cosa rende queste due cose meno pulite, rispetto a chi si fa pagare di nascosto per un impianto elettrico o per una tubatura dell'acqua?
Niente.
Assolutamente niente. C'è invece un'aggravante, perché se lo spacciatore di droga ha un'attività coerente, tutta illegale, senza fingersi diversamente, questi ripugnanti individui sfoggiano una facciata, un'attività legittima, che invece non professano.

La vera feccia della società sta in quest'ipocrisia, largamente accettata, mai denunciata. Soprattutto mai punita.
Chi è in grado di proteggerci?
Ma anche se ci poniamo la domanda "chi è disposto a proteggerci?" la risposta è sconfortante.
I consumatori, i cittadini che non hanno scappatoie per evadere il fisco, finiscono per pagare per tutti gli altri. L'orda selvaggia degli evasori fiscali incute terrore fin dentro ai palazzi del potere, un potere che è conscio di esistere solo in quanto appendice, in quanto facciata pulita di un paese marcio fino alle fondamenta. A ben pensare, le elezioni politiche ed amministrative, paiono una semplice mano di pittura fresca, data ogni tanto perché il marciume non risalti troppo.

Ogni volta che sento, leggo, le parole di chi promette equità fiscale, riduzione delle tasse, ed ultimamente di mano ferma nella lotta all'evasione fiscale, mi allarmo.
Mi allarmo perché se mi devono raccontare una bugia così grossa, così palese, evidentemente c'è sotto qualcosa di talmente scomodo che non sanno esimersi dal giocare l'ultima carta, la demagogia più esplicita.
Chi parla di lotta all'evasione fiscale può prodursi solo in due modi: il primo è di farsi nemici veri in tutto il paese, facendo veramente la guerra a chi ruba, come sulle compravendite d'immobili o sugli affitti. Il secondo modo è di riempirsi la bocca di parole vuote.
Due strade, due scelte, semplicissimo.
E sono sicuro che per molti anni a venire nessuno mai prenderà la prima strada, perché nettamente contrario all'italico vivi e lascia vivere.
Col fischio, che qualcuno riformerà il fisco.

venerdì, settembre 15, 2006

Stiamo lavorando per voi

Altri giorni che cambiano il mondo
Dall'ascolto di un breve intervento radiofonico, con estrema umiltà, ho appreso che mi era sfuggita un'altra triste ricorrenza, sempre legata al giorno dell'undici settembre.
Nella segreteria messaggi del signor Vittorio Zucconi, direttore di Radio Capital, un ascoltatore ha ricordato che fra i tragici undici settembre non si annovera solo quello del 2001. Ce n'è infatti un altro, l'undici settembre del 1973, che riguarda sempre gli Stati Uniti d'America, e sul cui seguito ci sono stati ben più morti (per gli ottimisti tremila, ma bisogna esserlo molto, per non pensare piuttosto ad una cifra dieci volte superiore).

Il fatto scomodo (per gli USA) è che in quel caso loro erano i mandanti, e il teatro del massacro era il Cile di Salvador Allende, passato alla dittatura sanguinaria del generale Augusto Pinochet.
Non si può neppure parlare di presunto coinvolgimento degli statunitensi, perché la faccenda è ormai di dominio pubblico, dopo che la CIA ha tolto il segreto dai documenti in cui si auspicava la non elezione a presidente di Allende, o la sua rimozione con qualsiasi mezzo (com'è appunto finita). Non ultimo il finanziamento di quasi undici milioni di dollari per le spese militari nel solo 1972: difficile non avere fondi per un golpe. Almeno diciassette anni di torture, repressione e altre violenze, tanto è costato quell'undici settembre ai cileni.
Non ricorre nella stessa data per l'Argentina, ma la storia è stata all'incirca contemporanea, con gli stessi manipolatori, come descrissero altre carte de-secretate dalla CIA.

La conclusione dello Zucconi, sull'osservazione del suo ascoltatore, è stata assai stizzita (come sta andando di moda dire in questi giorni).
E' andato rapidamente al fatto che ci sono state migliaia di morti a New York, e come dalle sue parole: si sapeva chi andare a punire, e dovremmo ringraziare la politica estera americana per essere fra i vivi a raccontarlo. Come dire: nelle guerre di Afghanistan e Iraq, hanno lavorato per noi.
E' un vero peccato che la capacità di analisi dello Zucconi, spesso attenta e capace di spaziare, finisca per dimostrarsi servile, ogni qualvolta si parla di USA. Quando anche riconosce i difetti degli statunitensi lo fa in modo affettato, come qualcuno che finge di denunciare i delitti di un fratello, ma che lo fa solo quando il fratello non rischia la galera.
Così non ha smentito l'altro undici settembre, perché si sarebbe coperto di ridicolo, ma ha cambiato discorso, per focalizzare l'attenzione su quel che voleva far sapere lui. Quanto si sentiva nelle sue parole, come avrebbe voluto smentire il commento villano del suo ascoltatore. Vera stizza.

Religiosi moderatamente sanguinari

Trovo un puro caso che il mio articolo precedente e l'attuale parlino dello stesso personaggio, e devo dire che ne sono quasi imbarazzato: potrebbe sembrare un accanimento.
In realtà, sono venuto a conoscenza, come chiunque abbia visto un telegiornale o letto un quotidiano, dell'assai più imbarazzante discorso pubblico del signor Joseph Alois Ratzinger. Visto che poi era espresso dalla sua veste di Pontefice della Chiesa Cattolica, penso vada ben oltre l'imbarazzo.

Lasciando da parte le invettive contro la scienza, ha affrontato con scarsa delicatezza la relazione fra Islam, fondamentalismi e terrorismo.
Le sue parole sul personaggio chiave dell'Islam, e sulle scritture sacre, non potevano che scatenare le ire di tutti i musulmani: chiunque poteva immaginarselo. Ora, visto che il suo era un discorso scritto, per cui qualcuno lo avrà revisionato, la cosa appare ancora più preoccupante. Direi più preoccupante dell'esternazioni del signor Roberto Calderoli, quando si presentò (pure in carica come Ministro del Governo Italiano) con delle magliette offensive verso la religione islamica. Più preoccupanti perché se il Calderoli era già noto per dilaganti idiozie in ogni campo, dal Ratzinger ci si sarebbe attesi una maggiore predisposizione alla comunicazione e alla mediazione.

Ma vediamo come è stata presa la notizia, nei vari notiziari televisivi.
Ho avuto l'occasione di seguire solo il telegiornale di La7 e quello di RaiDue, ieri sera, ma è stato già molto educativo.
La7 ha titolato e insistito sul forte risentimento e senso d'offesa che hanno manifestato gli esponenti religiosi dell'Islam, soprattutto in visto del viaggio che a breve il Pontefice farà in Turchia: non si presenterà certo con un bel curriculum, in un paese a maggioranza islamica.
RaiDue ha dato la stessa notizia, ma con un tono molto più episcopale, com'è solito per quella rete. Le immagini in video si sono soffermate più a lungo sulle folle osannanti al Pontefice, i toni del dissidio sono stati smorzati, riducendo le sole parole negative a "commenti stizziti" degli esponenti islamici, sul discorso pubblico. Insomma, ha incensato, adorato, coccolato, l'icona papale, e ci ha fatto sapere che qualcuno soffre stizza, una piccola ira improvvisa e passeggera (come recitano i dizionari), come un'insofferenza infantile, priva di significato.

Nel frattempo, gli stizziti commentatori, l'hanno vista un po' diversamente, rispetto a RaiDue. Come il presidente del dipartimento affari religiosi della Turchia, il quale ha fatto sapere che non vuole più saperne d'incontrare il Pontefice vaticano. E dal resto del mondo arrivano ogni minuto nuove richieste di scuse.
Mi chiedo se questo Pontefice invocherà prima o poi Dio a stramaledire chi non è della sua parrocchia -- cfr. "Dio stramaledica gli inglesi!", dal giornalista di epoca fascista Mario Appelius: parole che suppongo avrebbe volentieri citato anche l'allora Pontefice Pio XII (noto filonazista).

martedì, settembre 12, 2006

Leziose lezioni

Il signor Joseph Alois Ratzinger non ci lascia mai una settimana senza lanciare strali, complice la sua carica pubblica (riveste infatti il ruolo più elevato nella gerarchia della Chiesa Cattolica).
Gli argomenti riportati oggi da qualche quotidiano sembrano focalizzarsi sul richiamo all'oscurantismo, come salvezza verso il pericoloso illuminismo.

La prima preoccupazione del signor Ratzinger (o almeno così ci dice) è appunto verso la scienza, che dalle sue parole cagiona la distruzione dell'immagine di Dio, più in dettaglio per odio e fanatismo -- ipse dixit.
Spiegare il funzionamento dell'universo è a suo parere contro la Ragione di cui si fa portatore, tramite la fede religiosa, per converso ci dice che la scienza sostiene una nascita del mondo nell'irrazionalità. Sembra così concluderne che la scienza sia l'irrazionale, mentre la fede incarna il raziocinio.
Già fin qui sembra di leggere un testo di grande umorismo, ma c'è una conclusione interessante.

Le parole interessanti, che sicuramente colpiscono sia chi pensa e riflette, come colpiscono chi ha fede (e quindi non necessita di riflessione), centrano un punto importante.
La fede, prosegue Ratzinger, è semplicità.
Insomma, tutto dev'essere semplice: la scienza che scopre (e prova col metodo scientifico) la complessità del mondo, non ha senso di esistere, quando esiste la fede religiosa. L'incitamento è chiaramente verso il liberarsi dai pensieri, un'indicazione tagliata su misura per il mondo in corsa, dove tutto ci sembra sempre più complesso (e in effetti lo è). La soluzione di Ratzinger, verso lo stress moderno, è il ritorno alle cose semplici, al credere senza porsi troppe domande.
Lo stesso Byron scriveva che più si conosce, più si soffre. In effetti il teorema di Ratzinger, condensabile in "tornate ignoranti e felici" è decisamente efficace. Con l'effetto collaterale di lasciare alla Chiesa Cattolica la gestione delle cose noiosamente complesse, come l'evoluzione delle specie, l'origine dei pianeti, fino al controllo delle nascite, fenomeno puramente divino, come sa ogni ginecologo.
E' un vero peccato, quando un racconto finemente umoristico si conclude così, quando ti accorgi che era narrato con tono serio.

L'ultimo punto a lasciare fra il divertito e lo sbigottito, è poi sull'ateismo.
Questo signore ci dice infatti che a suo parere la paura di Dio è il sentimento da cui nasce l'ateismo moderno.
Chiunque abbia un po' di senno non può che rimanere spiazzato davanti ad una simile affermazione. E' di un'idiozia tale che viene subito da riflettere su quale potesse essere l'obbiettivo vero di quella frase.
Non credo che abbia alcun senso, letta in modo diretto: un credente che ha paura del Dio in cui crede, finirebbe per volerne negare l'esistenza?
Se così fosse, la stessa Sacra Bibbia sarebbe un libro improntato a generare ateismo: in ogni passo viene ricordato come Dio si possa solo amare, oppure essere puniti con la dannazione eterna. Il Dio biblico è continuamente assetato di sangue, distrugge popoli e territori per tutto il Vecchio Testamento, e infine nel Nuovo Testamento sembra placarsi solo quando vi si narra di fedeli adoranti.

Il mito più illogico di molti credenti sembra essere quello che ogni ateo, per negare l'esistenza di Dio, debba prima crederci e poi fingere che non esista. Come se per negare l'esistenza degli asini alati si debba essere convinti che esistano, ma negarlo in pubblico.
Questo mito mi appare radicato in una cultura molto specifica, che in realtà non lo associa necessariamente al dibattito sull'esistenza di Dio. La cultura a cui penso è quella dei falsi moralismi, su cui si fonda stabilmente una grande fetta dei cattolici.
Ne faccio esempi pratici. Provate a pensare quanti cattolici praticanti siano in realtà incoerenti con la loro fede: quanti praticano la sessualità fuori dal matrimonio? Quanti sono imprenditori truffaldini che violano il comandamento che dice di non rubare?
Questa ambiguità dei seguaci ha creato un moralismo di pura ipocrisia, per cui il ladro credente, o il coniuge con un'amante, sanno di credere in qualcosa che nei fatti negano.
Per estensione, si creano un'immagine dell'ateismo fondata sulla loro esperienza: l'ateo non può che essere una persona come loro, ma che fa certe cose al contrario. Loro dicono di credere, ma non osservano i precetti, per cui è evidente che ci sia chi dice di non credere, ma lo fa di nascosto.
Certo non è l'unico caso.
Sono profondamente convinto che ci sia anche una buona parte di credenti incapaci di capire la negazione di Dio. In fondo è semplice crederci, come dice il signore di cui sopra: basta non porsi domande, non c'è da spiegarsi niente. Dio è presente per spiegare tutto, perché farsi domande?

Tremo ad un solo pensiero: l'esistenza dei cosiddetti scienziati credenti -- una pura contraddizione in termini.
Se penso ad un meteorologo che decide il passaggio di un ciclone secondo una congiunzione astrale, un medico che si raccomanda alle preghiere per curare l'infezione da HIV, un ingegnere che progetta un viadotto con la protezione di una statua votiva, non posso che essere percorso dai brividi.
Altro che paura di Dio.

Il giorno che (non) ha cambiato il mondo

Ho appena spento il televisore, di fronte ad un programma che ricorda i tragici eventi di New York, gli attentati dell'undici settembre del 2001. C'era una ricostruzione dell'accaduto (poco di più di quel che si poteva evincere quel giorno stesso, guardando i notiziari) ed a seguire un dibattito, che per noia non sono interessato a seguire.
La noia non è per gli avvenimenti, sia ben chiaro, non per la loro gravità, ma una noia per la retorica. C'è una data ricorrente, ad anni di distanza, per cui è una buona trovata giornalistica farne un programma.
Immagino che la tragedia di Ustica del 1980 potrebbe avere altrettanto interesse, se fosse stata causata in tempi più recenti, e da qualche terrorista, anziché dalla NATO.

L'undici settembre del 2001, in tarda mattinata, ricevetti una telefonata che diceva più o meno "Hai visto cos'è successo negli Stati Uniti? Secondo me il tuo viaggio salta..."
Il riferimento era alla mia imminente partenza per la California, al 17 settembre. Detto al telefono, per sommi capi, ancora confuso ("attentato... New York...") tagliai corto, dicendo che non facevo scalo a New York e che sarei partito comunque. Ma non avevo ancora visto la cosa in televisione. "Accendi il televisore e guarda... mi sembra davvero grossa...".
Seguito il consiglio capii che non era una piccolezza. Non era uno dei tanti attentati che continuamente infestano il mondo, ma qualcosa su grande scala.
Non fui sorpreso del crollo delle torri, ne fui della compostezza, che a posteriori mi fu commentata da un'amica architetto "son state fatte davvero bene, per crollare così in verticale". In effetti mi sarei aspettato anch'io, da profano, che un crollo catastrofico, non programmato, potesse essere molto più scomposto e dannoso.
Il viaggio saltò. Air France mi sostituì il biglietto con un volo da farsi entro un anno, cosa che non potei fare, così persi i soldi anche di quello. Air France perse per sempre un potenziale cliente.

Il mondo cambiò subito per un punto di vista: quello degli americani.
Un paese così vasto che i suoi abitanti giudicano inutile l'esistenza di altri paesi al mondo, o di altre lingue, vista la presenza ubiqua della lingua inglese. Fino a quel giorno, la maggioranza degli americani, credeva che il terrorismo internazionale fosse la favola orribile dell'uomo in nero, che si racconta ai bambini per scatenare con il terrore una necessità di attaccamento alla famiglia. I veri uomini neri d'America, ormai sono stati in gran parte esorcizzati, la paura del delinquente nero è diluita da quello portoricano, da quello sudamericano, dalla mafia insediata nel paese come descritta dalle tv series, i cattivi presi a pugni dalle star del wrestling o da Chuck Norris. Crimine tollerato, evitando i quartieri ghetto.
Quel che risultava incredibile, era la vera esistenza di paesi stranieri. E che in questi reali paesi stranieri ci fossero reali nemici degli USA. Insomma, com'erano usciti fuori dai film di Hollywood dei veri cattivi? E perché mai?
Quel giorno l'americano medio ha scoperto che qualcuno, in giro per il mondo, in paesi di cui neppure conosceva l'esistenza, lo stava odiando. L'odiava per il suoi soldi, per il suo stile di vita, e non era un barbone di un quartiere degradato ad odiarlo, ma qualcuno a una distanza inimmaginabile.
La sorpresa era nello scoprire che il mondo non era piatto e limitato ai confini della sua nazione.
Quel giorno ha cambiato il mondo visto dagli americani, che hanno scoperto la rotondità predetta da Colombo oltre cinquecento anni prima. Ironia vuole che Colombo (non il tenente dei telefilm, appunto) abbia scoperto un continente che dimostrava le sue ipotesi, e questo continente abbia voluto dimenticare lui, da quel momento in avanti.

E qui, nel resto del mondo, cos'è cambiato?
Da un lato eravamo già privilegiati. Non essendo ricchi, colonialisti, imperialisti -- tranne l'imbarazzante dimostrazione sfociata nella seconda guerra mondiale -- eravamo, in fondo, facilitati. Potevamo vedere tanti paesi diversi, non ci sentivamo a capo del mondo.
Non siamo come nelle produzioni hollywoodiane, non siamo la nazione il cui Capo di Stato vanta di controllare l'economia del mondo, la sua salvezza.
In compenso siamo sudditi del modello televisivo americano, cerchiamo di aderirvi più possibile. Se il gigante è in crisi, siamo in cascata nella sua crisi. Ma questo significa che non sapevamo renderci conto delle guerre sul pianeta, alla stregua degli americani?
Evidentemente sì, visto che ancora oggi c'è chi titola che quel tragico evento terroristico ha cambiato tutto il mondo. Ne convengo che abbia cambiato l'economia, ma su quella c'erano già gravi dubbi relativi alle nuove tecnologie. Erano ancora pesanti i giorni della grande bolla sull'economia di internet.
Certo, senza quell'evento è vero che il mondo avrebbe percorso strade diverse. Ma c'è un pensiero che mi ronza in testa. Il pensiero è che nella corsa verso l'americanizzazione stiamo cercando di diventare americani, prima che partecipi dei dolori. Che non ci sia quindi una compartecipazione nei lutti, nelle disgrazie, del popolo americano: perché non l'abbiamo mai dimostrata verso nessuno, neppure negli eventi da centomila morti. Qui il cambiamento che sentiamo, nel mondo, è che se i vassalli americani del potere vacillano, noi tremiamo.
Anziché mostrare compostezza nel dolore, avversione al terrorismo, sfoggiamo un senso di emulazione che sfocia nel puro servilismo.

Il terrorismo sta cambiando il mondo?
Sì e no. Quelle che in tempi antichi erano devastazioni e saccheggi, compiute da eserciti regolari o mercenari, sono possibili in quest'epoca per mezzo del terrorismo. Non cambiano gli scopi, non cambiano i risultati (a volte intimiditori, altre volte cause di vendette). Non cambia la variabilità dei risultati.
Quel che è certo, nei risultati, è che adesso i paesi arabi siano molto più visibili. Tutti coloro che non sono arabi, sanno verso chi provare rancore, se non odio. L'espansione di quelle popolazioni, e di quelle culture, ha subito certamente una netta divisione: se prima potevano essere visti come stranieri, ora hanno guadagnato la posizione di stranieri indesiderati, anche da parte di molti moderati.
Il terrorismo ha cambiato il mondo dei terroristi stessi, che non sono più poco visibili. Hanno infatti garantito lo stato di possibile terrorista a qualunque persona del proprio gruppo sociale. In fondo era una buona pubblicità: adesso appaiono moltiplicati, senza essere aumentati.

Messi da parte i soldi, la redistribuzione del petrolio, l'esaltazione al razzismo e alle intolleranze religiose, che altro è cambiato al mondo?
Nei paesi poveri sicuramente niente, ci sono sempre le solite guerre da decenni, massacri e violenze, totalmente indipendenti dai brutti avvenimenti del 2001.
E' cambiato il messaggio sul valore del mondo. Ora è ancora più forte quello che ci dice quali sono le persone giuste per controllare potere ed economia. E' più forte la discriminazione razziale, sociale e religiosa.
Se da un lato ci sono le vittime dei massacri che ci dicono "non dimentichiamo", ha sempre più forza il messaggio di chi manipola le informazioni, siano terroristi fuori o dentro gli stati, che ribadiscono "questa è la ricorrenza, sai cos'è successo, impara a mantenere forte l'odio".
Tutti hanno un metodo per cambiare il mondo.

giovedì, agosto 31, 2006

Chi possiede la notte

Il testo della canzone che volevo citare, da Patti Smith, è più meno questo:

Because The Night

take me now baby here as I am
pull me close, try and understand
desire is hunger is the fire I breathe
love is a banquet on which we feed

come on now try and understand
the way I feel when I'm in your hands
take my hand come undercover
they can't hurt you now,
can't hurt you now, can't hurt you now
because the night belongs to lovers
because the night belongs to lust
because the night belongs to lovers
because the night belongs to us

have I doubt when I'm alone
love is a ring, the telephone
love is an angel disguised as lust
here in our bed until the morning comes
come on now try and understand
the way I feel under your command
take my hand as the sun descends
they can't touch you now,
can't touch you now, can't touch you now
because the night belongs to lovers ...

with love we sleep
with doubt the vicious circle
turn and burns
without you I cannot live
forgive, the yearning burning
I believe it's time, too real to feel
so touch me now, touch me now, touch me now
because the night belongs to lovers ...

because tonight there are two lovers
if we believe in the night we trust
because tonight there are two lovers ...

Sogno di una notte di fine estate


Ho trovato molto bello il film Sogno di una notte di mezza estate, trasposizione della brillante commedia degli equivoci omonima, nella recente interpretazione con Michelle Pfeiffer, Kevin Kline, Calista Flockhart, Rupert Everett, e una pletora di altri bravi interpreti.
L'ambientazione è una Toscana ottocentesca, dove la città al centro della vicenda prende il nome di Atena, anziché l'originale Atene di Shakespeare. Eppure la mimica, la gestualità, riesce a far stare un'ambientazione più moderna sui dialoghi shakespeariani, senza modificarli.

Per il mio sogno, da cui mi sono risvegliato una notte di fine estate, un sogno personale, sono invece in debito con desertodolce. Lei è la persona che mi ha portato a sognare in un altro bosco, su una rocca medievale, con una splendida visuale sul mare e le sensazioni di un altro mondo fatato.
In quella cornice, con gli ultimi raggi del sole ad arrossare le nubi sull'orizzonte, la brezza che sfiorava la pelle, ho capito cosa desideravo. Quale viaggio potevo finalmente desiderare d'intraprendere, nuovamente viaggiatore del mondo.
Come per chi esce da una lunga amnesia ho cominciato a ricordare come camminavo per il mondo, pochi anni fa, con la passione di chi ha la visione di tutto un mondo, al solo sentire un profumo o vedere la luce del sole che modella il paesaggio. Scultura di luce, materia solidificata dai suoi profumi, mare che schiuma lentamente, pietre sotto le dita che da ruvide diventano smussate, levigate dal tempo.
Cresce di giorno in giorno la mia consapevolezza di chi voglio vicina, per il tempo che continua, per il nostro viaggio. D'emozioni, di fatiche, di gioie, di dolori, questo è il viaggio, quello più importante a cui nessuno può rinunciare. Qualche volta ci sembra più grande di noi, di quel che sappiamo fare, eppure è tutto nostro. Solo passione ed umiltà ce lo fanno affrontare con coscienza.

Tutto questo è per te, Loli, fatta come me, della stessa materia dei sogni.

lunedì, agosto 21, 2006

Tutti proprietari

Un breve racconto verbale, ascoltato giorni fa, mi ha ricordato una delle leggende metropolitane che seguiamo spesso sui giornali.
Così, una volta tanto, voglio dare in anteprima la solita notizia stantìa, che prima o poi rileggerete sui quotidiani, oppure sentirete nei telegiornali.
A periodi variabili, pare che rincuori gl'italiani saperlo, ma siamo fra quelli che in Europa comprano più case, anziché affittarle. Questo dato statistico ha poi il suo strascico economico, o meglio nell'economia da paese dei balocchi, che ci narrano i mezzi d'informazione (ne arguo che accada dopo essere stati istruiti, su quel che è bene raccontare, dell'Italia).

Insomma, compriamo tantissime case, siamo ricchi.
Ma chi le compra esattamente? Viene di porsi la questione, visti i costi sempre in crescita del mercato immobiliare.
Il racconto all'origine era molto breve, e facilmente esponibile.
In una zona in cui l'edilizia abitativa sta fiorendo, e per una serie di fattori la qualità residenziale rende gli immobili costosi, si trovano dei costruttori edili molto prolifici. Il costruttore vende appartamenti e villette sulla carta, come si dice in gergo, ovvero in fase di progetto. Questo permette al costruttore di avere capitali in anticipo, evitando di farseli prestare dalle banche, che hanno da sempre una sola differenza con molti strozzini, ovvero la piena legalità.
Gli immobili vengono così prenotati da danarosi investitori, che in capo a uno o due anni, si trovano un immobile finito da rivendere. Sì, da rivendere.
L'investitore rivende a prezzi molto più alti, senza problemi, visto che la zona ormai è diventata residenziale di prestigio. Il ricavo è almeno quattro o cinque volte quello di un investimento di altro genere, immagino. Senza contare che molto probabilmente rivenderà con un'alta percentuale non dichiarata nella denuncia dei redditi. Se volete leggerlo diversamente: al nero, soldi senza tasse.
A questo punto può essere che la casa venga comprata da chi vuole abitarla, magari con un mutuo bancario. Oppure che venga di nuovo comprata da un altro investitore, che punta ad affittarla, sempre con una buona fetta del canone d'affitto ricevuta sottobanco.

Lo stesso immobile finirà quindi acquistato due o tre volte, e magari affittato un'altra ancora.
La statistica ci dirà quindi che sono state comprate due case e che ne è anche stata affittata una terza. Perché vedo assai improbabile che si riesca a tenere traccia di quante operazioni del genere vengano realmente operate.
Inoltre faranno statistica i costi realmente denunciati, quelli su cui viene pagata l'IVA -- escluse quindi le banconote versate a mazzette, in contanti, per evitare che le transazioni siano verificabili.
In conclusione: si saranno vendute due case a prezzi neppure troppo alti, e ne viene affittata una terza altrettanto economicamente.
Poi, qualche intelligentone, tirapiedi di redazione, ci relazionerà sullo stato dell'Italia, e sul benessere degli italiani, che tanto comprano, tanto affittano, e sono ricchi e felici.
Tutti proprietari di qualcosa, soprattutto della propria misera vita, in denari o nei pensieri.

mercoledì, agosto 16, 2006

Spazio per i commenti

Alla sera, mentre consumo la mia cena, sono solito tenere il televisore acceso, sintonizzato sui vari notiziari. La funzione non è solo quella di conoscere ciò che accade nel mondo ed in questo paese.
Già la pretesa di voler conoscere i fatti del giorno si fa ardua, cambiando infatti il canale, si ottengono tante piccole sfumature dello stesso evento. Non mi sorprende, ed anzi mi porta divertimento, perché amo l'enigmistica: il rebus è interpretare le inflessioni, le pause, le enfasi, oltre che le parole. Assai spesso capita che una semplice notizia assuma connotati assai diversi, in notiziari diversi.
La funzione del televisore è inoltre d'intrattenimento, visto che cenando da solo non ho commensali con cui discutere. Con la televisione però non si discute, la comunicazione è necessariamente in un solo senso -- fatta salva la possibilità di guardarne i contenuti in modo critico.
Ricordo a questo proposito un mio nonno, e la sua visione dei telegiornali, negli anni '70 del secolo scorso. Era solito farsi prendere dal trasporto emotivo, quando vedeva e sentiva personaggi politici che si esprimevano difformemente dalle sue opinioni. Discuteva così animosamente, con loro, agitando le mani. Chiaro che sapesse di non essere sentito, ma lo sfogo sopperiva alla sua necessità di commenti (se non quando d'invettive).

Ad ogni notiziario a cui assisto, sia esso per radio o televisione, scopro di avere sempre dei commenti da fare. Ogni tanto li riporto qui, ma spesso mi è difficile, perché ne accumulo così tanti che mi diventa difficile ricordarli.
In un commento di poco tempo fa, ai miei post su questo sito, c'era l'osservazione secondo cui porto le mie chiacchiere, nel singolo articolo, a saltare da un argomento all'altro, per infine condurre il lettore fin dove avevo pensato di arrivare.
Se questo in parte è vero, c'è comunque una buona parte di casi in cui scrivo a partire dal titolo. Il titolo lo penso come sintesi estrema di un concetto, ma l'articolo finisce per essere non incentrato sul concetto, quanto sul titolo. Il racconto, la narrazione, diventa una raccolta di fatti che ho raccolto in mesi o anni di riflessioni, da cui pesco pezzi che sembrano scelti alla rinfusa, ma con un collegamento logico che talvolta sorprende anche me. Il puzzle mi ricorda le composizioni artistiche che appaiono misteriosamente in Luce virtuale, di William Gibson.
La mia percezione è infine che questo spazio per i commenti sia interessante, ma io non riesca mai a compilarlo con tutto quel che vorrei commentare, per pigrizia o dimenticanza che sia.

I cosiddetti commenti a caldo hanno poi un valore estremamente variabile.
Una regola che dovevano osservare gli ufficiali napoleonici, imponeva loro di differire di 24 ore il pronunciamento di una punizione, nei casi in cui sorprendessero un subordinato ad infrangere le leggi. Questo permetteva di freddare gli animi del giudice, affinché non comminasse pene dettate dall'emozionalità.
Questo metodo mi ha sempre colpito, da quando lo trovai raccontato in un libro di Germano Squinzi, "Una carezza incondizionata (salverà il mondo)", che si propone come saggio sull'analisi transazionale. E' in effetti una buona pratica, applicabile alla quotidianità, per evitare giudizi sommari, quando qualcosa ci crea rabbia o indignazione.

lunedì, agosto 07, 2006

Basse virtù

Pare che gl'italiani, nei primi sei mesi di quest'anno, abbiano pagato molte più tasse del solito.
Non nel senso che le gabelle si siano innalzate, in quel periodo, ma in quello che improvvisamente abbiano deciso di evadere di meno. Numericamente non cambia il risultato, ma concettualmente sì.

C'è stata subito la corsa ad accaparrarsi il primato: se sono entrati più soldi, senza particolari lamentele, qualcuno doveva urlare "è merito mio!", come sempre accade.
Il Governo in carica ha fatto sapere che è merito delle proprie riforme. L'opposizione di Governo, reduce dal precedente Governo, ha rimarcato che è un effetto delle precedenti riforme.
Come al solito la verità sta in mezzo, e tutti lo dimenticano.
Anche nel precedente passaggio delle consegne era successo qualcosa di positivo per l'economia, e ci fu il solito teatrino, solo che le parti erano esattamente invertite.

La falsa virtù dell'onestà fiscale, detto fra noi (poche decine di milioni d'italiani), è da sempre una facezia.
Ben si sbaglia dunque, il signor Romano Prodi, nel voler dire che i soldi in cassa ci sono solo per la sua presenza, e giustamente ne reclamano il merito i suoi avversari. Spiego brevemente il perché.
Nei precedenti cinque anni di Governo c'è stato un progressivo sfacelo, ormai tutti si affidavano alla buona sorte, sapendo che prima o poi cascava qualche condono fiscale. Il raccogliere le briciole era l'unico metodo proposto contro l'evasione, gli evasori potevano dormire sonni tranquilli, li catturava solo la statistica.
Nel momento in cui l'attuale Governo ha minacciato dura repressione, s'è sentito lo stridere delle gogne, che cominciavano ad aprirsi. Nei fatti non credo che abbiano neppure la possibilità di far rispettare la legge. Sono cose che si raccontano per demagogia, ma che nella pratica risultano improponibili, per la loro complessità. Troppi piedi da calpestare.
Così nella transizione fra l'evasionismo di stato e la minaccia di legalità, il moto di terrore ha portato gli evasori che magari denunciavano il 5% delle proprie attività, a denunciarne il 10%.
Il merito non va quindi a chi promette legalità, perché la promettono tutti i politici, ma a chi aveva promesso impunità in precedenza. Ha creato infatti un salto percepibile, in fase di transizione, con connesse paure.

E' diverso poi il calcolo reale di quanto si sia perso, progressivamente, nei cinque anni precedenti, per la rilassatezza verso l'erario.
Ma il tormentono della settimana è sulle cifre 2006/2005, una cosa alla volta.
Lasciamo che le virtù vengano a riva una alla volta, come le meduse. Urticanti ed effimere.

Una strada verso il sole


Già parecchi anni fa, forse anche prima di enunciare il mio teorema sulla felicità (che esiste, sicuramente, un modo migliore di vivere), cominciai a riflettere sulle parole delle persone, lette in internet.
La prima sensazione era di classificare, come ci è solito, le persone conosciute, secondo quello che appariva il loro comportamento. In particolare mi chiedevo il perché volessero essere presenti in internet, in quel caso riferito a IRC, internet relay chat.
La motivazione che ne ho dedotto, negli anni, è risultata molto variabile, più di quanto si possa pensare, e legata a fatti come la cultura (intesa come sviluppo sociale, non individuale), la provenienza geografica ed altro.

La prima suddivisione, la più semplice, era fra chi ne faceva un uso saltuario, o l'aveva scoperto di recente, e chi ne diveniva dipendente.
In alcune realtà, solitamente lontane da quella italiana di oggi, trovavo frequentemente persone che ne facevano uso intenso, ma limitato nel tempo: magari per un mese o due, tornando poi a comunicare più spesso nella vita reale. Anche se dopo tutto l'espressione real life (di acronimo RL) non la vedo completamente corretta.
Nel momento in cui si mettono contenuti di sé, in qualsiasi mezzo, il mezzo diventa espressione di qualcosa di reale. E' invece vero che comunicare con gli altri solo attraverso un mezzo limitato, rischia di limitare i nostri sensi, le nostre percezioni. Divenendo parte di un mondo ristretto si ha l'inevitabile senso di entrare in un universo irreale.
La dipendenza penso che non necessiti spiegazione.

Una delle sensazioni che mi era chiara fin da subito riguardava il senso di disagio, espresso da molti utenti abitudinari. Nei network di comunicazione IRC americani avevo spesso la percezione che un 50% delle persone fossero divorziate, e l'altro 50% giusto in attesa di farlo. Ma soprattutto che il 100% fossero persone sole.

E' un argomento complesso e in fondo troppo lungo per il tempo a mia disposizione oggi.
In fondo questa voleva solo essere una didascalia alla prima immagine che pubblico su questo weblog.

venerdì, agosto 04, 2006

Scene di ordinaria ironia

Devo consegnare dei documenti al condominio di fianco, un palazzo che è il continuo del mio, stessa forma, stesso numero di appartamenti. Abitanti diversi, neanche a dirlo.
Mi affaccio al portone di vetro, nessuno dentro, come fuori, decido di premere il solito campanello "a caso", quello del signor Effe.
Faccio appena in tempo a premere che sento scattare la serratura elettrica: era di vedetta?
Entro e dico che devo lasciare i soliti fogli.
"Vieni! Vieni, entra!" mi risponde col solito fare entusiastico. Probabilmente è anche ospitale, ma la prima sensazione è dell'entusiasta. Logorroico, se ti attacca bottone (e lo fa sempre) non ti molla.
"Ma vieni in casa!". Dovevo solo infilare dei fogli nelle cassette postali, visto che insiste mi pare scortese rifiutare. Entro.
La prima cosa che mi sorprende è una libreria stracolma, tanto che sto per chiedergli quanto c'ha messo a riempirla di tutto quel che c'è dentro. Perlopiù sembrano riviste, forse fumetti, a migliaia.
Come previsto attacca con le solite lunghe chiacchiere. Non mi guarda quasi mai direttamente, si guarda intorno, agita le piccole braccia nei racconti.
"Quelli che abitano qui sono strani...". Rotea gli occhietti come per godersi i dettagli di una grande mostruosità proprio intorno a sè. Strani. Parla dei vicini rumorosi, tutti di origine straniera, a suo dire connotato con una naturale tendenza al caos.
"E anche il tale, quando guarda i lavori che ho fatto alle finestre, è invidioso..."
Sono entrato nella tana di Gollum.
Si ricorda che gli avevo chiesto il numero di telefono del tizio che ha fatto i lavori alle finestre.
"Ce l'ho... l'ho messo qui, ma dov'è...". E' sulla libreria che sta cercando, qualcosa mi dice che la faccenda è lunga e complessa. In mezzo alle riviste strettamente impaccate scorgo un souvenir di Predappio, con motti, epiteti e foto del mascellone. Andiamo bene.
Mi aspetto che dica era qui il nostro tesssoro e non lo troviamo più. Anticipo la cosa e dico che comunque devo andare e non è urgente.
Indietreggio verso la porta, neppure l'avevo chiusa del tutto, una via di fuga aperta. Sul pavimento le mie scarpe trovano una certa resistenza, come camminare sullo zucchero caramellato. Gollum mi ha teso una trappola.
Insisto che non c'è urgenza di quel numero di telefono. Sono nell'ingresso del palazzo, fuori dalla tana. Continua a raccontarmi di quelli del piano di sopra, indica col ditino e parla sottovoce.
Sopraggiunge da fuori una donna con passeggino, immagino subito che sia giusto "quella del piano di sopra". Entra vede il foglietto nella cassetta postale. Gollum anticipa pure me nello spiegare cos'è.
La giovane donna ha dei tratti anche dolci nel viso, ma tende subito a tirarli, chiudendosi in un "Sì, sì, poi ci pensiamo".
Velocizzo ancora la mia uscita. Saluto. Sono fuori.
La prima percezione è che in un palazzo così vicino e simile al mio, per un attimo mi sono sentito in una caverna. Nemmeno il caldo e pigro sole d'agosto sembrava rallegrare la tetra atmosfera. Sudavo come nelle prigioni di un fortino.
Cammino pochi metri ed entro in casa mia. Così uguale, così diversa. Controllo che nelle tasche non mi sia rimasto uno degli Anelli del Potere. Non vorrei attirare Gollum.

Qual è la sensazione che avete nel visitare le case d'altri?
Certo non sono tutte come la casa di Gollum. Alcune mi colpiscono per la cura, per lo stile (talvolta anche in negativo), ma amo il senso di benessere che danno alcune case, nella loro accoglienza.
Beh casa mia non è ancora così. C'è quel senso di caos di chi s'è trasferito in fretta e furia, seppure io non l'abbia fatto così. Ci sono alcune idee a metà, che lasciano incerti se la casa debba essere ancora riempita oppure svuotata.
Giorni fa qualcuno mi ha raccontato di aver visitato una villetta in località di mare, proprietà di suoi conoscenti. La descrizione è durata a lungo, con me sempre più recalcitrante nel voler sentire tutti i dettagli. Perché se trovo belle molte soluzioni abitative, sono insofferente a chi me le propone come "potresti farlo anche tu". Senza tenere di conto che quella era una villa di non so quanti vani, con giardino e piscina, di proprietari molto abbienti, mentre casa mia ha un paio di vani che finirò di pagare poco prima dello spegnimento del sole (fra molto tempo, detto più facile).

mercoledì, agosto 02, 2006

Perdonali, perché non sanno quel che dicono

La parafrasi dai Vangeli cristiani è d'obbligo (Luca 23,34), nel parlare del signor Mel Gibson.
Dopo il suo film "The Passion", che non ho visto, ho però seguito la sequela di accadimenti collaterali, che sicuramente raccontava tutto e anche di più.
Ha raccolto il plauso dell'estremismo cristiano religioso americano, quello di successo. Dimostrando, come ho già detto altre volte, che nei tempi moderni dell'occidente, la religione non è più di stato, ma lo stato è della religione.
Hanno applaudito la farsa della violenza -- essendo un film spero non abbiano realmente fatto del male agli attori. Applaudita perché finalmente, nel loro intento, ha messo in scena chi sono i cattivi, e il cinema americano si sa che ama investirsi di questo ruolo, di educatore delle distinzioni. Educatore e giudice: affinché metterlo in discussione appaia blasfemo.

Il reverendo Gibson stavolta non ci ha additato subito i carnefici di Dio. Prima ha preferito prendersi una forte sbornia, nel senso letterale, da alcool. Poi è stato fermato dalla polizia, alla guida della sua auto, evidentemente inabile alla conduzione di un mezzo.
Contraddire un ubriaco è sempre sconsigliabile, come con ogni persona che non ha senso critico.
Ricordo un episodio di alcuni anni fa, mentre in piedi alla fermata di un autobus vengo avvicinato da un signore alticcio, pure lui in attesa del mezzo pubblico. Nello sproloquio dice lui stesso di aver bevuto troppo, ma poi dirotta su ogni argomento che riesce a vincere l'attenzione della sua mente obnubilata. Dopo un po' di chiacchiere, che mi avevano fatto intuire che fosse di religione islamica (che era un nord africano lo potevo vedere da me), gli osservai che forse non doveva bere troppo. Mi guardò con estremo sospetto, e mi chiese "chi ti ha detto che sono ubriaco?" e risposi "beh, l'hai detto tu, prima". Fosse per avergli ricordato di aver contravvenuto a un dettame religioso, o perché sapevo troppe cose di lui, mi tolse subito la parola, tornandosene appartato (per mia fortuna).
Il profetico Gibson invece non si è indispettito con il silenzio, quando gli agenti della polizia californiana gli hanno contestato la condizione di ebbrezza.
Piuttosto si è rivolto loro con le parole "Fottuto ebreo" ed "Ebrei responsabili di tutte le guerre del pianeta", che non sono risultate gradite agli agenti di polizia, come alle comunità ebraiche americane -- un lato dell'essere famosi, tutto quel che si emette diventa di dominio pubblico, sia essa un'imprecazione, una lode o un peto.

Pare che infine la lega ebraica contro la diffamazione l'abbia comunque perdonato, perché da sobrio ha fatto le sue scuse.
Non che io voglia contestare le sue capacità recitative, visto che molte sue produzioni cinematografiche d'azione e comiche mi hanno divertito. Così come mi piacque molto anche la sua versione cinematografica dello Amleto.
Solo che non capisco in quali condizioni possa quest'uomo essere al contempo non ubriaco e non recitare una finzione, tanto da meritargli quel perdono. Chissà che magari il favore delle comunità fondamentaliste ebraiche, verso le fondamentaliste cristiane, non sia un segnale gradito. Soprattutto in un periodo in cui l'America del signor George Bush sta coprendo come può un Israele in guerra. Immagino che il signor Bush preferisca di gran lunga le coperture ai dittatori sudamericani, date dai suoi predecessori, che non avevano tutto quest'impiccio di una pubblicità a livello mondiale.

Tutto questo non è essere contrari agli Stati Uniti d'America, o all'esistenza dello stato d'Israele.
E' facile, per molti, bollare come antiamericani coloro che criticano certe azioni.
Eppure è altrettanto facile dimenticare che un paese come gli Stati Uniti non ha 300 milioni di abitanti a immagine e somiglianza del signor Bush o del signor Gibson -- che nei dettagli non è americano di nascita.
Molti dimenticano che se i sondaggi di popolarità portano in qualche caso il signor Bush anche a sfiorare il 50%, che gli ha valso l'elezione a Presidente, ci sono ben oltre 100 milioni di americani che proprio non avallano le sue decisioni. Cito sempre ad esempio in signor Noam Chomsky, per ricordare che non sono 100 milioni di barboni a contestarlo.

Quello sempre evidente è che i rappresentanti di una nazione non sono spesso così rappresentativi di tutta la nazione. E probabilmente rimane impossibile ottenerlo, visto che in ogni nazione ci sono molte correnti di pensiero diverse.
Perlomeno vorrei che rappresentassero sempre le correnti delle tolleranza e del rispetto, ma sfortunatamente non si può.
E allora perdonatemi, perché forse non so quel dico, ma so quel che dicono gli altri, e tanto spesso non mi piace.

Come non scegliere un produttore di computer

Dato che la nostra esperienza è il primo metodo che abbiamo per la conoscenza, ogni tanto vale la pena di vederne i frutti.
Messo da parte il fatto che tutti hanno sicuramente dei difetti, ma che siamo limitati dalle nostre conoscenze e capacità a conoscere pochi difetti per volta, dell'intero mondo, vado con la seguente lettera aperta, che si commenta tutta da sola
Salve,
vorrei portare alla vostra conoscenza una breve, ma estremamente didattica esperienza fatta con il forum "e-Support" di Toshiba.
Questa lettera aperta è indirizzata p.c. anche al Customer Service di Toshiba Italia, ma non come destinatario principale: i fatti esposti a seguire spiegano chiaramente il perché.

Come molti produttori di hardware e software, anche Toshiba ha un supporto tecnico sotto forma di forum, così da alleggerire il carico delle richieste degli utenti. Trovo la scelta condivisibile, perché in effetti ci sono spesso richieste assai semplici o ripetitive, che sicuramente possono essere esaurite da qualche utente più smaliziato, anziché scomodare del personale tecnico specifico.

Qualche giorno fa, al 28 luglio, visto che da un un anno non vedevo driver video aggiornati per il mio notebook Tecra A4 con scheda video ATI, ho lasciato anch'io un messaggio sul forum.
La richiesta era semplicemente del tipo "dopo un anno senza aggiornamenti per il driver video, devo sentirmi abbandonato?"
La pronta risposta di un altro utente mi ha subito bollato di essere un novellino, perché non conoscevo la complessità delle schede video. E in ogni caso mi sottolineava che no, non c'erano altri driver, se non inaffidabili e rischiosi, tramite terze parti.
Mi sono sentito quindi in dovere di rispondere che conosco la problematica, ma che visto il supporto poco efficiente di Toshiba, rispetto ad altri produttori di notebook che montano schede video ATI, per il prossimo notebook avrei scelto
sicuramente un'altra marca.
Ad oggi però, se andate a controllare il forum, il mio messaggio ha subito una non lieve modifica: è stato editato dal moderatore del forum, affinché appaia che io non abbia fatto quell'osservazione -- il messaggio è marcato come "[Edited by: admin]", non è possibile leggere il testo originale.
Il fatto sconvolgente non è che il mio messaggio, in quanto danno d'immagine per Toshiba, fosse sgradito. Avrei addirittura trovato comprensibile che volessero rimuoverlo o cancellare il thread; ma editarlo, cambiando il senso delle mie parole scritte, è estremamente grave e lesivo.
Infine, dato che a questo punto l'accesso al forum è condizionato a registrare un prodotto, mi chiedo se abbiano preso anche altri provvedimenti, quali segnalare come "indesiderabile" il mio stesso notebook, visto che hanno in mano tutti i miei dati anagrafici. Aldilà di richiedere la cancellazione di questi, che è il minimo che posso fare a questo punto, comincerò a considerare la sostituzione del mio notebook molto prima del previsto.
Quanto a Toshiba ed al loro riprovevole comportamento, da questo momento non può che avere tutta la mia disapprovazione e il mio sdegno: se pensano di manipolare ogni disappunto degli utenti, hanno ben poco merito di avere utenti.